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Riceviamo questa foto da Renzo Barbattini che inviandoci i suoi auguri per le prossime festività allega un dipinto esposto nell'abside della cappella di San Giuseppe a Lansprez (Slovenia), con relativa spiegazione tratta da un suo articolo.

sgiuseppe

Il pittore sloveno Cusin lo ha eseguito nel 2004.
In esso è raffigurato San Giuseppe, molto pensieroso, appoggiato al suo tavolo da lavoro: essendo un falegname (come denota la sega in bella vista), egli si sarebbe dedicato, secondo l'A. del dipinto, anche alla costruzione di arnie. Infatti, sul tavolo da lavoro sono appoggiate tre arnie in legno di tipo sloveno.
La posizione di San Giuseppe pensoso è tradizionale, nell'arte antica; risale, infatti, alle più arcaiche raffigurazioni, e perdurò ben oltre il Rinascimento, insieme ad altre tipologie figurative, che vede San Giuseppe in attitudine operosa e partecipe, intento a svolgere compiti pratici (e a partire dal Seicento verrà raffigurato al lavoro, nella bottega di falegname, attorniato dagli attrezzi del mestiere minuziosamente descritti). La posizione pensosa, che fu a lungo prevalente, va sicuramente  riferita all'episodio dell'apparizione dell'angelo, che gli svela, in sogno, il disegno divino (L'angelo - conformemente al Vangelo di Matteo (Mt. 1,20) - rivela a San Giuseppe, nel sonno, di non temere di prendere con sé Maria, perché ciò che in lei avverrà - vale a dire la gestazione - sarà opera dello Spirito Santo): tale iconografia ha influenzato gli artisti, che lo rappresentarono così anche nelle Natività.
Tornando al quadro di Cusin, va sottolineata una particolarità: sul frontale di un'arnia vi è rappresentata la stella di David: sta a significare l'appartenenza di Giuseppe alla tribù di Davide, re di Israele; sul frontale, poi, di un'altra arnia è raffigurata la
colomba, simbolo della pace, annunciatrice della nuova creazione operata da Dio dopo il Diluvio (Gn 8,11). Appoggiata al tavolo vi è una sega; questa è una figurazione decisamente moderna, come, d'altra parte, è moderna la sua comparsa nell'attrezzatura della bottega del Santo falegname (infatti essa si sviluppa e si diffonde in campo artistico nel 1600). La sega è un attributo ed essa fa riferimento al legno dell'artigiano. Nell'arte, per identificare più facilmente i Santi, si è voluto affiancarli di un oggetto o di un animale riferibile ad un miracolo o al martirio (ad es. la graticola di San Lorenzo, gli occhi di Santa Lucia, i seni di Santa Agata) o ad una caratteristica biografica o della tradizione (il drago di San Giorgio, il cane di San Rocco, il porcellino di Sant'Antonio). San Giuseppe falegname, appunto, può avere una sega, ma questa è un'iconografia piuttosto rara, poiché generalmente egli non è ritratto al lavoro, fin quando si diffuse nel 1500 l'iconografia della Bottega di San Giuseppe.
A completare la scena si notano in primo piano un vaso di gigli e, sullo sfondo, Maria in preghiera: di fronte a lei si distinguono due fasce bianche. I gigli sono simbolo della purezza di Maria e Giuseppe, le fasce indicano la presenza del Bambino Gesù.


Un aggiornamento sull'immaginario dell'ape:

di Marco Accorti, "
Coming outing apistico".

"Insomma, finché ha fatto comodo, la “coperta delle api” è stata tirata un po’ da tutti e si è assistito ad un grande inganno dove l’alveare e le api sono state fin troppo usate e abusate per convincere gli uomini ad abbassare la testa ed ubbidire, contrabbandando l’alveare come una società perfetta, il “Re” clemente, autorevole e puro, l’ape un individuo sottomesso, collaborativo, casto e sempre fedele alla propria famiglia, ovvero alla propria colonia.
E se ribaltassimo questa sceneggiatura scritta sulla base di proiezioni umane e prefigurazioni edificanti per sostenere che le api non sono solo quelle anime candide che per millenni si è voluto far credere, ma sono anche delle gran “bastarde dentro”?
Il Re, tanto per cominciare, è una Regina capace di macchiarsi del perverso delitto di eliminare le proprie sorelle. Inoltre è tutt’altro che casta" (...)



Un esercizio di respirazione particolarmente interessante, tratto dalla disciplina yoga indiana, è detto RONZIO D’APE. Questo esercizio (in due versioni) genera un “mantra” (ovvero un’emissione sonora che secondo la filosofia indiana è una formula particolare di suono magico, rituale e autoterapeutico) che ci permetterà di raggiungere un più alto livello di consapevolezza sonora e anche uno stato di benessere più elevato.
1° tipo – (cfr. il testo di Sat, Pranayama, Torino 1981). E’ strettamente collegato alla pratica respiratoria. Si chiudono le orecchie con i pollici e si avvertirà un rumore di fondo dovuto alla percezione sonora del flusso di aria nelle vie respiratorie. Questo esercizio serve a renderci consapevoli del percorso del nostro respiro.
2° tipo – (indicato nell’antico testo Gheranda Sanhita). Questo esercizio va fatto di notte. Mani (pressione leggers) sopra le orecchie. Trattenere il respiro. Sentiremo a un certo punto nell’orecchio destro un suono simile al canto dei grilli, poi della zampogna, poi del tuono, poi di campane, gong e tamburi. Importante: è un modo per allenare la nostra attenzione interiore. Impareremo ad ascoltare i suoni prodotti fin nei più intimi tessuti cellulari. Col tempo sentiremo melodie sempre più armoniose. Giungeremo a udire il suono del cuore (anahata).
Sat (Roberto Provana), Mantra. La potenza dei suoni, Edizioni Arktos, Carmagnola (To) 1983, pp. 106-108.

 

Teatro del Collegio “La Vela”
Giovedì 29 ottobre ore 21
(Ingresso libero)

La danza delle api:
la metafora biologica della stigmergia e l'intelligenza connettiva dello sciame
conferenza-spettacolo multimediale a cura di Carlo Infante
webmaster e soundesigner Francesco Michi

Durante la conferenza-spettacolo saranno trasmessi via bluetooth i suoni (suono1 e suono2 - rielaborati in una composizione musicale) della danza delle api, perché possano essere utilizzati dagli spettatori come background sonoro (una volta tanto i cellulari potranno non solo rimanere accesi ma usati...).

La danza delle api, sulla base delle ricerche di Karl Von Frisch, rappresenta un esempio emblematico di come un'azione possa produrre un'informazione tale da sollecitare una reazione conseguente e simile, per induzione intelligente. Un linguaggio specifico espresso da un'azione precisa e formale che indica l’avvicinamento al nettare. Se il nettare non è più distante di 80 metri, le api bottinatrici fanno una danza circolare, eccitando tutte le altre. Se le fonti del nettare sono più lontane prende forma una danza scodinzolante ( o dell’addome) che tende a dare informazioni su distanza e direzione dell’obiettivo. Questo processo è ciò che è stato definito ( da Pierre-Paul Grassé ) la stigmergia, ovvero come un comportamento attivo induce ulteriore atti, condividendo, modificando l'ambiente attraverso la comunicazione.

La danza delle api può così esprimere un modello biologico della intelligenza connettiva espressa dalle reti, condizione che oggi si espande attraverso il web 2.0 e le “ smart grid”, le reti intelligenti . Da questa stessa suggestione s’era già sviluppato nel 1999 (nell’ambito del festival teatrale “Contemporanea” di Prato) uno dei primi blog mai realizzati (non solo in Italia) articolando, in una sorta di metafora ispirata alla danza delle api , l’attività degli spettatori che riportavano in una scrittura connettiva i loro sguardi teatrali.

Scarica il volantino in Pdf
|Performing Media|
di Carlo Infante


L’OPERA DELL’APE
di Gianni Darconza

Quante volte segretamente
ho invidiato il tuo volo spensierato
di fiore in ramo alla ricerca solo
di minuscole felicità, tigrato imenottero
dal pelo dorato, alla ricerca solo
di dolce nutrimento per uno stuolo
di fedeli ammiratori del creato.
Quante volte apertamente
ho sognato di alzarmi in aria leggero
alla ricerca dello stesso nettare
tra i campi verdi umidi di pianto
tra le querce possenti cariche di anni
tra i cieli offuscati dai rimpianti
tra i colli sinuosi della mente
sferzati dalla furia di venti violenti,
e mi ritrovo qui a terra incatenato
dal peso opprimente di queste quotidiane
sciocchezze che avvelenano lo spirito
coi loro pungiglioni intrisi di banalità
e mi ritrovo inutilmente intento
a cercare di riempire questo tempo
vuoto e lento, paralizzato e incerto
se sia davvero così importante questo
sproloquiare inutile su futili argomenti
o non sia meglio produrre il mio miele
lontano dallo sciame, in silenzio.