Prof. Mario Alai

Corso di

FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO 2004-2005

PARTE II – “TEORIE DEL SIGNIFICATO”

 

Si è visto:

 

Il significato, ciò che le espressioni ci comunicano,

- a volte è un oggetto  o un insieme di oggetti (nominatum, estensione, riferimento: denotazione)

- a volte è lo stesso individuato per mezzo di un senso/intensione (:connotazione), - - a volte è entrambi ma senza che la connotazione determini la denotazione (uso referenziale e attributivo distinti, riferimento +  stereotipi),

- a volte solo la connotazione (termini vuoti),

-  volte situazioni intermedie e di non netta distinzione tra denotazione e connotazione.

 

 

Resta da chiedersi:

 

A)    Qual è la natura del significato?

 

Ma siccome già sappiamo che

- la denotazione è una relazione linguaggio-mondo, che il denotatum è un oggetto o insieme di oggetti del mondo,

questa domanda si riduce a chiedersi:

- Cos’è la connotazione? Qual è la sua natura? (idee? Pensieri? Psicologici? Oppure concetti, Proposizioni? Altro???)

 

(B) - Qual è il rapporto tra l’espressione e il suo significato, e cosa lo fissa?

(es.: per natura, per convenzione …)

-      Come viene istitutito dalla comunità (ossia come la comunità attribuisce i significati)?

-      Come viene scoperto dall’individuo, ossia come viene appreso?

 

(nei casi in cui la denotazione è fissata dalla connotazione, questa domanda

(B) si riduce a una domanda sulla connotazione).

 

(si vedrà come la risposta a (B) influenzi talora quella ad (A))

 

(C)            Qual è lo specifico significato di ciascuna singola espressione? (la risposta sul dizionario)

O meglio:

- come si determina lo specifico significato di ciascuna singola espressione? (ossia: come possiamo interpretare le espressioni di una lingua?

- Qual è la funzione dalle espressioni al loro significato?)

 

(di nuovo, nei casi in cui la denotazione è fissata dalla connotazione, anche questa domanda (C) si riduce a una domanda sulla connotazione).

 

 

“TEORIE DEL SIGNIFICATO”

 

- rispondono + o – a queste domande.

(cfr. Lycan, parte II)

 

- non a tutte rispondono a tutte 3, e non tutte nello stesso ordine!

Es:

Teoria psicologistica:               (a) →

Teoria del concetto/proposizione       (a) → ?

Teoria intenzionale di Grice      (b) → (c) → (?a?)

Teoria dell’uso                        (a) → (b) → (c)

Teoria verificazionistica           (b) → (c) → (a)

Teoria verocondizionale           (a) → (?) → (c)

 

→ Le teorie del significato non sono tutte teorie della stessa cosa!

 

Risposte alla domanda (A): Cos’è il significato

(in particolare, cos’è la connotazione)?

 

Teorie dell’entità:

-         Entità materiale: la teoria referenziale

 già scartata all’inizio: confonde connotazione / denotazione

-         Entità psicologica (pensiero o idea come stato o atto mentale)

-         Entità astratta (concetto/proposizione)

 

Altre teorie:

- intenzionale di Grice

- dell’uso

- verificazionistiche

- verocondizionale

 

(I)  Idea/ pensiero come entità psicologica

 

Es.:    - immagine mentale

         - altri tipi di entità mentale?

 

Non funziona:

 

l’immagine è:

 

-         troppo dettagliata: es.: connotazione di ‘cane’ e la mia immagine di cane

-         ambigua: l’immagine del cane e le intensioni di

° ‘il cane è quadrupede’

° ‘il cane è marrone’

° ‘il cane è fido’

° ecc.

 

altre entità mentali: oggetti? Atti? Stati?

 

-         quali???

-         Obiezioni “platoniche”:

 

° sono soggettivi, le connotazioni (almeno) intersoggettive

 

° ci sono espressioni dotate di significato ma non pensate da nessuno

i) esempio iniziale di Lycan

Risposta: tali espressioni complesse sono significanti in quanto costituite da parti significanti in quanto associate a pensieri.

Replica:  anche la loro struttura composizionale è pensata da qualcuno?

No - Forse le regole che la costituiscono lo sono???

ii) ci sono connotazioni che espressioni semplici non (ancora) introdotte nel linguaggio potrebbero avere, ma non sono (per ora) pensate da nessuno.

Es.: introduco un nuovo termine pr una nuova sfumatura di colore. Il significato nasce nel momento in cui io lo penso, o era là pronto in attesa che qualcuno lo connettesse a un termine appena introdotto? – Era là pronto, era la stessa sfumatura di colore: esisteva prima di esser pensata.

Ciò mostra che le connotazioni sono dei concetti

 

(II) concetto/proposizione

 

la connotazione è un’idea/pensiero inteso come:

 

- concetto/proposizione  (la connotazione è un’ entità astratta platonica)

oppure:

- pensiero di un/a concetto/proposizione  (la connotazione è un atto/stato mentale che ha per oggetto, contenuto, o comunque si relaziona a, un’ entità astratta platonica)

 

∙ è la risposta diretta alle obiezioni “platoniche”

∙ è la posizione di Frege, Russell, Carnap

∙ equivale a parlare di idee/pensieri psicologici (Teoria (I)) possibili e standardizzati.

 

La teoria spiega i dati sul significato:

- significanza

- sinonimia

- ambiguità

- verità e falsità degli enunciati (le proposizioni sono il miglior candidato a portatrici di V/F)

- comprensione delle espressioni: afferrare, entrare in relazione, con i concetti/proposizioni che esprimono

 

Inoltre: la clausola “che” del discorso indiretto mostra che veramente i ns. discorsi esprimono qualcosa indipendente dalla lingua, dal soggetto, dai deittici, dalle forme espressive, ecc.: proposizioni

        

OBIEZIONI

 

(1) sono misteriosi oggetti metafisici:

non materiali, eterni, indistruttibili,  fuori dallo spazio e dal tempo …

 

Risposta: OK postulare oggetti misteriosi se è l’unico modo di spiegare certi fenomeni

[altre teorie: non è l’unico!]

 

(2) come faccio ad “afferrarle”?  ( = domanda (B) )

 

Risposta (G.E. Moore):

facilissimo capire se 2 enunciati hanno = o ≠ significato, ecc.

         Non so come ciò avviene, ma che avviene è ovvio.

 

(3) G. Harman:

la teoria della proposizione (specie se intesa come indica Moore)

si riduce a una pura ripetizione dei dati in altri termini: virtus dormitiva!

→ Non spiega più nulla

(l’utilità di una teoria – e l’indizio della sua verità - sta nella capacità di spiegare i dati o fenomeni)

 

Risposta: bisogna vedere se si riesce a elaborare la teoria, spiegando come un enunciato fa a esprimere una proposizione, come si fa ad afferrarla, ecc.

[→ questa sarà la teoria verocondizionale]

 

(3) Le entità astratte non hanno potere causale,

i significati invece si: hanno ruolo causale/esplicativo rispetto al comportamento

[ → di qui le teorie dell’uso]

 

Risposta1: anche se non spiegasse il comportamento, spiega i dati sul significato

 

 

Risposta2: il ruolo causale/esplicativo può esser svolto dall’atto mentale di afferrare il concetto/proposizione.

Infatti: quel ruolo non lo svolgono i significati in quanto tali, ma in quanto afferrati, attribuiti, ecc.

 

(4) Che connessione ha con la sfera della denotazione?

Per Platone è chiaro:                         

La parola indica l’idea, la cosa è imitazione ecc. dell’idea … (l’idea è tramite, o causa comune:

 

 

 

 

 

 

 

Ma se non si accetta tale metafisica …

 

[di nuovo, vedremo come risponde la t. verocondizionale]

                                                   

Abbandono della teoria dell’entità[1],

e in particolare dell’entità astratta

 

Quine: non cadere nella trappola del linguaggio comune

anche se usiamo un sostantivo per denominarlo, non è detto che il significato sia un oggetto:

es.:       ‘velocità’: non è un oggetto, ma un modo di muoversi

‘le elezioni’: una serie di azioni

            ‘bellezza’: una serie di caratteristiche

(non va reificato)[2]

 

Chiaro che (non sempre) c’è un oggetto come aspetto referenziale (ontologico) del significato; ma non c’è bisogno di alcun oggetto a svolgere il ruolo della componente logico-informativa. Si è visto nell’Introduzione che tutti i fenomeni sul significato possono esser esplicati senza usare il sostantivo:

 

aver significato = significare = esser significante = funzionare appropriatamente nel linguaggio, esser comprensibile, ecc.

aver lo stesso significato = esser sinonimo = funzionare nello stesso modo, essere utilizzabile nello stesso modo

essere analitico’ = non necessariamente ‘vero grazie al significato’ ma = vero per motivi linguistici, vero in base a regole linguistiche, ecc.

 

essere ambiguo: non necessariamente avere 2 significati ¹, ma: significare in modi diversi

ecc.

 

-         Approccio di Grice (in realtà non è detto che elimini il ricorso a entità e entità astratte)

-         Teoria dell’uso (non funziona)

-         Teoria verificazionistica (in realtà continua a presupporre entità astratte)

-         Negazione completa del significato (Quine): solo apparente, è una sorta di teoria dell’uso (?)

 

(III) IL PROGRAMMA DI GRICE

 

Torniamo sul versante psicologico

Intensione/senso non = entità mentali, ma costruiti su stati mentali

 

(a)   Significato del parlante:

 

S dà all’enunciato E il significato che P sse:

-         S ha una credenza (es.: che P)

-         S pronuncia l’enunciato E intendendo comunicare che P (= S intende dare E il significato che P)

 

(b) Significato dell’enunciato:

-         E significa che P sse: questo è il significato del parlante di E per tutti (= quando tutti intendono dare a E il significato che P).

 

Significato delle parole: ritagliato da quello dell’enunciato (= il contributo che ciascuna dà a quello dell’enunciato)

 

Quindi: il significato emerge da stati mentali {credenza + intenzione}

 

Più esattamente:

(b) Significato dell’enunciato

 

E significa che P quando che P è il significato del parlante per tutti i parlanti

 

problema 1: enunciati mai pronunciati (es. iniziale di Lycan)

problema 2: enunciati pronunciati solo con significato non letterale

 (es.: proverbi …): da dove viene il significato letterale?

 

Soluzione a 1 e 2: composizionalmente:

 (enunciati primitivi intesi letteralmente → analisi del significato delle parole  → ricomposizione di enunciati nuovi, inclusi quelli con significato metaforico ecc.)

 

(a) Significato del parlante:

G1: S ha pronunciato E con l’intenzione che A si formasse la credenza che P

G2: S voleva che A riconoscesse l’intenzione originale di S

G3: S voleva anche che A si formasse la credenza che P almeno in parte sulla base del riconoscimento dell’intenzioone originale di S.

 

Controprova: senza G2 e G3 non si costruisce il significato di E:

es.: Io pronuncio “oggi piove” con l’intenzione che A creda che ho una voce bella e potente: “oggi piove” non significa “ho una voce bella e potente” !

 

OBIEZIONI

Lycan 1

Lycan 2

Lycan 3

Lycan 4

 

Sintesi: con modifiche ingengnose + o – regge. Generalmente si ammette che il significato ha a che fare con intenzioni e credenze del parlante

 

Altre obiezioni:

(5) Il programma intenzionale di Grice non può spiegare i significati in quanto li presuppone. Infatti:

 

un’idea molto diffusa è il

PRIMATO DEL LINGUGGIO:

- si possono avere pensieri solo avendo un linguaggio

- i pensieri non sono che enunciati subvocalizzati

- es.: gli animali non pensano perché privi di linguaggio

 

(un’eredità della Rivoluzione Linguistica del ‘900: filosofia analitica, neopositivismo, strutturalismo applicato in sociologia, etnologia, ecc., Heidegger, decostruzionismo …)

 

→ non si potrebbero avere intenzioni e credenze se non si avessero già enunciati dotati di significato!

Grice mette il carro davanti ai buoi!

 

Risposte:

(i) se vale il PRIMATO DEL LINGUAGGIO, come ricevono il loro significato gli enunciati? (è la domada (B), a cui Grice risponde appunto: attraverso credenze e intenzioni)

 

Replica: in modo non psicologico (come pensa Grice) ma fisico (ostensione?) o pragmatico (uso?)

(Ma non è facile! Su questo vedi le teorie successive)

Del resto, su questo anche Grice ha i suoi problemi: vedi obiezione (6) qui sotto

 

(ii) Oggi ci sono approcci convincenti che si oppongono al PRIMATO DEL LINGUAGGIO:

 

- ricerche empiriche (N. Chomsky)                      

- considerazioni empirico-filosofico (J. Fodor)     

 

esiste un linguaggio del pensiero (“mentalese”), che precede e fonda il linguaggio esterno (cfr. capitoli su Casalegno)

 

cfr. linguaggio utente vs. linguaggio di programmazione vs. linguaggio macchina

 

- si puo’ pensare anche senza possedere un linguaggio, e infatti anche gli animali pensano: F. Dretske, “La natura del pensiero”, Paternoster (cur.), Mente e linguaggio, Guerini

 

(6) Un altro motivo per sostenere che Grice presuppone i significati:

 

(i)  come mai S usa E con l’intenzione di comunicare ad A che P, se non perché E significa già (appunto) che P?

e

(ii) come fa a A capire che con E voglio comunicargli che P, se

- E non possiede già un significato, e

- A non conosce già il significato di E ?

Risposta:

 

(i)      S sceglie E arbitrariamente, e proprio il venire usato con quell’intenzione conferisce ad E il significato che P.

(ii)    Dunque, quando A ascolta E, questo ha già il suo significato. Se A non lo conosce ancora, come faccia a capirlo è lo stesso problema di come faccia un neonato o uno straniero a imparare una lingua da zero: è il problema delle  domande (B) e (C). A queste si potrebbe rispondere più o meno:

 

Risposta (domande (B) e (C)) :

A riconosce dalle condizioni circostanti le intenzioni e le credenze di S, e da queste ricostruisce il significato di E.

Ossia:

Dalle condizioni circostanti A capisce che S crede che P e che intende comunicargli che P, quindi, capisce che il significato di E è P.

 

Es.: un naufrago grida “Hilfe! Hilfe!”

Vedo dalla situazione che sta affogando, che desidera aiuto, e desidera comunicare a me che vuole aiuto:

→ evidentemente dà a ‘Hilfe!’ il significato di ‘Aiuto!’

 

Es.: Robinson incontra un selvaggio.

Indica coi gesti e dice: “Io Robinson, tu Venerdì”.

Il selvaggio capisce dalla situazione (gesti, incontro di persona sconosciuta …) che Robinson intende comunicargli la credenza che Robinson si chiama ‘Robinson’, e lui stesso si chiama ‘Venerdì’, ossia che Robinson e lui stesso sono rispettivamente i nominata delle parole che Robinson pronuncia.

 

Obiezione:

così si rischia di cadere in altre teorie: dell’uso, verificazionistica, (forse) verocondizionale, ecc.:

se il significato di E è costituito dalle credenze e intenzioni di S, e queste ultime si possono con evidenza ricavare dall’uso di E fatto in certe condizioni, perché non dire direttamente che il significato è costituito dall’uso (teorie dell’uso), o dalle condizioni (di verificazione: teorie verificazionistiche; o di verità: teorie verocondizionali)?

 

Uso in condizioni → credenze e intenzioni → significato

 

C’è un passaggio inutile! Dunque:

 

non: l’uso fatto da E in quelle circostanze mostra che il naufrago ha l’intenzione di comunicare con E un certo desiderio che P, e questo diventa dunque il significato di E,

ma: il significato è l’uso fatto di E in quelle circostanze (= chiedere aiuto)

 

non: il selvaggio capisce dagli oggetti indicati (o dalle condizioni di asseribilità mostrate) che Robinson intende manifestare una certa credenza, o certi nominata, e dunque che questa credenza (o questi nominata) sono il significato delle parole di Robinson,

ma: il significato è costituito (direttamente) dagli oggetti indicati (o dalle condizioni di asseribilità evidenti dalla situazione)

 

Valutazione:

 

Forse l’obiezione coglie nel segno, ma potrebbe non essere un’obiezione:

 

i. La teoria di Grice presuppone credenze e intenzioni; inoltre

ii. queste, anche ammesso che non richiedano già dei significati linguistici, hanno sicuramente un contenuto intenzionale; e

iii. un contenuto intenzionale è in ogni caso un ottimo candidato per la nozione di significato (precisamente, della componente connotativa del significato).

 

Pertanto, a seconda di quale nozione si voglia usare per esplicare il contenuto proposizionale (uso, condizioni di verificazione o di verità, proposizioni) si può avere una teoria del significato basata direttamente su tali nozioni (dell’uso, verificazionistica, verocondizionale, o proposizionale).

 

→ ammettiamo pure, in questo senso, che Grice presupponga i significati

 

- anche se così, il lavoro di Grice non è inutile:

 

semplicemente, Grice non risponde alla domanda (A) (che cos’è il significato?), (ma usa risposte date da altre teorie (uso, condizioni di verificazione o di verità, proposizioni),

         ma risponde alla domanda (B): come un’espressione si lega al suo significato?

Risposta: il significato di un enunciato E si lega ad esso tramite le credenze e intenzioni di cui esso costituisce il contenuto intenzionale.

Ossia: credenze e intenzioni sono ciò ciò che media tra significati e espressioni.

 

Quale risposta ad (A) è la + naturale candidata a integrare la risposta a (B) di Grice?

Quella della teoria proposizionale! Infatti:

 

Cosa sono credenze e intenzioni?

sono proposizioni, o relazioni tra un soggetto e determinate proposizioni.

 

Se E comunica la credenza che P, allora esprime la proposizione che P, ma allora il suo significato è tale proposizione!

→ sintesi del programma di Grice:

 

(A)   cos’è il significato? R.: concetti/proposizioni

(B)   come un’espressione si lega al suo significato?

R.: sono intenzioni e credenze a legare il significato agli enunciati. Precisamente: il soggetto ha credenze e intenzioni rispetto a certe proposizioni/ /concetti e a certi enunciati/parole, e in tal modo conferisce tali proposizioni/ /concetti  come significato a quegli enunciati/parole.

 

(Ovviamente: ciò implica rifiutare il PRIMATO DEL LINGUAGGIO:

implica che i pensieri esprimono proposizioni, entità indipendenti dal linguaggio, quindi i pensieri possono venir prima degli enunciati!

Ma si è visto che una posizione simile è sostenibile)

 

MA: esistono alternative?

credenze e intenzioni potrebbero non essere relazioni tra un soggetto e proposizioni?

 

Forse si (entriamo in filosofia della mente):

 

(a)  stati mentali come stati cerebrali (materialismo:

→ la teoria di Grice stessa diventa inagibile, perché:

-         il significato non può esser costituito da stati fisio-chimici del cervello, e

-         non si vede come degli stati cerebrali possano legare espressioni e significati)

 

(b) stati mentali come disposizioni al comportamento (comportamentismo: → teorie dell’uso)

 

(c)  stati mentali come stati funzionali (funzionalismo: → teorie dell’uso(?) )

 

ma:

a parte i problemi specifici di ciascuna di tali teorie,[3]

credenze/intenzioni devono poter esser vere/realizzate,

e

sono le proposizioni i migliori candidati a portatori di verità:

 

→ la teoria proposizionale è davvero il più ovvio complemento (visto fin qui: vedremo la teoria verocondizionale)

 

Quine (che non crede alle proposizioni):

Come portatori di verità bastano gli enunciati eterni.

Ma:

enunciati eterni di 2 lingue ≠ sono V e F due a due esattamente nelle stesse condizioni:

che cos’hanno in comune?

Esprimono la = proposizione!

 

(cioè: hanno le = condizioni di verità: teoria verocondizionale)

 

 

(IV) TEORIE DELL’USO

 

Wittgenstein (Ricerche filosofiche: v. lettura in antologia Casalegno)

J.L. Austin

Altri

 

La proposizione non è l’unico modo di spiegare i fatti del significato:

 

uso: come i pezzi della scacchiera

 

significanza: avere un uso

sinonimia: avere lo stesso uso

ambiguità: avere due usi diversi

analiticità: l’uso del predicato è incluso in quello del soggetto

 

insegnare, comprendere, afferrare il significato:

cos’è mai che si insegna, comprende , ecc. se non un uso?

 

Es.: ‘dammi!’  : lo si usa per ottenere

         ‘ciao!’ lo si usa per salutare. Ecc.

 

- L’uso mostra come mai il significto ha un ruolo causale-esplicativo verso il comportamento

 

- La teoria dell’uso risponde a (B):

* per convenzione humiana (=convergenza spontanea) la comunità sceglie certe espressioni per un certo uso

* il singolo l’acquisisce partecipando alla vita socilae, come tante altre pratiche sociali

 

- La teoria dell’uso risponde a (C): osservando l’uso e partecipando

 

 

 

OBIEZIONI

 

1) “verificazionistica”: il significato non è riducibile agli usi attuali. Come può esser appreso da essi?

 

Es.: ‘dammi’ : dammi questa penna;  dammi 2 €; … → dammi in generale? (che so, dammi retta)

 

2) Lycan (4): si può usare alla perfezione (A pappagallo) un gergo senza capirlo (= senza afferrare il significato) → uso ≠ significato

 

es.:    - certi studenti all’esame

-         Stanza cinese di Searle

 

3) Lycan (5), (6): i pezzi degli scacchi non hanno significato descrittivo, dichiarativo.

         Le mosse non sono V/F

         Muovendo il re uno non dice che …

(= l’uso non esprime proposizioni)

         Le mosse non si rifersicono a nulla (si perde la dimensione denotativa)

 

Risposta:

(i) Usare una parola per interagire con l’oggetto X in un certo modo fa si che essa si riferisca a X:

es.: Wittgenstein:   Man! → passare un mattone

                            Lan! → passare una lastra

                            Pan! → passare un pilastro

Anche se non associate ad alcuna rappresentazione, ma solo all’azione, acquistano il riferimento al singolo oggetto.

 

Poi si introduce:    dal man! Per ‘dammi un mattone’, e

                            Pal man! Per ‘prendi un mattone!’

Cosi’ anche i significati ‘dammi’ e ‘prendi’ vengono introdotti. Ecc.

 

(ii) Enunciati composti di parole che hanno così ottenuto un riferimento diventano descrittivi di stati di cose, quindi V/F.

Es.: ‘La neve è bianca’ è Vero SSE l’oggetto cui si riferisce ‘neve’ ha la proprietà cui si riferice ‘bianca’

 

Replica :

OK. Ma ciò significa che ora esprime una proposizione!

La proposizione è l’immagine astratta di un possibile stato di cose

 

La teoria proposizionale resta vera per (A). La teoria dell’uso diventa una buona risposta a (B): l’uso di S per interagire con uno stato di cose reale finisce per dare a S come significato la proposizione che rappresenta tale stato di cose.

 

VARIAZIONE CONTEMPORANEA SUL TEMA:

 

Semantica del ruolo inferenziale / della giustificazione (Lycan 112, 118)

w. Sellars, Peter Harman,  Robert Brandom, Carlo Penco (Penco, cap. 15, 16)

[Carnap (conoscere il significato di S è sapere da quali enunciati S è deducibile e quali sono deducibili da S: “eliminazione della metafisica … 2, Friedman, reconsidering Log. Pos. P.150) Wittgenstein, Dummett, in qualche modo anche loro]

 

Supera l’obiezione (3) ? Infatti considera solo o specialmente l’uso argomentativo, e questo ha a che fare con l’esser V / F

 

Obiezione:

V / F hanno a che fare col mondo → non si può esser V/F solo in virtù di legami con altre espressioni!

Es.: una rete inferenziale di simboli privi di interpretazione

→ se un’espresione è V/F è già descrittiva!

 

→ come per le teorie dell’uso in generale:

se l’uso inferenziale include inputs/outputs extralinguistici (si per Sellars: Lycan 112)

istituisce riferimenti e significato proposizionale.

 

Se no, le sfugge la dimensione e la funzione principale del linguaggio

 

(V) TEORIE VERIFICAZIONISTICHE

 

Partono

-   dal prender sul serio il carattere descrittivo e V/F del linguggio (trascurati dalle teorie dell’uso)

es.:

(1) ‘c’e’ un cane in cantina’:

è puramente descrittiva: non implica alcun uso in particolare

 

-   E dalla domanda (B), specie per l’individuo:

da bambino sento pronunciare (1) mentre

vedo un cane in cantina, o sento abbaiare in cantina, o sento l’odore del cane in cantina, ecc.

 

→ associo queste esperienze a (1), esse diventano il suo significato

 

( (B) → (A) )

 

Controprova:

 

(2) In cantina c’è un cane invisibile, intoccabile, non fa rumore, non odora, non morde … ecc.

 

Reazione:

Che dici? Che significa?

Come distinguo se c’eè o non c’è un cane?

Non posso distinguere se (2) è V o F

Non esistono esperienze che verificherebbero (falsificherebbero) (2)

(2) non ha Condizioni di verificazione

(2) non ha significato

 

→ otteniamo un CRITERIO DI SIGNIFICANZA:

un enunciato non è significante se non ha CdVerificazione

 

→ otteniamo una TEORIA DEL SIGNIFICATO:

- il significato di un enunciato sono le sue CdVz 

- il significato di una parola è il contributo che dà alle CdVz  dell’enunciato in cui ricorre (risposta a (A) )

 

- formulazione alternativa: il metodo della verifica.

Es.: (1):

guardare; ascoltare se si sente abbaiare; ecc,

 

Risposta a chiara anche a (C) (a differenza della teoria proposizionale):

vedi quali sono le condizioni in cui gli altri ritengono un enunciato verificato o falsificato,

cioè le sue condizioni di asseribilità (º CdVz)

 

STORIA

- nasce dall’empirismo ‘600 / ‘700 ( o anche prima):

significati → idee → sensazioni

- applicato dai Neopositivisti logici al problema della demarcazione:

 

scienza / non scienza : es.: Mach e lo spazio assoluto

 

antimetafisica: es.: Dio, anima, Mondo, realismo/idealismo:  la montagna di Carnap

Si possono rigettare tutte le tesi metafisiche senza nemmeno sporcarsi le mani a discuterle per dimostrare che sono false: sono insignificanti!

 

antifilosofia:

- tutti gli enunciati verificabili (= sintetici non metafisici) sono parte della scienza

- alla filosofia restano solo gli enunicati analitici: filosofia come analisi linguistica

 

 

Applicata tipicamente ai concetti teorici della scienza:

‘… elettrone …’

‘… massa …’

‘… energia …’

         significano che effettuando certe operazioni con un certo apparato si osservano certi risultati (indicazioni di misura e simili)

 

‘simultaneità’ a distanza:  Poincaré, Einstein: le lancette degli orologi segnano certi numeri in coincidenza con l’arrivo di certi raggi di luce … ( ma la luce ha velocità costante? Gli orologi hanno passo costante? Io mi avvicino alla sorgente o questa si avvicina a me? … Niente simultaneità assoluta!

 

“I nostri concetti hanno solo significato operazionale

 

Portato agli estremi implica il solipsismo semantico:

 

‘… elettrone …’ significa  “… si accende una spia …”

ma

“… si accende una spia …” significa che ho certe sensazioni:

 

ossia: posso parlare solo di sensazioni mie private!

 

-         salta la dimensione denotativa (se intesa in riferimento al mondo)

-         riattualizza il fenomenismo di Berkeley, Hume, Mach

 

I neopositivisti si divisero sul fenomenismo: controversia Schlick – Neurath

 

Oggi si tende a respingere il fenomenismo (es.: Dummett, il maggior verificazionista contemporaneo)

 

IL verificazionismo:

 

-         recupera la funzione denotativa/descrittiva del linguaggio:

descrive almeno esperienze soggettive,

e nel migliore dei casi stati di cose esterne ossefvabili

→ le espressioni sono V / F ( a differenza che nella teoria dell’uso)

 

-         pur partendo da (B) risponde molto chiaramente anche a (A) e (C), come si è detto

 

MA: ha conseguenze molto strane:

 

(1) nessuna espressione significa quel che sembra!

 

‘... elettrone ...’ parla di quadranti, indici, o ticchettii

‘… tavolo …’ parla di sensazioni  visive o tattili

 

! nessuno comprende il vero significato delle espressioni della propria lingua !

 

assurdo!

 

“Ogni cosa ha appena raddoppiato la sua grandezza”

“L’universo ha iniziato a esistere più di 5 minuti fa”

“Dio esiste, ma agisce solo tramite cause naturali”

 

sono senza significato! … ma a noi pare che lo abbiano! Non sono un bla, bla, bla !

 

(2) Se il verificazionismo è vero, il verificazionista si contraddice:

 

infatti egli ci dice:

«’tavolo’ non significa ‘tavolo’, ma … vari tipi di sensazioni»

 

(invece, qualunque cosa significhei, ‘tavolo’ significa ‘tavolo’)

 

In altre parole, il verificazionista non sa come esprimere la sua tesi:

egli sostiene che tutto il ns. linguaggio ha un’interpretazione verificazionistica,

ma avrebbe bisogno (e fa finta che) quella parte che usa come metalinguaggio avesse interpretazione realistica.

 

(3) (Lycan, obiezione 3)

 

risolve automaticamente e surrettiziamente dispute antiche filosofiche:

 

-         esiste un mondo esterno (o solo perczioni interne)?

-         Esistono altre menti (o solo automi comportamentistici)?

-         Esistono oggetti non osservabili (o solo quelli osservabili)?

 

(4) (Lycan 4)

 

Se il verificazionista ha ragione, anche la dottrina verificazionistica , per non essere (i) insensata, dev’essere

- o (ii) empiricamente verificabile

- o (iii) analitica (cioè, o esprime la definizione corretta di un concetto preesistente

 (iiia) , o introduce per stipulazione il significato di un concetto nuovo (iiib))

 

(i)                Wittgenstein: la scala che si butta. Ma è accettabile ???

(ii)              Obiezioni:

1. Presuppone che conosciamo i significati indipendentemente dalle CdVz (contraddicendo la dottrina);

2. su quali dati si baserebbe la verifica? Dizionari? (lo smentirebbero, non danno significati verificazionistici) Nostre intuizioni? (di nuovo, lo smentiscono!)

(iii)             

(iiia): è una definizione fedele, che cattura il significato di ‘significato’. Davvero? Non è tautologico nel modo di «’scapolo’ significa ‘uomo non sposato’»

(iiib): Hempel: stipulazione sul significato di ‘significato’. Ma: quello di significato non è un concetto nuovo, il significato è un fenomeno preesistente.

 



[1] Cfr. Lycan, 94, 100

[2] Quine, (Su ciò che vi è”, p.12; “Due dogmi dell’empirismo”, § 1. Vedi Modulo C.

[3] Cfr. “A.I., mente, cervello”, Unità di lavoro 1 in Intelligenza Artificiale, Progetto Speciale per l’Educazione Scientifica e Tecnologica del M.I.U.R. , 2001 (www.racine.ra.it/curba/set/privato; oppure: www.bdp.it/set/area1_esperienze scuole/cm131/5.htm; oppure: www5.indire.it:8080/set/intelligenza_artificiale/ul1/index.html).