Mario Alai

Appunti del corso di filosofia del Linguaggio 2006-7

 

Modulo A: “Il linguaggio”

Modulo B: “Nozioni e problemi della semantica”

Modulo C: “Problemi semantici in filosofia”

 

INTRODUZIONE

 

LA CREAZIONE

Dio è indaffaratissimo, si sta preparando a creare il l'universo, raduna tutte le schiere di Angeli, Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni.... mentre un coro immenso s'innalza...nella luce sferzante dell'energia più pura di tutto ... dove la logica svanisce, dove il linguaggio non esiste ...

Dio sta per... creare tutto quando a un certo punto... si pone una domanda: Cos'è il significato???

Boh ! Ma l'universo lo facciamo lo stesso !

(Andrea Merlini)

 

Solitamente si capisce al volo quel che si dice, senza riflessione

 

Ma a volte nel discutere di problemi più delicati il linguaggio sembra diventare uno strumento

- non abbastanza preciso (come un pennello troppo grosso per certe sfumature)

- o che non sappiamo maneggiare bene (come una smerigliatrice che ci sfugge di mano)

- o di cui non conosciamo l’uso adatto (come che usa un seghetto da legno per il metallo o diluisce lo smalto con acqua)

 

Allora bisogna chiarirsi su

-         quel che è il linguaggio

-         come funziona in generale

-         quali sono gli usi e i significati corretti dei termini, ecc.

→ molte discussioni filosofiche diventano discussioni sul linguaggio,

e spesso diventano filosofia del linguaggio

 

Es.: Quine, “Su ciò che vi è”, p. 3:

descrizione di una disputa ontologica: “c’è qualcosa che per McX esiste e per me no” (!)

La descrizione non mi soddisfa, ma come posso fare altrimenti?

(si può dire: comunque anche tu accetti che esista qualcosa, come minimo un’idea. Si, ma non è ciò su cui verte la disputa, la oggetto che per McX esiste e per me no: non disputiamo sull’idea, ma su un cavallo alato)

 

ibid., p. 11-12: esistono universali: sono il significato dei termini universali, come i particolari sono il significato dei termini singolari

 

Es.: Parmenide:

il non essere è nulla

→ non esiste

molteplicità e cambiamento sarebbero forme di non essere

→ non esistono

(paradossale!)

 

 

Es.: Gorgia:

Elena non è colpevole:    - rapita

                                               - volontariamente         {se  ammaliata dalle parole …

                                                                                  {se  presa dalla passione …

                                                                                 

… allora chi mai è colpevole?

Che significa esattamente ‘colpevole’?

 

Idem.: nulla esiste

 

Es.: Platone e Aristotele: filosofia essenzialmente come analisi dei concetti (di ‘giusto’, di ‘causa’ ecc.)

 

Bacone, Locke, ecc.: ruolo della filosofia nell’eliminare gli ostacoli epistemologici causati dalle confusioni linguistiche e dalle imprecisioni del linguaggio (termini privi di riferimento, ecc.)

 

Es.: Berkeley:

Le parole significano solo ciò che noi percepiamo (es.: mela: rosso, dolce, rotondo)

ciò che percepiamo sono idee

→ ‘mela’ significa un insieme di idee

→ la mela è un insieme di idee

le idee non sono oggetti materiali

→ la mela non è un oggetto materiale

→ non esiste nulla di materiale

 

Perfino: ‘Oggetto materiale’ significa un certo insieme di idee, cioè qualcosa di non materiale

(paradosso!)

 

Il linguaggio non può parlare di oggetti materiali!

Nulla di ciò di cui parliamo, a cui pensiamo, ecc., è un oggetto materiale!

- E allora come facciamo a dire ciò? (paradosso!)  

 

che cosa è andato storto???       Filosofia del linguaggio

 

Altri esempi nel Modulo C:

analitico e sintetico;

realismo e nominalismo;

verificazionismo, scienza e metafisica;

paradossi dell’indeterminatezza;

causa e legge scientifica;

analisi sintattica e semantica delle teorie;

riferimento e realismo scientifico.

 

“Svolta linguistica” dell’inizio del ‘900[1] :

neopositivismo (circolo di Vienna e di Berlino: Schlick, Neurath, Carnap, Hempel …),

filosofia analitica (cioè filosofia come analisi concettuale: Frege, Wittgenstein, Russell, Ayer, Austin …)

, ecc.:

 

Tutti i problemi filosofici (metafisici, antropologici, epistemologici, etici, ecc.) sono problemi linguistici!

-         Eccessivo!!! Vi sono anche questioni non linguistiche (ma ontologiche, epistemologiche, etiche, ecc.)

-         Ma con una parte di verità

 

La filosofia del linguaggio è tuttora:

-         un’avventura stimolante: il capire è fine a Sé stesso

-         un importante strumento di analisi filosofica e consapevolezza culturale

 

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Modulo A - Il linguaggio

Il linguaggio è una forma di espressione

(come le espressioni facciali, i gesti, i disegni, i simboli …)

Si possono esprimere:

-sentimenti (gioia, dolore, desiderio, …) (con esclamazioni, lamenti, ecc.)

-domande

-ordini

-promesse

-ecc.

-descrizioni

 

le descrizioni: l’area più vasta. Inoltre:

per mezzo di descrizioni si esprimono anche altre cose: desideri, sentimenti, ordini, domande, ecc.

Ordini e domande implicano sempre anche descrizioni. Sentimenti non sempre: Urrah! Oh, no!

 

Il significato di un’espressione è anzitutto[2] la

 

forza locutiva: il tipo di cosa che si esprime (Sentimenti (gioia, disappunto …); ordini, … descrizioni).

 

Poi per alcune espressioni la

forza illocutiva: per mezzo di un’espressione si compie un’azione (Austin: “Fare cose con le parole”)

es.

- Urrah! Forza illocutiva: Nessuna

- ‘vieni qui’: esprime un comando: forza illocutiva comanda

- ‘quel cane è feroce’: esprime una descrizione: forza illocutiva: spaventa; oppure: mette in guardia; oppure….

 

Es.:  

“tu chiudi la porta”

"chiudi la porta!"

“tu chiudi la porta?”

Hanno la stessa forza locativa espimono lo stesso contenuto, ossia proposizione:

esprime la proposizione che tu chiuda la porta, o del chiudere la porta da parte tua.

Però hanno 3 diverse forse allocutive

 

In alcuni casi anche la

forza perlocutiva: ottiene un effetto.

Es.: ‘quel cane è feroce’:          forza locutiva: esprime una descrizione.

forza illocutiva: spaventa

forza perlocutiva: l’ascoltatore ne viene spaventato

 

La Pragamtica si occupa di tutto quel che si fa col linguaggio in questi modi.

 

Poi, per molte espressioni, c’è un significato più specifico (la forza locativa si specifica):

-         quale specifico sentimento (comando, ecc.) si esprime

-         quale specifica descrizione si fa.

-         Ecc.

 

Il significato descrittivo: cruciale anche per espressioni non finalizzate a descrivere, e quantitativamente  preponderante: se ne occupa la Semantica.

 

Suddivisione ormai classica (Peirce, Morris …):

 

Sintassi:

Rapporti linguaggio-linguaggio: strutture interne del linguaggio, rapporti formali tra le parti:

modi corretti di ordinare tra loro le parole, di comporre e scomporre espressioni

in pratica comprende: grammatica, sintassi (in senso stretto), logica.

 

Semantica:

quali espressioni hanno significato e quali no, quale significato hanno, cos’è il significato:

a)      come il linguaggio si connette al mondo

b)      quello che del linguaggio si comprende

(doppia dimensione del significato: ontologica e logica)

(significato come relazione linguaggio-mondo e linguaggio-mente)

 

Pragmatica: come si usa il linguaggio. Cosa si può fare con le parole[3]

Rapporti linguaggio-azioni (forza allocutiva, perlocutiva, usi del linguaggio, implicature, sottintesi, contesti e altro)

 

 

Neopositivisti: inizialmente prevaleva la sintassi, scettici sulla possibilità di fare semantica

(sostanzialmente, prevaleva il timore che parlare di rapporti tra linguaggio e mondo fosse metafisica, e parlare di rapporti tra linguaggio e soggettività fosse psicologia)

 

Poi da Tarski (Il concetto di verità nei linguaggi formalizzati, 1935) e Carnap (Meaning and Necessity, 1947 ….) ha iniziato a esser studiata ed è divenuta sempre più importante, anche per la filosofia della scienza ecc..

 

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Modulo B: “Nozioni e problemi della semantica”

Introduzione

 

Il Modulo B riguarda la  semantica, il settore chiave:

- sintassi: per molti aspetti finalizzata alla semantica;

- pragmatica: in genere presuppone la semantica.

 

Al centro della semantica  la nozione di significato:

 

quando si comincia a non capir bene quel che succede in una discussione (vedi Introduzione) in genere ci si chiede: che significa …? Qual è il significato di …?

 

Ma cosa è il significato? Non facile rispondere!

 

Quine:

anche se usiamo un sostantivo per denominarlo, non è detto che sia una cosa  (non va reificato)[4]:

es.:      

‘il viaggio di Mario’: non è un oggetto che Mario possiede, ma sono azioni, vicende, ecc, Idem:

‘il significato di quella frase’: forse non è un oggetto, ma caratteristiche, modi di funzionare, ecc., della frase

 

[N.B.: parliamo di significato linguistico,

            da non confondersi col significato come valore, fine, ecc.

            es.: ‘il significato della vita’]

 

Vi sono una serie di “fenomeni” riguardanti il significato[5], che a volte sembrano richiedere un oggetto, a volte no:

 

1. significare qualcosa = avere per significato: es. ‘chair’ significa sedia, ha per significato la sedia

 

2. significare = aver significato = esser significante = funzionare appropriatamente nel linguaggio (secondo le regole, ecc.), esser comprensibile, ecc.

 

es.: espressioni senza significato, = non significanti:

- il rosso domani anche

-         le idee verdi dormono furiosamente

-         il nulla nulleggia …[6]

 

di contro: espressioni significanti ma che non hanno un significato (n. 1): Pegaso; la montagna tutta d’oro; …

 

3. aver lo stesso significato = esser sinonimo = funzionare nello stesso modo, essere utilizzabile nello stesso modo

Es.: ‘padre’, papà’,

‘scapolo’, ‘maschio adulto non sposato’.

Es.: Berkeley: ‘mela’ ha lo stesso significato di, significa, ‘rosso, tondo, dolce’

 

4. ‘analitico’ = ‘vero grazie al significato’ = vero per motivi linguistici, vero in base a regole linguistiche, ecc.: per capire che è vero basta afferrare il significato delle parole:

 

“nessuno scapolo è sposato”

“il fratello di mia moglie è mio cognato”

“tutti gli uomini sono razionali” (?)

“F=MA” (?)

 

Empiristi: tutte le verità a priori sono analitiche (e quelle di fatto sono a posteriori).

Quine: non esistono verità analitiche[7].

 

5. ambiguità: avere 2 significati ¹, oppure: significare in modi diversi.

Es.: ‘vacanza’; ‘tifo’

 

6. inclusione di significato. Es.: ‘mammifero’ implica ‘animale’

 

7. dispute puramente verbali:

vertono sul significato; oppure: sull’uso delle parole, sulle regole della lingua, ecc.

 

8. “il significato”: qualcosa  (“qualcome” ?) che si capisce, si insegna, si impara...

 

9. Comprendere il significato di … imparare il significato di … non capire il significato di … ignorare il significato di ..

 

 

I PARTE

Componenti del significato:  monismo e bipolarismo semantico

 

Che cos’e’ il significato ?

 

La prima idea che viene in mente:

 

A. teoria referenziale ingenua del significato[8]

le parole stanno per qualcosa, simboleggiano qualcosa, denominano qualcosa

→ significato = l'oggetto per cui la parola sta

 

(n. 1 qui sopra: Teoria referenziale del significato)[9]

Un esempio:

S. Agostino, Confessioni (cit. in Wittgenstein, Ricerche Filosofiche)[10]

Nomi: simboleggiano oggetti

Aggettivi: simboleggiano proprietà

Verbi: simboleggiano azioni

Ecc.

 

Problemi:

 

1) termini sincategorematici: ‘e’, ‘ma’, ‘perché’, ‘anche’ ‘contemporaneamente’…

hanno significato ma non stanno per oggetti

 

Soluzione parziale: non hanno significato in sé compiuto

- si e no: li comprendiamo, li traduciamo, anche in isolamento … ma non stanno per oggetti

 

2) Enunciati: hanno significato ma non stanno per oggetti

 

Soluzione (a): il loro significato non è che la somma dei significati dei loro componenti (ossia, l’insieme degli oggetti a cui si riferiscono i termini che lo compongono)

no:             - il cacciatore insegue il leone

- il leone insegue il cacciatore

Dunque, c’è anche una struttura! Ma non è un oggetto!

 

Soluzione (b): stanno per i fatti (= componenti + struttura)

 

- cosa sono i fatti? Non certo oggetti! (es.: ci sono milioni di fatti su questo tavolo!!!)

- E gli enunciati negativi? – stanno per fatti negativi - ???

            (Possibili risposte: forse; oppure dicono che i corrispondenti enunciati positivi sono falsi)

-         Enunciati falsi, o fantastici? – stanno per fatti possibili - ??? molto dubbio!

-         Fatti sono null’altro che ombra degli enunciati: non esistono

 

Soluzione (c): stanno per giudizi (atti mentali con cui si connettono (enunciati affermativi) o si disconnettono (negativi) certi oggetti e proprietà).

-         ma allora il significato non è più un elemento del mondo, bensì della conoscenza

 

soluzione (d): in realtà i fatti non corrispondono 1-1 agli enunciati, ma alle proposizioni …

allora gli enunciati stanno per proposizioni

- ma di nuovo, si abbandona l’idea del significato – oggetto reale, si va verso un significato – oggetto di pensiero …

 

3) termini vuoti (Pegaso)

-         risposta analoga: significato =  un’idea (o pensiero, o concetto, o simili)

 

4) Espressioni che simboleggiano lo stesso oggetto, ma hanno ¹ significato:

Es.:      il professore di logica - il professore di filosofia del linguaggio

            Espero -  Fosforo

           

-         risposta analoga: significato =  un’idea (o pensiero, o concetto, o simili)

 

un aspetto particolare di questo problema:

(5) informatività dell’identità:[11]

 

i) Lo zio di mio figlio è (=) mio cognato

ii) La regina d’Inghilterra = Elisabetta II

perché sono vere? Perché l’espressione a destra e quella a sinistra hanno per significato la stessa persona.  Ma allora sono come

iii) A=A

-No, (iii) non è informativo, (i) e (ii) si. Sono come A=B

- No: sarebbero false

 

Risposta: simboleggiano lo stesso oggetto ma ne dicono cose diverse (esprimono su di esso idee diverse

 

un altro aspetto particolare di questo problema:

(6) fallimenti della sostitutività:

 

Principio di sostituibilità salva veritate:

Un enunciato mantiene lo stesso valore di verità se in esso un termine viene sostitutito con un altro che ha lo stesso oggetto di riferimento.

Es.:

Walter Scott era scozzese

L’autore di Waverley era scozzese: OK!

 

Tuttavia:

Re Giorgio IV desiderava sapere se Walter Scott fosse l’autore di Waverley

 

Non più vera se si sostituisce un termine con un altro che designa lo stesso oggetto

 

Risp.: = oggetto ≠ concetto

-dunque, l’oggetto non esaurisce il significato!

 

 

 

Tutto ciò ci fa pensare a una

 

 

B. CONCEZIONE BIPOLARE DEL SIGNIFICATO

 

il significato a volte è un oggetto, a volte un’idea o pensiero, a volte entrambi:

Stoici:    

 

lektòn (= ciò che è detto)

 

 

nome             oggetto

Peirce: triade semiotica[12]

 

                   Idea

 

 

        Segno                oggetto

 

Questo bipolarismo semantico[13]  cattura le due dimensione del significato come rapporto del linguaggio col mondo e rapporto con la comprensione soggettiva (v. sopra)

 

Con esso si risolvono i problemi di cui sopra[14]:

 

Anzitutto quello da cui siamo partiti, quello delle

(1) termini sincategorematici e  (2) enunciati: sicuramente esprimono un’idea (es. di congiunzione, di negazione, ecc.) o un pensiero. Se poi abbiano anche un oggetto, vedremo in seguito

 

 (3) espressioni vuote:  hanno significato anche se non stanno per un oggetto, perché stanno per un’idea, o un pensiero;

 

D’altra parte,

è plausibile anche sostenere[15] che alcune espressioni, come i nomi propri, non sono associate ad alcuna idea, ma stanno unicamente per un oggetto. E siccome si può ammettere che anche tali espressioni abbiano un significato, può essere una buona soluzione quella di considerare il significato come consistente della coppia  idea/oggetto  quando l’espressione sta per entrambe, o anche di uno solo dei suoi membri quando l’altro sia assente.

 

 

(4) espressioni con stesso oggetto di riferimento ma ¹ significato: il significato è l’idea dell’oggetto, il modo di pensarlo;

es.: Bush / Il presidente degli Stati Uniti

 

(5) informatività dell’identità:

 

Come si è appena visto:

i) Lo zio di mio figlio è (=) mio cognato

ii) La regina d’Inghilterra = Elisabetta II

perché sono vere? Perché l’espressione a destra e quella a sinistra hanno per significato la stessa persona.  Ma allora sono come

iii) A=A

-No, (iii) non è informativo, (i) e (ii) si. Sono come A=B

- No: sarebbero false

 

Soluzione: sono come A=A per l’oggetto, come A=B per l’idea

i) e ii) sono veri perché le due espressioni che li compongono stanno per la stessa oggetto, ma sono anche informativi perché esse esprimono idee diverse, una delle quali può esser nota senza che la sia l’altra.

 

(6) fallimenti della sostitutività:

 

Come si è visto:

Re Giorgio IV desiderava sapere se Walter Scott fosse l’autore di Waverley

Non più vera se si sostituisce un termine con un altro che designa lo stesso oggetto

 

Soluzione: = Vi sono casi in cui per sostituire un termine con un altro non basta che abbia lo stesso oggetto di riferimento, ma anche che esprima la stessa idea o concetto.

-dunque, l’oggetto non esaurisce il significato!

 

Il significato è sia ciò che nel mondo corrisponde all’espressione (l’oggetto), sia ciò che si comprende o si afferra quando si comprende l’espressione (l’idea o concetto che l’espressione esprime).

 

Le declinazioni del bipolarismo semantico

 

L’idea che esprime e le cose a cui si riferisce: si tratta dunque di una doppia dimensione: logica e ontologica, del significato.

Nella storia della filosofia quelli che abbiamo chiamato ‘idea’ e ‘oggetto’ sono stati caratterizzati e chiamati in modi diversi:

 

Dimensione

Porfirio, Arnauld e Nicole (Logica di Port-Royal)

Scolastici, C.I. Lewis[16],

Carnap[17]

Mill

Frege

Carnap (tradu-cendo  Frege)

Quine, altri

logica (dell’Idea)

Compren-sione

Intensione

Conno-tazione

Sinn

Senso

Significato

Ontologica (dell’oggetto

estensione

estensione

Denota-zione

Bedeutung

nominato

Referen-te[18]

 (come detto sopra, noi adotteremo: significato = dimensione logica + dimensione ontologica)

 

Ma queste coppie, che spesso si tende a identificare o sovrapporre, non fotografano esattamente la stessa dicotomia.

            Ci sono infatti diversi modi in cui si può intendere sia l’idea espressa (concetto astratto o platonico, idea psicologica, pensiero, giudizio...) sia le cose cui ci si riferisce (oggetti, o anche proprietà, classi, fatti, stati di cose …), e tra l’altro non tutti questi modi sono rappresentati da (tutte) le distinzioni appena introdotte.

Inoltre, dal momento che questa doppia dimensione ha un valore del tutto generale, si presume giustamente che si applichi a ogni forma di espressione dotata di significato, e dunque non solo a termini (nomi, aggettivi, verbi, ecc.) ma anche a interi enunciati. Ma si vede come il modo in cui questi diversi tipi di espressione si riferiscono alle cose è diverso, e non tutti i concetti sopra elencati si applicano correttamente ai diversi modi di riferirsi.

           

Le coppie

 intensione (= intentio, ciò che si intende, o si pensa) – estensione (= extentio, l’estensione di applicazione dell’espressione),

comprensione (= i caratteri compresi nel concetto, o quel che il parlante comprende di un’espressione) – estensione

connotazione (= il modo di denotare, di contrassegnare) - denotazione (= quel che l’espressione contrassegna, notifica,  designa),

 

sono quasi concordemente spiegate da vari degli autori che le propongono[19] come la contrapposizione tra  il concetto (o insieme di concetti) espresso, e l’ insieme delle cose di cui l’espressione è vera, o a cui questo concetto/insieme di concetti si applica:

 

ad es., per  il termine ‘uomo’,

intensione/comprensione/connotazione sarebbe il concetto di uomo, 

ossia l’insieme di proprietà e relazioni che caratterizzano un uomo,

o le proprietà e relazioni comprese nel concetto di uomo,

oppure l’insieme di concetti ‘essenziali’ o che bastano a definire l’uomo, per es., la coppia di concetti animale e razionale, o bipede e implume;

 

l’estensione/denotazione sarebbe invece l’insieme degli uomini.

Es.: Nove vs. il numero dei pianeti: ¹  intensioni, = estensione (1 stesso oggetto);

Fosforo (= Stella del mattino) vs. Vespero (= Stella della sera): idem

 

Anche la sofisticata analisi tecnica condotta da Carnap per mezzo della nozione di descrizione di stato e delle nozioni connesse[20] riproduce sostanzialmente la stessa  dicotomia, esplicando

l’intensione come contenuto informativo comune a quelle espressioni che sono logicamente equivalenti (e quindi, in sostanza, come il contenuto logico dell’espressione, ovvero, quell’informazione che chiunque conosca (fino in fondo) la lingua potrebbe trarre dall’ espressione in via puramente logica),

e

l’estensione come ciò che hanno in comune espressioni equivalenti.

 

Tuttavia Carnap, che costruisce il suo metodo semantico soprattutto ai fini della logica modale e della ricerca sui fondamenti della matematica, ed è molto attento alle implicazioni del problema del nominalismo sulle entità astratte,  impiega questa coppia in modo diverso da quello in cui li impiegheremo qui:

 

(1)            in primo luogo, egli sembra utilizzarli per marcare una contrapposizione tra piano delle entità astratte e piano delle entità concrete, più che una contrapposizione tra piano logico/ideale e piano ontologico, (o del pensiero e della realtà):  la proprietà che un predicato esprime, ad esempio, per lui ne costituisce l’intensione (e si pone quindi sul piano astratto)(con la conseguenza di cui al n. 3 qui sotto), mentre qui la considereremo come la sua denotazione (situandola dunque sul piano ontologico). 

(2)            Inoltre le sue finalità possono esser raggiunte con l’utilizzo di un minor numero di nozioni semantiche (intensione e isomorfismo intensionale (ossia senso) su un piano, ed estensione sull’altro) mentre quelle che qui ci proponiamo (di analizzare il concetto di significato delle espressioni linguistiche) suggeriscono di usare contemporaneamente diverse nozioni per distinguere vari  concetti alternativi (intensione, senso, connotazione, estensione, denominato, designato, ecc.).

(3)            Infine, le sue finalità consentono a  Carnap di considerare a tutti gli effetti equivalenti, e dunque caratterizzate da una medesima estensione ed intensione, espressioni come: ‘(è) rosso’, ‘il (colore) rosso’,  ‘la classe delle cose rosse’, che invece hanno significati ben diversi e quindi non sono affatto equivalenti dal nostro punto di vista[21].

 

Invece

la coppia Sinn/Bedeutung di Frege

(che pure si allinea sull’asse della distinzione piano logico/ontologico)

non coincide esattamente con le tre precedenti

(per vari motivi che avremo agio di esaminare, segnalati soprattutto dallo stesso Carnap, anche se non sembra del tutto corretto identificare il Bedeutung fregeano con ciò che l’espressione denomina, come egli fa).

 

Sinn (= senso dell’espressione: definito da Frege come il modo di darsi dell’oggetto (= come l’espressione lo descrive: aspetti cognitivi)[22] / modo di denominare)

Bedeutung (= ciò che l’espressione significa, denota o denomina

( es.: Mio cognato; il fratello di mia moglie; lo zio di mio figlio: stesso Bedeutung, dato o descritto in ¹ modi:  ¹ sensi

Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II: due modi di denominare, un solo denominato),

 

Per tutti questi motivi è bene esaminare in dettaglio le diverse modalità in cui il rapporto semantico si esplica sui due livelli logico e ontologico, per distinguerli ed evitare confusioni di nomenclatura.

 

Prima di ciò, è comunque possibile osservare fin d’ora che in ogni caso, nei rapporti all’interno di ciascuna coppia,

 il primo elemento (idea) è + forte del secondo (oggetto), il I determina il II e non viceversa, il II è funzione del I e non viceversa: per uno del I ce n’è solo uno del II e non viceversa (vedi esempi precedenti)

(o così si direbbe: v. Kripke, non sempre è così)

           

Ciò detto,

(1) poiché abbiamo veduto che è naturale parlare di significatività di un’espressione anche in presenza di una sola delle due dimensioni, logica o ontologica, pare preferibile utilizzare il termine ‘significato’ non per una sola di esse, come fanno Quine e altri (per la dimensione logica) o Frege (per la dimensione ontologica, dato che Bedeutung significa precisamente significato), ma per il complesso dei rapporti che l’espressione intrattiene (con idee e/o cose) su entrambi i piani più o meno come suggerisce Putnam[23].

.

Inoltre,

(2) conviene utilizzare ‘riferimento’ e ‘referente’ come termine generali per tutte le varie modalità della relazione sul piano ontologico che verremo evidenziando, in quanto sono comunque tutte relazioni tramite cui l’espressione si riferisce ad un’ontologia.

 

A questo punto, analizziamo nel dettagli prima la situazione sul piano logico, poi quella sul piano ontologico.

 

 

PIANO LOGICO

 

Usiamo le varie denominazioni usualmente impiegate quasi come sinonimi per evidenziare diverse nozioni, di forza crescente, nell’ambito della dimensione logica:

referente → intensione → comprensione → senso → connotazione

 

(I)

Il presidente del consiglio italiano // l’ex presidente dell’IRI e della Commissione europea:

identico referente ma contenuto informativo completamente diverso:

= referente, ≠ intensione

 

 

(II)

9 // Ö 81 // quadrato di 3 //  [2+½ √3 (1/3∙24)]x 3

Mio suocero // colui che sarebbe mio padre se mia moglie fosse mia sorella // nonno materno dei miei (eventuali) figli;

 

hanno la stessa intensione

(contenuto informativo esplicito o implicito dell’espressione)

(contenuto informativo dell’espressione in base alle sole convenzioni linguistiche, a prescindere da conoscenze fattuali, quell’informazione che chiunque conosca (fino in fondo) la lingua potrebbe trarre dall’ espressione in via puramente logica).

 

Ma hanno significati diversi:

il contenuto informativo è dato in modi diversi,

si ricava attraverso percorsi intellettuali diversi,

utilizzando concetti diversi

Così diversi che qualcuno che conosca la lingua ma sia lento o incapace a ragionare o non conosce la logica potrebbe non immediatamente capire che indicano lo stesso oggetto[24].

Diciamo allora che hanno lo stesso referente e la stessa intensione, ma una diversa comprensione.

 

(III)

Invece:

mio suocero // il padre di mia moglie;

‘prostituta’ // donna da marciapiedi’ // ‘donna che offre sesso a pagamento’

 

offrono immediatamente la medesima informazione a chiunque conosca le definizioni e le convenzioni linguistiche, anche senza uso della logica:

Col termine ‘comprensione’ indichiamo dunque una proprietà più forte dell’intensione, che tali espressioni hanno in comune;

diremo dunque che esse hanno (non solo la stessa estensione, la stessa intensione, ma anche) la stessa comprensione,

Tuttavia queste espressioni esprimono la loro comune comprensione (e anche intensione  e referente) in modi diversi, con espressioni di struttura diversa che richiamano concetti diversi. Diciamo allora che hanno, nell’accezione di Frege, un diverso senso (cioè, un diverso modo di dare il referente, l’intensione e la comprensione)

 

(IV)

In cosa consiste esattamente allora avere lo stesso senso?

Possiamo accettare convenzionalmente  la proposta di Carnap[25]:

avere lo stesso senso è essere intensionalmente isomorfi: avere la stessa struttura con componenti di uguale intensione.

Es.:  il padre della mia sposa; il babbo di mia moglie

 

(V)

Tuttavia se diciamo:

- prostituta // puttana

- poliziotto // sbirro

questi hanno (la stessa estensione, intensione, comprensione, e senso) ma un significato leggermente diverso, sul piano logico, in quanto espressioni che esprimono contenuti (o “connotati” emotivi diversi (Frege, Dummett: hanno un tono diverso). Potremmo dunque utilizzare il termine ‘connotazione’, che nel linguaggio comune è spesso usato in tal modo, per indicare ciò in cui differisce il significato di espressioni che non differisce per estensione, intensione, né comprensione.

 

Da queste riflessioni, oltre che da quanto detto poc’anzi che espressioni con la stessa intensione hanno sempre lo stesso referente ma non viceversa, possiamo concludere che esiste una gerarchia:

 

connotazione → senso → comprensione → intensione → referente

in cui ogni elemento precedente determina i seguenti, ma non viceversa

(cioè: se ha = connotazione ha anche = senso, ma non viceversa. Ecc.)

 

I concetti semantici di questa gerarchia si applicano a tutti i tipi di espressione, che possiamo raggruppare in:  espressioni individuali ( nomi propri o descrizioni definite), espressioni universali (nomi comuni, predicati, descrizioni indefinite), enunciati.

 

Lasciamo per il momento in sospeso una questione dibattuta di cui ci occuperemo più oltre: se i nomi propri abbiano intensione/comprensione/senso/ connotazione oppure solo referente.


 





Espressioni con lo stesso

Espressioni individuali*

Espressioni universali**

enunciati

Referente

Carlo – mio suocero

Suocero – padre della moglie

Carlo è gioviale - Mio suocero è gioviale

Intensione

(commutabili per sviluppo logico)

Il padre di mia moglie

Il nonno materno dei miei (eventuali) figli

padre della propria moglie

nonno materno dei propri (eventuali) figli

Il padre di mia moglie è gioviale / Il nonno materno dei miei (eventuali) figli è gioviale

Comprensione

(commutabili per so-stituzione di sinonimi)

Mio suocero

Il padre di mia moglie

Suocero

Padre della propria moglie

Mio suocero è gioviale

Il padre di mia moglie è gioviale

Senso

(commutabili per isomorfismo intenzionale)

Il padre di mia moglie

Il padre della mia sposa

Padre di mia moglie

Padre della mia sposa

Il padre di mia moglie è gioviale

Il padre della mia sposa è gioviale

Connotazione

(commutabili per sostituzione di sinonimi di = colore)

 

 

 

 

*Espressioni individuali: si applicano a 1 solo individuo (per volta): nomi propri; descrizioni definite; deittici (io; tu; questo; qui …)

**Espressioni universali: si applicano a molti individui contemporaneamente: nomi comuni, aggettivi, verbi, relazioni, descrizioni indefinite

 

L’intensione è

- un concetto individuale per i designatori particolari,

- un concetto universale (il concetto di una proprietà o un genere)[26] per le espressioni universali

- un pensiero o giudizio o proposizione per gli enunciati.

 

Invece

comprensione/senso/connotazione sono piuttosto modi di esprimere un certo concetto

(Se volessimo ulteriormente sfruttare le risorse terminologiche disponibili stipulando per esse nuovi sensi tecnici, potremmo forse chiamare l’intensione di un enunciato ‘proposizione’, la sua comprensione ‘giudizio’, il suo senso ‘pensiero’[27], la sua connotazione ‘….’?)

Esempi.

 

 

 

Il referente è (si direbbe)

-         un individuo per i designatori individuali,

-         una classe di individui per le espressioni universali, e

-         resta da chiarire cosa sia per gli enunciati.

 

Esempi

 

 

 

 

PIANO ONTOLOGICO

 

Osserveremo ora che anche sul versante ontologico le varie coppie non sono del tutto sovrapponibili, ossia che referente, denotazione/denotato, estensione, ecc. non sono esattamente la stessa cosa, e in più, che non ogni tipo di espressione possiede tutti questi elementi.

 

Controparte ontologica in generale: il referente

 

1) Nomi propri

Ovviamente i nomi propri hanno come referente

(se ne hanno affatto: parrebbe infatti che non sempre ne abbiano: per esempio, parrebbe che ‘Pegaso’ non stia per alcunché. Ma riprenderemo in seguito questo problema)

 l’oggetto di cui sono il nome, ossia che essi denominano: essi hanno dunque un nominato: vale a dire un referente unico, che viene posto nella frase in posizione di soggetto o di complemento oggetto.

I nomi propri non sono solo quelli di persona, di luogo e simili, ma anche quelli che denominano unicamente: di proprietà, di genere, di classe, ecc. (‘il rosso’, ‘l’uomo’, la classe dei cavalli’ …).

            Se per estensione intendiamo, come si è detto sopra, la classe di cose a cui un’espressione si applica, i nomi propri hanno pure (per quanto in senso un po’ banale) un’estensione, costituita da un singolo elemento. Possiamo dunque parlare del referente, del nominato o dell’estensione di un nome proprio.

 L’intensione (posto che vi sia, una questione che abbiamo rimandato a più avanti), come si è detto, è un concetto universale

            Tuttavia è chiaro che non tutti i tipi di espressioni denominano e hanno denominati. Perciò è difficile accettare l’identificazione fatta da Carnap del Bedeutung fregeano col nominato, in quanto il concetto di Bedeutung (letteralmente: significato) è un concetto assai generico, che Frege intende come  appartenente ad ogni genere di espressione (nomi, predicati, enunciati, ecc.)[28]. Esso sarà dunque più naturalmente identificabile col referente (che qui intendiamo come concetto generale per ogni correlato di tipo ontologico).

 

2) Aggettivi e verbi

Non hanno un denominato, ma un’estensione: Es.: ‘rosso’ in ‘il fuoco è rosso’ non denomina alcunché. Tuttavia si applica, è vero di, o si estende a,  (l’insieme di) tutte le cose rosse, che possiamo dunque chiamare la sua estensione.

 (Naturalmente non bisogna confondere l’aggettivo ‘rosso’ (es in ‘il fuoco è rosso’) con il nome proprio di colore ‘il rosso’ (es. in ‘il rosso mi piace’). Il secondo ovviamente possiede un nominato, il colore o proprietà rosso, il primo no).

(Se insistessimo a  voler attribuire un nominato all’aggettivo ‘rosso’, questo sarebbe la proprietà (il colore) rosso, e quindi

- coinciderebbe con il nominatum di un altro termine: il nome corrispondente (‘[il] rosso’), e sarebbe un doppione;

- e comunque, sarebbe diverso dall’estensione: il nominato sarebbe una proprietà, e l’estensione invece un insieme di oggetti: ciò conferma che nominatum ed estensione sono concetti diversi).

(Carnap[29] segnala che se ai termini generali vogliamo assegnare un nominato, è incerto se esso debba essere una classe o una proprietà. Egli invece propone di considerare la classe come estensione, e la proprietà come intensione (proprio perché, come si è detto, con la distinzione intensione/estensione egli ha in realtà di mira la distinzione entità astratte/concrete), e questo è un altro motivo per cui la coppia Sinn-Bedeutung, che egli interpreta come senso-nominato, sarebbe diversa dalla coppia intensione/estensione. Di fatto, credo, questa interpretazione di Carnap non è esatta (per il motivo detto al precedente § 1), ma resta vero che il concetto di denominazione è inappropriato a questo genere di espressioni).

L’aggettivo ‘rosso’ ha comunque qualcosa a che fare con quella proprietà che è il colore rosso, nel senso che è quella che l’aggettivo attribuisce al soggetto, essa è dunque in qualche modo un suo referente, pur non essendo il suo denominato. Potremmo forse usare per questo tipo di riferimento il concetto di denotazione, e dire che la proprietà è il suo denotato.

Un aggettivo o un verbo hanno dunque due distinti referenti: un’estensione e un denotato. L’intensione, come si è detto, è un concetto universale, il concetto del loro denotato.

(Potrebbe sorgere il sospetto che una proprietà e il suo concetto siano la stessa cosa, ma così non è: un oggetto è reso visibile dal colore che esso possiede, non dal concetto di tale colore)

 

Espressione

Corrispettivo sul piano logico

Corrispettivo  sul piano ontologico

Nome proprio : ‘il rosso’

concetto del colore rosso

Il colore rosso: è un nominato

Aggettivo: ‘[è] rosso’

Concetto del colore rosso.  Coincide con l’intensione del nome

-Tutte le cose rosse: è un’estensione

- il colore rosso: è un denotato. Coincide col nominato del nome

Nome proprio: ‘insieme delle cose rosse’

Il concetto di insieme delle cose rosse

L’insieme delle cose rosse: è un nominato

 

Forse non meraviglia che l’intensione dell’aggettivo coincida con l’intensione del corrispondente nome, e il suo denotato con il nominato di esso:  dopo tutto, essi sono comunque espressi dallo stesso termine.

 

Tutto ciò vale anche per i

3)     nomi comuni:

 

Un nome comune come ‘cavallo’ può essere usato come predicato, come ‘rosso’, (l’unica differenza è che necessita dell’articolo) ma anche come soggetto, (sempre con l’aiuto dell’articolo, oppure anche di aggettivi, come ‘questo’ ecc. Questo potrebbe far pensare che mentre nella funzione di predicato il nome comune non denomina nulla

 

(per es., in:

1.‘Ribot è un cavallo’

‘Ribot’ denomina, ma ‘cavallo’ no,

 

possa denominare almeno quando sta nella funzione di soggetto, come in 

 

2.‘I cavalli sono quadrupedi’

3.‘Laggiù c’è un cavallo’

 

Si potrebbe  suggerire:

- in 2. denomina i singoli cavalli. Ma non è possibile, perché tale nome non distinguerebbe l’uno dall’altro, mentre un nome deve denominare in maniera univoca.

Oppure:

- denomina la classe dei cavalli, ossia, nominatum ed estensione coincidono.

Ma è un’approssimazione abbastanza grossolana: 

1. non dice che Ribot è la classe dei cavalli, né 2. che la classe dei cavalli è un quadrupede.

 

-     Certo, si possono parafrasare:

1’. Ribot appartiene alla classe dei cavalli;

2’. la classe dei cavalli è una sottoclasse dei quella dei quadrupedi;

3’. laggiù c’è un membro della classe dei cavalli;

 

-     O forse meglio:

1’’. Ribot appartiene al genere dei cavalli;

2’’. gli appartenenti al genere dei cavalli sono quadrupedi;

3’’. laggiù c’è un appartenente al genere dei cavalli;

 

( - genere vuol dire la stessa cosa di classe?

No, classe è solo un insieme di elementi, genere non è tanto un particolare insieme di elementi, quanto l’insieme di tutti gli elementi contraddistinti da certe caratteristiche in quanto contraddistinti da esse. In questo senso il nominatum di ‘cavallo’ sarebbe qualcosa tra la sua estensione (la classe dei cavalli) e la sua intensione (l’insieme delle caratteristiche distintive dei cavalli). ).

 

In ogni caso si vede che 1’’, 2’’, 3’’. non esprimono la stessa idea di 1., 2., 3.: hanno la stessa intensione, ma non lo stesso senso[30].

Infatti:

- il genere dei cavalli è il nominatum dell’espressione ‘il genere dei cavalli’,

- la classe dei cavalli è il nominatum dell’espressione ‘la classe dei cavalli’,

 

mentre ‘cavallo’ è un termine che non denomina affatto, ma ha per estensione i

cavalli,

 

NB: In

4.‘Il cavallo è un mammifero’

‘il cavallo’ ha funzione di nome proprio di genere, non più di nome comune, e quindi ha come nominato il genere dei cavalli.

 

DUNQUE:

quando il nome comune ‘cavallo’ è usato come predicato, si comporta proprio come ‘rosso’, e possiamo creare una tabella analoga, confrontandolo coi rispettivi nomi proprio del corrispondente genere e della corrispondente classe:

 

 

Espressione

Piano logico

Piano ontologico

Nome proprio: ‘il cavallo’

concetto del genere cavallo

Il genere cavallo: è un nominato

Nome comune: ‘cavallo’

(usato come predicato: es.: ‘questo è un cavallo’)

Concetto di cavallo (= insieme dei concetti delle proprietà essenziali)  E’ imparentato ma non coincide con il concetto del nome proprio: il genere non è l’insieme delle proprietà essenziali,  ma  l’insieme degli individui in quanto contraddistinto dalle proprietà essenziali)

- Tutti i cavalli: è un’estensione

- proprietà (= insieme delle proprietà essenziali): è un denotato. E’ imparentato ma non coincide con il nominato del nome proprio: il genere non è l’insieme delle proprietà essenziali,  ma  l’insieme degli individui in quanto contraddistinto dalle proprietà essenziali)

Nome proprio: ‘insieme dei cavalli’

Il concetto di insieme dei cavalli

L’insieme dei cavalli: è un nominato

 

A differenza di aggettivi e verbi, però, i nomi comuni possono essere usati anche come soggetto, pur senza diventare nome del genere.

In tal caso

A seconda dei suoi diversi usi viene a riferirsi, volta a volta diversi oggetti:

-   un singolo animale, anche se non ben identificato[31] (‘laggiù c’è un cavallo’),

-   tutti e ciascuno i singoli cavalli (che è qualcosa di diverso dalla classe dei cavalli) (‘i cavalli sono mammiferi’), pur senza distinguerli l’uno dall’altro come farebbe un nome proprio

-   un singolo animale ben identificato: ‘questo cavallo’; il cavallo [di cui parliamo] è bello

 

Se dico ‘Baiano è un cavallo della mia scuderia’, ‘cavallo’ sta in posizione di soggetto, non predicato, in quanto è come se dicessi:

‘Baiano è identico con un certo cavallo della mia scuderia’,

e anche qui designa un ben preciso animale (che però muta da un uso all’altro).

 

Possiamo chiamare ‘designare’ questo riferirsi volta a volta a oggetti particolari diversi,  e dunque possiamo distinguere tre tipi di referente che i nomi comuni possono avere, chiamandoli  l’estensione, il denotato (quando usati come soggetto) e il designato (quando usati come predicato).

 

anche

4)           deittici

(pronomi come ‘io’, ‘tu’, ‘noi’, ‘questo’, ‘quelli’ … e avverbi come ‘ora’, ‘qui’, ‘talora’, ecc.)

hanno un designato. Essi non hanno propriamente estensione, in quanto potenzialmente si applicano a tutto, e volta a volta a un solo individuo o classe.

(forse alcuni di essi hanno un denotato (es.: quelli: la proprietà di essere numerosi e lontani da chi parla) (?)

 

(N.B.: pronomi come quelli possessivi (il mio, ) e altri non designano alcunché, in quanto in realtà sono anafore, da un punto di vista logico aggettivi col sostantivo sottinteso, e ciò che designa è la descrizione risultante)

 

5) descrizioni

Descrizioni definite: ‘il decimo pianeta del sistema solare’

Ha un denotato (la proprietà di essere il decimo pianeta del s. solare) un’estensione (di 1 o 0 membri) e forse (se esiste) un referente che non è né un nominato né un designato, perché non cambia da un contesto all’altro.

Altre descrizioni definite (quelle composte con deittici) hanno invece il designato:

‘il più bel cavallo di questa scuderia’

In effetti, il designato si ha sempre con quelle particelle ‘funzionali’ che sono i deittici e l’articolo indeterminativo)

 

Descrizioni indefinite: ‘un cavallo marrone veloce’: ha:

- denotato (la proprietà di essere cavallo, marrone e veloce)

- estensione (la classe dei cavalli marroni veloci)

- designato (quando è usato come soggetto o complemento: ‘un cavallo marrone veloce venne verso di me’; ‘mi fu dato un cavallo marrone veloce’)

 

6) Enunciati:

 

Si potrebbe suggerire  che denominano un fatto, ma non è così: 

il nome non solo è ciò che si riferisce univocamente a un singolo oggetto,

ma anche ciò che lo rappresenta in posizione di soggetto nella predicazione.

Invece non dico: “il fuoco è rosso è una fortuna”, come “Giovanni è alto”. Tutt’al più posso trasformare l’enunciato in nome (nome di fatto) con il che, e così permettergli di ottenere un nominato: “che il fuoco sia rosso è una fortuna”.

D’altra parte l’enunciato non  ha estensione (oggetti di cui è vero o a cui si applica, in quanto è vero di tutto o di niente, e si applica a tutto o niente)

né designati (oggetti cui si applica volta a volta contingentemente, nell’ambito di una più vasta estensione)

né denotati (proprietà che attribuisce: sono semmai i suoi componenti (nomi, predicati, descrizioni) che svolgono tali funzioni e hanno tali tipi di referente.

 

Frege sostiene che ha un Bedeutung (che Carnap interpreta come nominato, ma dovrebbe esser interpretato più genericamente come un referente),

e che questo è il suo valore di verità,  in quanto:

 

(a) Frege: Principio di composizionalità:

il significato (senso / Bedeutung) dell’enunciato è funzione del significato (senso / Bedeutung) delle sue parti.

Es.:      L’insegnante di logica è magro

            Il docente di logica è magro                           

Se due enunciati sono composti da termini che hanno lo stesso senso, anche essi hanno lo stesso senso (esprimono lo stesso “pensiero”)

Lo stesso sarà per il Bedeutung!

Inoltre

(b) Osserviamo che il valore di verità di un enunciato è funzione dei referenti (nominati, estensioni, designati …) dei suoi componenti:

Es.:

una frase vera resta tale fin che cambio i suoi termini con altri di ≠ intensione, senso, ecc., ma di = referente.

Cessa di esserlo se li sostituisco con altri di referente ≠:

 

Il Monte Bianco                                                                      è alto 4810 m. Vero

Le Mont Blanc                                                                                   “”         V

Il Monte chiamato un tempo in Savoia ‘Mont Maudit’             “”         V

Il monte più alto d’Europa                                                                  “”         V

Il Monte Rosa                                                                        “”         Falso

 

Pertanto

(c) si può considerare il valore di verità come il referente dell’enunciato.

 

(In più:

Se c’è qualcosa di cui si può dire che l’enunciato sia vero, e quindi che sia la sua estensione, è il mondo.

Se è falso, non è vero di nulla, quindi la sua estensione è il nulla;

→ l’estensione dell’enunciato può essere il tutto o il nulla: e ciò non differisce molto dal dire che è il vero o il falso).

 

(d) Anche Carnap attribuisce un’estensione all’enunciato, identificandola col valore di verità, in quanto definisce l’estensione come ciò che enunciati equivalenti (ossia di uguale valore di verità) hanno in comune[32].

 

Tuttavia questa scelta ha per conseguenza un serio

 

Paradosso: tutti gli enunciati veri hanno lo stesso referente, idem quelli falsi.

 

Questo è paradossale, ovviamente, in quanto risulta immediatamente chiaro che enunciati diversi ma ugualmente veri come

- ‘Bologna è in Emilia’

- ‘La zucchero è dolce’

Descrivono (e dunque hanno come corrispettivi ontologici, si riferiscono ad) aspetti di realtà molto diversi.

 

Il modo più plausibile di caratterizzare questi specifici referenti di enunciati diversi è di identificarli coi fatti.

            Per quanto la nozione di fatto sollevi alcuni seri problemi filosofici, e per questo sia stata rigettata da alcuni, tali problemi non sono necessariamente insolubili (come si è visto sopra discutendo la teoria referenziale del significato).

In sintesi:

-         enunciati falsi: sono privi di referente, come i nomi vuoti[33]

-         enunciati negativi: o si ammettono fatti negativi, o li si interpretano come l’asserzione della falsità del corrispondente enunciato affermativo

-         i fatti anche solo su questo tavolo sono infiniti: si, ma anche tutti gli oggetti astratti hanno tale caratteristica, eppure non sono eliminabili

-         fatti come doppione delle proposizioni. Si, per forza. Ma hanno potere causale, le proposizioni no.

Infatti, per quanto non abbiamo qui lo spazio di approfondire tale discussione, da molti filosofi l’appello ai fatti è considerato del tutto legittimo.

 

Si noti che la conclusione (c) del ragionamento di Frege non è una conclusione obbligata date le premesse (a) e (b), poiché il valore di verità di un enunciato non è l’unica cosa che sia funzione dei referenti dei suoi componenti: anche il fatto descritto lo è: ad es.,

- Il Monte Bianco è alto 4810 m.

- Il monte più alto d’Europa è alto 4810 m.

descrivono lo stesso fatto.

(si tratta della fallacia dell’affermazione del conseguente)

 

Ovviamente, come si è detto, il fatto non è né il nominato né il designato né l’estensione dell’enunciato: potremmo chiamarlo il contenuto di esso, o semplicemente indicarlo genericamente come il suo referente specifico.

Si può allora anche mantenere l’idea del valore di verità come estensione, ma tenendo presente che l’estensione non è il più specifico referente possibile per un enunciato.

 

In sintesi

Non tutti i tipi di espressione hanno gli stessi tipi di referente:

 

I nomi propri hanno un nominato:  un oggetto a cui il termine si riferisce in esclusiva e  che rappresenta l’oggetto come soggetto o complemento nella predicazione

 

Le espressioni universali (aggettivi, verbi, nomi comuni) hanno

(a) un’estensione: una classe di  oggetti dei quali[34] il termine è vero o si applica,  

(b) un denotato: una proprietà o genere che essi assegnano al soggetto di cui sono predicati, e

(c) un designato (lo specifico oggetto a cui l’espressione si applica nel contesto, contingentemente: es.: questo o quello specifico cavallo. Lo hanno però solo i nomi comuni, poiché solo essi si possono accompagnare con deittici o articoli indeterminativi)

 

Anche le descrizioni indefinite hanno estensione, denotato e designato; Le descrizioni definite hanno estensione, denotato e un referente che è una via di mezzo tra nominato e designato; i deittci hanno un designato, ma né estensione né denotato.

 

Gli enunciati hanno un contenuto (il fatto che essi asseriscono o descrivono – non che denominano né designano!), e in più una sorta di estensione: il valore di verità.

 

 

Approfondimento: La sostituibilità in contesti obliqui e modali[35].

 

Prima di proseguire è necessario riprendere in dettaglio la soluzione al problema della sostituzione, soluzione che può essere ottenuta in modi diversi e sembra comunque lasciare alcuni problemi aperti

 

Principio di sostituibilità degli identici:

 

   - 3  //la radice3 di 81// è dispari

   - Mio cognato //lo zio di mio figlio// è simpatico

   - 9 //Il numero dei pianeti// > 7

Queste sostituzioni mantengono la verità!

Ma:

- Carletto sa che 3 è dispari  //  Carletto sa che la radice3 di 81 è dispari

(crede, spera, si illude, teme …. Attitudini proposizionali)

 

- è necessario che  9> 7 

- è necessariamente vero che 9> 7 

- necessariamente 9> 7 

vs.

- è necessario che,  (è) necessariamente (vero che) il numero dei pianeti > 7 

 

(necessario, possibile, giusto, educato che …  modalità)

 

- il presidente del tribunale è mio amico:

- è sempre educato dire “ciao!” al mio amico / presidente del tribunale

 

Soluzione:  la modalità e l’atteggiamento proposizionale vertono primariamente sul pensiero, o sul modo di esser descritto, di esser dato:  necessaria identità sul piano logico,  non basta quella sul piano ontologico.

 

(dipende sotto che aspetto vedi una oggetto: di amico o di presidente del tribunale? Di  9 o di numero dei pianeti? Di 3 o di radice di 81?)

 

Tuttavia ci sono modi diversi di richiedere l’identità sul piano logico come condizione per la sostituibilità:

 

(a) Soluzione di Frege

in quei contesti in effetti non si parla di oggetti, ma di pensieri dei soggetti, o modi di descrizione dell’oggetto[36]

Dunque,  il referente delle espressioni subordinate in contesto obliquo o modale diventa il suo senso ordinario (cioè, il pensiero).

Questa tesi è praticamente obbligata per Frege, in quanto, come si è visto, egli crede che

(i) il VdV sia funzione dei referenti delle espressioni componenti,

e siccome

(ii) nei contesti obliqui e modali il VdV è evidentemente funzione dei sensi, ne segue che

(iii) il referente nei contesti obliqui e modali devono essere i sensi.

 

→ tutto pare funzionare, il principio di sostituibilità vale, si ottengono i risultati intuitivi:

es.:       Giorgio IV si chiede se Scott sia l’autore di Waverley

 

‘L’autore di Waverley’ non si può sostituire con ‘Scott’ (Giorgio IV si chiede se Scott sia Scott), che è ontologicamente identico, ma si può sostituire con ‘chi ha scritto Waverley’, (Giorgio IV si chiede se Scott sia chi ha scritto Waverley), che è logicamente identico.

 

Obiezioni alla soluzione di Frege

La soluzione di Frege non è del tutto soddisfacente, per almeno 2 motivi:

1. in quanto vien meno al principio normalmente valido che il referente delle espressioni non cambia col contesto del discorso.

2. In particolare, è strano dire che nei contesti obliqui il nome ha per referente il suo senso ordinario: ovviamente «Pia crede che la stella della sera sia un pianeta» non significa che Pia crede che il senso di ‘la stella della sera’ sia un pianeta. Ma non significa nemmeno che Pia crede che il senso di ‘la stella della sera’ includa come sua componente il senso di ‘pianeta’: chi non abbia studiato filosofia non può avere credenze del genere. La credenza di Pia riguarda in realtà un oggetto e una sua proprietà, ovvero una classe di cui fa parte, non dei concetti.

            Si potrebbe forse replicare che la frase in oggetto significa che Pia crede la proposizione che la stella della sera è un pianeta, e siccome i componenti di una proposizione sono dei concetti, ciò su cui verte la credenza di Pia non è tanto il pianeta, quanto il suo concetto. Ovvero il senso d’ ‘stella della sera’. Ma allora sarebbe più corretto dire semplicemente che ciò che determina i valori di verità degli enunciati obliqui sono i sensi, e non che in tali enunciati i sensi diventano i referenti dei termini. Riprenderemo più oltre questo punto

 

Carnap ha rivolto al metodo di Frege le seguenti 3 critiche[37]:

 

i) moltiplicazione dei nomi:

il senso ha un nome, il quale dunque ha il senso come referente[38], e qualcos’altro come senso; questo qualcos’altro a sua volta ha un nome, il quale ha un’altra cosa come senso, ecc.

 

Ma tale critica è errata: lo stesso problema si ripropone anche per l’ intensione e l’estensione: sia l’una che l’altra avranno un nome, che avrà (oltre all’estensione) un’intensione, e questa avrà un nome, ecc. In effetti, sorge ogni volta che per qualunque motivo costruiamo una gerarchia di metalinguaggi.

(Carnap evita questo problema solo con la già ricordata limitazione delle capacità espressive del linguaggio che egli considera, possibile per i fini che egli si propone, per cui non ammette nomi di intensioni né nomi di estensioni).

 

ii) moltiplicazione di referenti diversi per lo stesso nome:

es.:

John crede che è possibile che Bill  tema che Jane scopra che P

Carnap evidentemente pensa che la clausola relativa ‘che’ funzioni come le virgolette del discorso diretto, ossia

John crede che{è possibile che [Bill  tema che (Jane scopra che «P»)]}

Ma le virgolette del discorso diretto trasformano un’espressione nel suo nome. Per cui se il referente ordinario di ‘P’ è il valore di verità, e nel contesto del ‘che’ più interno (ossia nel contesto «»)  è il suo senso, l’espressione ‘«P»’ è il nome del senso di ‘P’, e ha per riferimento il nome del senso di ‘P’;  l’espressione ‘(Jane scopra che «P»)’ è il nome del nome del senso di ‘P’ (e quindi ha per referente in nome del nome del senso di ‘P’); ecc.

Per cui nel contesto ordinario il referente di ‘P’ è il suo valore di verità, ma nel contesto «» è il senso di ‘P’; nel contesto [] è il senso del nome del senso di ‘P’; nel contesto {}è il senso del nome del senso del nome del senso di ‘P’; ecc.

Ma: nel migliore dei casi questa è sostanzialmente l’obiezione 1. esposta all’inizio: è implausibile che il referente cambi col contesto.

Nel peggiore, è assai dubbia:

primo, perché è dubbio che in questi contesti via via più ampi si possa identificare un referente di ‘P’ autonomo dal contesto, come se fosse scritto direttamente: «P», («P»),  [(«P»)], {[(«P»)]}, ecc.

Secondo, perché anche se così fosse, questi diversi referenti non sono tutti referenti di ‘P’, ma appunto di espressioni diverse, ossia rispettivamente di «P», («P»),  [(«P»)], {[(«P»)]}, ecc.

            Nulla, in sostanza, vieta di pensare che i possibili referenti di un’espressione siano solo due: quello ordinario, nei contesti diretti, e il suo senso, in tutti i contesti obliqui e modali.

 

iii) Anche nella stessa occorrenza:

John sa che P:  due nominata diversi nella stessa occorrenza

(infatti = John crede che P,  e P)

(in realtà, sono due occorrenze diverse. Quindi nemmeno quest’obiezione pare corretta )

 

(b) Soluzione di Carnap:

 

intensione vs. estensione

 

sempre le stesse in tutte le occorrenze e i contesti;

solo, la sostituibilità salva veritate richiede identità di estensione in contesti diretti, identità di intensione in contesti obliqui o modali

(per il motivo visto sopra: in contesti obliqui si parla di pensieri, non di cose)

 

(N.B.: funziona lo stesso se intendiamo ‘intensione’ e ‘estensione’ non alla Carnap,  come astratto/concreto, ma nel ns. modo, come  concetto del referente/referente)

 

Per le critiche (1) e (2) sopra esposte alla soluzione di Frege, questa soluzione si direbbe da preferirsi a quella.

Anch’essa ha però un difetto: in essa il valore di verità è normalmente funzione dei referenti, mentre  nei contesti obliqui e modali diventa funzione delle intensioni. Essa perciò costringe ad abbandonare il principio semplice, generale, e anche intuitivamente plausibile che  il VdV è sempre funzione dei referenti, sostituendolo con due principi diversi (e lasciando così anche il dubbio che magari in altri contesti non valgano altri principi ancora diversi). Quindi: per Frege il VdV è sempre funzione del referente, ma questo cambia col contesto; per Carnap il referente è sempre identico, ma il VdV è funzione talora del referente, talora dell’intensione.

Vedremo più oltre (parlando del valore di verità degli enunciati vuoti) una terza soluzione che sembra meglio conciliare tutte le esigenze che sorgono in questi casi: il referente è sempre identico, e il VdV è funzione sempre dello stesso argomento, che però non è il referente ma l’intensione

Come si è detto, Carnap è consapevole che la coppia Sinn - Bedeutung di Frege è diversa dalla propria intensione-estensione, e naturalmente il fatto che il Bedeutung vari nei contesti obliqui è una nettissima differenza.

In alcuni passi, Carnap sembra che non ne veda altre, e infatti sostiene che le due coppie finiscono per coincidere nei contesti diretti.

 

C’è tuttavia anche un’altra differenza, ricordata più sopra, ossia che la nozione di senso è più stretta di quella di intensione, e questo si riflette sulla restrizione da applicare alla sostituibilità, che non è la stessa nei contesti obliqui e nei contesti modali:

nei contesti obliqui, in cui sono in questione i pensieri dei soggetti, è necessaria l’identità di senso.

Nei contesti modali, in cui è in questione il contenuto logico dei concetti, è sufficiente l’identità di intensione:

 

Esempi:

1. Necessariamente 9 è dispari            (9 //  ½ √100 + 22) : vale la sostituzione

2. Giovanni sa che 9 è dispari  (9 //  ½ √100 + 22) : non vale la sostituzione

3. Necessariamente il nonno materno dei miei eventuali figli è padre di mia moglie : sempre vero

4. Giovanni sa che mio suocero è padre di mia moglie : non sempre vero

Infatti, Carnap indica come equivalente, nella propria prospettiva, all’ identità di senso fregeano non l’identità di intensione, ma l’isomorfismo intensionale (come si è visto sopra).

 

In realtà, Benson Mates ha segnalato che nemmeno l’identità di senso (o isomorfismo intenzionale) è sufficiente a mantenere la sostituibilità in certi contesti[39]:

P. es., potrebbe esser vero che

5. Giovanni sa che quell’uomo è un poliziotto,

ma falso che

6. Giovanni sa che quell’uomo è uno sbirro

(se Giovanni non conosce la sinonimia di ‘poliziotto’ e ‘sbirro’) Eppure 5. e 6. hanno lo stesso senso (sono intenzionalmente isomorfi).

 

Andrea Bonomi ha allora suggerito che  la sostituibilità vale nei contesti di attitudine preposizionale solo per espressioni che siano sinonime (nella nostra terminologia abbiano la stessa connotazione) nell’idioletto del soggetto dell’attitudine[40].

 

C. FORME PIU’ SOFISTICATE DI TEORIA REFERENZIALE DEL SIGNIFICATO (MONISMO SEMANTICO)

 

Il bipolarismo semantico non è l’unica possibile risposta ai problemi (1)-(6) della concezione referenziale ingenua. Vi sono anche concezioni referenziali (cioè monastiche) del significato ben più articolate e sofisticate di quella ingenua.

Nella forma più forte (Wittgenstein, Russell) , esse sostengono che solamente il riferimento è il meccanismo semantico fondamentale. Pertanto taluni tipi di espressione non hanno senso/intensione, e quelli che lo hanno lo hanno in forma derivata. In particolare i termini primitivi hanno solo riferimento, solo quelli definiti possono avere un senso, che si costruisce a partire dai riferimenti dei termini primitivi.

            Nella forma più debole (Mill, Kripke, Putnam) tali teorie si applicano solo a certi tipi di  espressioni (in particolare, a certi tipi di nomi), senza negare che altre espressioni abbiano un senso.

 

  1. Monismo semantico forte

 

Critiche al bipolarismo di  Frege

Russell ritiene insostenibile il bipolarismo di Frege, secondo cui ogni espressione avrebbe sia un referente (che Russell chiama denotazione) che un senso (che Russell chiama significato). Infatti,[41]  come si parla rispettivamente di referenti e sensi? La risposta naturale gli pare che in qualunque caso, l’espressione parla del (ossia si riferisce al) proprio referente, mentre l’espressione costituita dall’espressione originaria posta tra virgolette parla del (ossia si riferisce al) senso dell’espressione originaria.

            Si tratta di una tesi che Frege rifiuterebbe, e noi stessi oggi rifiutiamo, poiché mentre usiamo effettivamente l’espressione per riferirci al suo referente, usiamo l’espressione tra virgolette per riferirci all’espressione stessa, e ci riferiamo al suo significato con la descrizione “Il significato di ___”, dove “___” è l’espressione stessa. Posta tale premessa, comunque, Russell prosegue col seguente esempio: se voglio parlare del senso dell’espressione

(1) Il primo verso dell’Elegy di Gray,

 non dirò

(2) Il senso del primo verso dell’Elegy di Gray,

in quanto in tal modo parlerei del senso del verso (“The curfew tolls the knell of partine day”), non dell’espressione (1). Dirò invece:

     (3) Il senso de “Il primo verso dell’Elegy di Gray”.

Ma poiché un’espressione posta tra virgolette si riferisce al senso dell’espressione originaria, (3) non parla del senso di (1), ma del senso del senso di (1). Ugualmente, se voglio parlare del referente della (1), non potrò dire

     (4) Il referente del primo verso dell’Elegy di Gray,

ma

(5) Il referente de  “Il primo verso dell’Elegy di Gray”;

E di nuovo, in questo modo avrò parlato del referente del senso di (1). Risulta così impossibile parlare del senso e del referente di (1), è solo possibile parlare del senso e del referente del senso di (1), il ché è assurdo.

            E’ chiaro tuttavia che questa assurdità non è imputabile al bipolarismo di Frege, ma all’errata premessa iniziale di Russell: tolta quella, infatti, la (3) e la (5) ritornano ad essere precisamente il modo per parlare rispettivamente del senso e del referente della (1).

            Oltre a ciò, Russell è insoddisfatto della soluzione data da Frege al problema delle espressioni vuote. Egli osserva infatti che

(6) L’attuale re d’Inghilterra è calvo

(in un momento in cui in Inghilterra vi era effettivamente un re) parla del riferimento di ‘L’attuale re d’Inghilterra’, ossia di una persona, e non di un senso. Ovviamente, dunque, nemmeno

     (7) L’attuale re di Francia è calvo

parla di un senso. Ma in questo caso non esiste alcun referente di cui (7) possa parlare. Esso dunque non parla di nulla, e quindi si dovrebbe concludere che è un nonsenso. Il ché è assurdo, per Russell, in quanto invece (7) è falso (come vedremo tra breve), e quindi sensato. [42]

            Di nuovo, tale obiezione non coglie nel segno: come si è visto, infatti, il pregio della soluzione di Frege è precisamente di mostrare come un’espressione possa essere sensata anche senza avere un referente. Poiché il valore di verità degli enunciati dipende dai referenti dei termini che li compongono, e in questo caso un termine è privo di referente, l’enunciato stesso è privo di valore di verità. E per Frege, come sappiamo, questo equivale a dire che è privo di referente. Esso tuttavia ha un senso, e quindi è pienamente significativo. Forse Russell per ‘nonsenso’ intende semplicemente un enunciato né vero né falso. In questo caso la sua obiezione si riduce a osservare che il metodo di Frege è erroneo in quanto rende né vero né falso un enunciato che invece è falso. Ma allora la sua bontà dipende tutta dalla sua spiegazione del perché è falso, che analizzeremo tra breve.

            Assieme a quella di Frege, Russell, critica la soluzione di Meinong, secondo la quale ogni descrizione si riferisce a un oggetto dotato esattamente delle proprietà da essa attribuite, oggetto che può essere esistente, o anche non esistente (come nel caso dell’attuale re di Francia, dell’unicorno o del quadrato rotondo). Secondo Russell, infatti, la logica  non dovrebbe ammettere oggetti inesistenti più di quanto non facciano la storia o la zoologia[43]. Inoltre, con l’introduzione di questi oggetti si violerebbe il principio di non contraddizione: poiché essi avrebbero infatti tutte le proprietà assegnate dalla rispettiva descrizione, il quadrato rotondo dovrebbe essere sia quadrato, sia rotondo, e quindi non quadrato; e l’attuale esistente re di Francia dovrebbe essere insieme non esistente (come la storia insegna e Meinong ammette) ed esistente (essendo così caratterizzato dalla descrizione).[44]

           

La teoria delle descrizioni

Se dunque si ammettono le descrizioni (ma anche i nomi propri di enti inesistenti, come Polifemo, ecc.) come espressioni autenticamente referenziali, conclude Russell, non ci sono che due soluzioni, entrambe inaccettabili: quella di Frege, lasciarli senza referente, e quindi rendere insensate le frasi in cui ricorrono; e quella di Meinong, fornire loro dei referenti inesistenti. L’unica alternativa è dunque mostrare che come ‘un’, ‘qualche’, ‘ogni’, le descrizioni, formate con essi (e nomi ordinari) non hanno in sé se tessi alcun significato, anche se ne hanno gli enunciati in cui compaiono[45].

          La struttura logica profonda degli enunciati è diversa dalla loro forma grammaticale superficiale, e descrizioni e nomi scompaiono quando dalla struttura grammaticale di superficie si risale alla struttura profonda. Attraverso la sua teoria delle descrizioni, infatti, Russell mostra come le si possano analizzare riducendole ad espressioni diverse e autenticamente referenziali.

Tutto ciò che esiste è ben definito, non esiste un uomo che non sia questo o quello in particolare. Per cui ad es. in

(8) Ho incontrato un uomo

se la descrizione indefinita ‘un uomo’ si riferisse, dovrebbe riferirsi a un uomo ben preciso; ma non è così, noi stiamo parlando di un uomo indefinito, non di questo o quell’uomo in particolare. Dunque, ‘un uomo’ non è un’espressione denotante, non si riferisce  a nulla[46]

(Abbiamo visto in realtà che in realtà un referente ben preciso c’è, è quell’uomo che volta a volta l’espressione designa). Per Russell, comunque, ‘un uomo’ non è un’espressione referenziale, è una funzione proposizionale:

(9) Ux (= x è uomo)

Anche “Ux & Ix” (= x è uomo e ho incontrato x) è una funzione preposizionale, ossia qualcosa che se completato può dar luogo a un enunciato. Come tale non è in sé stessa né vera né falsa. Essa diventa un enunciato quando sostituisco alla ‘x’ dei nomi, e precisamente: diventa un enunciato vero se alla x sostituisco il nome di un uomo che ho davvero incontrato, e falso se alla x sostituisco il nome di qualcosa che non è uomo o non ho incontrato. Se non so che nome sostituire alla x (se ad es. ho davvero incontrato un uomo, ma non ne conosco il nome), posso comunque trasformare  “Ux & Ix” in un enunciato vero dicendo:

 (10) “ho incontrato x, e x è umano” non è sempre falsa,

cioè,

(11) c’è qualche oggetto che sostituto alla x rende vero “ho incontrato x, e x è umano”, 

ossia,

(12) Esiste (almeno) un x tale che x è uomo e ho incontrato x,

in simboli

(13) $x(Ux & Ix)[47].

Anche ‘l’attuale re di Francia’ scompare quando viene messa a nudo quella che per Russell è l’autentica struttura logica dell’enunciato

(7) l’attuale re di Francia è calvo:

(14) ‘x è attuale re di Francia, e qualunque y che sia attuale re di Francia è identico a x, e x è calvo’ è talora vero,

vale a dire

(15) $x[RFx & "y (RFy→ y=x) & Cx]

Cioè

(16) Esiste un x tale che x è attuale re di Francia, e per ogni altro y, se è attuale re di Francia allora è identico a x, e x è calvo.

In questa forma, per Russell, non c’è più alcuna espressione priva di referente (le uniche espressioni referenziali sono le variabili), e dunque l’enunciato torna ad aver valore di verità: per la precisione è falso, dato che asserisce (tra le altre cose) che esiste un attuale re di Francia.

            Ecco perché, secondo Russell, (7) è falso, e non può essere un nonsenso!

            Ora, che (16) sia falso è certo, ma non è certo se (16) sia una parafrasi corretta di (7). Già in precedenza, infatti, Frege aveva negato che lo fosse, sostenendo che enunciati come (7) o come

(18) chi scoprì la forma ellittica  dell’orbita dei pianeti morì in miseria

presuppongono la verità di un enunciato esistenziale (rispettivamente: ‘esiste un attuale re di Francia’, ‘esiste qualcuno che scoprì la forma ellittica …’), ma non lo asseriscono. Altrimenti, sosteneva Frege, la negazione corretta di (18) sarebbe

(19) Chi scoprì la forma ellittica … non morì in miseria, oppure nessuno scoprì la forma ellittica …,

mentre è semplicemente

(20) chi scoprì la forma ellittica  dell’orbita dei pianeti non morì in miseria.[48]

Secondo Frege, “chi scoprì la forma ellittica  dell’orbita dei pianeti” non è un enunciato, ma semplicemente sta per un oggetto, Keplero! D’altra parte, Russell non può accettare quest’idea, perché per lui le descrizioni non sono significative in sé, e non sono “sintagmi denotanti” (=referenziali). Pertanto, “chi scoprì la forma ellittica  dell’orbita dei pianeti” va riformulato come “$x[x scoprì la forma ellittica dell’orbita dei pianeti]”.

E dunque, Russell ritiene che la negazione di (18) non sia (20), ma (19), o meglio ancora

(21) Chi scoprì la forma ellittica … non morì in miseria, oppure nessuno scoprì la forma ellittica …, o più d’uno la scoprì.

Ciò equivale a dire che il contrasto tra i due autori è se l’enunciato esistenziale sia implicito (come pensa Russell) o solo presupposto (come ritiene Frege) in enunciati come (7) e (18). La tesi di Frege è a prima vista senz’altro più plausibile, ed anche Strawson, nel 1950, sostenne per la tesi di Frege, osservando che la nostra reazione più naturale a chi asserisse (7) non sarebbe che costui ha asserito qualcosa di falso, (questo lo diremmo se sapessimo che l’attuale re di Francia ha capelli in testa), bensì che sta dicendo qualcosa di strano o fuori luogo, che non può esser vero né falso: poiché non esiste ciò di cui parla (l’attuale re di Francia), non c’è nulla di cui ciò che sta dicendo possa esser vero o falso.[49]. E’ vero che le intuizioni sono tutto sommato abbastanza soggettive, e la (7) si può legittimamente intendere in entrambi i modi[50]. Ma mentre Frege non avrebbe difficoltà a spiegare la falsità di (7) quando inteso come (16), Russell non può in alcun modo render conto del fatto che, inteso come lo intende Frege, (7) non è vero né falso. Ad ogni modo, esamineremo tra breve altri esempi per cui da un lato l’interpretazione di Russell è decisamente improponibile, e dall’altro nemmeno la posizione di Frege risulta accettabile.

            Tornando alla teoria delle descrizioni di Russell, si noti che gli stessi problemi che la motivano sorgono anche per i nomi propri. Anch’essi infatti possono esser privi di referente (come nel caso di ‘Polifemo’, ‘Sherlock Holmes’, ecc.). In casi Simili, per Meinong essi si riferiscono a personaggi inesistenti, mentre per Frege gli enunciati in cui compaiono non sono veri né falsi. Per evitare entrambe queste soluzioni, Russell sostiene che tutti i nomi propri non sono altro che abbreviazioni di descrizioni definite (ad esempio, ‘Polifemo’ non sarebbe altro che l’abbreviazione di una descrizione come ‘Il gigante con un solo occhio che fu accecato da Ulisse’). In tal modo anch’essi possono essere analizzati in termini di variabili quantificate e predicati. Un nome veramente proprio, cioè autenticamente referenziale, è solo quello di cui sappiamo a priori che possiede un referente. Ma per tutti i nomi propri ordinari, come ‘Omero’, ecc., si può sempre dubitare se abbiano un referente o no. Gli unici nomi logicamente propri, pertanto, sono le variabili quantificate attraverso cui si analizzano le descrizioni, approssimativamente equivalenti ai pronomi ‘questo’, ‘quello’, e simili, dei quali non ha senso chiedersi se hanno un referente.[51]

           

Atomismo logico e monismo semantico

L’idea di analizzare nomi e descrizioni riducendoli a espressioni più basilari non è che un aspetto della più generale filosofia dell’atomismo logico, che a sua volta si connette all’epistemologia empirista di Russell: è chiaro che possiamo apprendere il significato di certe espressioni definendole per mezzo di altre; e magari anche queste ultime possono esser state apprese definendole, e così via. Ma non possiamo andare all’infinito: ci saranno espressioni atomiche, non definibili in termini di altre.[52] In questo modo, qualunque significato è dunque scomponibile in significati ‘atomici’ (atomismo logico).

            I significati dei termini atomici saranno oggetti o proprietà semplici, almeno per noi: non avendo i termini per definire i loro nomi, cioè per descriverli, per forza di cose li dobbiamo apprendere per ostensione (per es., si dice un nome, e si indica un oggetto, significando che quello è l’oggetto simboleggiato da quel nome), ossia ‘by acquaintance’, non ‘by description’. La conoscenza diretta di questi oggetti ci permette una conoscenza indiretta, descrittiva, di altri oggetti (p.es. oggetti complessi, o oggetti non osservabili): ogni conoscenza si fonda ultimamente su conoscenze sensibili dirette, proprio come richiedeva la gnoseologia empiristica di Russell[53].

            Tali oggetti semplici conoscibili by acquaintance sono in pratica sense data e universali astratti (proprietà e relazioni), e i termini che, nella struttura logica dei nostri enunciati, si riferiscono ad essi, sono esattamente (oltre ai predicati elementari) quei pronomi e variabili quantificate (come ‘questo’, ‘quello’, ‘x’, ‘y’, ecc.) a cui abbiamo veduto ridursi le espressioni apparentemente referenziali come nomi e descrizioni. La frase atomica tipica sarà dunque:

(22) ‘questo è rosso’, ‘questo e quello sono contemporanei’ ecc.

Come si vede, pertanto, una volta analizzato il linguaggio in questo modo non vi è più luogo per nozioni di tipo logico, come senso, intensione, ecc., ma solo per quella di riferimento: pronomi e variabili si riferiscono ai particolari (ultimamente, i sense data), e predicati agli universali. Non essendovi più espressioni referenziali prive di riferimento (le uniche espressioni referenziali sono quelle che non possono mancare di averne uno), vien meno la ragione principale del bipolarismo semantico. Vedremo tra breve come la concezione referenziale così formulata può far fronte anche agli altri problemi che il bipolarismo semantico aveva consentito di risolvere.

Si comprende poi che in un certo senso una distinzione tra senso e riferimento diventa possibile in seguito, derivativamente: una volta introdotti termini semplici sufficienti, posso descrivere un oggetto di acquaintance invece che semplicemente indicarlo (per es. posso riferirmi a Giorgio Napoletano ostensivamente, oppure descriverlo come ‘L’attuale Presidente della Repubblica Italiana’, o come ‘il politico napoletano già membro del PCI, riformista, sobrio ed elegante …’ . Oppure, utilizzando i termini atomici per comporre descrizioni, posso addirittura identificare oggetti complessi non conoscibili per acquaintance:  es.: ‘la capacità di sopportare serenamente avversità, ostilità e lunghe attese’ (cioè la pazienza). In questi casi, uno stesso oggetto sarà denotato da espressioni che lo descrivono diversamente: p.es.,

Giorgio Napoletano - L’attuale Presidente della Repubblica Italiana

la capacità di sopportare serenamente avversità, ostilità e lunghe attese - la virtù di Giobbe.

Di queste dunque potremmo dire che hanno un identico riferimento, ma un senso diverso. Bisogna tuttavia sottolineare che il bipolarismo semantico viene in tal modo introdotto in un secondo momento, non fa parte dei meccanismi basilari del linguaggio: il funzionamento delle nostre espressioni richiede solo il riferimento.

            Atomismo logico e concezione referenziale del significato sono anche la posizione assunta da Wittgenstein nel Tractatus Logico-Philosophicus (1922), per il quale addirittura  il linguaggio è fatto solo di nomi: ‘il tavolo è bianco’ non fa che mettere il nome del tavolo e il nome del bianco in una relazione che rappresenta la relazione tra il tavolo e il bianco.

 

La soluzione dei problemi (1)-(6)

Ci siamo resi conto che le critiche di Russell al bipolarismo di Frege non appaiono convincenti. Ma anche l’ammissione che il bipolarismo è corretto non implicherebbe di per sé che il monismo sia scorretto: potrebbe trattarsi di due approcci alternativi ma entrambi praticabili per la soluzione dei problemi dell’analisi semantica. Per verificarlo, chiediamoci se il monismo di Russell può far fronte a quei problemi (1)-(6) elencati sopra al  capitolo (A) che motivano  il rifiuto di una concezione monistica (teoria referenziale) ingenua e l’adozione di una concezione bipolare del significato. Per alcuni di questi abbiamo già dato una risposta positiva, ma riassumiamo ora quelle risposte assieme a quelle concernenti i restanti problemi. Nel prossimo capitolo (D) vedremo tuttavia che vi sono problemi a cui nessuno dei due approcci in competizione offre una soluzione soddisfacente.

 

(1) Significato dei termini sincategorematici e

(2) degli enunciati

Per Russell, come si è visto, il significato si riduce al riferimento. Quello degli enunciati sono le proposizioni, non concepite tuttavia come pensieri (altrimenti si tratterebbe di un senso, e si ricadrebbe nel bipolarismo), ma come complesso di entità (quelle a cui i termini componenti l’enunciato si riferiscono) con una certa forma[54].

I termini sincategorematici, a cui non corrisponde alcun oggetto, non hanno un significato in sé stessi, ma solo nel contesto dell’enunciato.

Più sopra abbiamo obiettato che un significato autonomo in qualche misura lo hanno: ma forse Russell potrebbe suggerire che questo non è altro che la funzione che esse hanno di dare all’enunciato quella struttura logica per mezzo di cui esso corrisponde alla forma del complesso di entità che è il suo significato.

 

(3) espressioni vuote[55]: 

Abbiamo visto sopra che una volta analizzati col metodo di Russell gli enunciati nella loro struttura logica, non vi rimane più alcuna espressione referenziale che possa esser priva di riferimento. Le descrizioni (e i nomi ordinari, che sono sintesi di descrizioni) sono composte da termini necessariamente referenziali, o da ulteriori descrizioni ultimamente scomponibili in termini dotati di riferimento.

 

(4) espressioni con identico oggetto di riferimento ma diverso significato:

come si è visto sopra, questo accade per termini complessi

(descrizioni, o apparenti nomi propri che sono in realtà descrizioni),

o comunque termini che si riferiscono a oggetti che siamo in grado di descrivere.

In tal modo, un unico oggetto può essere descritto in modi diversi.

es.: Bush / Il presidente degli Stati Uniti; la Stella del mattino / la Stella della sera

 

(5) informatività dell’identità[56]:

Si è appena detto che utilizzando espressioni non atomiche a uno stesso oggetto ci si può riferire in modi (descrizioni o nomi) diversi. Nell’analisi di Russell il segno di identità sta sempre tra variabili (o nomi logicamente propri) che si riferiscono allo stesso oggetto, il quale appunto è descritto o designato in due modi diversi. L’asserzione di identità sta dunque a indicare che l’oggetto cui si riferisce una descrizione o un nome è lo stesso a cui si riferisce una diversa descrizione o nome. Ad esempio,

(23) Scott è l’autore di Waverley

diventa

(24) $x$y"z [Sx & (Sz →(z=x)) & AWy & (AWz →(z=y)) & (y=x)],

che dice che vi è un unico oggetto denominato Scott, un unico oggetto che è autore di Waverley, ed essi sono lo stesso oggetto. Ugualmente,

(25) La regina d’Inghilterra è Elisabetta II

diventa:

(26) $x$y"z [RIx & (RIz →(z=x)) & Ey & (Ez →(z=y)) & (y=x)],

che dice che vi è un unico oggetto che è regina d’Inghilterra, un unico oggetto denominato Elisabetta II, ed essi sono lo stesso oggetto.

 

(6) fallimenti della sostituibilità[57]:

(27) Re Giorgio IV desiderava sapere se Scott fosse l’autore di Waverley

Russell distingue tra quando la descrizione ‘l’autore di Waverley’ ricorre in posizione primaria (il quantificatore varia sull’intero periodo) e quando ricorre in posizione secondaria (il quantificatore varia solo sulla subordinata) e spiega che nel secondo caso (che è il modo in cui (27) è normalmente intesa) non si può sostituire ‘Scott’ a ‘L’autore di Waverley’ semplicemente perché tale descrizione non vi compare più. Non chiarisce tuttavia perché nel primo caso la sostituzione sia possibile, dato che anche là tale descrizione è eliminata allo stesso modo.

In realtà, nel primo caso la posizione del quantificatore fa sì che il periodo parli in effetti dell’individuo, che è tanto Scott quanto l’autore di Waverley, e dunque la sostituzione sia possibile; nel secondo caso, invece, il periodo parla in realtà della descrizione ‘l’autore di Waverley’, di cui Giorgio IV si chiede se sia vera (anche) dell’individuo denominato Walter Scott. Ecco perché non si può sostituire tale descrizione col nome.[58]

 

NB: si vede che la descrizione svolge in queste soluzioni esattamente il ruolo del senso di Frege: è quello che si è detto: in un certo senso le descrizioni hanno un senso distinto dal riferimento.

 

 

D. Espressioni vuote e tesi di Meinong: problemi per bipolarismo e monismo semantico[59]

 

Abbiamo visto in precedenza che apparentemente sia Frege che Russell offrono un trattamento plausibile (ancorché diverso, e ancorché quello di Frege risulti più intuitivo) degli enunciati contenenti espressioni “vuote”, come (7). Vedremo ora tuttavia che entrambi lasciano in questo settore problemi insoluti.

 

Nel linguaggio ricorrono nomi e descrizioni di oggetti non esistenti, come

 

Zeus, Sherlock Holmes, Pinocchio …

Invulnerabile, immortale, chiaroveggente, …

Unicorno, hobbitt, pietra filosofale, …

La montagna d’oro, il quadrato rotondo …

“quella daga” (indicata da Macbeth).

 

Sappiamo già come di questo genere di espressioni rendono conto il bipolarismo (Frege) e il monismo (Russell) semantico:

 

- Dal punto di vista del bipolarismo semantico, diciamo che, pur non avendo corrispettivi semantici sul piano ontologico, ne hanno sul piano logico (intensione, comprensione, connotazione, senso). In tal modo si può comunque render conto della loro significanza.

 

- Monismo semantico: sono descrizioni o descrizioni mascherate. Come tali esse non sono significanti in sé stesse, (anche se hanno significato gli enunciati in cui compaiono, e così pure i termini atomici in cui possono venir analizzate).

 

Restano tuttavia aperti altri problemi:

 

(i) Come si è già accennato, e come discuteremo più ampiamente in seguito, secondo alcuni (Mill, Kripke) i nomi propri non avrebbero corrispettivi sul piano logico, ma solo ontologico (non esprimono concetti, descrizioni, ecc.). In tal caso, tuttavia i nomi propri di persone od oggetti inesistenti non avrebbero corrispettivi ontologici né logici, e quindi la concezione bipolare non potrebbe spiegarne la significanza e l’uso che se ne fa nel linguaggio (per Russell invece questo non sarebbe un problema, dato che li considera comunque privi di significato in sé stessi, e riducibili ad espressioni referenziali).

 

(ii) sembrerebbe chiaro che anche queste espressioni “vuote” in un certo qual modo si riferiscono o stanno per qualcosa,  parlano di qualcosa, seppure qualcosa di non esistente; e sembrerebbe altrettanto chiaro che essi stanno per cose diverse (quindi non si può dire semplicemente che si riferirono alla classe vuota, o qualcosa di simile). Si direbbe dunque che hanno come referenti degli oggetti non esistenti.

 

(iii) supponiamo che io denomini ‘Fido’ il mio cane, e che dopo 20 anni, quando Fido non c’è più, io continui a parlare di lui con quel nome: è naturale affermare che il nome ‘Fido’ tuttora si riferisce al mio cane, che pure non esiste più: la funzione referenziale del termine, o dell’uso che ne faccio, non è affatto toccata dal variare dello statuto esistenziale del suo referente.

 

A questo si  potrebbe forse obiettare che si riferisce a quel che c’era. Idem per un referente futuro… tuttavia,

(iv) Si direbbe che se io parlo di Fido, il mio cane che so esistere, e se il parlo di Lassie, un cane che io credo esistere ma non esiste, il mio uso del linguaggio, la funzione referenziale  del nome (il fatto cioè che mi permette di parlare di qualcosa) sembra essere la stessa: l’inesistenza di Lassie  non ci impedisce di affermare che io parlo di Lassie, vale a dire, che mi riferisco a un oggetto inesistente.

Le cose non possono poi esser molto diverse se fin dall’inizio io uso un nome (ad esempio, ‘Pegaso’) (o un’altra espressione) per riferirmi a qualcosa che so essere inesistente: non si nota differenza, dal punto di vista del funzionamento del linguaggio o dell’attitudine cognitiva del soggetto tra quando un’espressione o un pensiero si riferisce a un oggetto reale o a uno non reale.

        Queste intuizioni sembrano portare verso l’idea di Meinong che – contrariamente a quanto pensano sia Frege che Russell,  sia possibile riferirsi a oggetti non esistenti, esattamente come ci si riferisce a oggetti esistenti. Abbiamo già visto una critica di Russell a quest’idea, ma torneremo ad esaminarla tra breve. Infine

 

(v) Per mezzo dei termini vuoti possiamo formulare enunciati vertenti su oggetti inesistenti, come

 

(1) L’attuale re di Francia è calvo

(2) La montagna d’oro è d’oro

(3) Sherlock Holmes era perspicace

(4) Francesco pensa alla montagna d’oro

(5) Il quadrato rotondo non esiste

(6) La daga è sulla mia testa (detto da qualcuno che ha un’allucinazione)

 

L’approccio di Frege[60]

Dal punto di vista del  bipolarismo semantico di Frege, i termini vuoti hanno un senso (corrispettivo logico) ma non un referente. Pertanto, essendo il valore di verità degli enunciati funzione dei referenti dei loro termini, gli enunciati in cui compaiono termini vuoti non sono veri né falsi (se parliamo di qualcosa che non esiste, non parliamo di nulla, e se non parliamo di nulla, non c’è alcunché di cui quel che diciamo possa esser vero o falso).  Ciò spiega perché (1) non sia vero né falso.

Tuttavia:

a) Il fatto che vi siano enunciati sensati né V né F potrebbe imbarazzare qualcuno (sicuramente disturba Russell, come si è visto): dobbiamo rinunciare al principio del terzo escluso?

b) Qualcuno potrebbe anche (per quanto in modo meno naturale e immediatamente riconoscibile) asserire  (1) in un senso che lo rende falso, cioè nel senso di:

            (11) Esiste un re in Francia oggi, ed è calvo.

Ma Frege non spiega come è possibile che  (11) sia falso. Inoltre

- è per lo meno plausibile sostenere che (2) è vero

- Di sicuro (3)-(5) sono (o almeno possono essere) veri[61], e

- è per lo meno plausibile sostenere che (6) è falso;

 

eppure, Frege non potrebbe spiegare tutti questi valori di verità: dal suo punto di vista (1)-(6) dovrebbero risultare tutti né veri né falsi. Egli perciò non risolve il problema (v) del valore di verità degli enunciati vuoti. Infine,

c) se i termini vuoti mancano di referente, resta da spiegare perché le espressioni considerate ai  precedenti (i) – (iv) quantomeno sembrino riferirsi a qualcosa .

 

 

L’approccio di Russell[62]:

 

Come si è visto, la struttura logica profonda dell’enunciato non è quella superficiale o apparente:

In pratica, quelli che sembrano termini vuoti, come ‘Zeus’, ‘unicorno’, ecc., non sono affatto termini, ma descrizioni mascherate.

          In questo modo vengono risolti i problemi i-iv: (i): non è un problema spiegare la significanza, perché non c’è; l’intuizione (ii) che  i termini in questione comunque designino qualcosa è un abbaglio dovuto alla grammatica superficiale; (iii), (iv) il funzionamento  di ‘Fido’ (nome di un cane esistente) e di ‘Lassie’ (nome di un cane di fantasia) è identico, in quanto nemmeno ‘Fido’ in realtà è referenziale.

Inoltre, il problema (v) del valore di verità degli enunciati vuoti è risolto mostrando che ogni enunciato che include una descrizione implica un’asserzione di esistenza (e se la descrizione è definita anche di unicità). Es:

«Il mio disco è sul tavolo» = «Esiste un oggetto x, tale che: x è un disco, x è mio, è l’unico disco mio, e x è sul tavolo».

Quando applicata a (5), questa analisi rende conto molto agevolmente del perché è vero: esso diventa infatti

(51) Non esiste alcun x tale che x sia un quadrato e sia rotondo,

vale a dire, in linguaggio più comune,

(52) Non esiste nulla che sia un quadrato rotondo.

(5) non parla cioè di oggetti inesistenti, ma dice che non esistono oggetti che abbiano le due caratteristiche di essere un quadrato e di essere rotondo.

Anche di (6) l’approccio di Russell sembrerebbe offrire un’analisi convincente:

(61) Esiste un x, tale che x è una daga, è l’unica daga (saliente in questo contesto), ed è sulla mia testa,

ossia

(62) C’è una daga (saliente in questo contesto), ce n’è solo una, ed è sulla mia testa.

Poiché dunque (6) è in effetti una congiunzione di tre asserzioni, di cui almeno la prima è sicuramente falsa, (6) è falso, proprio come ci dice l’intuizione.

 

Tuttavia ben presto ci rendiamo conto che esistono altre possibili letture di (6): ad esempio, chi parla potrebbe riferirsi a una ben precisa daga reale da lui conosciuta (ad esempio, quella dell’amico Banquo), ed a causa dell’allucinazione credere che essa penda sulla propria testa, ossia,

(63) La daga (sottinteso: di Banquo) è sulla mia testa.

Anche in questa lettura (6) è falso, e l’analisi di Russell rispetta questa intuizione; (63) diventa infatti

(64) Esiste un x tale che x è una daga, x è di Banquo, x è l’unica daga di Banquo, e x è sulla mia testa

(64) è una congiunzione di cui l’ultimo congiunto è falso, e dunque è falso.

 

Vi sono tuttavia anche letture legittime (sebbene forse meno ovvie) in cui (6) non è falso. Ad esempio,

(65) La daga, quella che sto vedendo, anche se sono consapevole di avere un’allucinazione, è sulla mia testa.

Ora, si direbbe che (65) è vero: sebbene la daga che io veda sia un’allucinazione, e non reale, è pur vero che il la vedo sopra la mia testa, e dunque, la daga che io vedo (una daga allucinatoria) è effettivamente sulla mia testa.

Di questa intuizione, Russell potrebbe forse rendere conto trattando la daga come un dato sensoriale:

(­66) Esiste un dato sensoriale x, tale che è l’immagine di una daga, e in particolare di una daga sulla mia testa

Tuttavia,  l’analisi di Russell fallisce in tutti gli altri casi: sicuramente stravolge il significato degli enunciati (1) – (4), come vediamo qui di seguito

 

Fallimenti di Russell

(1) L’attuale re di Francia è calvo

Si è già visto che l’interpretazione di Russell, che rende questo enunciato falso, ossia

(11) Esiste uno (e un solo) re in Francia oggi, ed è calvo,

non è la più intuitiva. Nella sua lettura più naturale e immediata, invece, (1) presuppone l’esistenza dell’attuale re di Francia ma non l’afferma, e dunque non è vero né falso. Ma di questa lettura la teoria russelliana delle descrizioni non riesce a render ragione.

            Allo stesso modo, Russell non potrebbe render ragione della abbastanza naturale lettura in cui (6) non è vero né falso:

(66) la daga (una che presuppongo, ma non affermo, essere esistente e saliente nel contesto) è sulla mia testa (piuttosto che altrove)

Inoltre

(2) La montagna d’oro è d’oro

Qui ci sono 3 possibili intuizioni:

i) Falso (Russell: implica l’esistenza)

ii) né V né F (Frege: presuppone l’esistenza)

iii) vero: perché è tautologico.

 

ii) è una lettura possibile e naturale, di cui russell non può render conto.

 

Ma iii) corrisponde a una lettura accettabile? Russell può renderne conto?

Infatti:

come puo’ (2) esser vero? ciò che non esiste (come la montagna d’oro) non è d’oro (né di qualunque altro materiale). In altri termini, per avere delle proprietà è indispensabile esistere, ed attribuire una proprietà implica attribuire l’esistenza.

Eppure, sembrerebbe esserci un modo del tutto naturale di parlare in cui si possono veracemente attribuire proprietà ad oggetti inesistenti, ed anche riconosciuti come tali: come anche, ad esempio, nel caso di   ‘Sherlock Holmes era perspicace’, ‘Watson era tonto’, ecc..

 

Infatti c’è una possibile lettura in cui è vero: quella in cui  equivale a[63]

(21) Ogni montagna d’oro è d’oro,

che appunto non contiene impegni esistenziali. Russell poi può agevolmente analizzarla dalla teoria delle descrizioni in modo che risulti  vera, tramite l’enunciato quantificato universalmente

(24) Per ogni x, se x è una montagna e d’oro, allora x è d’oro

Ma perché (24) è vero? Di quali oggetti è funzione il suo valore di verità? Se diciamo che la variabile x qui varia su oggetti esistenti,[64] e quindi di essi è funzione il suo valore di verità, siamo costretti ad ammettere che anche

(25) Per ogni x, se x è montagna e d’oro, x  non è d’oro,

vale a dire, ‘tutte le n montagne d’oro che esistono sono non d’oro’: infatti, poiché in questo caso n=0, è vero che vi sono 0 montagne d’oro che non sono d’oro. Dobbiamo allora ammettere che la x varia sugli oggetti possibili,[65] e quindi reintrodurre gli oggetti intenzionali di Meinong? In effetti,  (24) è vero per lo stesso motivo per cui è vero il controfattuale

(26) Se esistesse una montagna d’oro sarebbe d’oro,

un’altra possibili parafrasi del senso di (2). Ma in quanto controfattuale, anche (26) tratta di oggettipossibili, e non semplicemente di oggetti reali. In altri termini, (26), infatti, non è un mero condizionale materiale, come mostra il modo congiuntivo del verbo. Se lo fosse,  sarebbe vero anche

(27) Se esistesse una montagna d’oro non sarebbe d’oro

(in quanto non esiste alcun x che sia montagna e d’oro, e quindi il condizionale materiale sarebbe vero grazie alla falsità dell’antecedente ). Al contrario, (26) è una implicazione, e come tale riguarda oggetti possibili e non semplicemente oggetti reali.

L’enunciato (2) si potrebbe ugualmente bene parafrasare con  l’enunciato modale

(28) E’ necessario che una montagna d’oro sia d’oro,

ma sappiamo cha anche gli enunciati modali sono intensionali, e possono ricevere un’interpretazione semantica solo in termini di oggetti e situazioni possibili. Si direbbe dunque che, nella misura in cui Russell non accetta gli oggetti intenzionali di Meinong, non possa render ragione del valore di verità di (2).

 

Anche

(3) Sherlock Holmes era perspicace,

esattamente come (2), è intuitivamente vero, mentre risulta falso nell’analisi standard di Russell:

(31) Esiste un x tale che x è un famoso investigatore inglese, abitante in Bakers Street, ecc,  e x è perspicace

Di nuovo,  anche (3) può avere il  senso implicitamente esistenziale di

(32) (sottinteso: Esiste un investigatore inglese che abita in Baker Street, ecc.), ed è perspicace

che viene correttamente reso da (31); ma che ne è dell’altro senso, più naturale?

Si potrebbe proporre, come per (2), l’analisi col quantificatore universale

(33) Per ogni x, se x è un investigatore inglese, ecc., x è perspicace

Oppure  la strada dell’analisi controfattuale, con

(34) Se Sherlock Holmes esistesse sarebbe perspicace.

si incontrerebbero gli stessi problemi delle analoghe analisi di (26): il controfattuale, al pari degli enunciati modali e di quelli universali quantificati non sostitutivamente, sembra presupporre il riferimento a oggetti possibili.

Russell potrebbe sostenere che (3) in realtà significa

(35) Conan Doyle scrive  che (contesto obliquo, che implica il riferimento a Holmes),

oppure

(36) Nei romanzi di Conan Doyle è scritto: “Sherlock Holmes è perspicace”

(dove viene eliminato il riferimento a Holmes) o simili: ma nessuna di queste forme può essere una parafrasi di (3), che non parla né di Conan Doyle, né di romanzi, ecc. In realtà, con (3) intendiamo parlare precisamente del personaggio (inesistente, e che sappiamo essere tale) Sherlock-Holmes. Eppure, (3) è vero: pertanto, o (contro Russell) ha referenti intenzionali, o (contro Frege) non serve avere un referente per aver valore di verità.

Mentre per (2) e (3) esiste almeno un senso implicitamente esistenziale (per quanto non sia  il più naturale e immediato) a cui l’analisi in base alla teoria delle descrizioni rende giustizia,

4) Francesco pensa alla montagna d’oro

non ha nulla del genere. Eppure, vi sono casi in cui è ovviamente vero, Russell non potrebbe negarlo. Per cui, non può renderlo come  l’enunciato falso

(41) Esiste una e una sola cosa che è insieme una montagna e d’oro, e Francesco la pensa.

Probabilmente Russell lo renderebbe spostando il quantificatore dentro al campo d’azione dell’attitudine proposizionale, (dunque con ‘la montagna d’oro’ in posizione secondaria, come lui direbbe) con

(42) Francesco pensa che esiste una e una sola cosa che è insieme montagna e d’oro

Ma non funziona, perché spesso si pensa a qualcosa senza pensare che esista, e magari pensando che non esista.

 

Non si può nemmeno tentare la strada dell’analisi tramite il discorso diretto, come in (36), perché

(43) Francesco pensa “Montagna d’oro”

È addirittura privo di senso: il discorso diretto presuppone un pensiero di tipo proposizionale (con soggetto e predicato), mentre è del tutto possibile pensare a qualcosa senza attribuirle, con tale pensiero, alcuna proprietà in particolare. 

 

Probabilmente, come suggerito da alcuni suoi passi,[66] Russell direbbe qualcosa come

 

(44) Esiste il pensiero di una montagna d’oro, e Francesco lo pensa.

 

Ora, questo enunciato ha le medesime condizioni di verità di (4), tuttavia non lo si può considerare una parafrasi esatta di esso, in quanto non ne condivide il senso: ad esempio, (44) compie un’asserzione di esistenza che (4) non compie; o introduce degli oggetti (i pensieri), che (4) non introduce, facendo solo riferimento a un’azione (il pensare). Avremo modo di riprendere sia questo tipo di analisi sia i suoi limiti più oltre.

 

In sintesi, l’analisi russelliana sembra render giustizia a (5), al senso più importante di (6), e ai sensi secondari di (1), (2), (3), ma fallisce per (4), per i sensi principali di (1), (2), e (3), e per un senso secondario di (6). In sostanza, ha successo dove vi sono asserzioni esistenziali, esplicite o implicite, affermative o negative; ma in tutti gli altri casi, non chiarisce in forza di che cosa gli enunciati abbiano il valore di verità che hanno, a meno di non ammettere i referenti virtuali che Russell intendeva evitare.

Che fare allora?

 

Meinong: referenti inesistenti?

 

Tutte le considerazioni (i)-(v) portano verso la già menzionata idea di Alexius Meinong  che vi siano oggetti inesistenti (o addirittura impossibili, come il quadrato rotondo).[67] Vista l’impossibilità sia per Frege che per Russell di render conto adeguatamente di queste considerazioni, conviene considerare attentamente se essa non sia la soluzione adeguata. Se così fosse, i termini di cui ci stiamo occupando si riferirebbero a tali oggetti inesistenti o “intenzionali”, esistenti cioè solo come oggetti del nostro pensiero. In tal modo sarebbe garantita in ogni caso la loro significanza, ed anche il valore di verità degli enunciati in cui essi compaiono: vi sarebbe in ogni caso un referente.      

Una posizione analoga assume C.I. Lewis: ogni espressione possiede, oltre all’intensione, non solo un’estensione o denotazione, la classe di tutte le cose esistenti cui si applica correttamente, ma anche una comprensione[68], la classe di tutte le cose coerentemente concepibili cui potrebbe correttamente applicarsi[69].

           

Abbiamo già visto tuttavia come critiche a questa tesi siano state avanzate da Russell: ricordiamole ora assieme ad altre obiezioni e problemi:

 

In primo luogo, si potrebbe obiettare che sarebbe errato attribuire un valore di verità a un enunciato come (1):  da un lato, infatti, è certo che non sia vero; e dall’altro, come hanno osservato Frege e Strawson, non è nemmeno falso, in quanto esso presuppone, ma non afferma, che esista attualmente un re di Francia. E un enunciato che parla di un oggetto inesistente presupponendone l’esistenza in realtà non parla di nulla, e dunque non può esser né vero né falso. Altrimenti la sua negazione sarebbe: “O non esiste un attuale re di Francia, o non è calvo”. Invece è solo: “L’attuale re di Francia non è calvo”[70].

            Ma Meinong non avrebbe problemi a sottoscrivere, dal suo punto di vista, la mancanza di valore di verità da parte di (1): proprio in quanto inesistente, l’attuale re di Francia è un oggetto “incompleto”, vale a dire non determinato in tutti i suoi aspetti. E’ determinato che egli sia re, e quindi maschio, e che regni in Francia, ma non se egli sia alto o basso, biondo o moro, e nemmeno dunque se sia calvo o chiomato. Ma (1) sarebbe vero solo se fosse calvo, e falso solo se fosse chiomato. Siccome dunque non è né l’uno né l’altro, (1) non è vero né falso. L’obiezione viene quindi a cadere.

            Restano però altre obiezioni alla posizione di Meinong-Lewis:

(1) Anzitutto, l’assunzione di oggetti inesistenti, meramente possibili o perfino impossibili, è metafisicamente assai impegnativa e difficile da sostenere; tali oggetti hanno condizioni di identità assai dubbie[71], ed essi sono talmente numerosi che la loro assunzione viola un antico e rispettato principio filosofico: il rasoio di Occam, secondo cui la miglior teoria è quella che ha bisogno di assumere l’esistenza del minor numero di oggetti e differenze.

(2) se Meinong e Lewis avessero ragione, bisognerebbe ammettere che quello che abbiamo chiamato piano ontologico in realtà comprende (i) referenti reali e (ii) referenti intenzionali. Ma allora non potremmo più caratterizzare la distinzione tra piano ontologico e piano logico come una distinzione tra la realtà e il mondo concettuale (avremmo infatti nel piano ‘ontologico’ degli oggetti non reali) e dovremmo ridefinire i due piani: il secondo non dovrebbe più esser chiamato ‘ontologico’, ma “oggettuale” (e corrispondentemente, il primo non più ‘logico’ ma ‘concettuale’); o addirittura dovremmo sostituire al bipolarismo semantico un tripolarismo semantico  con una tripletta di piani:  logico, ontologico intenzionale e ontologico reale. Inoltre

(3) [come si è visto], Russell obietta che tale posizione avrebbe come conseguenza tesi false, come quella che esistono oggetti come la montagna d’oro, o addirittura contraddittorie, come quella che esistono entità inesistenti.[72]

(4) Russell, si è visto [ancora], obietta che implicherebbe tesi contraddittorie, poiché ne seguirebbe che il quadrato rotondo è rotondo (in quanto rotondo) e insieme che non è rotondo (in quanto quadrato).[73]

(5) Secondo Husserl, infine[74], non esistono due oggetti, il referente intenzionale e quello reale, ma uno solo, quest’ultimo; la tesi del raddoppiamento dell’oggetto è tanto falsa quanto apparentemente plausibile.

La tesi che esista sempre anzitutto un referente intenzionale e poi, se nel mondo c’è  qualcosa di corrispondente, anche quello reale,  può trarre sostegno dal fatto che spesso il pensiero di un oggetto è accompagnato (o costituito) dall’immagine mentale di esso[75], e la stessa immagine che si lega all’espressione corrispondente: facile dunque identificare l’immagine con il referente intenzionale, e l’oggetto con quello reale.

Inoltre, questa tesi è del tutto analoga alla concezione ideistica della conoscenza di origine medievale e prevalente nel ‘600 e oltre, secondo cui, la conoscenza delle cose avviene per mezzo delle idee di esse, e dunque noi conosciamo direttamente l’idea, e solo indirettamente la cosa corrispondente.

Ma la gnoseologia ideistica è errata in quanto dal fatto che le idee sono il mezzo o il modo in cui conosciamo (quando lo sono, poiché si può argomentare che in alcuni casi non si conosce per mezzo di idee) non si può concludere che esse sono quello che noi conosciamo: proprio come dal fatto che vediamo per mezzo dei nostri occhi non si può concludere che vediamo i nostri occhi[76]!

Allo stesso modo, giustamente, Husserl, critica l’idea del raddoppiamento di oggetti:

- non sempre alle espressioni sono connesse immagini mentali (e non sempre si pensa per mezzo di immagini mentali);

- queste sono in ogni caso ciò per mezzo di cui avviene il riferimento, e non ciò a cui ci si riferisce;

- le immagini stesse pongono semmai il medesimo problema: in che modo esse si riferiscono al relativo oggetto? chiaramente non si può ipotizzare che ciò avvenga attraverso un terzo oggetto intenzionale, o si inizierebbe un regresso infinito[77].

 

Per queste ragioni, la posizione di Meinong-Lewis è stata generalmente rifiutata nell’ambito della filosofia analitica.

            Vedremo ora però che le soluzioni alternative proposte ai problemi (i)-(v) non risultano soddisfacenti.

 

 

L’analisi neo-frege-russelliana

 

Si è visto che alcuni dei modi in cui Russell potrebbe plausibilmente interpretare enunciati che altrimenti gli causerebbero difficoltà ne fanno casi di discorso obliquo ((35), (36)), o controfattuale ((26), (34)), o modale ((27)), o su oggetti possibili ((24)), i quali però parrebbero implicare oggetti meinongiani.

Si potrebbe allora pensare di evitare il ricorso a referenti intenzionali, integrando l’analisi di Russell con il suggerimento di Frege che nei contesti obliqui e modali il referente di un termine è il suo senso ordinario (ossia un concetto), o pensando anche, con Carnap[78], di sostituire l’intensione al referente intenzionale: dunque ‘montagna d’oro’ non si riferirebbe a un oggetto inesistente, ma al concetto di montagna d’oro, e così pure ‘Sherlock Holmes’, e i quantificatori di Russell varierebbero sui concetti invece che sugli oggetti. Infatti, nel criticare l’assunzione dei referenti intenzionali da parte di Lewis, Carnap argomenta che si possono riconoscere le distinzioni che Meinong e Lewis intendono tracciare (ad esempio tra oggetti reali, possibili ma non reali, e impossibili) senza parlare di oggetti, di referenti intenzionali, o di ‘comprensione’ (ossia, per Lewis, l’estensione degli oggetti possibili), ma  semplicemente parlando dei termini o delle loro intensioni: ad esempio, si dirà che il termine ‘unicorno’, o il concetto di unicorno, è vuoto[79] . Si è visto anche, del resto, che Russell stesso sembra indicare una direzione simile, quando sostiene che, ad esempio, non esiste amleto, ma al massimo i pensieri che Sheakespeare aveva scrivendo Amleto;[80] tanto è vero che una possibile parafrasi di (4), dal suo punto di vista sarebbe

(44) Esiste il pensiero di una montagna d’oro, e Francesco lo pensa

 

E’ più o meno la strategia proposta da Francesco Orilia[81]. In tal modo (2) diventerebbe

(29) il concetto di montagna d’oro implica quello di essere d’oro,

il quale tra l’altro permetterebbe di rispondere alla domanda sul perché (25), (26), (27) sono veri: appunto, per motivi concettuali.

Come sarebbe parafrasato (4) in quest’ottica? Non come

(45 ) Esiste un  concetto che è insieme una montagna e d’oro, e Francesco pensa ad esso,

in quanto ovviamente un concetto non può essere una montagna né d’oro, bensì come

(46) Francesco pensa al concetto della montagna d’oro,

ed esplicitando l’assunzione esistenziale come farebbe Russell,

(47) Esiste un  concetto che coinvolge le proprietà di essere una montagna e d’oro, e Francesco pensa ad esso.

Tuttavia (29), (46) e (47) non costituiscono fedeli parafrasi degli originali (2) e (4), i quali non parlano affatto di concetti, ma di oggetti (sebbene inesistenti). Un concetto non è una montagna, e pensare all’uno non è in generale la stessa cosa che pensare all’altra. Se per esempio Francesco ha tre anni, è capace di pensare alla m.d.oro, ma non al concetto della m.d.oro! Per pensare alla m.d.oro bisogna possedere e intrattenere in mente il concetto di m.d.oro; per pensare al concetto della m.d.oro bisogna possedere e intrattenere  il concetto di concetto di m.d.oro, che solo un adulto può avere!

E’ cioè falsa la tesi di Frege che i termini nei contesti obliqui, modali, ecc., abbiano come referenti i propri sensi. (Abbiamo visto infatti in precedenza che ha ragione Carnap nel criticare questa posizione, risolvendo invece il problema della sostituibilità in tali contesti col richiedere semplicemente la cointensionalità). Ciò risulta chiaro anche osservando le difficoltà incontrate da questa analisi negli altri esempi che stiamo considerando: (1) diventerebbe ovviamente non 

(12) Esiste un concetto di attuale re di Francia, e questo è calvo,

ma

(13) Esiste un concetto di attuale re di Francia, e questo coinvolge la proprietà di essere calvo,

che è falso (perché il concetto di attuale re di Francia non include la calvizie), mentre come abbiamo visto, nella sua lettura più naturale e diretta (1) non è (a differenza di (11)) né vero né falso.

Questo problema non tocca (3), che diventerebbe l’enunciato vero

 (37) Esiste un concetto che coinvolge le proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker Street, ecc., e tale concetto coinvolge la proprietà di essere perspicace,

ma tocca enunciati della stessa forma, come

(38) Sherlock Holmes ebbe il raffreddore il 3 marzo 1871,

che diventa il sicuramente falso

(39) Esiste un concetto che coinvolge le proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker Street, ecc., e tale concetto coinvolge la proprietà  di essere raffreddato il 3 marzo 1871.

E di nuovo, anche per queste rese di (1) e (3), si nota come introducano un riferimento a concetti che manca negli originali.

Dunque, nemmeno l’analisi neo-frege-russelliana restituisce il vero contenuto di (1)-(4), ma al massimo, in qualche caso, un contenuto logicamente equivalente.  Come si è visto, infatti,  (29) e (36) non sono parafrasi corrette rispettivamente di (2) e di (3), ma sono enunciati che sono veri in tutti i mondi possibili in cui sono veri rispettivamente (2) e (3). Questo indica che un’intuizione corretta è comunque presente in quest’analisi, e vedremo tra breve di che si tratta.

 

Verso una soluzione: il valore di verità come funzione del senso

 

Fin qui, dunque, non si è trovato nessuna soluzione soddisfacente dei problemi che ci stiamo ponendo. In particolare, per quanto riguarda gli enunciati vuoti, abbiamo visto che laddove essi comprendono, implicano o sottintendono un’asserzione esistenziale sul putativo referente del loro termine vuoto, il loro valore di verità è ben spiegato da Russell: sono veri se l’asserzione è negativa, come in (5), e falsi se è positiva, come in (11), (22), (32) e (62). Laddove essi non comprendono né implicano o sottintendono, ma presuppongono una tale asserzione esistenziale, mancano di valore di verità, e ciò è soddisfacentemente spiegato da Frege e Strawson. Resta da spiegare come possano esser veri enunciati vuoti che non comprendono né implicano né presuppongono asserzioni esistenziali rispetto al putativo referente del termine vuoto, quali (2) (3) e (4) nelle letture più ovvie, e (65).

            Anzitutto, osserviamo che il problema nasce dalla tesi secondo cui il valore di verità sarebbe funzione dei referenti dei termini.

(Questa tesi sembrerebbe seguire necessariamente dalla posizione di Russell, che ammette solo riferimento e non senso. Ma in realtà si è visto che per tutte le espressioni non primitive la posizione di Russell è compatibile con l’idea che abbiano una sorta di senso, espresso dalla descrizione di cui sarebbero l’abbreviazione. Per Frege, invece, essa non sarebbe obbligata, in quanto egli ammette i sensi. Ma essa è per lui implicata da (a) il principio di funzionalità, e (b) la dottrina del valore di verità come referente degli enunciati).

Il problema nasce da questa tesi in quanto se la si accetta non restano che tre strade: quella di Frege, di negare che gli enunciati vuoti abbiano valore di verità; o quella di Russell, di negare che vi siano termini privi di riferimento (e quindi rendere tutti gli enunciati veri o falsi); o quella (attribuita a Meinong e Lewis, ma forse non del tutto a ragione, come vedremo) di sostenere che vi sono dei referenti non esistenti ma “intenzionali”. E si è visto che nessuna di queste soluzioni può soddisfarci: partendo dal presupposto di Frege si traggono conseguenze false nella maggior parte dei casi da noi considerati (2)-(5). Il fatto che nel caso di  (1) e (66) se ne ricavi una conseguenza giusta (che questi enunciati non sono veri né falsi) è dopo tutto abbastanza casuale: il motivo per cui (1) e (66) sono privi di valore di verità non è perché contengono termini privi di referente, ma perché (come pure riconosce Frege e più chiaramente spiega Strawson) sono enunciati che, più che implicare un’asserzione di esistenza (come riteneva Russell), la presuppongono; e quando un enunciato presuppone un’asserzione falsa, risulta privo di valore di verità: in altri termini, la mancanza di valore di verità è per motivi pragmatici, non semantici. Questo è confermato da quegli enunciati (o letture) che pur includendo termini privi di referente, sono veri o falsi, poiché non affermano né presuppongono l’esistenza (né il suo contrario) (come (2), (3), (4), (5), e (65).

            E’ dunque lecito pensare che l’errore stia proprio nella tesi del valore di verità come funzione del riferimento: e del resto, abbiamo visto che essa non sarebbe obbligata né per Russell né per Frege. Per Frege, in particolare, si è visto che essa deriva, oltre che il principio di funzionalità (del tutto  ragionevole), dalla dottrina del valore di verità come referente degli enunciati, che ci siamo resi conto essere alquanto controintuitiva.

Oltre a tutto, questa tesi costringe Frege, come si è visto, all’altra dubbia affermazione che il referente dei termini cambia col contesto, e all’introduzione dei “referenti indiretti”. Ora, discutendo del problema della sostituibilità, si è visto che l’alternativa (suggerita da Carnap) a questa poco plausibile assunzione è di rinunciare all’idea che la verità di un enunciato si possa preservare in ogni caso sostituendo i termini con altri aventi lo stesso referente, limitando invece la sostituibilità nei contesti obliqui a termini che abbiano la medesima intensione (e nei discorsi indiretti il medesimo senso). Ma in tal modo la sostituibilità veniva ad esser regolata da due criteri diversi, e poteva restare un dubbio sul motivo di questa duplicità e sull’eventuale necessità di ricorso a criteri ancora diversi.

Ora invece, dato che il senso determina l’intensione, e questa il riferimento, l’alternativa più  naturale è di adottare come principio unico quello secondo cui in generale il valore di verità è funzione del senso; da ciò segue che la sostituibilità salva veritate è sempre e comunque garantita dall’identità di senso, sebbene in casi particolari sia sufficiente anche l’identità di intensione (enunciati modali) o di riferimento (enunciati categorici diretti)[82]. Questo a sua volta spiega perché enunciati privi di referente possano avere valore di verità.

Questa posizione naturalmente presuppone che in generale le espressioni abbiano un senso: una posizione puramente ed esclusivamente monista è dunque esclusa.

Questo presupposto, d’altra parte, è compatibile non solo col bipolarismo, ma anche col monismo semantico di Russell (come si è visto, ammette la possibilità di una sorta di senso per tutte le espressioni non primitive)  e col monismo semantico debole di Kripke-Putnam (che riguarda solo i nomi propri).

Se queste forme di monismo semantico sono corrette, la tesi da assumere sul valore di verità degli enunciati, sarà che in generale esso è funzione dei sensi; e solo laddove manchi il senso (espressioni primitive, o nomi propri) il valore di verità diventa funzione dell’unica componente del significato disponibile, il riferimento.

Questa posizione è perfettamente in grado di render conto dei valori di verità degli enunciati vuoti sopra esaminati, in quanto per forza di cose i termini vuoti che li compongono devono esser termini definiti: non possono essere termini primitivi appresi per conoscenza diretta (Russell) o nomi propri dal riferimento diretto (Kripke: vedi sotto), in quanto non hanno alcun referente. In altri termini: i nomi primitivi o logicamente propri non possono per definizione esser privi di referente; dunque, non potranno mai comparire in enunciati vuoti, e quindi non sarà un problema per la nostra spiegazione del valore di verità degli enunciati vuoti che tali nomi che non posseggano un senso.

 

Verso una soluzione: i concetti e la capacità di parlare di

 

Ci renderemo conto ora che in questa prospettiva è possibile recuperare la posizione di Meinong-Lewis in un’interpretazione più favorevole, atta a superare le critiche che le sono state rivolte, e probabilmente più fedele alle idee dei due autori, ed inoltre far valere quanto di corretto c’è nella posizione neo-frege-russelliana. Vedremo infatti che sostenere che i termini vuoti vertono su oggetti intenzionali può significare semplicemente che il ruolo semantico di quei termini è determinato dalle loro intensioni.

In primo luogo, Meinong non è realmente impegnato né alla duplicazione degli oggetti né all’esistenza di oggetti non reali ma intenzionali. In  Über Gegenstandstheorie egli sostiene infatti che gli oggetti intenzionali sono, ma non esistono[83].

Questo modo di esprimersi rischia di esser fuorviante, facendo pensare che egli intenda usare il verbo ‘essere’, che normalmente ha funzione di copula, come predicato, al modo di ‘esistere’, per predicare uno statuto ontologico diverso da quello dell’esistenza. Ma non esistono siffatti statuti: o una cosa esiste, o non esiste, tertium non datur. 

In realtà, un’attenta lettura mostra che Meinong vuol solo  mostrare come ciò che si può veridicamente dire degli oggetti sia indipendente dal loro esistere o meno: “l’esser così è indipendente dall’essere”[84]. In altri termini:

Possiamo usare le espressioni per parlare di un oggetto e dire che esso ha certe proprietà anche se non esiste. Possiamo parlare e descrivere un oggetto anche se non esiste.

 

Possiamo dire che

- Un’espressione parla di un oggetto quando ha come intensione il concetto di esso, di modo che se l’oggetto esiste, per mezzo di tale concetto, l’oggetto è effettivamente identificato e rappresentato, e quindi l’espressione si riferisce (in senso proprio, ossia come relazione linguaggio-mondo) ad esso; ma se l’oggetto non esiste, non si ha  riferimento in senso stretto, tuttavia l’espressione parla dell’oggetto nella misura in cui mantiene la capacità di riferirsi ad esso.

 

            Es.: se l’unicorno esistesse, lo sapremmo riconoscere, individuare: le nostre espressioni e i nostri pensieri si riferirebbero ad esso. In questo senso il nome ‘unicorno’ parla dell’unicorno, anche se di fatto non si riferisce ad esso.

 

Allo stesso modo, dire che  

(a) Francesco parla di X

È come dire che

(b) Francesco usa un termine che ha il concetto di X come intensione

e dire che

(c) Francesco pensa a X

è come dire che

(d) Francesco ha in mente, o intrattiene, (quello che per Fodor sarebbe il porre in un certo box di atteggiamento proposizionale[85]) il concetto di X (o meglio, una certa rappresentazione del concetto di X, ossia un certo senso, in quanto come si è visto nel capitolo precedente dal punto di vista della comprensione soggettiva un certo modo di esprimere un concetto può non equivalere a un altro: il soggetto può non rendersi conto che due sensi diversi esprimono lo stesso concetto, cioè la stessa intensione), di modo che, se X esiste, è corretto dire che Francesco si riferisce ad esso, e se X non esiste semplicemente diciamo che Francesco parla o pensa a X.

Questo era il nucleo dell’intuizione di Meinong: possiamo parlare di X, dire che X è in un modo o in un altro, anche senza che X esista, e senza implicare che X esista (“L’essere è indipendente dall’esistere”).

            Volendo, potremmo anche continuare ad esprimere tutto ciò dicendo che un’espressione, o un soggetto, può riferirsi a oggetti non esistenti o intenzionali; ma bisognerebbe ricordare che ciò non implica in alcun modo l’esistenza degli oggetti intenzionali, né si tratterebbe di un riferimento in senso proprio, come relazione linguaggio-mondo. ‘Riferirsi’, in quel senso, sarebbe un verbo come ‘cercare’ e ‘desiderare’, che non implicano l’esistenza del proprio complemento oggetto, e non comevedere’, che la implica.

Così intesa, la posizione di Meinong-Lewis da un lato risolve tutti i problemi (i)-(v) (come vedremo tra breve), ma dall’altro non ci costringe ad altra assunzione ontologica che quella dei concetti, o intensioni. Il supposto “referente intenzionale”, infatti, non è un’altra faccia dell’intensione: hanno le stesse condizioni di identità.

Es.: ‘Όδυσσευς’ si riferisce a Ulisse // al figlio di Laerte e marito di Penelope.

Es.: Francesco pensa a Ulisse // al figlio di Laerte e marito di Penelope

In questo modo si evitano tutte le obiezioni (1)-(5) sollevate contro gli oggetti meinongiani:

 

(1) Non si compie nessuna assunzione metafisicamente insostenibile, perché non si assumono oggetti inesistenti.

(2) Non è più necessario duplicare il piano ontologico in uno reale e uno virtuale, e non si rischia il tripolarismo semantico: i referenti in senso stretto sono solo oggetti esistenti, e non c’è riferimento in tal senso quando si parla di oggetti inesistenti.

            L’obiezione (3) cade perché nulla di ciò che si può dire – nel linguaggio o nel metalinguaggio - della montagna d’oro o del quadrato rotondo[1] implica che essi esistano.

L’obiezione (4) non si applica più, perché il fatto che di un oggetto siano vere tesi incompatibili mostra  solo che tale oggetto non esiste, non che di esso non si possa parlare o pensare nel senso che si è spiegato.

L’obiezione (5) svanisce perché avere un referente inesistente non è più letteralmente avere un secondo oggetto oltre (eventualmente) a quello reale, ma, solo avere come intensione un concetto di quell’oggetto.

 

Questi problemi restano solo come dei richiami a non fraintendere il nostro modo di parlare come implicante oggetti inesistenti e una relazione con essi.

 

Contemporaneamente, questa soluzione mette in luce anche l’intuizione corretta contenuta nell’analisi neo-frege-russelliana: possiamo rendere conto dei valori di verità parlando di concetti, cioè di intensioni/sensi.

            Non possiamo farlo però utilizzando direttamente i concetti come referenti, altrimenti si incorre negli errori (anche categoriali) degli enunciati (12), (46) e (47). Se vogliamo eliminare dal discorso comune l’apparente menzione del referente intenzionale non possiamo semplicemente sostituire ad esso l’intensione; non possiamo dunque dire:

(46) Francesco pensa al concetto della montagna d’oro

(come si è visto, può esser falso anche se (4) è vero: per es., se Francesco ha 3 anni)

Piuttosto, dobbiamo riformulare tutta la frase come:

(48) Francesco intrattiene il concetto di montagna d’oro

(o, nella formulazione che esplicita l’assunzione esistenziale, come

(49) Esiste un  concetto che coinvolge le proprietà di essere una montagna e d’oro, e Francesco lo intrattiene).

Queste formulazioni sono del tutto analoghe a quella che ci è sembrato la naturale esplicazione della posizione di Russell su (4), vale a dire

(44) Esiste il pensiero di una montagna d’oro, e Francesco lo pensa

In altri termini:

Come si è visto poc’anzi, e contrariamente a quel che Frege suggerisce quando dice che nei contesti indiretti il referente è il senso ordinario, il concetto di X non è  ciò cui si riferisce chi parla di X o ciò che pensa chi pensa a X, ma ciò che costituisce l’intensione del nome di X, e ciò che intrattiene chi pensa a X, e garantisce che il nome o il pensiero di X parlino di X, ossia abbiano la capacità di riferirsi ad esso, anche se X non esiste.

Il fatto che (4) abbia la stessa intensione di (= che sia logicamente equivalente a) (44) o (48) o (49) ci mostra che dire che possiamo parlare o pensare a oggetti inesistenti è innocuo, e non c’è bisogno di rinunciare a tal modo di dire. La stessa cosa ci dimostra l’equivalenza tra (a) e (c) e, rispettivamente,  (b) e (d).

D’altra parte, queste espressioni hanno la medesima intensione ma non il medesimo senso: i  parlanti, in genere, potrebbero non apprezzarne l’equivalenza logica. Carnap direbbe che (44) o (48), (49), (b) e (d) esprimono «nel modo formale» (nel metalinguaggio) quel che (4), (a) e (c)  esprimono «nel modo materiale» (nel linguaggio oggetto): ad esempio, chi dice

(4) Francesco pensa alla montagna d’oro

potrebbe non esser consapevole che sta dicendo qualcosa di logicamente equivalente a

(48) Francesco intrattiene il concetto di montagna d’oro

Ecco perché se vogliamo esprimere l’effettivo senso di quel che diciamo sulle attitudini proposizionali su oggetti inesistenti (cioè il modo in cui l’uomo della strada le intende) è giusto insistere, con Meinong e Lewis, che possiamo parlare di oggetti  inesistenti e descriverli. Al contempo, non abbiamo bisogno, in sede di analisi rigorosa, di impegnarci all’ esistenza degli oggetti intenzionali per spiegare il valore di verità degli enunciati vuoti: grazie all’equivalenza logica di (4) (a) e (c) con (48), (b) e (d), possiamo spiegare il valore di verità degli enunciati vuoti assumendo solo l’esistenza di concetti: termini come ‘Zeus’, ‘montagna s’oro’, ecc. non hanno referente ma solo intensione.

 

Dunque:

Dunque:

dire: 

“ un enunciato è vero o falso in funzione del suo senso (e dunque anche se privo di referente)” (§ precedente)

È come dire:

“è reso vero o falso da ciò che dice di un oggetto, anche se questo non esiste”

Nel senso che cioè che  il suo soggetto/complemento ha un’intensione tale che, ove un corrispondente oggetto esistesse, lo metterebbe in grado di riferirsi ad esso, e

 

O l’intensione del predicato è un sottoconcetto dell’intensione del soggetto (‘La montagna d’oro è d’oro’)

O l’intensione del complemento sta nella relazione indicata col soggetto (Francesco pensa alla Montagna d’oro)

 

In altri termini, dire che il valore di verità è funzione dei sensi, è come dire che gli enunciati dichiarativi possono fungere non solo da descrizioni fattuali (come ‘Il Monte bianco è alto 4810 metri’), ma anche da analisi concettuali (come ‘La montagna d’oro è d’oro’).

 

Come si risolvono i problemi (i)-(v)

 

Vediamo ora in dettaglio come in questo modo si risolvono i problemi (i)-(v)

(i) Dal momento che spieghiamo il funzionamento dei termini vuoti in base alla loro intensione, se fosse vera la tesi che i nomi propri non hanno intensione o senso, davvero non sapremmo spiegare la significanza dei nomi propri il cui nominato non esiste. Ma come si è visto, per Russell ciò vale solo per i nomi logicamente propri, e come vedremo, nemmeno per Kripke questa tesi vale  per tutti i nomi; in particolare, non vale per i nomi di fantasia (Pegaso, Sherlock Holmes) cui nominato non è mai esistito, ai quali viene riconosciuta un’intensione.

(ii) L’ intuizione che i termini vuoti parlano comunque di qualcosa, e ciascuno di cose diverse, viene confermata, e si spiega col fatto che per parlare di un oggetto basta che un termine abbia per intensione il concetto di esso.

(iii) Il fatto che io possa parlare di Fido quando la povera bestiola non c’è più è spiegabile, come si era accennato, in quanto il nome si riferisce comunque a un animale esistente, anche se non esistente ora.

(iv) Il fatto che si possa parlare di un cane Lassie puramente romanzesco è spiegabile in quanto il nome ‘Lassie’ ha un’intensione (come accennato qui sopra al (i) e come vedremo meglio nel prossimo capitolo) e affinché un termine parli di X basta che abbia per intensione il concetto di X.

 

Il problema (v) è quello dei valori di verità degli enunciati vuoti, che adesso esaminiamo più in dettaglio riprendendo i nostri esempi precedenti.

 

            Abbiamo già osservato che se si assumesse l’esistenza degli oggetti intenzionali, si darebbe un valore di verità a

(1) L’attuale re di Francia è calvo,

che ne è privo, e si renderebbe vero

(11) Esiste uno (e un solo) re in Francia oggi, ed è calvo,

 che invece è falso. Ma noi non abbiamo assunto nulla di ciò,  quindi (11) resta falso, e (1) resta privo di valore di verità, proprio secondo l’intuizione più radicata: (1) non è né vero né falso, in quanto resta falso il presupposto esistenziale su cui si basa, di modo che (1) resta un tentativo fallito di predicare qualcosa di qualcosa, come spiega Strawson.

Pur ammettendo che (1) parla (nel senso sopra chiarito) dell’attuale re di Francia,  possiamo spiegare la sua mancanza di valore di verità in base all’idea di Meinong che l’attuale re di Francia è un oggetto “incompleto”. Nei nostri termini, ciò sarebbe come dire che tale descrizione non ha un referente, ma solo un’intensione; e questa, come ogni concetto, è determinata solo rispetto a un numero ristretto di proprietà (in questo caso essere re, essere maschio, regnare in Francia). Rispetto a tutte le altre (tra cui nel caso specifico la calvizie[86]) non si può dire nulla di vero o di falso sull’attuale re di Francia.

Una riformulazione di (1) logicamente equivalente che esplicita queste motivazioni sarebbe

(14) L’ (unico) oggetto (la cui esistenza è presupposta ma non affermata) che esemplifica il concetto di attuale re di Francia è calvo,

Se poi si volesse intendere (1) come

(15) L’attuale re di Francia in quanto tale è calvo

tale lettura sarebbe adeguatamente resa da

(13) Esiste un concetto di attuale re di Francia, e questo coinvolge la proprietà di essere calvo

che mostra come in tal caso sarebbe (1) falso, ovviamente.

 

(2) La montagna d’oro è d’oro

L’intuizione che ci dice che è vero, anzi logicamente vero, è giustificata in quanto, come si è visto, (2) è logicamente equivalente a

(29) Il concetto di montagna d’oro implica quello di essere d’oro,

che è logicamente vero perché l’intensione del predicato è sottoconcetto dell’intensione del soggetto. Però il senso di (2) non contiene parla di concetti, e quindi tale senso è reso con maggior precisione dicendo, con Meinong e Lewis, che (2) parla di un oggetto inesistente, che è la montagna d’oro (e che, come spiegato, e come mostrato da (29), ciò non implica in alcun modo attribuire uno statuto ontologico a tale oggetto).

 

Lo stesso dicasi per 

(3) Sherlock Holmes era perspicace:

Vero, perché l’intensione del predicato è sottoconcetto dell’intensione del soggetto.

La parafrasi logicamente equivalente

(36) Esiste un concetto che coinvolge le proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker Street, ecc., e tale concetto coinvolge la proprietà di essere perspicace,

ci mostra allo stesso tempo perché è vero, e perché non contiene impegni ontologici se non su concetti. Tuttavia il senso di (3) si preserva solo dicendo che esso parla di un personaggio fantastico, Sherlock Holmes.

Se invece volessimo considerare

(37) Sherlock Holmes ebbe il raffreddore il 3 marzo 1871,

avremmo una situazione analoga a (1), e i casi sono due:

(i) chi lo asserisce lo fa o perché crede che Sherlock Holmes esista, e quindi (37) o implica l’asserzione esistenziale (e allora è falso, ed è reso da una parafrasi alla Russell) o la presuppone, e allora non è vero né falso, ed  è reso, senza bisogno di introdurre oggetti intenzionali, da

(39) L’ unico oggetto (la cui esistenza non è direttamente affermata, ma presupposta) che esemplifica il concetto di Sherlock Holmes ebbe il raffreddore il 3 marzo 1871,

il quale è privo di valore di verità per due motivi: sia perché presuppone una falsità (l’esistenza di Sherlock Holmes), sia perché l’intensione di ‘Sherlock Holmes’ non è determinata quanto a un tale raffreddore (o nei termini di Meinong, Sherlock Holmes è un oggetto incompleto, e quindi non possiede la proprietà in questione ma non ne è nemmeno privo.

Il secondo caso possibile è che

(ii) chi asserisce (37) lo fa perché crede che così sia stato scritto da Conan Doyle, dunque che ciò sia implicato dal concetto di Sherlock Holmes. In tale lettura, naturalmente, (37) è falso, e reso da

(38) Esiste un concetto che coinvolge le proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker Street, ecc., e tale concetto coinvolge la proprietà di essere raffreddato il 3 marzo 1871.

(4) Francesco pensa alla montagna d’oro

Con Meinong e col senso comune, diciamo correttamente che (4) è vero in quanto Francesco pensa a un oggetto fantastico da lui immaginato (dunque un oggetto intenzionale).  Questo non ci impegna all’esistenza degli oggetti intenzionali, poiché il suo contenuto logico si può rendere anche senza menzionarli, come in

(49) Esiste un concetto che coinvolge le proprietà di essere una montagna e d’oro, e Francesco lo intrattiene.

(come si è detto, non sarebbe giusto dire che lo pensa: intrattenere il concetto di montagna d’oro è pensare alla montagna d’oro; pensare al concetto di montagna d’oro è intrattenere il concetto di concetto di montagna d’oro).

(5) Il quadrato rotondo non esiste

            Come si è visto, Russell riteneva che enunciati come (5) contraddicessero la tesi meinongiana che vi sono oggetti intenzionali. Abbiamo anche visto però che non è questo il caso, se tale tesi viene correttamente intesa: dire che possiamo parlare a oggetti inesistenti non implica che questi “siano” o esistano, ma che i nostri termini esprimano i concetti di tali oggetti, in modo da possedere la capacità di riferirsi ai relativi oggetti se questi esistessero.

Noi possiamo pertanto render conto della verità di (5) sia parafrasandolo con la formula russelliana

(51) Non esiste alcun x tale che x sia un quadrato e sia rotondo,

sia rendendolo nella formulazione che fa riferimento ai concetti,

(53) Non esiste un oggetto che esemplifichi il concetto di quadrato rotondo.

 

(6) La daga è sulla mia testa (detto da qualcuno che ha un’allucinazione)

Come (1), (2), (3), anche questo è ambiguo tra letture come (61) in cui c’è un’esplicita o implicita asserzione esistenziale, letture come (66) in cui c’è una presupposizione esistenziale, e letture come (65) in cui si ha di mira unicamente l’ “oggetto intenzionale”; qui c’è anche la possibile lettura (63) in cui l’illusione riguarda non l’esistenza della daga, ma la sua collocazione spaziale.

 (61) Esiste un x, tale che x è una daga, è l’unica (saliente in questo contesto), ed è sulla mia testa.

L’intuizione ci dice che è falso, e infatti è reso come tale dalla riformulazione che mette in luce che il valore di verità non è determinato tanto dai referenti (reali o immaginari che siano) quanto dalle intensioni, cioè dai concetti:

(67) Il concetto di daga possiede un’esemplificazione ed una sola saliente in questo contesto, ed essa è sulla mia testa.

Invece

(66) la daga (una che presuppongo, ma non affermo, essere esistente e saliente nel contesto) è sulla mia testa (piuttosto che altrove)

non è vero ne’ falso in quanto, come spiegato da Strawson, presuppone un’affermazione esistenziale falsa. La stessa cosa si può esprimere nella riformulazione metalinguistica che mostra l’equivalenza tra parlare di oggetti inesistenti e parlare di concetti:

(68) Quell’oggetto (che io non affermo ma presuppongo esistere ed  essere l’unica esemplificazione saliente in questo contesto del concetto di daga) è sulla mia testa:

non c’è nessun oggetto del genere, quindi in realtà non si parla di nulla, quindi (66) non è vero né falso.

(63) La daga (sottinteso: di Banquo) è sulla mia testa.

Qui non c’è alcun problema, (63) è falso dal punto di vista di tutti gli approcci che abbiamo considerato: la daga di cui si parla è reale, anche per Meinong, e ci si sbaglia solo sulla sua collocazione spaziale.

(65) La daga, quella che sto vedendo, anche se sono consapevole di avere un’allucinazione, è sulla mia testa.

Questo enunciato è vero, ed è uno dei casi in cui il linguaggio di Meinong è il più naturale per esprimere il senso che dell’enunciato: si parla di un oggetto puramente intenzionale (cioè, mentale), e gli si attribuisce una proprietà pure intenzionale (non si intende cioè che la visione della daga sia realmente sopra la mia testa, ma che la daga percepita sia – nella percezione stessa – sopra la mia testa. Anche qui tuttavia si può dire la stessa cosa con un senso diverso, ma senza parlare della daga intenzionale (in questo caso non si farà riferimento a concetti, ma a immagini percettive):

(69) L’immagine (sottinteso: che percepisco) è quella di una daga sopra la mia testa.

 

Appendice: Lista degli esempi utilizzati

 

(1) L’attuale re di Francia è calvo

(11) Esiste uno (e un solo) re in Francia oggi, ed è calvo,

(12) Esiste un concetto di attuale re di Francia, e questo è calvo,

(13) Esiste un concetto di attuale re di Francia, e questo coinvolge la proprietà di essere calvo,

(14) L’ (unico) oggetto (la cui esistenza è presupposta ma non affermata) che esemplifica il concetto di attuale re di Francia è calvo

(15) L’attuale re di Francia in quanto tale è calvo

 

(2) La montagna d’oro è d’oro

(21) Esiste un x tale che x è una montagna, e x è d’oro

(22) (sottinteso: C’è una montagna d’oro), e questa (ovviamente) è d’oro,

(23) Ogni montagna d’oro è d’oro,

(24) Per ogni x, se x è una montagna e d’oro, allora x è d’oro

(25) Per ogni x, se x è montagna e d’oro, x  non è d’oro,

(26) Se esistesse una montagna d’oro sarebbe d’oro,

(27) Se esistesse una montagna d’oro non sarebbe d’oro

(28) E’ necessario che una montagna d’oro sia d’oro,

(29) Il concetto di montagna d’oro implica quello di essere d’oro

 

(3) Sherlock Holmes era perspicace

(31) Esiste un x tale che x è una montagna, e x è d’oro

(32) (sottinteso: Esiste un investigatore inglese che abita in Baker Street, ecc.), ed è perspicace

(33) Per ogni x, se x è un investigatore inglese, ecc., x è perspicace

(34) Se Sherlock Holmes esistesse sarebbe perspicace.

(35) Conan Doyle scrive  che (contesto obliquo, che implica il riferimento a Holmes),

(36) Nei romanzi di Conan Doyle è scritto: “Sherlock Holmes è perspicace”

(37) Esiste un concetto che coinvolge le proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker Street, ecc., e tale concetto coinvolge la proprietà di essere perspicace,

(38) Sherlock Holmes ebbe il raffreddore il 3 marzo 1871,

(39) Esiste un concetto che coinvolge le proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker Street, ecc., e tale concetto coinvolge la proprietà di essere raffreddato il 3 marzo 1871.

(39) L’ unico oggetto (la cui esistenza non è direttamente affermata, ma presupposta) che esemplifica il concetto di Sherlock Holmes ebbe il raffreddore il 3 marzo 1871,

 

(4) Francesco pensa alla montagna d’oro

(41) Esiste una e una sola cosa che è insieme una montagna e d’oro, e Francesco la pensa,

(42) Francesco pensa che esiste una e una sola cosa che è insieme montagna e d’oro

(43) Francesco pensa “Montagna d’oro”

(44) Esiste il pensiero di una montagna d’oro, e Francesco lo pensa

(45) Esiste un  concetto che è insieme una montagna e d’oro, e Francesco pensa ad esso,

(45) Francesco pensa al concetto della montagna d’oro,

(47) Esiste un  concetto che coinvolge le proprietà di essere una montagna e d’oro, e Francesco pensa ad esso.

(48) Francesco intrattiene il concetto di montagna d’oro

(49) Esiste un  concetto che coinvolge le proprietà di essere una montagna e d’oro, e Francesco lo intrattiene

 

 (5) Il quadrato rotondo non esiste

(51) Non esiste alcun x tale che x sia un quadrato e sia rotondo,

(52) Non esiste nulla che sia un quadrato rotondo.

(53) Non esiste un oggetto che esemplifichi il concetto di quadrato rotondo

 

(6) La daga è sulla mia testa (detto da qualcuno che ha un’allucinazione)

(61) Esiste un x, tale che x è una daga, è l’unica daga (saliente in questo contesto), ed è sulla mia testa,

(62) C’è una daga (saliente in questo contesto), ce n’è solo una, ed è sulla mia testa.

(63) La daga (sottinteso: di Banquo) è sulla mia testa.

(64) Esiste un x tale che x è una daga, x è di Banquo, x è l’unica daga di Banquo, e x è sulla mia testa

(65) La daga, quella che sto vedendo, anche se sono consapevole di avere un’allucinazione, è sulla mia testa.

(66) la daga (una che presuppongo, ma non affermo, essere esistente e saliente nel contesto) è sulla mia testa (piuttosto che altrove)

(67) Il concetto di daga possiede un’esemplificazione ed una sola saliente in questo contesto, ed essa è sulla mia testa.

(68) Quell’oggetto (che io non affermo ma presuppongo esistere ed  essere l’unica esemplificazione saliente in questo contesto del concetto di daga) è sulla mia testa.

(69) L’immagine (sottinteso: che percepisco) è quella di una daga sopra la mia testa.

 

 

E. Monismo semantico debole

Ossia: il monismo semantico applicato solo a un ristretto insieme di termini (nomi propri e affini)

 

J.S. Mill:

I nomi propri non hanno senso (‘Giovanni Bianchi’ non descrive nulla, non fa che identificare una persona.  Uno che comprenda il linguaggio (i sensi) udendo pronunciare tale nome non riceve nessuna informazione su Giovanni Bianchi (non afferra alcun senso). Al massimo, può individuare la persona (riferimento).

 

Keith Donnellan[87] fa osservare che una descrizione

(non solo non implica sempre un’asserzione esistenziale, come si è visto con Strawson a proposito del re di Francia ma)

può svolgere con successo una funzione referenziale pur presupponendo il falso:

non sempre  l’inesistenza dell’oggetto descritto toglie valore di verità all’enunciato in cui la descrizione ricorre:

 

L’uomo laggiù con il Martini è il professore di logica  (ha un wisky)

 

L’uomo laggiù è basso (in realtà è una roccia)

 

Non è indispensabile che ci sia un oggetto che ha tutti i caratteri della descrizione. Basta che ce ne sia uno che ha i caratteri “salienti” 

- quali sono? Vago!

 

Dunque, una descrizione può svolgere un ruolo prevalentemente referenziale, e assai poco descrittivo.

L’uso referenziale si distingue dall’uso attributivo  mediante il seguente esempio:

 

“L’assassino di Smith è pazzo”

 

Dunque: quelli che sono grammaticalmente considerati nomi propri, per Frege hanno un senso (sostanzialmente coincidente con una descrizione), e per Russell sono in effetti una descrizione (che, abbiamo visto, svolge più o meno la funzione del senso di Frege): essi hanno dunque un significato eminentemente descrittivo, di modo che il loro referente coincide con l’oggetto di cui la rispettiva descrizione è vera (se ve n’è uno. Se non ve n’è nessuno, il referente manca).

Chiamiamo questa “concezione descrittiva dei nomi propri” [88]

(si noti dunque che Russell e Frege divergono in quanto l’uno è bipolarista e l’altro monista semantico, ma concordano nell’essere entrambi descrittivisti)

 

Al contrario, abbiamo visto che per Mill i nomi propri non hanno funzione descrittiva, ma solo referenziale,

e per Donnellan perfino una descrizione può non aver funzione descrittiva, ma referenziale.

Ciò vale anche per Kripke e Putnam:

 

Saul Kripke[89]

A  ‘Giovanni Bianchi’ non è associata nessuna descrizione

 

Oppure: anche dove ci sono,

- sono del tutto contingenti, non costituiscono il senso

(= qualcosa che è un errore linguistico negare, qualcosa che fissa il riferimento;

tali descrizioni non sono il modo in cui ci è dato il riferimento):

 

- Il significato di un termine è lo stesso per tutti i parlanti. Ma per ciascun parlante ci possono essere descrizioni diverse associate a un nome proprio: perciò, nessuna di esse costituisce il significato del nome

 

es.:

“il mio amico che …” ; “mio fratello  maggiore”; “l’uomo che ho incontrato ieri a mensa e …”

Es.:

Aristotele: il figlio del medico Nicomaco, il discepolo di Platone, l’autore della Fisica, della Metafisica …”

 

- Anche Aristotele non avesse scritto la Fisica, o non fosse stato discepolo di Platone, la descrizione che associamo al nome sarebbe a rigore falsa di lui, eppure il nome si riferirebbe sempre a lui.

Altrimenti, ‘Aristotele ha scritto la Fisica’ sarebbe analitica!

 

Come negli esempi di Donnellan (l’uomo col martini), riusciamo a fissare il riferimento, anche  se la descrizione di cui siamo in possesso è falsa.

 

Replica di Searle: teoria del Cluster

Il significato è costituito da un certo agglomerato di descrizioni dai contorni un po’ vaghi. Perché il termine si riferisca a qualcuno basta che di lui sia vera la maggior parte di quelle descrizioni.

 

- Controbiezione di Kripke:

anche se tutte le descrizioni fossero false il riferimento funzionerebbe:

 

Es.: se scoprissimo che tutto ciò che crediamo di Aristotele è vero di Teofrasto:

diremmo che il nome si riferisce in realtà a Teofrasto e le credenze sono vere,

o viceversa?

 

Es.: siccome nessuno è stato ingoiato dalla balena e risputato, diciamo che Giona non esiste, o che su Giona abbiamo delle leggende false?

 

(la seconda opzione in entrambi i casi: il riferimento è indipendente dalle descrizioni associate)

 

A questo argomento controfattuale di Kripke, Dummett replica che un descrittivista Russelliano, che intende ‘Nixon’ come ‘il vincitore dell'elezioni presidenziali americane del 1968’ potrebbe comunque render conto del fatto che Nixon avrebbe potuto perdere quelle elezioni, analizzando tale affermazione come segue:

 

(N) Se almeno una persona ha vinto le elezioni del ‘68

e non più di una persona ha vinto le elezioni del ‘68

allora chiunque abbia vinto le elezioni del ‘68 avrebbe anche  potuto perderle[90]

 

Tuttavia,  l'obiezione di Kipke resta valida, nel senso che se si riformula come (N),  come dice Dummett, il significato di 'Nixon' non sarà più 'colui che ha vinto le elezioni presidenziali americane del 1968', ma 'colui che di fatto [cioè, nel mondo reale] ha vinto le elezioni presidenziali americane del 1968'. Sembra una differenza piccola, ma è decisiva: perché in tal modo la descrizione non è più usata predicativamente ma referenzialmente (come nel secondo caso di 'l'assassino di Smith è pazzo' (v. Lycan p. 32)), e ciò significa che la descrizione non determina il riferimento in ogni mondo possibile (come vorrebbe la teoria descrittivista), ma solo ci aiuta a trovare il referente nel nostro mondo attuale, e poi noi ci riferiamo ad esso in qualunque mondo possibile, anche in quelli in cui la descrizione non vale più di esso. Vale a dire, il riferimento è diretto, direttamente alla persona, esattamente come sostiene Kripke.

Detto in un altro modo, così formulata, la descrizione non costituisce la definizione del nome Nixon, come vorrebbe la teoria descrittiva, ma solo un'indicazione (contingente) per individuare il suo referente. Sta sullo stesso piano di qualunque altra che io potrei usare allo stesso scopo: potrei vedere Nixon in televisione a un party, indicarlo e dire: 'L'uomo sulla destra del televisore con un Martini in mano'. A questo punto potrei chiedere: 'sarebbe possibile che l'uomo sulla destra del televisore con un Martini in mano non avesse vinto le elezioni del 1968?'; e anche: 'sarebbe possibile che l'uomo sulla destra del televisore con un Martini in mano non tnesse un Martini in mano?’. Ed è chiarissimo che 'L'uomo sulla destra del televisore con un Martini in mano' non è il significato del nome 'Nixon' ! Per lo stesso motivo, nemmeno 'colui che ha vinto le elezioni presidenziali americane del 1968' è il significato del nome 'Nixon'. Dunque Kripke ha ragione, nonostante tutto.

 

Ma com’è possibile riferirsi a qualcuno così lontano del tempo di cui non abbiamo nessuna notizia esatta?

Teoria storico – causale del riferimento [91]

Tutto ciò si spiega col fatto che il riferimento non è dato da una descrizione, ma da una catena causale:

 

- inizia col battesimo e si trasmette grazie all’intenzione di chi apprende il nome di riferirsi alla persona a cui si riferisce chi lo insegna

- garantisce una relazione fisica con l’oggetto di riferimento

 

→ non c’è senso, ma solo referente

(più precisamente, trattandosi di nomi, è un nominato)

 

(oppure: il “senso” (cioè, il modo in cui è dato il referente) è la catena causale!

- ma è un ‘senso’ in un senso molto diverso da quello di Frege!)

 

Tuttavia:

Per un certo verso, si può sostenere che anche in questo caso il riferimento è fissato da una descrizione. Ma si tratta di una descrizione ostensiva:

a.              “quello a cui la persona che mi ha insegnato il nome intende riferirsi”

b.             “Questo bambino qui che ora battezzo”

Idem per isole, monti, ecc.

 

Inoltre, si può sostenere che l’avere un riferimento diretto non è tanto nella natura intrinseca dei nomi propri, quanto nel modo in cui il parlante intende usarli, nel significato che intende dar loro: il parlante può intenderli come sinonimi di una descrizione ostensiva del tipo appena detto, oppure di una descrizione del genere ordinario)

 

Il riferimento (ossia il modo di riferirsi) dei nomi propri è diretto

 

(= va direttamente all’oggetto, senza passare attraverso una descrizione di esso)

 

Dunque, è rigido (= identifica lo stesso individuo in tutti i mondi possibili)

 

Nomi milliani o con riferimento rigido: si riferiscono allo stesso individuo in tutti i mondi possibili:

es. George Bush jr.

 

Descrizioni, o nomi a riferimento flessibile: si riferiscono a individui diversi in diversi mondi possibili.

Es: Il 43° presidente degli Stati Uniti

 

Problema:

come faccio a sapere se un individuo è lo stesso in ogni mondo possibile, se in ogni mondo gli si applicano descrizioni diverse?

Risposta:

Ci dev’essere qualche descrizione ‘essenziale’ sempre vera: Kripke reintroduce l’essenzialismo platonico-aristotelico.

Leibniz avrebbe detto altrimenti: tutte le caratteristiche sono essenziali, quindi non c’è reidentificabiltà tra i mondi pp.

Ma: un po’ di essenzialismo ha senso: ha senso direi cosa avrei fatto io in altre circostanze! Infatti

Kripke: i mm. pp. sono postulati, non scoperti!

Vale a dire: non è che esplorando tutti i mmpp scopriamo le essenze, ma fissando certi caratteri come essenziali distinguiamo tra mondi possibili e mondi non possibili.

Es.: un mondo in cui George Bush non sia presidente degli Stati uniti è possibile; uno in cui non sia George Bush non è possibile.

- che significa essere George Bush? (forse avere un certo DNA, o essere il figlio di certi genitori: queste sarebbero le proprietà ‘essenziali’)

 

NB.: ci sono nomi con riferimento rigido anche se  non diretto: ‘triangolo’, ‘tre’[92].

Perché? Perché i loro oggetti, essendo astratti, non possono stare all’inizio di una catena storico-causale; devono quindi essere introdotti da una descrizione, e il loro referente dev’essere fissato da essa. Questa descrizione è dunque un senso alla Frege. Essa funziona come le descrizioni usate attributivamente di Donnellan.

D’altra parte, trattandosi di oggetti astratti, essi sono completamente definiti dalla descrizione che ne diamo (il loro essere coincide con la loro essenza). Pertanto, la descrizione non può che cogliere lo stesso oggetto in ogni mondo possibile.

 

Troviamo conferma che vi sono in genere due modi possibili di usare i nomi, di dar loro significato: dare solo riferimento, fissato direttamente e quindi rigido, o dare un senso alla frege, che fissa un riferimento flessibile.

 

Putnam[93]:

-         anche i nomi di generi naturali sono (o meglio, possono funzionare come) nomi propri!

→ a riferimento rigido:

 

-  ‘acqua’ si riferiva ad H2O anche prima della chimica moderna: era “il genere di quel liquido lì”, prima ancora che “liquido incolore, insapore …” :

- ‘oro’, ecc.

 

“chiamo questo liquido ‘acqua’”

Chiamo la sostanza di questo campione ‘oro’”

 

(in questo caso, l’essenza è la formula chimica)

 

Oppure:

“Chiamo l’entità nascosta responsabile per questo determinato effetto (trasmissione genetica) ‘gene’” (Mendel)

 

anche in questo caso la descrizione utilizza un’ostensione ‘questo’, e si ricollega al referente tramite una relazione causale (“ciò che causa questo effetto”)

 

due tipi: ostensione all’origine, e catena causale fino all’utente; ostensione dell’utente e catena causale fino all’origine)

 

Normalmente si dà per scontato che: - il senso fissa il riferimento

                                                           - il senso sta nella testa

Controesempio:

 

Terra Gemella:

 = descrizioni nella testa dei parlanti,  ma ≠ riferimento.

 

→ O il significato non determina il riferimento (contro le intuizioni più comuni),

o il significato non è quello che sta nella testa:

Vale la seconda: significato= {descrizioni (stereotipi) + riferimento}

Dunque, “’meanings’ just ain’t in the head”[94]

 

→ conseguenze sulla filosofia della scienza:

 

es.: ‘massa’[95] : teoria descrizionista → antirealismo

                                    teoria storico-causale → realismo

 

PERO’:

 

- in un certo senso esiste anche ciò che il parlante comprende quando sente il termine, ciò che sta nella sua testa:

 

è indispensabile a descrivere e spiegare molta della psicologia del parlante[96]

 

es.: desideri + credenze motivano / spiegano azioni

 

desidero mangiare; credo che ci sia cibo nella credenza → apro la credenza

desidero bere; credo che ci sia acqua nella credenza → apro la credenza

ma:

desidero bere; sento dire: “c’è H2O nella credenza” (ignoro la chimica → non credo che ci sia acqua) → non apro la credenza

 

→ 2 componenti del significato:

-         esterna, ampia (fuori della testa)

-         interna, stretta (dentro la testa)

es.: un Gemelliano:       in senso interno crede di bere dell’acqua

                                   in senso esterno crede di bere dell’XYZ

“Tizio-gemelliano mi ha detto di prendere dell’acqua” (riferisce in modo opaco, riferisce il contenuto nozionale o interno)

“Tizio-gemelliano mi ha detto di prendere dell’XYZ” (riferisce in modo trasparente, riferisce  il contenuto referenziale o esterno)

 

di me, ignorante di chimica, si può dire (in senso opaco o nozionale o interno ) che  non credo di bere dell’ H2O,

ma in senso trasparente o referenziale o esterno si.

 

es.:       Colombo credeva che Cuba fosse vicina all’Islanda

            Colombo credeva che l’isola di Fidel Castro fosse vicina all’Islanda

Idem: Aristotele sapeva che l’ H2O è insapore incolore e inodore

 

Putnam[97]

Significato = (stereotipi [comp.interna, descrizione] + riferimento [comp. interna,])

 

[ Problema: anche nomi di generi “artificiali”: ‘coltello’, ‘seggiola’ … sono nomi propri?

Si:

di fatto sono un genere unitario, con l’ostensione lo si può catturare.

Inoltre,  abbiamo visto che anche i nomi di proprietà (non i corrispondenti predicati) sono nomi propri: denominano un’unica entità e non hanno un senso distinto dal riferimento

No:

Essendo generi artificiali, non hanno confini naturalmente ben delimitati; la presa dell’ostensione va sfumando dai casi tipici ai borderline.

Conta come un X tutto ciò che risponde alla nostra descrizione degli X

Si:

c’è una pratica sociale che li lega come genere: indicando un esemplare si riesce comunque a far presa su tutto il genere

???]

 

Conseguenze metafisico / epistemologiche:

Normalmente: verità {necessarie = a priori = analitiche}

Es.: ‘nessuno scapolo è sposato’

 

Invece capiamo che è meglio distinguere:

 

Necessità: = non può non essere. concetto Metafisico – legato al riferimento (trasparente, o de re) : dipende dalla cosa di cui si parla se una verità è necessaria o meno

 

A priori:  Noto indipendentemente dall’esperienza. concetto Epistemologico – legato alle ns. informazioni : dipende da quel che noi abbiamo bisogno di scoprire o meno se una verità è a priori o meno.

 

Analiticità: vero in virtù del significato concetto Semantico – legato alle descrizioni associate (opaco, o de dicto) : dipende al modo in cui definiamo gli oggetti se una verità è analitica o meno.

Dunque sono possibili:

- verità necessarie a posteriori: acqua = H2O; ‘Espero=Fosforo’; 

(le due cose sono necessariamente identiche; ma noi l’abbiamo scoperto in seguito, non potevamo saperlo a priori)

Analitica? Dipende come definiamo ‘acqua’: Si se il significato è inteso come stereotipi+riferimento. No se è inteso solo come descrizione

 

Quine: le definizioni sono transitorie, l’analiticità pure.

 

- verità contingenti a priori: metro = lunghezza del campione di Sevres

(in sé e per sé non era necessario che le due cose fossero identificate; ma l’abbiamo deciso noi, quindi è vero indipendentemente dall’esperienza, non avevamo bisogno di scoprirlo)

            Analitica? Dipende come definiamo ‘metro’

 

Problemi e critiche a Mill-Kripke-Putnam[98]

 

1) catene causali inappropriate. Es.:Napoleone è all’inizio della catena causale che porta a chiamre il mio cane ‘Napoleone’. Ma l’intenzione del battezzatore è di denominare il cane, non l’Imperatore

 

2) Catene causali spostate:

- Gareth Evans: ‘Madagascar’ cambiato da Marco Polo.

- Jack scambiato nella culla.

- S. Nicola – Santa Claus

 

3) Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il problema dei

nomi vuoti ? E anzitutto, come si fa a denominare gli oggetti inesistenti?

 

(i) Kripke ammette che i nomi di enti fantastici (Pegaso, ecc.) sono introdotti per mezzo di descrizioni. Ovviamente, tali descrizioni non sono ciò che fissa il riferimento, dato che esso non esiste. Servono però a dar senso e valore di verità a enunciati che contengono tali termini, sia perché enunciati esistenziali affermativi o negativi, da analizzare alla Russell (“Non Ex (x è un cavallo alato … ecc.)”, sia perché esprimenti verità concettuali, nel modo in cui si è visto sopra (‘Sherlock Holmes era perspicace’ ecc.)

 

Trovo scritto in un biglietto “Lamberto Fumagalli” e dico:

 (ii) “Lamberto Fumagalli non esiste”:  Come fa a esser vera e sensata ?

 

C’è una descrizione associata? Parrebbe forse di no, ma …

- come minimo i parlanti che sanno distinguere nomi (e cognomi) propri di persona associano al termine una descrizione tipo “un individuo maschio chiamato ‘Lamberto Fumagalli’”. E anch’essa pur non essendo il senso in accezione fregeana, basta a costruirla come sopra.

 

Dunque il problema si risolve

resta però che certi nomi (come ‘Pegaso’) sono introdotti mediante descrizioni, e sono inscindibilmente connessi ad esse, perché non esiste un riferimento reale.

Non sono stati introdotti con ostensioni o catene causali!

Idem per ‘Lamberto Fumagalli’, anche se la descrizione associata è di tipo diverso.

 

Una descrizione è quasi sempre associata al nome, ma non sempre è ciò che fissa il referente.

→ Per certi nomi sembra valere l’approccio non descrittivista di Kripke, per altri quello descrittivista di Frege e Russell !!!

 

4) Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il problema dell’

Informatività dell’identità ?

 

(iii) La Regina d’Inghilterra è Elisabetta II

anche se ‘Elisabetta II’ non ha un senso, l’identità ci dice che la descrizione ‘La regina d’Inghilterra’ vale del riferimento di ‘Elisabetta II’

(+ o – come per Russell)

 

(iv) Cicerone è Marco Tullio

 

Anche se nessun dei due ha un senso nell’accezione fregeana,

(a) c’è la componente interna, o comunque le descrizioni che il soggetto associa rispettivamente ai due termini[99] (anche se non le consideriamo il senso dei due termini).

(b) Il soggetto non sa che i due termini hanno la stesso riferimento: la componente interna non gli rende palese la componente esterna. Allora

(c) L’identità dice che il riferimento dei due termini è lo stesso; o aiuta a chiarire la componente esterna.

 

5) Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il problema della

 Sostituibilità in contesti obliqui ?

 

nei casi in cui Carletto non sa che la descrizione ‘la radice di 81’ si riferisce al 3 e che Cicerone si chiamava Marco Tullio, falliscono le sostituzioni:

 

Carletto sa che 3 è dispari  /  Carletto sa che la radice di 81 è dispari

Carletto sa che Cicerone denunciò Catilina / Carletto sa che Marco Tullio denunciò Catilina

 

Colombo pensava che Cuba fosse vicina all’Islanda  / Colombo pensava che Cuba fosse vicina all’Isola di Fidel  Castro

 

Inoltre fallisce

Necessariamente 9 > 7 / necessariamente il numero dei pianeti > 7

 

Tuttavia, se i nomi hanno solo un referente, e nessun senso, dovrebbero essere sempre sostituibili: sarebbe come A=A

 

Kripke ingoia il rospo: la sostituibilità vale!!!

 

Giusto, nel senso “trasparente”: Carletto, Colombo, davvero sanno di quella che e’ la radice di 81 / l’isola di Castro, che …

 

Però, c’è anche il senso “opaco”, ed è il più intuitivo:

quando vogliamo riferire quel che è nella loro testa!

Carletto / Colombo sa: “…….”

 

P. es.:

- Carletto conosce il riferimento di ‘Cicerone’ nel senso che sa che è l’uomo a cui Tacito ecc. si riferisce;

- conosce il riferimento di ‘Marco Tullio’ nel senso che sa che è l’uomo cui Svetonio ecc. si riferisce.

- I due di fatto sono lo stesso uomo. Ma lui non lo sa.

Dunque:

quanto a componente interna ignora l’identità e non vale la sostituibilità.

Quanto a componente esterna lui sa che Marco Tullio denunciò Catilina, in quanto lui sa che Cicerone lo denunciò, e con ‘Marco Tullio’ in effetti lui si riferisce a Cicerone (anche se non sa di riferirsi a lui).

 

Dunque:

se il discorso indiretto (o attribuzione di attitudine proposizionale) vuole esprimere l’aspetto interno del pensiero di Carletto, non vale la sostituibilità, se vuole esprimere l’aspetto esterno (ciò che lui sa senza esserne consapevole, ma noi sappiamo che sa) vale la sostituibilità

 

→ Servono entrambe le componenti interna e esterna!

 I nomi hanno riferimento diretto, ma anche descrizioni associate!

 

Lo stesso vale per i nostri pensieri: possiamo darne una caratterizzazione ‘interna’, o ‘pura’ e una ‘esterna’, o ‘impura’

 

Idem:

necessariamente) 9> 7  /  necessariamente il numero dei pianeti > 7 

- E’ vero che  quello che di fatto è il numero dei pianeti è necessariamente  > 7

(senso esterno, trasparente, referenziale di ‘numero dei pianeti’) : esiste sostituibilità

 

Ma è anche falso che

Il numero dei pianeti in quanto così identificato è necessariamente  > 7

(senso interno, opaco, attributivo: il nome qui ha una descrizione associata, un senso, e la sostituibilità non vale)

 

6) perché solo i nomi propri, a differenza di ogni altra espressione, non hanno senso?

(cioè, un senso ordinario: in quanto si è visto che ha un senso ‘ostensivo’ (la persona c cui si riferisce colui da cui ho appreso il nome) e pure un senso ‘essenziale’ anche se ignoto: un certo DNA)

(risposta: forse perché, sono quei termini primitivi che, come pensa Russell, devono essere appresi ostensivamente, senza i quali non se ne potrebbe apprendere nessuno descrittivamente)

 

7) Anche i nomi propri di proprietà  sono appresi in modo diretto. Eppure si è visto che hanno un senso: il concetto della proprietà (mentre la proprietà stessa è il referente). Esiste qualcosa del genere per i nomi propri di persona, luogo, ecc.?

(risponderemo: Forse si: come il concetto del rosso deve essersi formato nella mente del parlante perché questi sappia reidentificare il rosso quando lo incontra nuovamente, così una certa rappresentazione di Luigi deve essere  presente nella mente di chi battezza, o di chi sente battezzare: “Questo bambino si chiama Luigi”)

 

8) Come mai di fatto molti nomi propri sono inizialmente descrizioni definite o aggettivi, quindi dotati di senso, che poi diventano puri “cartellini”: es.: ‘Raffaele’ = medicina di Dio; ‘Ermanno’ = (l’) uomo libero, ‘Malatesta’, ecc.?

 

- proprio perché decido di usarli così: forse perché il loro senso mi piace, o mi pare richiamo aspetti del nominato

 

9) In che senso ‘Nevica sul Cervino’ e ‘nevica sul Matterhorn’ sono diversi, come mai danno luogo a comprensioni diverse, ecc.? (E. Picardi 1999, p. 64)

 

- si ricollega al problema di Mates sulla sostitutività: uno può sapere che senso ha una parola, e non sapere che senso ha un’altra parola, anche se hanno lo stesso senso!

Sono gradi parziali di competenza linguistica

 

Per riassumere quanto detto fin qui e per meglio chiarire questi problemi che affliggono sia il bipolarismo (Frege, Carnap) che il monismo semantico (Mill, Russell, Kripke), sia l’approccio descrittivista di Frege-Russell, che quello non descrittivista di Mill-Kripke, consideriamo il seguente

“mito”:

 

F. MITO

Stadio 1

Nasce la società umana

I primi uomini introducono un linguaggio indicandosi l’un l’altro oggetti, proprietà e relazioni, e associando a ciascuno un certo suono scelto convenzionalmente.

Quando per ogni oggetto particolare si usa un suono diverso, questo è un nome proprio.

 

Questi termini

-            hanno un riferimento diretto : sono un ‘cartellino’

-            non sono associati a descrizioni (anche perché finché questi termini non sono stati introdotti le descrizioni non sono possibili)

-            non hanno un senso/intensione distinto dal nominatum.

(in questo senso, sono tutti come nomi propri di Kripke-Putnam o nomi logicamente propri di Russell).[100]

-            Tuttavia

è chiaro che i soggetti devono poter reidentificare il nominatum attraverso le sue diverse presentazioni,  e distinguerlo dagli altri oggetti, proprietà o relazioni.

Ciò avviene naturalmente in base a caratteristiche salienti (per cui i soggetti non hanno ancora nomi) che utilizzano, inconsciamente,  nell’identificazione.

Queste caratteristiche salienti, più o meno comuni per i diversi parlanti, che consentono di identificare i membri dell’estensione sono, come direbbe Frege, modo in cui è data l’estensione, o un embrionale concetto dell’entità in questione. Sono dunque,  una sorta di senso o intensione implicita del nome, da cui emergeranno in seguito intensione, senso e gli altri corrispettivi logici propriamente detti. Non lo sono ancora, e non fungono da definizione del nome, in quanto:

- non ci sono ancora termini per formulare tale definizione,

- il possesso di tali proprietà potrebbe essere contingente.

 

(NB: anche ‘questo’, ‘quello’, ‘qui’, ‘ora’, hanno questa “intensione implicita”. Allora ha ragione Frege che, da un certo punto di vista, tutte le espressioni hanno un senso)

 

Stadio 2

Quando lo stesso suono si usa per oggetti diversi, invece, questo funziona come un predicato, anzitutto come un aggettivo primitivo, per proprietà “atomiche”, ad es.: ‘rosso’.

Come il nome proprio si associa sempre all’ostensione dello stesso oggetto, ‘rosso’  si associa sempre all’ostensione della stessa proprietà. Da questo punto di vista funziona un po’ come un nome proprio, e infatti in seguito può trasformarsi nel nome astratto corrispondente, che è un nome proprio di proprietà o genere.

Però il predicato non ha un nominatum (lo avrà invece in seguito il corrispondente nome astratto), bensì ha volta a volta dei riferimenti, che sono i diversi oggetti   cui si applica,  e in tal senso possiede un’estensione: la classe dei possibili riferimenti.

Anche questi predicati primitivi, come i nomi dello stadio 1, si applicano direttamente, per ostensione e catena causale (sono cartellini) e sono rigidi (come I nomi di genere naturale per  Putnam).

Anche qui perché il parlante possa correttamente reidentificare la proprietà o relazione in questione deve averne una rappresentazione mentale, ossia un embrionale concetto, che poi diverrà il senso/intensione dell’aggettivo e,  quando nascerà il nome astratto corrispondente, anche la sua intensione.

 

Stadio 3

Si introducono ostensivamente,  allo stesso modo, predicati primitivi per i generi (nomi comuni):

ogni volta che vedo una pecora, la indico  e dico “pecora”, e se ne vedo più d’una le indico insieme dicendo “pecore”:  è un nome per il genere:

-        indica qualunque animale dello stesso genere.

-       Però deve esser in qualche modo comprensibile cos’è essere dello stesso genere. Ci dev’essere un’idea vaga e implicita  di descrizione: lanosa, di una certa forma, ecc. Può essere del tutto inespressa perché potrei introdurre ‘pecora’ prima di introdurre ‘lanosa’, ‘forma’, ecc.  E il possesso di tali caratteristiche potrebbe alla fine non risultare analitico (es.: essere un animale terrestre per i mammiferi): di nuovo, è quello che abbiamo chiamato “intensione (o senso) implicita”

 

Tutto ciò vale anche per i nomi comuni di proprietà: ‘colore’, ‘suono’, ‘sapore’ …

 

Stadio 4

Uno stesso nome primitivo viene usato come nome proprio di diverse persone (‘es.: ‘Luigi’)

Emerge dunque una caratteristica di questo termine, al di là del nominatum: di essere un nome di persona, maschile.  Una sorta di intensione  non completa.

 

Ugualmente, nomi diversi ma distinguibilmente simili vengono introdotti come nomi propri di uno stesso tipo di entità: 

(bellezza, grandezza, dolcezza … Inglese, Francese, Islandese …)

 

Anche qui, emerge una loro caratteristica (nome di proprietà, di lingua …)

che costituisce un’intensione implicita e incompleta.

 

→ posso usare ‘Luigi’ o ‘Lamberto Fumagalli’ in un racconto fittizio,

anche senza collegarlo a nessuna descrizione,

perché comunque il termine possiede un riconoscibile ruolo linguistico

 

insomma ha intensione senza avere un’estensione.

(ossia non ha un nominatum nel mondo attuale. Ovvio che lo ha nei MMPP: infatti ha un’intensione, che gli assegna una certa estensione in ciascun MP).

 

Ecco l’origine di alcuni termini vuoti.

 

Stadio 5

Dopo che sono stati introdotti nei modi precedenti vari nomi propri, nomi comuni e aggettivi primitivi, usando alcuni di questi posso:

 

- assegnare ostensivamente come nome a un oggetto o proprietà un termine o una combinazione di termini primitivi già esistenti, che in qualche modo portano con sé nel nuovo ruolo il loro significato primitivo: 

chiamo questo cane ‘pallino’

chiamo quella stella ‘stella della sera’

chiamo questa pianta ‘grano turco’.

 

Si noti che questa non intende essere una descrizione dell’oggetto: è una descrizione usata come nome; essa porta pertanto con sé il suo senso originario, che tuttavia non è inteso come vero dell’oggetto; la sua associazione al nome è assai labile, appena una suggestione o una vaga connotazione; ad esempio, la denominazione ‘insalata russa’ non comporta affatto la presunzione che quella salsa sia effettivamente di origine russa.

Posso anche

- esplicitare in una descrizione le caratteristiche salienti di cui già mi servivo per identificare il referente di un nome primitivo (es. ‘pecora’, ‘acqua’)

(es.: ‘quadrupede, lanoso … ecc.’;  ‘liquido inodore incolore insapore che riempie fiumi e laghi …’)

(caratteristiche per ciascuna delle quali nel frattempo sono stati introdotti termini primitivi che le identificano).

Tuttavia anche qui il riferimento è ancora diretto, per cui l’intensione non costituisce una definizione:  se si scopre che nulla corrisponde alla descrizione (es. se dopo aver descritto i cigni come ‘uccelli bianchi dal lungo collo’ si scopre che vi sono cigni neri, il termine ‘cigno’ continua a riferirsi al medesimo genere naturale. Pertanto tali proprietà sono più un insieme di “stereotipi” nel senso di Putnam che una definizione.

 

 

Con queste due modalità iniziamo dunque ad avere un’intensione esplicita intesa come contenuto informativo associato al nome, in aggiunta al referente; ma essa non è ciò che fissa il riferimento, che continua a essere diretto.

         

 

Stadio 6

Usando i termini primitivi

a)      Descrivo personaggi, luoghi, oggetti di fantasia (che so essere inesistenti) e introduco un nome che di fatto funge da abbreviazione della descrizione definita:

 ‘Polifemo’: “Il gigante con un solo occhio …. ecc.”

‘Ippogrifo’: “Il cavallo alato … ecc.”

Il nome in questo caso ha un’intensione vera e propria (il concetto complesso espresso dalla descrizione), e nessun referente. Il termine ha solo un ruolo informativo. L’intensione è completa ed esplicita perché possiedo i termini per articolarla, e di fatto la articolo attraverso di essi, inoltre è una vera e propria definizione del termine: esso funziona in maniera puramente descrittiva.

 

b)     Descrivo entità che non conosco direttamente, ma che suppongo o ipotizzo esistere. In altri termini, mi interesso (per motivi pratici, o teoretici) a una certa proprietà complessa, e suppongo o ipotizzo che sia istanziata in un’entità:

Es.: ‘L’uomo più ricco del mondo’

Es.: ‘La montagna d’oro’

Es.: ‘Un maggiolino tutto matto’

 

c) A queste entità posso anche dare un nome:

Es.: ‘Dio’ (“ciò di cui nulla può pensarsi di maggiore”);

Es.: ‘Eldorado’ “la grande città india tutta d’oro sconosciuta ai bianchi”

Es.: ‘Gene’: “ciò che è responsabile per la trasmissione dei caratteri genetici”

Es.: ‘atomo’: ‘La particella materiale più piccola e indivisibile’

Es.: ‘Jack lo squartatore’: l’autore di certi efferati delitti noti a Scotland Yard

 

La descrizione ha un’intensione (il concetto complesso che essa esprime), e se esiste un’unica entità che le corrisponde si riferisce ad essa.

Il riferimento in questo caso è indiretto, ma può essere sia flessibile (de dicto) che rigido (de re):

es.: se intendo parlare dell’uomo più ricco del mondo in quanto uomo più ricco del mondo (de dicto) questa descrizione si riferirà a diversi individui nei diversi mondi possibili.

      Se invece intendo parlare dell’uomo che di fatto (in questo mondo reale) è il più ricco del mondo (de re), la mia descrizione si riferirà sempre allo stesso individuo in tutti i mondi possibili, anche in quelli in cui non è il più ricco d(i qu)el mondo.

 

d) Dal nome primitivo ‘cicer’ (cece) conio il nuovo nome proprio ‘Cicerone’, con cui denoto l’oratore Marco Tullio a causa di un neo che lo caratterizza. Il nome non ha intensione, ma si porta dietro dal nome da cui deriva un certo contenuto descrittivo (uomo con un neo), che comunque non definisce il referente: il nome ha riferimento diretto. In seguito, essendo Cicerone divenuto proverbialmente famoso per la sua eloquenza, si inizia a usare il suo nome come sinonimo di una descrizione: ‘qualcuno che illustra con eloquenza le bellezze di un luogo’. Così il nome acquista un’intensione e il suo riferimento da diretto e rigido (de re) diventa indiretto e flessibile (de dicto): il nome si applica a tutti e solo coloro di cui è vera la descrizione.

 

Un altro esempio:

 

Enrico Fermi sta cercando un elemento con una determinata formula atomica. Ne scopre uno che crede abbia quella struttura e lo chiama “Ausonio” (nome nuovo ma derivante dal nome di una primitiva popolazione italica; esso ha quindi già un suo vago significato descrittivo: significa più o meno: ‘elemento italico’). Tale nome acquista come referente il nuovo elemento. In seguito si scopre che il nuovo elemento in realtà ha un’altra formula, ma il nome rimane, e quando si scopre l’elemento che ha davvero la formula in questione lo si chiama “Esperio” (altro nome che si porta dietro un significato descrittivo simile: deriva da un antico nome dell’Italia). Il riferimento di ‘Ausonio’ è dunque stato assegnato direttamente: non era determinato dalla descrizione scientifica (la formula che si credeva che avesse) né tantomeno dal vecchio significato descrittivo. Se si fosse deciso di mantenere il nome legato alla definizione, invece, si avrebbe avuto un riferimento flessibile (v. Picardi).

 

e)      Dopo aver introdotto termini per quelle proprietà semplici (bianco, lanoso, … ) in base a cui fin dall’inizio inconsapevolmente identificavamo l’estensione di predicati primitivi come ‘pecora’, ‘pesce’, ecc.,  già allo stadio (5) le avevamo  usate  per caratterizzare il genere pecora, pesce, ecc., (introducendo in qualche modo una sorta di senso per i rispettivi nomi, che non era ancora una definizione).

      Ora però vogliamo codificare e rendere esatto l’uso dei predicati ‘pecora’, ‘pesce’, ecc.:

fissiamo una lista esatta delle proprietà semplici che identificano il genere:

il termine si applica a tutti e solo gli individui che le possiedono. 

→ l’intensione embrionale e implicita è divenuta esplicita mediante una vera e propria definizione.

 

Es.: ‘pesce’: forse originariamente includeva triglie, tonni, balene e delfini

ma ora la definizione rigorosa li esclude.

 

Così il riferimento da rigido diventa flessibile?

Non necessariamente:  nella scienza è più comune continuare a riferirsi genere individuato direttamente, che a qualunque cosa possegga quelle proprietà: si ammette che in passato ci si riferiva allo stesso genere pur descrivendolo con  proprietà in parte errate, o non necessarie (domani si potrebbe scoprire lo stesso delle proprietà attuali). In tal caso, la definizione si comporta più come definitio rei, che è fattuale e dunque può risultare errata, che come definitio nominis, che è convenzionale.

 

Invece per predicati, come ‘rosso’ non giungiamo ad avere (nel linguaggio comune) termini per le caratteristiche in base a cui li applichiamo: questo perché la proprietà che essi attribuiscono è abbastanza “semplice” (date le nostre abilità percettive, le nostre necessità pratiche, ecc.) da non richiedere e/o non permettere una individuazione consapevole ed esplicita delle sotto-caratteristiche che la individuano (ad es. delle sfumature che compongono il rosso).

Questi predicati restano dunque alla stadio primitivo, con riferimento diretto e intensione implicita (il concetto della proprietà denotata).

 

Le cose possono tuttavia sempre cambiare se si crea un linguaggio tecnico (della pittura, della moda, ecc.) o scientifico (es., analisi fisica dei colori) in cui sia necessario definire esplicitamente il rosso tramite le varie tinte che lo compongono (porpora, carminio, ecc.) o tramite proprietà non osservabili fisicamente legate ad esso (es. tramite la lunghezza d’onda) che siano state riconosciute e denominate dopo l’introduzione di ‘rosso’. In tal caso, nuovamente, esse possono essere usate o come denfinitio nominis, che fissa il riferimento, che dunque diventa indiretto, o definitio rei, che non fissa il riferimento, che resta rigido.

 

In tutti questi casi,

- abbiamo intensione (senso, connotazione, comprensione) ben distinta dal riferimento

- può esserci intensione (senso, ecc.) senza riferimento

- inoltre il riferimento può diventare indiretto e flessibile.

 

Abbiamo visto dunque che in momenti distinti e successivi, un’espressione può acquistare:

un’ intensione implicita; una caratterizzazione esplicita, in forma di stereotipi; una definzione; un riferimento flessibile

 

Nel momento in cui un’espressione acquista un’intensione esplicita, se la stessa intensione può essere espressa da descrizioni diverse (se esistono le risorse linguistiche per farlo), a seconda che queste descrizioni siano più o meno simili tra loro, condivideranno, oltre all’intensione, anche la comprensione, il senso o la connotazione.

(es.: ‘poliziotto’, ‘agente di pubblica sicurezza’, ‘membro della Polizia di Stato’, ‘sbirro’, ecc.)

 

 

In realtà

In realtà il linguaggio nasce olisticamente tutto insieme, forse non ci fu mai uno stato di natura in cui esistessero solo i termini primitivi dei primi stadi.

          I rapporti di precedenza e successione che qui sono stati esposti come rapporti cronologici sono tutt’al più concettuali.

 

Però il mito insegna che:

 

- Il monismo semantico è corretto nel senso che per i termini primitivi non c’è un’intensione (senso, ecc.) esplicita e completa, e le risorse linguistiche con cui in seguito posso costruire descrizioni e quindi intensioni sono sempre, in origine, termini puramente referenziali.

 

- Il bipolarismo semantico è corretto nella misura in cui un’intensione (senso, ecc.) almeno embrionale e implicita esiste sempre, e poi diventa esplicita quando da un lato

a)    sono interessato, oltre che a riferirmi agli enti, a descriverli, ossia ad analizzarne le proprietà, o comunque a indagare certi agglomerati di proprietà, sia che siano esemplificati in enti esistenti, sia che no, e dall’altro

b)     posseggo le risorse linguistiche per farlo.

 

-   La teoria non descrittivista del riferimento è vera per i termini primitivi, ai primi stadi, e resta vera per molti termini anche agli stadi successivi.

 

-   la teoria descrittivista è corretta per molti termini agli stadi posteriori, ma anche per i termini primitivi, nel senso che il riferimento diretto presuppone comunque un’intensione implicita che permette la reidentificazione dell’oggetto o del genere nelle successive applicazioni del termine.

 

Un caso particolare e limite è quando introduco nomi o descrizioni per enti inesistenti, che dunque possono funzionare esclusivamente in modo descrittivo, e non referenziale.

Un altro caso è quando introduco nomi per enti di cui non ho conoscenza diretta: essi hanno per forza di cose un’intensione, in quanto il riferimento deve avvenire tramite di essa; ma possono funzionare sia in modo referenziale che descrittivo, a seconda del tipo di interesse che ho e dell’uso che intendo farne.

Anche la stessa descrizione che, associata a un nome, ne esprime l’intensione, può essere usata sia in funzione descrittiva (“il fattore responsabile della trasmissione genetica avrebbe potuto non esser fatto di DNA”) che  in funzione referenziale (“il fattore della trasmissione genetica è per sua natura costituito di DNA”)

Ciò vale anche di tutte le descrizioni che non sono associate a nomi come loro intensioni:

 (“il presidente degli S.U. ha un grande potere”), (“il presidente degli stati uniti è texano”).

 

Pertanto, dal momento in cui tanto un referente quanto un’intensione esplicita sono disponibili, dipende dai parlanti usare uno stesso termine con riferimento diretto o indiretto; e molti termini (es. quelli di cui si danno definizioni scientifiche) si trovano in posizione intermedia.

 

Sulla possibilità che il significato sia originariamente referenziale (in accordo con Agostino e contro Witggenstein ) vedi la tesi di dottorato di Alberto gualandi: l’occhio, la mano e la voce.

 

DUBBI E QUESTIONI APERTE

dunque,  termini come

(a)‘Luigi’ ‘Lamberto’, e

(b) ‘bellezza’, ‘grandezza’, ecc. hanno una sorta di senso/intensione generico (<nome proprio di persona maschile>, <nome di proprietà>, ecc). 

Allora sorge la seguente

 

Domanda:  

i nomi di proprietà (b) hanno anche un senso/intensione specifico proprio. E quelli di persona (a)?

 

Risposta (1): no. Infatti il nominatum dei termini (b), è una proprietà, e dunque esiste il concetto di tale proprietà, che funge da intensione del nome. Invece il nominatum dei termini (a) è un particolare, e non esistono concetti individuali

 

Risposta (2): si, perché  comunque c’è un concetto individuale di ciascuna persona, che sarà il senso/intensione del suo nome.

 

Dubbio:

Davvero esiste il concetto di un particolare?

Di quali sua caratteristiche si compone? Quelle essenziali? Quali sono? O di tutte? Ma sono infinite!

In realtà tutte le proprietà dei particolari sono contingenti, quindi non costituiscono un concetto di essi!

Infatti: Un concetto non è intrinsecamente universale?

Inoltre:

per esser competenti di una lingua, per comprenderne i significati, è necessario conoscere i sensi/intensioni di tutti i suoi termini.

Ma certamente della maggior parte dei nomi di persona non conosciamo il senso/intensione:

→ tali nomi non hanno senso/intensione!

 

Replica:

Lo hanno. Però sono praticamente infiniti di numero (tanti quante le persone),

quindi conoscerli tutti non può essere un requisito per la competenza linguistica.

Invece lo è per i nomi di proprietà, generi, ecc., che sono in numero assai più  limitato.

 

In effetti

Si potrebbe dire che i termini che funzionano a riferimento diretto hanno ben 2 tipi di descrizione associata: quella ‘di superficie’, nota ai parlanti (‘questo liquido’; ‘questo bambino’; ‘il liquido a cui tutti i miei compatrioti (e in particolare gli esperti) si riferiscono con il termine ‘acqua’; ‘il bambino a cui suo padre si è riferito col nome ‘Aristotele’’)

E una “di profondità”, nota a nessuno o ad alcuni “esperti”, costituita dai criteri di identità (‘H20’; il DNA individuale? O i genitori e la data di nascita? O la maggioranza ponderata di tutte le proprietà dell’individuo? )

 

 

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[1] Vedi Penco 2000; Rorty,

[2] Austin, 1962/1990. Vedi Lycan 2000, cap. 12, Marconi 1999, pp. 79 sgg.

[3] Lycan 2000, III parte.

[4] Quine, 1948/1966, p.12; 1951/1966 § 1. Vedi anche Modulo C.

[5] Cfr. Lycan 2000, pp.93-94

[6] Cfr. Carnap, “Il superamento della Metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio”, in Pasquinelli (cur.), Il Neoempirismo, p. 516.

[7] Quine, 1951/1966. Vedi anche Modulo C.

[8] Lycan 2000, pp. 5 sgg.

[9] Lycan 2000, cap. 1

[10] AA.VV. (cur.) 2003

[11] Frege 1892/2003, pp.18-19

[12] Penco 2004,  cap. 5; Casalegno 1997,  cap. 2; AA.VV. (cur.) 2003 cap. 1.

[13] Per Kaplan e Perry addirittura tripolarismo: estensione, carattere e contenuto; cfr. Bianchi 2001.

[14] Per alcuni di questi vedi Frege 1892/2003.

[15] Come ad esempio J.S. Mill e Kripke. Su questo torneremo ampiamente più oltre.

[16] Carnap 1947/1976,  p.108

[17] Carnap 1947/1976 p. 101 sgg; passim.

[18] Spesso lo si chiama ‘riferimento’, ma si tratta di un’imprecisione: referente è l’oggetto a cui ci si riferisce, riferimento è l’azione del riferirsi.

[19] Cfr. Abbagnano 1961, voci corrispondenti

[20] (1947)

[21] Perciò egli può proporre una notazione in cui non esistono nomi di classi e nomi di proprietà, ma solo un unico tipo di termini generali, che hanno la classe come estensione e la proprietà come intensione, e mostra (Carnap 1947/1976 § 27) che con tale notazione è possibile definire i concetti della matematica. Vedi per contrasto la sua critica dei metodi che comportano termini diversi per estensioni e intensioni: ibid., p. 228..

[22] Frege 1892/2003. Ma talora lo indica anche come ciò che un parlante competente della lingua comprende (carattere pubblico e intersoggettivo ), e in quindi come l’ intensione.

[23] In Putnam 1975b.

[24] Vedi Carnap 1947/1976, p.105-107: si può avere = intensione e diverso struttura intensionale, ossia senso

[25] Ma anche di C.I. Lewis: vedi Carnap 1947/1976, pp.101 sgg.

[26] Piuttosto che direttamente una proprietà o un genere, come si è detto, che restano invece sul piano ontologico.

[27] Cioè Gedanke, secondo la terminologia esatta di Frege 1892/2003.

[28] Anche se egli stesso lo spiega talora col verbo  un po’ più specifico Bezeichen, designare.

[29] Carnap 1947/1976, cap II, §§ 25-26.

[30] Per i motivi esposti sopra.

[31] Meinong direbbe un oggetto incompleto.

[32] Nonostante egli critichi l’idea di Frege di indicare il valore di verità come Bedeutung degli enunciati: Carnap 1947/1976, pp. 193-4. Evidentemente, egli ritiene che non il valore di verità non risulti plausibile come nominato (quello che per lui è il Bedeutung di Frege), ma risulti plausibile come estensione dell’enunciato.

[33] Vedremo in seguito (a proposito di Meinong e dei termini vuoti) che si può evitare di dire che si riferiscono a fatti meramente possibili.

[34] Non della quale: per essa ci sono il nome e gli aggettivi che si riferiscono ad essa

[35] Vedi Lycan 2000, cap. 2.

[36] Frege 19892/2003, p. 20.

[37] Carnap 1947/1976, cap. 3, § 30

[38] Ricordiamo comunque che Carnap interpreta il Bedeutung di Frege come nominato, e noi in modo più generico come referente

[39] Mates 1950; Casalegno 1997, pp. 155-157; Marconi 1999 pp. 113-4.

[40] In “Dire che si crede”, in Bonomi 1983: cit. in Casalegno 1997, p.156.

[41] Russell 1905/1985, pp.186-189. Sulle tesi di “On Denoting” si veda il nmero monografico Mind 2005, uscito per celebrare il centenario del saggio di Russell.

[42] Russell 1905; 1905/1985 pp.183-184; vedi pure Orilia 2002, p.110.

[43] Russell 1919/2003, p.47.

[44] Russell 1905/1985, pp.183-184.

[45] Russell 1905/1985, p. 181

[46] Russell 1905/1985, p. 181; 1919/2003, pp. 47-51

[47] Russell 1905/1985, p.181, 194.

[48] Frege 1892/2003, pp. 30-31.

[49] Strawson 1950/1985.

[50] Su questo vedi anche Casalegno 1997, pp. 67-69.

[51] Russell 1919/2003, pp. 55-56.

[52] Due possibili critiche: il processo di definizione può essere finito ma circolare, tutto si impara per mezzo di tutto; l’ostensione non può essere il meccanismo basilare di apprendimento dei significati : ricerche filosofiche).

[53] Vedi Russell 1905/1985 p. 179-180; Russell 1911, Russell 1918, p. 209.

[54] Come  si è visto sopra, infatti, un complesso di entità non è sufficiente, bisogna ammettere anche una loro struttura o forma. Russell tuttavia non riesce a spiegare in modo soddisfacente tale forma e la sua relazione con le nostre credenze. Per questo viene criticato da Wittgenstein, fin che dopo qualche anno abbandona del tutto l’atomismo logico. Vedi De Francesco 2003, pp. XXIV-XXXI.

[55] Vedy Lycan 2000, pp.15-16

[56] Vedi Russell 1905/1985, p. 194; Lycan 2000 p.17

[57] Vedi Russell 1905/1985, pp. 190-191;  Lycan 2000, pp.17-18

[58] Vedi anche Russell 1919/2003, pp.51-53.

[59] Vedi Lycan 2000, cap. 2.

[60] Vedi Frege 1892/2003.

[61] E’ quello che Orilia chiama «dato meinongiano fondamentale».

[62] Vedi Russell 1905/1985; Russell 1919/2003; Lycan 2000, cap. II.

[63] Come suggerito anche in  Husserl 1999b.

[64] Ossia se diamo al quantificatore un’interpretazione sostituzionale.

[65] Ossia, dobbiamo dare al quantificatore un’interpretazione oggettuale.

[66] “Le descrizioni”, in AA.VV (cur.) 2003, p. 47.

[67] Meinong 1904/2003.

[68] Ma si noti, in un senso diverso da quello da noi utilizzato sopra!

[69] Vedi Carnap1947/1976,  p.108. Lewis ammette dunque un’area più ristretta di oggetti intenzionali di Meinong, in quanto la sua definzione di comprensione esclude oggetti corrispondenti a concetti contraddittori, che invece meinong ammette, come il quadrato rotondo.

[70] Vedi la discussione di questo punto al precedente capitolo (C).

[71] Su questo vedi Quine 1948/1966, p.5.

[72] Russell 1905. [controllare questa citazione ed eventualmente riportarla già al cap. (C)] . Vedi pure Orilia 2002 p.110.

[73] Russell 1905/1985 pp.183-184; vedi pure Orilia 2002, p.110.

[74] In Husserl 1999b.

[75] Qualcosa del tipo di quella che Frege chiama la “rappresentazione”.

[76] Vedi Alai 1994, pp. 65-68.

[77] Problema analogo a quello del “terzo uomo” di Platone.

[78] Vedi paragrafo precedente

[79] Vedi Carnap1947/1976, § 16.

[80] Russell 1919/2003, p.47.

[81] In Orilia 2005.

[82] Infatti il senso è a sua volta una funzione della verità in tutti i mondi nozionali possibili, e l’intensione della verità in tutti i mondi possibili; ma gli enunciati categorici diretti sono quelli il cui valore di verità è determinato già semplicemente dal mondo attuale: sono dunque un caso particolare semplificato.

[83] Meinong 1904/2003, § 4.

[84] Ibidem.

[85] Vedi Fodor 1975.

[86] Ogni concetto, in altre parole, implica la presenza di certe proprietà e l’assenza di altre, ma nulla sulla maggior parte delle proprietà.

[87] V. Lycan 2000 pp. 31 sgg.

[88] Vedi Lycan 2000 cap. 3.

[89] In Kripke, 1972/1982; vedi Lycan 2000, cap. 4; Marconi 1999 § 3.2; Penco 2004 ….  Casalegno 1997, …

[90] Lycan 2002, pp.53-55. La mia attenzione è stata richiamata su questa obiezione da Andrea Merlini.

[91] Vedi Kripke, 1972/1982; vedi Lycan 2000 cap. 4; Marconi 1999 § 3.2; Penco 1994 …; Casalegno 1997….

[92] Cfr. Lycan 2000, p.68.

[93] Putnam, 1975b.

[94] Putnam 1975b, p. 227; AA.VV. 2003, p. 185.

[95] Vedi ad es. Kuhn, 1962/1969, cap. IX,  p.130.

[96] Vedi Paternoster, (cur.) 1999; Marconi 1999, §§ 3.3, 3.4.

[97] Putnam, 1975b.

[98] Vedi Lycan 2000, pp. 76-85

[99] Quelle che Frege chiamerebbe le “rappresentazioni” soggettive.

[100] Cfr. E. Napoli: il sistema fido-fido, il sistema del cartellino, è l’unico possibile per i nomi “primitivi”