Mario Alai
Appunti del corso di
filosofia del Linguaggio 2006-7
Modulo A: “Il linguaggio”
Modulo B: “Nozioni e problemi della
semantica”
Modulo C: “Problemi semantici in filosofia”
INTRODUZIONE
Dio è
indaffaratissimo, si sta preparando a creare il l'universo, raduna tutte
le schiere di Angeli, Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni.... mentre un
coro immenso s'innalza...nella luce sferzante dell'energia più pura di tutto ...
dove la logica svanisce, dove il linguaggio non esiste ...
Dio
sta per... creare tutto quando a un certo punto... si pone una domanda: Cos'è il significato???
Boh !
Ma l'universo lo facciamo lo stesso !
(Andrea Merlini)
Solitamente
si capisce al volo quel che si dice, senza riflessione
Ma a
volte nel discutere di problemi più delicati il linguaggio sembra diventare uno
strumento
- non
abbastanza preciso (come un pennello troppo grosso per certe sfumature)
- o che
non sappiamo maneggiare bene (come una smerigliatrice che ci sfugge di mano)
- o di
cui non conosciamo l’uso adatto (come che usa un seghetto da legno per il
metallo o diluisce lo smalto con acqua)
Allora
bisogna chiarirsi su
-
quel che è il
linguaggio
-
come funziona in
generale
-
quali sono gli usi e i
significati corretti dei termini, ecc.
→
molte discussioni filosofiche diventano discussioni sul linguaggio,
e
spesso diventano filosofia del linguaggio
Es.:
Quine, “Su ciò che vi è”, p. 3:
descrizione
di una disputa ontologica: “c’è qualcosa che per McX esiste e per me no” (!)
La
descrizione non mi soddisfa, ma come posso fare altrimenti?
(si può
dire: comunque anche tu accetti che esista qualcosa, come minimo un’idea. Si,
ma non è ciò su cui verte la disputa, la oggetto che per McX esiste e per me
no: non disputiamo sull’idea, ma su un cavallo alato)
ibid.,
p. 11-12: esistono universali: sono il significato dei termini universali, come
i particolari sono il significato dei termini singolari
Es.:
Parmenide:
il non
essere è nulla
→
non esiste
molteplicità
e cambiamento sarebbero forme di non essere
→
non esistono
(paradossale!)
Es.:
Gorgia:
Elena
non è colpevole: - rapita
-
volontariamente {se ammaliata dalle parole …
{se presa dalla passione …
…
allora chi mai è colpevole?
Che
significa esattamente ‘colpevole’?
Idem.:
nulla esiste
Es.:
Platone e Aristotele: filosofia essenzialmente come analisi dei concetti (di
‘giusto’, di ‘causa’ ecc.)
Bacone,
Locke, ecc.: ruolo della filosofia nell’eliminare gli ostacoli epistemologici
causati dalle confusioni linguistiche e dalle imprecisioni del linguaggio
(termini privi di riferimento, ecc.)
Es.:
Berkeley:
Le
parole significano solo ciò che noi percepiamo (es.: mela: rosso, dolce,
rotondo)
ciò che
percepiamo sono idee
→
‘mela’ significa un insieme di idee
→
la mela è un insieme di idee
le idee
non sono oggetti materiali
→
la mela non è un oggetto materiale
→
non esiste nulla di materiale
Perfino:
‘Oggetto materiale’ significa un certo insieme di idee, cioè qualcosa di non
materiale
(paradosso!)
Il
linguaggio non può parlare di oggetti materiali!
Nulla
di ciò di cui parliamo, a cui pensiamo, ecc., è un oggetto materiale!
- E
allora come facciamo a dire ciò? (paradosso!)
che
cosa è andato storto??? → Filosofia del linguaggio
Altri
esempi nel Modulo C:
analitico e sintetico;
realismo e nominalismo;
verificazionismo, scienza e metafisica;
paradossi dell’indeterminatezza;
causa e legge scientifica;
analisi sintattica e semantica delle teorie;
riferimento e realismo scientifico.
“Svolta
linguistica” dell’inizio del ‘900[1]
:
neopositivismo
(circolo di Vienna e di Berlino: Schlick, Neurath, Carnap, Hempel …),
filosofia
analitica (cioè filosofia come analisi concettuale: Frege, Wittgenstein,
Russell, Ayer, Austin …)
, ecc.:
Tutti i
problemi filosofici (metafisici, antropologici, epistemologici, etici, ecc.) sono
problemi linguistici!
-
Eccessivo!!! Vi sono
anche questioni non linguistiche (ma ontologiche, epistemologiche, etiche,
ecc.)
-
Ma con una parte di
verità
La
filosofia del linguaggio è tuttora:
-
un’avventura
stimolante: il capire è fine a Sé stesso
-
un importante
strumento di analisi filosofica e consapevolezza culturale
%%%%%%%%%%%%%%%%%%
Modulo A - Il
linguaggio
Il
linguaggio è una forma di espressione
(come
le espressioni facciali, i gesti, i disegni, i simboli …)
Si
possono esprimere:
-sentimenti
(gioia, dolore, desiderio, …) (con esclamazioni, lamenti, ecc.)
-domande
-ordini
-promesse
-ecc.
-descrizioni
le descrizioni:
l’area più vasta. Inoltre:
per
mezzo di descrizioni si esprimono anche altre cose: desideri, sentimenti,
ordini, domande, ecc.
Ordini
e domande implicano sempre anche descrizioni. Sentimenti non sempre: Urrah! Oh,
no!
Il significato di un’espressione è
anzitutto[2]
la
forza
locutiva: il tipo di cosa che si esprime
(Sentimenti (gioia, disappunto …); ordini, … descrizioni).
Poi per
alcune espressioni la
forza
illocutiva: per mezzo di un’espressione si
compie un’azione (Austin:
“Fare cose con le parole”)
es.
- Urrah!
Forza illocutiva: Nessuna
- ‘vieni
qui’: esprime un comando: forza illocutiva comanda
- ‘quel
cane è feroce’: esprime una descrizione: forza illocutiva: spaventa; oppure: mette
in guardia; oppure….
Es.:
“tu chiudi la porta”
"chiudi la porta!"
“tu chiudi la porta?”
Hanno la stessa forza locativa espimono lo stesso contenuto, ossia proposizione:
esprime la proposizione che tu chiuda la porta, o del chiudere la porta da parte tua.
Però hanno 3 diverse forse allocutive
In
alcuni casi anche la
forza
perlocutiva: ottiene un effetto.
Es.:
‘quel cane è feroce’: forza
locutiva: esprime una descrizione.
forza illocutiva: spaventa
forza perlocutiva: l’ascoltatore ne viene
spaventato
Poi,
per molte espressioni, c’è un significato più specifico (la forza locativa si
specifica):
-
quale specifico sentimento
(comando, ecc.) si esprime
-
quale specifica descrizione
si fa.
-
Ecc.
Il significato
descrittivo: cruciale anche per espressioni non finalizzate a descrivere, e
quantitativamente preponderante: se ne
occupa
Suddivisione
ormai classica (Peirce, Morris …):
Sintassi:
Rapporti
linguaggio-linguaggio: strutture interne del linguaggio, rapporti formali tra
le parti:
modi
corretti di ordinare tra loro le parole, di comporre e scomporre espressioni
in
pratica comprende: grammatica, sintassi (in senso stretto), logica.
Semantica:
quali
espressioni hanno significato e quali no, quale
significato hanno, cos’è il significato:
a)
come il linguaggio si
connette al mondo
b)
quello che del
linguaggio si comprende
(doppia
dimensione del significato: ontologica e logica)
(significato
come relazione linguaggio-mondo e linguaggio-mente)
Pragmatica:
come si usa il linguaggio. Cosa si può fare con le parole[3]
Rapporti
linguaggio-azioni (forza allocutiva, perlocutiva, usi del linguaggio, implicature,
sottintesi, contesti e altro)
Neopositivisti:
inizialmente prevaleva la sintassi, scettici sulla possibilità di fare
semantica
(sostanzialmente,
prevaleva il timore che parlare di rapporti tra linguaggio e mondo fosse
metafisica, e parlare di rapporti tra linguaggio e soggettività fosse
psicologia)
Poi da
Tarski (Il concetto di verità nei linguaggi formalizzati, 1935) e Carnap
(Meaning and Necessity, 1947 ….) ha iniziato a esser studiata ed è divenuta sempre
più importante, anche per la filosofia della scienza ecc..
%%%%%%%%%%%%%%%%%%
Modulo B: “Nozioni e
problemi della semantica”
Introduzione
Il
Modulo B riguarda la semantica, il settore chiave:
-
sintassi: per molti aspetti finalizzata alla semantica;
-
pragmatica: in genere presuppone la semantica.
Al
centro della semantica la nozione di significato:
quando
si comincia a non capir bene quel che succede in una discussione (vedi
Introduzione) in genere ci si chiede: che significa …? Qual è il significato di
…?
Ma cosa
è il significato? Non facile rispondere!
Quine:
anche
se usiamo un sostantivo per denominarlo, non è detto che sia una cosa (non va reificato)[4]:
es.:
‘il
viaggio di Mario’: non è un oggetto che Mario possiede, ma sono azioni,
vicende, ecc, Idem:
‘il
significato di quella frase’: forse non è un oggetto, ma
caratteristiche, modi di funzionare, ecc., della frase
[N.B.:
parliamo di significato linguistico,
da non confondersi col significato
come valore, fine, ecc.
es.: ‘il significato della vita’]
Vi sono
una serie di “fenomeni” riguardanti il significato[5],
che a volte sembrano richiedere un oggetto, a volte no:
1.
significare qualcosa = avere per
significato: es. ‘chair’ significa sedia, ha per significato la sedia
2.
significare = aver significato = esser significante = funzionare
appropriatamente nel linguaggio (secondo le regole, ecc.), esser comprensibile,
ecc.
es.: espressioni senza significato, = non significanti:
- il rosso domani anche
-
le idee verdi dormono
furiosamente
-
il nulla nulleggia …[6]
di
contro: espressioni significanti ma che non hanno un significato (n. 1): Pegaso; la
montagna tutta d’oro; …
3. aver
lo stesso significato = esser sinonimo = funzionare nello stesso modo, essere utilizzabile nello
stesso modo
Es.:
‘padre’, papà’,
‘scapolo’,
‘maschio adulto non sposato’.
Es.:
Berkeley: ‘mela’ ha lo stesso significato di, significa, ‘rosso, tondo, dolce’
4. ‘analitico’ = ‘vero grazie al significato’ = vero per motivi linguistici, vero in
base a regole linguistiche, ecc.: per capire che è vero basta afferrare il
significato delle parole:
“nessuno
scapolo è sposato”
“il
fratello di mia moglie è mio cognato”
“tutti
gli uomini sono razionali” (?)
“F=MA”
(?)
Empiristi:
tutte le verità a priori sono analitiche (e quelle di fatto sono a posteriori).
Quine:
non esistono verità analitiche[7].
5. ambiguità: avere 2 significati ¹, oppure: significare in modi diversi.
Es.: ‘vacanza’; ‘tifo’
6. inclusione di significato. Es.: ‘mammifero’ implica
‘animale’
7. dispute puramente verbali:
vertono sul significato; oppure: sull’uso delle parole,
sulle regole della lingua, ecc.
8. “il significato”: qualcosa (“qualcome” ?) che si capisce, si insegna, si
impara...
9. Comprendere il significato di … imparare il significato
di … non capire il significato di … ignorare il significato di ..
I PARTE
Componenti del
significato: monismo e bipolarismo
semantico
Che cos’e’ il significato ?
La
prima idea che viene in mente:
A. teoria
referenziale ingenua del significato[8]
le
parole stanno per qualcosa, simboleggiano qualcosa, denominano
qualcosa
→
significato = l'oggetto per cui la parola sta
(n. 1
qui sopra: Teoria referenziale del significato)[9]
Un
esempio:
S.
Agostino, Confessioni (cit. in Wittgenstein, Ricerche Filosofiche)[10]
Nomi:
simboleggiano oggetti
Aggettivi:
simboleggiano proprietà
Verbi:
simboleggiano azioni
Ecc.
Problemi:
1) termini sincategorematici: ‘e’, ‘ma’,
‘perché’, ‘anche’ ‘contemporaneamente’…
hanno
significato ma non stanno per oggetti
Soluzione
parziale: non hanno significato in sé compiuto
- si e
no: li comprendiamo, li traduciamo, anche in isolamento … ma non stanno per
oggetti
2) Enunciati: hanno significato ma non
stanno per oggetti
Soluzione
(a): il loro significato non è che la somma dei significati dei loro componenti
(ossia, l’insieme degli oggetti a cui si riferiscono i termini che lo
compongono)
no: - il
cacciatore insegue il leone
- il leone insegue il cacciatore
Dunque,
c’è anche una struttura! Ma non è un oggetto!
Soluzione (b): stanno per i fatti (= componenti + struttura)
- cosa sono i fatti? Non certo oggetti! (es.: ci sono milioni di fatti su questo tavolo!!!)
- E gli enunciati negativi? – stanno per fatti negativi - ???
(Possibili risposte: forse; oppure dicono che i corrispondenti enunciati positivi sono falsi)
- Enunciati falsi, o fantastici? – stanno per fatti possibili - ??? molto dubbio!
- Fatti sono null’altro che ombra degli enunciati: non esistono
Soluzione (c): stanno per giudizi (atti mentali con cui si connettono (enunciati affermativi) o si disconnettono (negativi) certi oggetti e proprietà).
- ma allora il significato non è più un elemento del mondo, bensì della conoscenza
soluzione (d): in realtà i fatti non corrispondono 1-1 agli enunciati, ma alle proposizioni …
allora gli enunciati stanno per proposizioni
- ma di nuovo, si abbandona l’idea del significato – oggetto reale, si va verso un significato – oggetto di pensiero …
3) termini vuoti (Pegaso)
-
risposta analoga:
significato = un’idea (o pensiero,
o concetto, o simili)
4) Espressioni che simboleggiano lo stesso
oggetto, ma hanno ¹ significato:
Es.: il professore di logica - il professore di
filosofia del linguaggio
Espero - Fosforo
…
-
risposta analoga:
significato = un’idea (o pensiero,
o concetto, o simili)
un
aspetto particolare di questo problema:
(5) informatività dell’identità:[11]
i) Lo
zio di mio figlio è (=) mio cognato
ii) La
regina d’Inghilterra = Elisabetta II
perché
sono vere? Perché l’espressione a destra e quella a sinistra hanno per
significato la stessa persona. Ma allora
sono come
iii)
A=A
-No,
(iii) non è informativo, (i) e (ii) si. Sono come A=B
- No:
sarebbero false
Risposta:
simboleggiano lo stesso oggetto ma ne dicono cose diverse (esprimono su di esso
idee diverse
un
altro aspetto particolare di questo problema:
(6) fallimenti della sostitutività:
Principio
di sostituibilità salva veritate:
Un
enunciato mantiene lo stesso valore di verità se in esso un termine viene
sostitutito con un altro che ha lo stesso oggetto di riferimento.
Es.:
Walter
Scott era scozzese
L’autore
di Waverley era scozzese: OK!
Tuttavia:
Re
Giorgio IV desiderava sapere se Walter Scott fosse l’autore di Waverley
Non più
vera se si sostituisce un termine con un altro che designa lo stesso oggetto
Risp.:
= oggetto ≠ concetto
-dunque,
l’oggetto non esaurisce il significato!
Tutto
ciò ci fa pensare a una
B. CONCEZIONE BIPOLARE DEL SIGNIFICATO
il significato a volte è un oggetto, a volte un’idea o
pensiero, a volte entrambi:
|
Stoici: lektòn
(= ciò che è detto) nome oggetto |
Peirce: triade semiotica[12] Idea Segno oggetto |
Questo
bipolarismo semantico[13] cattura le due dimensione del significato
come rapporto del linguaggio col mondo e rapporto con la comprensione
soggettiva (v. sopra)
Con
esso si risolvono i problemi di cui sopra[14]:
Anzitutto
quello da cui siamo partiti, quello delle
(1) termini sincategorematici e (2) enunciati: sicuramente esprimono un’idea (es. di congiunzione, di negazione,
ecc.) o un pensiero. Se poi abbiano anche un oggetto, vedremo in seguito
(3)
espressioni vuote: hanno significato anche se non stanno per un
oggetto, perché stanno per un’idea, o un pensiero;
D’altra
parte,
è
plausibile anche sostenere[15]
che alcune espressioni, come i nomi propri, non sono associate ad alcuna
idea, ma stanno unicamente per un oggetto. E siccome si può ammettere che
anche tali espressioni abbiano un significato, può essere una buona soluzione
quella di considerare il significato come consistente della coppia idea/oggetto
quando l’espressione sta per entrambe, o anche di uno solo dei suoi
membri quando l’altro sia assente.
(4) espressioni con stesso oggetto di riferimento ma ¹ significato: il significato è l’idea dell’oggetto, il modo di
pensarlo;
es.:
Bush / Il presidente degli Stati Uniti
(5)
informatività dell’identità:
Come si
è appena visto:
i) Lo zio di mio figlio è (=) mio cognato
ii) La regina d’Inghilterra = Elisabetta II
perché sono vere? Perché l’espressione a destra e quella a
sinistra hanno per significato la stessa persona. Ma allora sono come
iii) A=A
-No, (iii) non è informativo, (i) e (ii) si. Sono come A=B
- No: sarebbero false
Soluzione:
sono come A=A per l’oggetto, come A=B per l’idea
i) e
ii) sono veri perché le due espressioni che li compongono stanno per la stessa
oggetto, ma sono anche informativi perché esse esprimono idee diverse, una
delle quali può esser nota senza che la sia l’altra.
(6) fallimenti della sostitutività:
Come si
è visto:
Re Giorgio
IV desiderava sapere se Walter Scott fosse l’autore di Waverley
Non più
vera se si sostituisce un termine con un altro che designa lo stesso oggetto
Soluzione:
= Vi sono casi in cui per sostituire un termine con un altro non basta che
abbia lo stesso oggetto di riferimento, ma anche che esprima la stessa idea o
concetto.
-dunque,
l’oggetto non esaurisce il significato!
Il
significato è sia ciò che nel mondo corrisponde all’espressione (l’oggetto),
sia ciò che si comprende o si
afferra quando si comprende l’espressione (l’idea o concetto che l’espressione
esprime).
Le declinazioni del bipolarismo semantico
L’idea
che esprime e le cose a cui si riferisce: si tratta dunque di una doppia
dimensione: logica e ontologica, del significato.
Nella
storia della filosofia quelli che abbiamo chiamato ‘idea’ e ‘oggetto’ sono
stati caratterizzati e chiamati in modi diversi:
|
Dimensione |
Porfirio,
Arnauld e Nicole (Logica di Port-Royal) |
Scolastici,
C.I. Lewis[16], Carnap[17] |
Mill |
Frege |
Carnap
(tradu-cendo Frege) |
Quine,
altri |
|
logica
(dell’Idea) |
Compren-sione |
Intensione |
Conno-tazione |
Sinn |
Senso |
Significato |
|
Ontologica
(dell’oggetto |
estensione |
estensione |
Denota-zione |
Bedeutung |
nominato |
Referen-te[18]
|
(come detto sopra, noi adotteremo: significato
= dimensione logica + dimensione ontologica)
Ma
queste coppie, che spesso si tende a identificare o sovrapporre, non
fotografano esattamente la stessa dicotomia.
Ci sono infatti diversi modi in cui
si può intendere sia l’idea espressa (concetto astratto o platonico, idea
psicologica, pensiero, giudizio...) sia le cose cui ci si riferisce (oggetti, o
anche proprietà, classi, fatti, stati di cose …), e tra l’altro non tutti
questi modi sono rappresentati da (tutte) le distinzioni appena introdotte.
Inoltre, dal momento che questa doppia dimensione ha un
valore del tutto generale, si presume giustamente che si applichi a ogni
forma di espressione dotata di significato, e dunque non solo a termini
(nomi, aggettivi, verbi, ecc.) ma anche a interi enunciati. Ma si vede
come il modo in cui questi diversi tipi di espressione si riferiscono alle cose
è diverso, e non tutti i concetti sopra elencati si applicano correttamente ai
diversi modi di riferirsi.
Le coppie
intensione (=
intentio, ciò che si intende, o si
pensa) – estensione (= extentio, l’estensione di applicazione
dell’espressione),
comprensione (= i caratteri compresi nel concetto, o quel che il
parlante comprende di un’espressione) – estensione
connotazione (= il modo di denotare, di contrassegnare) - denotazione
(= quel che l’espressione contrassegna, notifica, designa),
sono
quasi concordemente spiegate da vari degli autori che le propongono[19]
come la contrapposizione tra il
concetto (o insieme di concetti) espresso, e l’ insieme delle cose di cui
l’espressione è vera, o a cui questo concetto/insieme di concetti si applica:
ad es.,
per il termine ‘uomo’,
intensione/comprensione/connotazione sarebbe il concetto di uomo,
ossia
l’insieme di proprietà e relazioni che caratterizzano un uomo,
o le
proprietà e relazioni comprese nel
concetto di uomo,
oppure
l’insieme di concetti ‘essenziali’ o che bastano a definire l’uomo, per es., la
coppia di concetti animale e razionale, o bipede e implume;
l’estensione/denotazione
sarebbe invece l’insieme degli uomini.
Es.: Nove
vs. il numero dei pianeti: ¹ intensioni, =
estensione (1 stesso oggetto);
Fosforo (= Stella del mattino) vs. Vespero (= Stella della
sera): idem
Anche
la sofisticata analisi tecnica condotta da Carnap
per mezzo della nozione di descrizione di stato e delle nozioni connesse[20]
riproduce sostanzialmente la stessa
dicotomia, esplicando
l’intensione
come contenuto informativo comune a quelle
espressioni che sono logicamente equivalenti (e quindi, in sostanza, come il
contenuto logico dell’espressione, ovvero, quell’informazione che chiunque
conosca (fino in fondo) la lingua potrebbe trarre dall’ espressione in via
puramente logica),
e
l’estensione
come ciò che hanno in comune espressioni
equivalenti.
Tuttavia Carnap, che costruisce il suo metodo semantico soprattutto
ai fini della logica modale e della ricerca sui fondamenti della matematica, ed
è molto attento alle implicazioni del problema del nominalismo sulle entità
astratte, impiega questa coppia in modo
diverso da quello in cui li impiegheremo qui:
(1)
in primo luogo, egli
sembra utilizzarli per marcare una contrapposizione tra piano delle entità
astratte e piano delle entità concrete, più che una contrapposizione
tra piano logico/ideale e piano ontologico, (o del pensiero e della realtà): la proprietà che un predicato esprime,
ad esempio, per lui ne costituisce l’intensione (e si pone quindi sul piano astratto)(con
la conseguenza di cui al n. 3 qui sotto), mentre qui la considereremo come la
sua denotazione (situandola dunque sul piano ontologico).
(2)
Inoltre le sue
finalità possono esser raggiunte con l’utilizzo di un minor numero di nozioni
semantiche (intensione e isomorfismo intensionale (ossia senso)
su un piano, ed estensione sull’altro) mentre quelle che qui ci
proponiamo (di analizzare il concetto di significato delle espressioni
linguistiche) suggeriscono di usare contemporaneamente diverse nozioni per
distinguere vari concetti alternativi (intensione,
senso, connotazione, estensione, denominato, designato, ecc.).
(3)
Infine, le sue
finalità consentono a Carnap di
considerare a tutti gli effetti equivalenti, e dunque caratterizzate da una
medesima estensione ed intensione, espressioni come: ‘(è) rosso’, ‘il (colore)
rosso’, ‘la classe delle cose rosse’,
che invece hanno significati ben diversi e quindi non sono affatto equivalenti
dal nostro punto di vista[21].
Invece
la
coppia Sinn/Bedeutung di Frege
(che
pure si allinea sull’asse della distinzione piano logico/ontologico)
non
coincide esattamente con le tre precedenti
(per
vari motivi che avremo agio di esaminare, segnalati soprattutto dallo stesso
Carnap, anche se non sembra del tutto corretto identificare il Bedeutung fregeano con ciò che
l’espressione denomina, come egli fa).
Sinn (=
senso dell’espressione: definito da Frege come il modo di darsi dell’oggetto (=
come l’espressione lo descrive: aspetti cognitivi)[22]
/ modo di denominare)
Bedeutung (=
ciò che l’espressione significa, denota o denomina
( es.:
Mio cognato; il fratello di mia moglie; lo zio di mio figlio: stesso Bedeutung, dato o descritto in ¹ modi: ¹ sensi
Karol
Wojtyla, Giovanni Paolo II: due
modi di denominare, un solo denominato),
Per
tutti questi motivi è bene esaminare in dettaglio le diverse modalità in cui il
rapporto semantico si esplica sui due livelli logico e ontologico, per
distinguerli ed evitare confusioni di nomenclatura.
Prima
di ciò, è comunque possibile osservare fin d’ora che in ogni caso, nei rapporti
all’interno di ciascuna coppia,
il primo elemento (idea) è + forte del
secondo (oggetto), il I determina il II e non viceversa, il II è funzione
del I e non viceversa: per uno del I ce n’è solo uno del II e non viceversa
(vedi esempi precedenti)
(o così si direbbe: v. Kripke, non sempre è
così)
Ciò
detto,
(1) poiché
abbiamo veduto che è naturale parlare di significatività di un’espressione
anche in presenza di una sola delle due dimensioni, logica o ontologica, pare preferibile
utilizzare il termine ‘significato’ non per una sola di esse, come fanno Quine
e altri (per la dimensione logica) o Frege (per la dimensione ontologica, dato
che Bedeutung significa precisamente significato), ma per il complesso dei
rapporti che l’espressione intrattiene (con idee e/o cose) su entrambi i piani
più o meno come suggerisce Putnam[23].
.
Inoltre,
(2) conviene
utilizzare ‘riferimento’ e ‘referente’ come termine generali per tutte le
varie modalità della relazione sul piano ontologico che verremo
evidenziando, in quanto sono comunque tutte relazioni tramite cui l’espressione
si riferisce ad un’ontologia.
A
questo punto, analizziamo nel dettagli prima la situazione sul piano logico,
poi quella sul piano ontologico.
PIANO
LOGICO
Usiamo
le varie denominazioni usualmente impiegate quasi come sinonimi per evidenziare
diverse nozioni, di forza crescente, nell’ambito della dimensione logica:
referente → intensione →
comprensione → senso → connotazione
(I)
Il
presidente del consiglio italiano // l’ex presidente dell’IRI e della
Commissione europea:
identico
referente ma contenuto informativo completamente diverso:
=
referente, ≠ intensione
(II)
9 // Ö 81 // quadrato di 3 // [2+½ √3 (1/3∙24)]x 3
Mio
suocero // colui che sarebbe mio padre se mia moglie fosse mia sorella // nonno
materno dei miei (eventuali) figli;
hanno
la stessa intensione
(contenuto
informativo esplicito o implicito dell’espressione)
(contenuto
informativo dell’espressione in base alle sole convenzioni linguistiche, a
prescindere da conoscenze fattuali, quell’informazione che chiunque conosca
(fino in fondo) la lingua potrebbe trarre dall’ espressione in via puramente
logica).
Ma
hanno significati diversi:
il
contenuto informativo è dato in modi diversi,
si
ricava attraverso percorsi intellettuali diversi,
utilizzando
concetti diversi
Così
diversi che qualcuno che conosca la lingua ma sia lento o incapace a ragionare o
non conosce la logica potrebbe non immediatamente capire che indicano lo stesso
oggetto[24].
Diciamo
allora che hanno lo stesso referente e la stessa intensione, ma una diversa comprensione.
(III)
Invece:
mio
suocero // il padre di mia moglie;
‘prostituta’
// donna da marciapiedi’ // ‘donna che offre sesso a pagamento’
offrono
immediatamente la medesima informazione a chiunque conosca le definizioni e le
convenzioni linguistiche, anche senza uso della logica:
Col
termine ‘comprensione’ indichiamo
dunque una proprietà più forte dell’intensione, che tali espressioni hanno in comune;
diremo
dunque che esse hanno (non solo la stessa estensione, la stessa intensione, ma
anche) la stessa comprensione,
Tuttavia
queste espressioni esprimono la loro comune comprensione (e anche
intensione e referente) in modi diversi,
con espressioni di struttura diversa che richiamano concetti diversi. Diciamo
allora che hanno, nell’accezione di Frege, un diverso senso (cioè, un diverso modo di dare il
referente, l’intensione e la comprensione)
(IV)
In cosa consiste esattamente allora avere lo stesso senso?
Possiamo
accettare convenzionalmente la proposta
di Carnap[25]:
avere
lo stesso senso è essere intensionalmente isomorfi: avere la stessa struttura con componenti di uguale
intensione.
Es.: il padre della mia sposa; il babbo di mia
moglie
(V)
Tuttavia
se diciamo:
- prostituta
// puttana
- poliziotto
// sbirro
questi
hanno (la stessa estensione, intensione, comprensione, e senso) ma un
significato leggermente diverso, sul piano logico, in quanto espressioni che
esprimono contenuti (o “connotati” emotivi diversi (Frege, Dummett:
hanno un tono diverso). Potremmo dunque utilizzare il termine ‘connotazione’, che nel linguaggio
comune è spesso usato in tal modo, per indicare ciò in cui differisce il
significato di espressioni che non differisce per estensione, intensione, né
comprensione.
Da queste riflessioni, oltre che da quanto detto poc’anzi
che espressioni con la stessa intensione hanno sempre lo stesso referente ma
non viceversa, possiamo concludere che esiste una gerarchia:
connotazione
→ senso → comprensione → intensione → referente
in cui
ogni elemento precedente determina i seguenti, ma non viceversa
(cioè:
se ha = connotazione ha anche = senso, ma non viceversa. Ecc.)
I concetti semantici di questa gerarchia si applicano a
tutti i tipi di espressione, che possiamo raggruppare in: espressioni individuali ( nomi propri o
descrizioni definite), espressioni universali (nomi comuni, predicati,
descrizioni indefinite), enunciati.
Lasciamo per il momento in sospeso una questione dibattuta
di cui ci occuperemo più oltre: se i nomi propri abbiano
intensione/comprensione/senso/ connotazione oppure solo referente.
Espressioni con lo stesso |
Espressioni individuali* |
Espressioni universali** |
enunciati |
|
Referente |
Carlo – mio suocero |
Suocero – padre della moglie |
Carlo è gioviale - Mio suocero è
gioviale |
|
Intensione (commutabili per sviluppo
logico) |
Il padre di mia moglie Il nonno materno dei miei
(eventuali) figli |
padre della propria moglie nonno materno dei propri
(eventuali) figli |
Il padre di mia moglie è
gioviale / Il nonno materno dei miei (eventuali) figli è gioviale |
|
Comprensione (commutabili per so-stituzione
di sinonimi) |
Mio suocero Il padre di mia moglie |
Suocero Padre della propria moglie |
Mio suocero è gioviale Il padre di mia moglie è
gioviale |
|
Senso (commutabili per isomorfismo
intenzionale) |
Il padre di mia moglie Il padre della mia sposa |
Padre di mia moglie Padre della mia sposa |
Il padre di mia moglie è
gioviale Il padre della mia sposa è
gioviale |
|
Connotazione (commutabili per sostituzione di
sinonimi di = colore) |
|
|
|
*Espressioni
individuali: si applicano a 1 solo individuo (per volta): nomi propri;
descrizioni definite; deittici (io; tu; questo; qui …)
**Espressioni
universali: si applicano a molti individui contemporaneamente: nomi comuni,
aggettivi, verbi, relazioni, descrizioni indefinite
L’intensione
è
- un
concetto individuale per i designatori particolari,
- un
concetto universale (il concetto di una proprietà o un genere)[26]
per le espressioni universali
- un
pensiero o giudizio o proposizione per gli enunciati.
Invece
comprensione/senso/connotazione
sono piuttosto modi di esprimere un
certo concetto
(Se
volessimo ulteriormente sfruttare le risorse terminologiche disponibili
stipulando per esse nuovi sensi tecnici, potremmo forse chiamare l’intensione
di un enunciato ‘proposizione’, la sua comprensione ‘giudizio’, il suo senso
‘pensiero’[27], la sua
connotazione ‘….’?)
Esempi.
Il
referente è (si direbbe)
-
un individuo per i
designatori individuali,
-
una classe di
individui per le espressioni universali, e
-
resta da chiarire cosa
sia per gli enunciati.
Esempi
PIANO
ONTOLOGICO
Osserveremo
ora che anche sul versante ontologico le varie coppie non sono del tutto
sovrapponibili, ossia che referente, denotazione/denotato, estensione,
ecc. non sono esattamente la stessa cosa, e in più, che non ogni tipo di
espressione possiede tutti questi elementi.
Controparte
ontologica in generale: il referente
1) Nomi propri
Ovviamente
i nomi propri hanno come referente
(se ne hanno affatto: parrebbe infatti che non sempre ne
abbiano: per esempio, parrebbe che ‘Pegaso’ non stia per alcunché. Ma
riprenderemo in seguito questo problema)
l’oggetto di cui sono il nome, ossia che essi denominano:
essi hanno dunque un nominato: vale a dire un referente unico, che viene
posto nella frase in posizione di soggetto o di complemento oggetto.
I nomi propri non sono solo quelli di persona, di luogo
e simili, ma anche quelli che denominano unicamente: di proprietà, di genere,
di classe, ecc. (‘il rosso’, ‘l’uomo’, la classe dei cavalli’ …).
Se per estensione intendiamo,
come si è detto sopra, la classe di cose a cui un’espressione si applica, i
nomi propri hanno pure (per quanto in senso un po’ banale) un’estensione,
costituita da un singolo elemento. Possiamo dunque parlare del
referente, del nominato o dell’estensione di un nome proprio.
L’intensione
(posto che vi sia, una questione che abbiamo rimandato a più avanti), come si è
detto, è un concetto universale
Tuttavia è chiaro che non tutti i
tipi di espressioni denominano e hanno denominati. Perciò è difficile accettare
l’identificazione fatta da Carnap del Bedeutung
fregeano col nominato, in quanto il concetto di Bedeutung (letteralmente: significato) è un concetto assai
generico, che Frege intende come appartenente ad ogni genere di espressione
(nomi, predicati, enunciati, ecc.)[28].
Esso sarà dunque più naturalmente identificabile col referente (che
qui intendiamo come concetto generale per ogni correlato di tipo ontologico).
2) Aggettivi e verbi
Non
hanno un denominato, ma un’estensione: Es.: ‘rosso’ in ‘il fuoco è
rosso’ non denomina alcunché. Tuttavia si applica, è vero di, o si
estende a, (l’insieme di) tutte le cose
rosse, che possiamo dunque chiamare la sua estensione.
(Naturalmente non
bisogna confondere l’aggettivo ‘rosso’ (es in ‘il fuoco è rosso’) con il
nome proprio di colore ‘il rosso’ (es. in ‘il rosso mi piace’). Il secondo
ovviamente possiede un nominato, il colore o proprietà rosso, il primo no).
(Se insistessimo a voler attribuire
un nominato all’aggettivo ‘rosso’, questo sarebbe la proprietà (il colore)
rosso, e quindi
- coinciderebbe con il nominatum di un altro termine: il
nome corrispondente (‘[il] rosso’), e sarebbe un doppione;
- e
comunque, sarebbe diverso dall’estensione: il nominato sarebbe una proprietà, e
l’estensione invece un insieme di oggetti: ciò conferma che nominatum ed
estensione sono concetti diversi).
(Carnap[29]
segnala che se ai termini generali vogliamo assegnare un nominato, è incerto se
esso debba essere una classe o una proprietà. Egli invece propone di considerare
la classe come estensione, e la proprietà come intensione (proprio perché, come
si è detto, con la distinzione intensione/estensione egli ha in realtà di mira
la distinzione entità astratte/concrete), e questo è un altro motivo per cui la
coppia Sinn-Bedeutung, che egli interpreta come senso-nominato, sarebbe diversa
dalla coppia intensione/estensione. Di fatto, credo, questa interpretazione di
Carnap non è esatta (per il motivo detto al precedente § 1), ma resta vero che il
concetto di denominazione è inappropriato a questo genere di espressioni).
L’aggettivo ‘rosso’ ha comunque qualcosa a che fare con
quella proprietà che è il colore rosso, nel senso che è quella che
l’aggettivo attribuisce al soggetto, essa è dunque in qualche modo un suo
referente, pur non essendo il suo denominato. Potremmo forse usare per questo
tipo di riferimento il concetto di denotazione, e dire che la proprietà è il
suo denotato.
Un aggettivo o un verbo hanno dunque due distinti
referenti: un’estensione e un denotato. L’intensione, come si
è detto, è un concetto universale, il concetto del loro denotato.
(Potrebbe sorgere il sospetto che una proprietà e il suo
concetto siano la stessa cosa, ma così non è: un oggetto è reso visibile dal
colore che esso possiede, non dal concetto di tale colore)
|
Espressione |
Corrispettivo
sul piano logico |
Corrispettivo
sul piano ontologico |
|
Nome
proprio : ‘il rosso’ |
concetto
del colore rosso |
Il
colore rosso: è un nominato |
|
Aggettivo:
‘[è] rosso’ |
Concetto
del colore rosso. Coincide con l’intensione
del nome |
-Tutte
le cose rosse: è un’estensione - il
colore rosso: è un denotato. Coincide col nominato del nome |
|
Nome
proprio: ‘insieme delle cose rosse’ |
Il
concetto di insieme delle cose rosse |
L’insieme
delle cose rosse: è un nominato |
Forse
non meraviglia che l’intensione dell’aggettivo coincida con l’intensione del
corrispondente nome, e il suo denotato con il nominato di esso: dopo tutto, essi sono comunque espressi dallo
stesso termine.
Tutto ciò vale anche per i
3)
nomi comuni:
Un nome
comune come ‘cavallo’ può essere usato come predicato, come ‘rosso’, (l’unica
differenza è che necessita dell’articolo) ma anche come soggetto, (sempre con l’aiuto
dell’articolo, oppure anche di aggettivi, come ‘questo’ ecc. Questo potrebbe
far pensare che mentre nella funzione di predicato il nome comune non denomina
nulla
(per
es., in:
1.‘Ribot
è un cavallo’
‘Ribot’
denomina, ma ‘cavallo’ no,
possa
denominare almeno quando sta nella funzione di soggetto, come in
2.‘I
cavalli sono quadrupedi’
3.‘Laggiù
c’è un cavallo’
Si potrebbe
suggerire:
- in 2.
denomina i singoli cavalli. Ma non è possibile, perché tale nome non
distinguerebbe l’uno dall’altro, mentre un nome deve denominare in maniera
univoca.
Oppure:
-
denomina la classe dei cavalli, ossia, nominatum ed estensione
coincidono.
Ma è
un’approssimazione abbastanza grossolana:
1. non
dice che Ribot è la classe dei cavalli, né 2. che la classe dei cavalli è un
quadrupede.
-
Certo, si possono parafrasare:
-
O forse meglio:
1’’.
Ribot appartiene al genere dei cavalli;
2’’.
gli appartenenti al genere dei cavalli sono quadrupedi;
3’’.
laggiù c’è un appartenente al genere dei cavalli;
( - genere vuol dire la stessa cosa di classe?
No, classe
è solo un insieme di elementi, genere non è tanto un particolare insieme
di elementi, quanto l’insieme di tutti gli elementi contraddistinti da certe
caratteristiche in quanto contraddistinti da esse. In questo senso il
nominatum di ‘cavallo’ sarebbe qualcosa tra la sua estensione (la classe dei
cavalli) e la sua intensione (l’insieme delle caratteristiche distintive dei
cavalli). ).
In
ogni caso si vede che 1’’, 2’’, 3’’. non esprimono
la stessa idea di 1., 2., 3.: hanno la stessa intensione, ma non lo stesso
senso[30].
Infatti:
- il
genere dei cavalli è il nominatum dell’espressione ‘il genere dei cavalli’,
- la
classe dei cavalli è il nominatum dell’espressione ‘la classe dei cavalli’,
mentre
‘cavallo’ è un termine che non denomina affatto, ma ha per estensione
i
cavalli,
NB: In
4.‘Il
cavallo è un mammifero’
‘il
cavallo’ ha funzione di nome proprio di genere, non più di nome comune, e
quindi ha come nominato il genere dei cavalli.
DUNQUE:
quando il
nome comune ‘cavallo’ è usato come predicato, si comporta proprio come
‘rosso’, e possiamo creare una tabella analoga, confrontandolo coi rispettivi
nomi proprio del corrispondente genere e della corrispondente classe:
|
Espressione |
Piano logico |
Piano ontologico |
|
Nome proprio: ‘il cavallo’ |
concetto del genere cavallo |
Il genere cavallo: è un nominato |
|
Nome comune: ‘cavallo’ (usato come predicato: es.:
‘questo è un cavallo’) |
Concetto di cavallo (= insieme
dei concetti delle proprietà essenziali)
E’ imparentato ma non coincide con il concetto del nome proprio: il
genere non è l’insieme delle proprietà essenziali, ma
l’insieme degli individui in quanto contraddistinto dalle proprietà essenziali) |
- Tutti i cavalli: è un’estensione - proprietà (= insieme delle
proprietà essenziali): è un denotato. E’ imparentato ma non coincide
con il nominato del nome proprio: il genere non è l’insieme delle proprietà
essenziali, ma l’insieme degli individui in quanto
contraddistinto dalle proprietà essenziali) |
|
Nome proprio: ‘insieme dei
cavalli’ |
Il concetto di insieme dei cavalli |
L’insieme dei cavalli: è un nominato |
A differenza di aggettivi e
verbi, però, i nomi comuni possono essere usati anche come soggetto, pur senza
diventare nome del genere.
In
tal caso
A
seconda dei suoi diversi usi viene a riferirsi, volta a volta diversi oggetti:
-
un singolo animale,
anche se non ben identificato[31]
(‘laggiù c’è un cavallo’),
-
tutti e ciascuno i
singoli cavalli (che è qualcosa di diverso dalla classe dei cavalli) (‘i
cavalli sono mammiferi’), pur senza distinguerli l’uno dall’altro come farebbe
un nome proprio
-
un singolo animale ben
identificato: ‘questo cavallo’; il cavallo [di cui parliamo] è bello
Se dico
‘Baiano è un cavallo della mia scuderia’, ‘cavallo’ sta in posizione di
soggetto, non predicato, in quanto è come se dicessi:
‘Baiano
è identico con un certo cavallo della mia scuderia’,
e anche
qui designa un ben preciso animale (che però muta da un uso all’altro).
Possiamo chiamare ‘designare’ questo riferirsi volta a volta a oggetti particolari diversi, e dunque possiamo distinguere tre tipi di referente che i nomi comuni possono avere, chiamandoli l’estensione, il denotato (quando usati come soggetto) e il designato (quando usati come predicato).
anche
4)
deittici
(pronomi
come ‘io’, ‘tu’, ‘noi’, ‘questo’, ‘quelli’ … e avverbi come ‘ora’, ‘qui’,
‘talora’, ecc.)
hanno
un designato. Essi non hanno propriamente estensione, in quanto potenzialmente
si applicano a tutto, e volta a volta a un solo individuo o classe.
(forse
alcuni di essi hanno un denotato (es.: quelli: la proprietà di essere numerosi
e lontani da chi parla) (?)
(N.B.:
pronomi come quelli possessivi (il mio, ) e altri non designano alcunché, in
quanto in realtà sono anafore, da un punto di vista logico aggettivi col
sostantivo sottinteso, e ciò che designa è la descrizione risultante)
5) descrizioni
Descrizioni
definite: ‘il decimo pianeta del sistema
solare’
Ha un
denotato (la proprietà di essere il decimo pianeta del s. solare) un’estensione
(di 1 o 0 membri) e forse (se esiste) un referente che non è né un nominato né
un designato, perché non cambia da un contesto all’altro.
Altre
descrizioni definite (quelle composte con deittici) hanno invece il designato:
‘il più
bel cavallo di questa scuderia’
In
effetti, il designato si ha sempre con quelle particelle ‘funzionali’ che sono
i deittici e l’articolo indeterminativo)
Descrizioni
indefinite: ‘un cavallo marrone veloce’:
ha:
- denotato
(la proprietà di essere cavallo, marrone e veloce)
- estensione
(la classe dei cavalli marroni veloci)
- designato
(quando è usato come soggetto o complemento: ‘un cavallo marrone veloce venne
verso di me’; ‘mi fu dato un cavallo marrone veloce’)
6) Enunciati:
Si
potrebbe suggerire che denominano un
fatto, ma non è così:
il nome
non solo è ciò che si riferisce univocamente
a un singolo oggetto,
ma anche
ciò che lo rappresenta in posizione di
soggetto nella predicazione.
Invece
non dico: “il fuoco è rosso è una fortuna”, come “Giovanni è alto”. Tutt’al più
posso trasformare l’enunciato in nome (nome di fatto) con il che, e così permettergli di ottenere un
nominato: “che il fuoco sia rosso è
una fortuna”.
D’altra parte l’enunciato non ha estensione (oggetti di cui è vero o a
cui si applica, in quanto è vero di tutto o di niente, e si applica a tutto o
niente)
né
designati (oggetti cui si applica volta a
volta contingentemente, nell’ambito di una più vasta estensione)
né
denotati (proprietà che attribuisce: sono
semmai i suoi componenti (nomi, predicati, descrizioni) che svolgono tali
funzioni e hanno tali tipi di referente.
Frege
sostiene che ha un Bedeutung
(che Carnap interpreta come nominato, ma dovrebbe esser interpretato più
genericamente come un referente),
e che
questo è il suo valore di verità,
in quanto:
(a) Frege: Principio di composizionalità:
il
significato (senso / Bedeutung)
dell’enunciato è funzione del significato (senso / Bedeutung) delle sue parti.
Es.: L’insegnante di logica è magro
Il
docente di logica è magro
Se due enunciati sono composti da
termini che hanno lo stesso senso, anche essi hanno lo stesso senso (esprimono
lo stesso “pensiero”)
Lo stesso sarà per il Bedeutung!
Inoltre
(b) Osserviamo che il valore di
verità di un enunciato è funzione dei referenti (nominati, estensioni,
designati …) dei suoi componenti:
Es.:
una frase vera resta tale fin che
cambio i suoi termini con altri di ≠ intensione, senso, ecc., ma di =
referente.
Cessa di esserlo se li sostituisco
con altri di referente ≠:
Il Monte Bianco è
alto
Le Mont Blanc “” V
Il Monte chiamato un tempo in
Savoia ‘Mont Maudit’ “” V
Il monte più alto d’Europa “” V
…
Il Monte Rosa “” Falso
Pertanto
(c) si può considerare il valore
di verità come il referente dell’enunciato.
(In più:
Se c’è qualcosa di cui si può dire che l’enunciato sia
vero, e quindi che sia la sua estensione, è il mondo.
Se è falso, non è vero di nulla, quindi la sua estensione è
il nulla;
→
l’estensione dell’enunciato può essere il tutto o il nulla: e ciò non
differisce molto dal dire che è il vero o il falso).
(d) Anche Carnap attribuisce
un’estensione all’enunciato, identificandola col valore di verità, in quanto
definisce l’estensione come ciò che enunciati equivalenti (ossia di uguale
valore di verità) hanno in comune[32].
Tuttavia questa scelta ha per
conseguenza un serio
Paradosso: tutti gli enunciati veri hanno lo stesso referente,
idem quelli falsi.
Questo è paradossale, ovviamente,
in quanto risulta immediatamente chiaro che enunciati diversi ma ugualmente
veri come
- ‘Bologna è in Emilia’
- ‘La zucchero è dolce’
Descrivono (e dunque hanno come
corrispettivi ontologici, si riferiscono ad) aspetti di realtà molto diversi.
Il modo più plausibile di
caratterizzare questi specifici referenti di enunciati diversi è di identificarli
coi fatti.
Per
quanto la nozione di fatto sollevi alcuni seri problemi filosofici, e per
questo sia stata rigettata da alcuni, tali problemi non sono necessariamente
insolubili (come si è visto sopra discutendo la teoria referenziale del
significato).
In sintesi:
-
enunciati falsi: sono
privi di referente, come i nomi vuoti[33]
-
enunciati negativi: o
si ammettono fatti negativi, o li si interpretano come l’asserzione della
falsità del corrispondente enunciato affermativo
-
i fatti anche solo su
questo tavolo sono infiniti: si, ma anche tutti gli oggetti astratti hanno tale
caratteristica, eppure non sono eliminabili
-
fatti come doppione
delle proposizioni. Si, per forza. Ma hanno potere causale, le proposizioni no.
Infatti, per quanto non abbiamo
qui lo spazio di approfondire tale discussione, da molti filosofi l’appello ai
fatti è considerato del tutto legittimo.
Si noti che la conclusione (c) del
ragionamento di Frege non è una conclusione obbligata date le premesse (a) e
(b), poiché il valore di verità di un enunciato non è l’unica cosa che sia
funzione dei referenti dei suoi componenti: anche il fatto descritto lo è: ad
es.,
- Il Monte Bianco è alto
- Il monte più alto d’Europa è
alto
descrivono lo stesso fatto.
(si tratta della fallacia dell’affermazione del conseguente)
Ovviamente, come si è detto, il fatto non è né il nominato né il
designato né l’estensione dell’enunciato: potremmo chiamarlo il contenuto di esso, o semplicemente
indicarlo genericamente come il suo referente specifico.
Si può
allora anche mantenere l’idea del valore di verità come estensione, ma tenendo
presente che l’estensione non è il più specifico referente possibile per un
enunciato.
In sintesi
Non
tutti i tipi di espressione hanno gli stessi tipi di referente:
I nomi propri hanno un nominato: un oggetto a cui il termine si riferisce in
esclusiva e che rappresenta l’oggetto
come soggetto o complemento nella predicazione
Le espressioni universali (aggettivi, verbi, nomi comuni) hanno
(a) un’estensione: una
classe di oggetti dei quali[34]
il termine è vero o si applica,
(b) un denotato: una
proprietà o genere che essi assegnano al soggetto di cui sono predicati, e
(c) un designato (lo
specifico oggetto a cui l’espressione si applica nel contesto,
contingentemente: es.: questo o quello specifico cavallo. Lo hanno però solo i
nomi comuni, poiché solo essi si possono accompagnare con deittici o articoli
indeterminativi)
Anche le descrizioni indefinite hanno estensione, denotato e designato;
Le descrizioni definite hanno estensione,
denotato e un referente che è una via di mezzo tra nominato e
designato; i deittci hanno un designato,
ma né estensione né denotato.
Gli enunciati hanno un contenuto (il fatto che essi asseriscono
o descrivono – non che denominano né designano!), e in più una sorta di estensione: il valore di verità.
Approfondimento: La sostituibilità in
contesti obliqui e modali[35].
Prima
di proseguire è necessario riprendere in dettaglio la soluzione al problema
della sostituzione, soluzione che può essere ottenuta in modi diversi e sembra
comunque lasciare alcuni problemi aperti
Principio di sostituibilità
degli identici:
-
3 //la radice3 di 81// è
dispari
-
Mio cognato //lo zio di mio figlio// è simpatico
-
9 //Il numero dei pianeti// > 7
Queste sostituzioni mantengono la
verità!
Ma:
- Carletto sa che 3 è dispari //
Carletto sa che la radice3
di 81 è dispari
(crede, spera, si illude, teme ….
Attitudini proposizionali)
- è necessario che 9> 7
- è necessariamente vero che 9>
7
- necessariamente 9> 7
vs.
- è necessario che, (è) necessariamente (vero che) il numero dei
pianeti > 7
(necessario, possibile, giusto,
educato che … modalità)
- il presidente del tribunale è
mio amico:
- è sempre educato dire “ciao!” al
mio amico / presidente del tribunale
Soluzione: la modalità e l’atteggiamento proposizionale
vertono primariamente sul pensiero, o sul modo di esser descritto, di esser
dato: necessaria identità sul piano
logico, non basta quella sul piano
ontologico.
(dipende sotto che aspetto vedi
una oggetto: di amico o di presidente del tribunale? Di 9 o di numero dei pianeti? Di 3 o di radice di
81?)
Tuttavia ci sono modi diversi di richiedere l’identità sul
piano logico come condizione per la sostituibilità:
(a) Soluzione
di Frege
in quei
contesti in effetti non si parla di oggetti, ma di pensieri dei soggetti, o
modi di descrizione dell’oggetto[36]
Dunque,
il referente delle espressioni subordinate
in contesto obliquo o modale diventa il suo senso ordinario (cioè, il pensiero).
Questa tesi è praticamente obbligata per Frege, in quanto, come si è visto, egli crede che
(i) il VdV sia funzione dei referenti delle espressioni componenti,
e siccome
(ii) nei contesti obliqui e modali il VdV è evidentemente funzione dei sensi, ne segue che
(iii) il referente nei contesti obliqui e modali devono essere i sensi.
→
tutto pare funzionare, il principio di sostituibilità vale, si ottengono i
risultati intuitivi:
es.: Giorgio IV si chiede se Scott sia l’autore
di Waverley
‘L’autore
di Waverley’ non si può sostituire con ‘Scott’ (Giorgio IV si chiede se Scott
sia Scott), che è ontologicamente identico, ma si può sostituire con ‘chi ha
scritto Waverley’, (Giorgio IV si chiede se Scott sia chi ha scritto Waverley),
che è logicamente identico.
Obiezioni
alla soluzione di Frege
La
soluzione di Frege non è del tutto soddisfacente, per almeno 2 motivi:
Si potrebbe forse replicare che la
frase in oggetto significa che Pia crede la proposizione che la stella della
sera è un pianeta, e siccome i componenti di una proposizione sono dei
concetti, ciò su cui verte la credenza di Pia non è tanto il pianeta, quanto il
suo concetto. Ovvero il senso d’ ‘stella della sera’. Ma allora sarebbe più
corretto dire semplicemente che ciò che determina i valori di verità degli
enunciati obliqui sono i sensi, e non che in tali enunciati i sensi diventano i
referenti dei termini. Riprenderemo più oltre questo punto
Carnap ha rivolto al metodo di Frege le seguenti 3 critiche[37]:
i)
moltiplicazione dei nomi:
il
senso ha un nome, il quale dunque ha il senso come referente[38],
e qualcos’altro come senso; questo qualcos’altro a sua volta ha un nome, il
quale ha un’altra cosa come senso, ecc.
Ma tale
critica è errata: lo stesso problema si ripropone anche per l’ intensione e l’estensione:
sia l’una che l’altra avranno un nome, che avrà (oltre all’estensione)
un’intensione, e questa avrà un nome, ecc. In effetti, sorge ogni volta che per
qualunque motivo costruiamo una gerarchia di metalinguaggi.
(Carnap
evita questo problema solo con la già ricordata limitazione delle capacità
espressive del linguaggio che egli considera, possibile per i fini che egli si
propone, per cui non ammette nomi di intensioni né nomi di estensioni).
ii)
moltiplicazione di referenti diversi per lo stesso nome:
es.:
John crede che è possibile che Bill tema che Jane scopra che P
Carnap
evidentemente pensa che la clausola relativa ‘che’ funzioni come le virgolette
del discorso diretto, ossia
John crede che{è possibile che [Bill tema che (Jane scopra che «P»)]}
Ma le
virgolette del discorso diretto trasformano un’espressione nel suo nome. Per
cui se il referente ordinario di ‘P’ è il valore di verità, e nel contesto del
‘che’ più interno (ossia nel contesto «»)
è il suo senso, l’espressione ‘«P»’ è il nome del senso di ‘P’, e ha per
riferimento il nome del senso di ‘P’; l’espressione
‘(Jane scopra che «P»)’ è il nome del nome del senso di ‘P’ (e quindi ha per
referente in nome del nome del senso di ‘P’); ecc.
Per cui
nel contesto ordinario il referente di ‘P’ è il suo valore di verità, ma nel
contesto «» è il senso di ‘P’; nel contesto [] è il senso del nome del senso di
‘P’; nel contesto {}è il senso del nome del senso del nome del senso di ‘P’;
ecc.
Ma: nel migliore dei casi questa è sostanzialmente
l’obiezione 1. esposta all’inizio: è implausibile che il referente cambi col
contesto.
Nel peggiore, è assai dubbia:
primo,
perché è dubbio che in questi contesti via via più ampi si possa identificare
un referente di ‘P’ autonomo dal contesto, come se fosse scritto direttamente: «P»,
(«P»), [(«P»)], {[(«P»)]}, ecc.
Secondo,
perché anche se così fosse, questi diversi referenti non sono tutti referenti
di ‘P’, ma appunto di espressioni diverse, ossia rispettivamente di «P», («P»), [(«P»)], {[(«P»)]}, ecc.
Nulla, in sostanza, vieta di pensare
che i possibili referenti di un’espressione siano solo due: quello ordinario,
nei contesti diretti, e il suo senso, in tutti i contesti obliqui e modali.
iii)
Anche nella stessa occorrenza:
John sa
che P: due nominata diversi nella stessa
occorrenza
(infatti = John crede che P, e P)
(in
realtà, sono due occorrenze diverse. Quindi nemmeno quest’obiezione pare
corretta )
(b) Soluzione
di Carnap:
intensione
vs. estensione
sempre
le stesse in tutte le occorrenze e i contesti;
solo, la
sostituibilità salva veritate
richiede identità di estensione in contesti diretti, identità di
intensione in contesti obliqui o modali
(per il
motivo visto sopra: in contesti obliqui si parla di pensieri, non di cose)
(N.B.:
funziona lo stesso se intendiamo ‘intensione’ e ‘estensione’ non alla
Carnap, come astratto/concreto, ma nel
ns. modo, come concetto del
referente/referente)
Per le critiche (1) e (2) sopra esposte alla soluzione di
Frege, questa soluzione si direbbe da preferirsi a quella.
Anch’essa ha però un difetto: in essa il valore di verità è normalmente funzione dei referenti, mentre nei contesti obliqui e modali diventa funzione delle intensioni. Essa perciò costringe ad abbandonare il principio semplice, generale, e anche intuitivamente plausibile che il VdV è sempre funzione dei referenti, sostituendolo con due principi diversi (e lasciando così anche il dubbio che magari in altri contesti non valgano altri principi ancora diversi). Quindi: per Frege il VdV è sempre funzione del referente, ma questo cambia col contesto; per Carnap il referente è sempre identico, ma il VdV è funzione talora del referente, talora dell’intensione.
Vedremo più
oltre (parlando del valore di verità degli enunciati vuoti) una terza
soluzione che sembra meglio conciliare tutte le esigenze che sorgono in
questi casi: il referente è sempre identico, e il VdV è funzione sempre dello stesso
argomento, che però non è il referente ma l’intensione
Come si è detto, Carnap è consapevole che la coppia Sinn - Bedeutung di Frege è diversa dalla propria intensione-estensione, e
naturalmente il fatto che il Bedeutung
vari nei contesti obliqui è una nettissima differenza.
In alcuni passi, Carnap sembra che non ne veda altre, e
infatti sostiene che le due coppie finiscono per coincidere nei contesti
diretti.
C’è tuttavia anche un’altra differenza, ricordata
più sopra, ossia che la nozione di senso è più stretta di quella di intensione,
e questo si riflette sulla restrizione da applicare alla sostituibilità, che
non è la stessa nei contesti obliqui e nei contesti modali:
nei contesti
obliqui, in cui sono in questione i pensieri dei soggetti, è necessaria
l’identità di senso.
Nei contesti
modali, in cui è in questione il contenuto logico dei concetti, è sufficiente
l’identità di intensione:
Esempi:
1. Necessariamente
9 è dispari (9 // ½ √100 + 22)
: vale la sostituzione
2. Giovanni sa
che 9 è dispari (9 // ½ √100 + 22)
: non vale la sostituzione
3. Necessariamente
il nonno materno dei miei eventuali figli è padre di mia moglie : sempre vero
4. Giovanni sa
che mio suocero è padre di mia moglie : non sempre vero
Infatti,
Carnap indica come equivalente, nella propria prospettiva, all’ identità di
senso fregeano non l’identità di intensione, ma l’isomorfismo intensionale (come
si è visto sopra).
In
realtà, Benson Mates ha segnalato che nemmeno l’identità di senso (o
isomorfismo intenzionale) è sufficiente a mantenere la sostituibilità in certi
contesti[39]:
P. es.,
potrebbe esser vero che
5. Giovanni sa
che quell’uomo è un poliziotto,
ma
falso che
6. Giovanni sa
che quell’uomo è uno sbirro
(se Giovanni
non conosce la sinonimia di ‘poliziotto’ e ‘sbirro’) Eppure 5. e 6. hanno lo
stesso senso (sono intenzionalmente isomorfi).
Andrea
Bonomi ha allora suggerito che la sostituibilità
vale nei contesti di attitudine preposizionale solo per espressioni che siano
sinonime (nella nostra terminologia abbiano la stessa connotazione)
nell’idioletto del soggetto dell’attitudine[40].
C. FORME PIU’ SOFISTICATE DI TEORIA
REFERENZIALE DEL SIGNIFICATO (MONISMO SEMANTICO)
Il
bipolarismo semantico non è l’unica possibile risposta ai problemi (1)-(6)
della concezione referenziale ingenua. Vi sono anche concezioni referenziali
(cioè monastiche) del significato ben più articolate e sofisticate di quella
ingenua.
Nella forma più forte (Wittgenstein, Russell) , esse
sostengono che solamente il riferimento è il meccanismo semantico fondamentale.
Pertanto taluni tipi di espressione non hanno senso/intensione, e quelli che lo
hanno lo hanno in forma derivata. In particolare i termini primitivi hanno solo
riferimento, solo quelli definiti possono avere un senso, che si costruisce a
partire dai riferimenti dei termini primitivi.
Nella forma più debole (Mill,
Kripke, Putnam) tali teorie si applicano solo a certi tipi di espressioni (in particolare, a certi tipi di
nomi), senza negare che altre espressioni abbiano un senso.
Critiche al bipolarismo di Frege
Russell ritiene insostenibile il bipolarismo di Frege, secondo cui ogni espressione avrebbe sia un referente (che Russell chiama denotazione) che un senso (che Russell chiama significato). Infatti,[41] come si parla rispettivamente di referenti e sensi? La risposta naturale gli pare che in qualunque caso, l’espressione parla del (ossia si riferisce al) proprio referente, mentre l’espressione costituita dall’espressione originaria posta tra virgolette parla del (ossia si riferisce al) senso dell’espressione originaria.
Si tratta di una tesi che Frege rifiuterebbe, e noi stessi oggi rifiutiamo, poiché mentre usiamo effettivamente l’espressione per riferirci al suo referente, usiamo l’espressione tra virgolette per riferirci all’espressione stessa, e ci riferiamo al suo significato con la descrizione “Il significato di ___”, dove “___” è l’espressione stessa. Posta tale premessa, comunque, Russell prosegue col seguente esempio: se voglio parlare del senso dell’espressione
(1) Il primo verso dell’Elegy di Gray,
non dirò
(2) Il senso del primo verso dell’Elegy di Gray,
in quanto in tal modo parlerei del senso del verso (“The curfew tolls the knell of partine day”), non dell’espressione (1). Dirò invece:
(3) Il senso de “Il primo verso dell’Elegy di Gray”.
Ma poiché un’espressione posta tra virgolette si riferisce al senso dell’espressione originaria, (3) non parla del senso di (1), ma del senso del senso di (1). Ugualmente, se voglio parlare del referente della (1), non potrò dire
(4) Il referente del primo verso dell’Elegy di Gray,
ma
(5) Il referente de “Il primo verso dell’Elegy di Gray”;
E di nuovo, in questo modo avrò parlato del referente del senso di (1). Risulta così impossibile parlare del senso e del referente di (1), è solo possibile parlare del senso e del referente del senso di (1), il ché è assurdo.
E’ chiaro tuttavia che questa assurdità non è imputabile al bipolarismo di Frege, ma all’errata premessa iniziale di Russell: tolta quella, infatti, la (3) e la (5) ritornano ad essere precisamente il modo per parlare rispettivamente del senso e del referente della (1).
Oltre a ciò, Russell è insoddisfatto della soluzione data da Frege al problema delle espressioni vuote. Egli osserva infatti che
(6) L’attuale re d’Inghilterra è calvo
(in un momento in cui in Inghilterra vi era effettivamente un re) parla del riferimento di ‘L’attuale re d’Inghilterra’, ossia di una persona, e non di un senso. Ovviamente, dunque, nemmeno
(7) L’attuale re di Francia è calvo
parla di un senso. Ma in questo caso non esiste alcun referente di cui (7) possa parlare. Esso dunque non parla di nulla, e quindi si dovrebbe concludere che è un nonsenso. Il ché è assurdo, per Russell, in quanto invece (7) è falso (come vedremo tra breve), e quindi sensato. [42]
Di nuovo, tale obiezione non coglie nel segno: come si è visto, infatti, il pregio della soluzione di Frege è precisamente di mostrare come un’espressione possa essere sensata anche senza avere un referente. Poiché il valore di verità degli enunciati dipende dai referenti dei termini che li compongono, e in questo caso un termine è privo di referente, l’enunciato stesso è privo di valore di verità. E per Frege, come sappiamo, questo equivale a dire che è privo di referente. Esso tuttavia ha un senso, e quindi è pienamente significativo. Forse Russell per ‘nonsenso’ intende semplicemente un enunciato né vero né falso. In questo caso la sua obiezione si riduce a osservare che il metodo di Frege è erroneo in quanto rende né vero né falso un enunciato che invece è falso. Ma allora la sua bontà dipende tutta dalla sua spiegazione del perché è falso, che analizzeremo tra breve.
Assieme a quella di Frege, Russell, critica la soluzione di Meinong, secondo la quale ogni descrizione si riferisce a un oggetto dotato esattamente delle proprietà da essa attribuite, oggetto che può essere esistente, o anche non esistente (come nel caso dell’attuale re di Francia, dell’unicorno o del quadrato rotondo). Secondo Russell, infatti, la logica non dovrebbe ammettere oggetti inesistenti più di quanto non facciano la storia o la zoologia[43]. Inoltre, con l’introduzione di questi oggetti si violerebbe il principio di non contraddizione: poiché essi avrebbero infatti tutte le proprietà assegnate dalla rispettiva descrizione, il quadrato rotondo dovrebbe essere sia quadrato, sia rotondo, e quindi non quadrato; e l’attuale esistente re di Francia dovrebbe essere insieme non esistente (come la storia insegna e Meinong ammette) ed esistente (essendo così caratterizzato dalla descrizione).[44]
La teoria delle descrizioni
Se dunque si
ammettono le descrizioni (ma anche i nomi propri di enti inesistenti, come
Polifemo, ecc.) come espressioni autenticamente referenziali, conclude Russell,
non ci sono che due soluzioni, entrambe inaccettabili: quella di Frege,
lasciarli senza referente, e quindi rendere insensate le frasi in cui
ricorrono; e quella di Meinong, fornire loro dei referenti inesistenti. L’unica
alternativa è dunque mostrare che come ‘un’, ‘qualche’, ‘ogni’, le descrizioni,
formate con essi (e nomi ordinari) non hanno in sé se tessi alcun significato,
anche se ne hanno gli enunciati in cui compaiono[45].
La struttura logica profonda degli enunciati è diversa dalla loro forma grammaticale superficiale, e descrizioni e nomi scompaiono quando dalla struttura grammaticale di superficie si risale alla struttura profonda. Attraverso la sua teoria delle descrizioni, infatti, Russell mostra come le si possano analizzare riducendole ad espressioni diverse e autenticamente referenziali.
Tutto ciò che esiste è ben definito, non esiste un uomo che non sia questo o quello in particolare. Per cui ad es. in
(8) Ho incontrato un uomo
se la descrizione indefinita ‘un uomo’ si riferisse, dovrebbe riferirsi a un uomo ben preciso; ma non è così, noi stiamo parlando di un uomo indefinito, non di questo o quell’uomo in particolare. Dunque, ‘un uomo’ non è un’espressione denotante, non si riferisce a nulla[46]
(Abbiamo visto in realtà che in realtà un referente ben preciso c’è, è quell’uomo che volta a volta l’espressione designa). Per Russell, comunque, ‘un uomo’ non è un’espressione referenziale, è una funzione proposizionale:
(9) Ux (= x è uomo)
Anche “Ux & Ix” (= x è uomo e ho incontrato x) è una funzione preposizionale, ossia qualcosa che se completato può dar luogo a un enunciato. Come tale non è in sé stessa né vera né falsa. Essa diventa un enunciato quando sostituisco alla ‘x’ dei nomi, e precisamente: diventa un enunciato vero se alla x sostituisco il nome di un uomo che ho davvero incontrato, e falso se alla x sostituisco il nome di qualcosa che non è uomo o non ho incontrato. Se non so che nome sostituire alla x (se ad es. ho davvero incontrato un uomo, ma non ne conosco il nome), posso comunque trasformare “Ux & Ix” in un enunciato vero dicendo:
(10) “ho incontrato x, e x è umano” non è sempre falsa,
cioè,
(11) c’è qualche oggetto che sostituto alla x rende vero “ho incontrato x, e x è umano”,
ossia,
(12) Esiste (almeno) un x tale che x è uomo e ho incontrato x,
in simboli
(13) $x(Ux & Ix)[47].
Anche ‘l’attuale re di Francia’ scompare quando viene messa a nudo quella che per Russell è l’autentica struttura logica dell’enunciato
(7) l’attuale re di Francia è calvo:
(14) ‘x è attuale re di Francia, e qualunque y che sia attuale re di Francia è identico a x, e x è calvo’ è talora vero,
vale a dire
(15) $x[RFx
& "y
(RFy→ y=x) & Cx]
Cioè
(16) Esiste un x tale che x è attuale re di
Francia, e per ogni altro y, se è attuale re di Francia allora è identico a x,
e x è calvo.
In questa forma, per Russell, non c’è più alcuna espressione priva di
referente (le uniche espressioni referenziali sono le variabili), e dunque l’enunciato
torna ad aver valore di verità: per la precisione è falso, dato che asserisce
(tra le altre cose) che esiste un attuale re di Francia.
Ecco perché, secondo Russell,
(7) è falso, e non può essere un nonsenso!
Ora, che (16) sia falso
è certo, ma non è certo se (16) sia una parafrasi corretta di (7). Già in
precedenza, infatti, Frege aveva negato che lo fosse, sostenendo che enunciati
come (7) o come
(18)
chi scoprì la forma ellittica
dell’orbita dei pianeti morì in miseria
presuppongono la verità di un enunciato esistenziale (rispettivamente:
‘esiste un attuale re di Francia’, ‘esiste qualcuno che scoprì la forma
ellittica …’), ma non lo asseriscono. Altrimenti, sosteneva Frege, la negazione
corretta di (18) sarebbe
(19) Chi scoprì la forma ellittica … non morì in miseria, oppure nessuno
scoprì la forma ellittica …,
mentre è semplicemente
(20)
chi scoprì la forma ellittica
dell’orbita dei pianeti non
morì in miseria.[48]
Secondo Frege, “chi scoprì la forma ellittica dell’orbita dei pianeti” non è un enunciato,
ma semplicemente sta per un oggetto, Keplero! D’altra parte, Russell non può
accettare quest’idea, perché per lui le descrizioni non sono significative in
sé, e non sono “sintagmi denotanti” (=referenziali). Pertanto, “chi scoprì la
forma ellittica dell’orbita dei pianeti”
va riformulato come “$x[x scoprì la
forma ellittica dell’orbita dei pianeti]”.
E dunque, Russell ritiene che la negazione di
(18) non sia (20), ma (19), o meglio ancora
(21) Chi scoprì la forma ellittica … non morì in miseria, oppure nessuno
scoprì la forma ellittica …, o più d’uno la scoprì.
Ciò equivale a dire che il contrasto tra i due autori è se l’enunciato
esistenziale sia implicito (come pensa Russell) o solo presupposto (come
ritiene Frege) in enunciati come (7) e (18). La tesi di Frege è a prima vista
senz’altro più plausibile, ed anche Strawson, nel 1950, sostenne per la tesi di
Frege, osservando che la nostra reazione più naturale a chi asserisse (7) non
sarebbe che costui ha asserito qualcosa di falso, (questo lo diremmo se
sapessimo che l’attuale re di Francia ha capelli in testa), bensì che sta
dicendo qualcosa di strano o fuori
luogo, che non può esser vero né falso: poiché non esiste ciò di cui
parla (l’attuale re di Francia), non c’è nulla di cui ciò che sta dicendo possa
esser vero o falso.[49]. E’ vero che le intuizioni sono tutto
sommato abbastanza soggettive, e la (7) si può legittimamente intendere in
entrambi i modi[50].
Ma mentre Frege non avrebbe difficoltà a spiegare la falsità di (7) quando
inteso come (16), Russell non può in alcun modo render conto del fatto che,
inteso come lo intende Frege, (7) non è vero né falso. Ad ogni modo, esamineremo
tra breve altri esempi per cui da un lato l’interpretazione di Russell è
decisamente improponibile, e dall’altro nemmeno la posizione di Frege risulta
accettabile.
Tornando alla teoria
delle descrizioni di Russell, si noti che gli stessi problemi che la
motivano sorgono anche per i nomi propri. Anch’essi infatti possono esser privi
di referente (come nel caso di ‘Polifemo’, ‘Sherlock Holmes’, ecc.). In casi
Simili, per Meinong essi si riferiscono a personaggi inesistenti, mentre per
Frege gli enunciati in cui compaiono non sono veri né falsi. Per evitare
entrambe queste soluzioni, Russell sostiene che tutti i nomi propri non sono
altro che abbreviazioni di descrizioni definite (ad esempio, ‘Polifemo’ non
sarebbe altro che l’abbreviazione di una descrizione come ‘Il gigante con un
solo occhio che fu accecato da Ulisse’). In tal modo anch’essi possono essere
analizzati in termini di variabili quantificate e predicati. Un nome veramente
proprio, cioè autenticamente referenziale, è solo quello di cui sappiamo a
priori che possiede un referente. Ma per tutti i nomi propri ordinari, come
‘Omero’, ecc., si può sempre dubitare se abbiano un referente o no. Gli unici
nomi logicamente propri, pertanto, sono le variabili quantificate attraverso
cui si analizzano le descrizioni, approssimativamente equivalenti ai pronomi ‘questo’,
‘quello’, e simili, dei quali non ha senso chiedersi se hanno un referente.[51]
Atomismo logico e monismo semantico
L’idea di analizzare nomi e descrizioni riducendoli a espressioni più basilari non è che un aspetto della più generale filosofia dell’atomismo logico, che a sua volta si connette all’epistemologia empirista di Russell: è chiaro che possiamo apprendere il significato di certe espressioni definendole per mezzo di altre; e magari anche queste ultime possono esser state apprese definendole, e così via. Ma non possiamo andare all’infinito: ci saranno espressioni atomiche, non definibili in termini di altre.[52] In questo modo, qualunque significato è dunque scomponibile in significati ‘atomici’ (atomismo logico).
I significati dei termini atomici saranno oggetti o proprietà semplici, almeno per noi: non avendo i termini per definire i loro nomi, cioè per descriverli, per forza di cose li dobbiamo apprendere per ostensione (per es., si dice un nome, e si indica un oggetto, significando che quello è l’oggetto simboleggiato da quel nome), ossia ‘by acquaintance’, non ‘by description’. La conoscenza diretta di questi oggetti ci permette una conoscenza indiretta, descrittiva, di altri oggetti (p.es. oggetti complessi, o oggetti non osservabili): ogni conoscenza si fonda ultimamente su conoscenze sensibili dirette, proprio come richiedeva la gnoseologia empiristica di Russell[53].
Tali oggetti semplici conoscibili by acquaintance sono in pratica sense data e universali astratti (proprietà e relazioni), e i termini che, nella struttura logica dei nostri enunciati, si riferiscono ad essi, sono esattamente (oltre ai predicati elementari) quei pronomi e variabili quantificate (come ‘questo’, ‘quello’, ‘x’, ‘y’, ecc.) a cui abbiamo veduto ridursi le espressioni apparentemente referenziali come nomi e descrizioni. La frase atomica tipica sarà dunque:
(22) ‘questo è rosso’, ‘questo e quello sono contemporanei’ ecc.
Come si vede, pertanto, una volta analizzato il linguaggio in questo modo non vi è più luogo per nozioni di tipo logico, come senso, intensione, ecc., ma solo per quella di riferimento: pronomi e variabili si riferiscono ai particolari (ultimamente, i sense data), e predicati agli universali. Non essendovi più espressioni referenziali prive di riferimento (le uniche espressioni referenziali sono quelle che non possono mancare di averne uno), vien meno la ragione principale del bipolarismo semantico. Vedremo tra breve come la concezione referenziale così formulata può far fronte anche agli altri problemi che il bipolarismo semantico aveva consentito di risolvere.
Si comprende poi che in un certo senso una distinzione tra senso e riferimento diventa possibile in seguito, derivativamente: una volta introdotti termini semplici sufficienti, posso descrivere un oggetto di acquaintance invece che semplicemente indicarlo (per es. posso riferirmi a Giorgio Napoletano ostensivamente, oppure descriverlo come ‘L’attuale Presidente della Repubblica Italiana’, o come ‘il politico napoletano già membro del PCI, riformista, sobrio ed elegante …’ . Oppure, utilizzando i termini atomici per comporre descrizioni, posso addirittura identificare oggetti complessi non conoscibili per acquaintance: es.: ‘la capacità di sopportare serenamente avversità, ostilità e lunghe attese’ (cioè la pazienza). In questi casi, uno stesso oggetto sarà denotato da espressioni che lo descrivono diversamente: p.es.,
Giorgio Napoletano - L’attuale Presidente della Repubblica Italiana
la capacità di sopportare serenamente avversità, ostilità e lunghe attese - la virtù di Giobbe.
Di queste dunque potremmo dire che hanno un identico riferimento, ma un senso diverso. Bisogna tuttavia sottolineare che il bipolarismo semantico viene in tal modo introdotto in un secondo momento, non fa parte dei meccanismi basilari del linguaggio: il funzionamento delle nostre espressioni richiede solo il riferimento.
Atomismo logico e concezione referenziale del significato sono anche la posizione assunta da Wittgenstein nel Tractatus Logico-Philosophicus (1922), per il quale addirittura il linguaggio è fatto solo di nomi: ‘il tavolo è bianco’ non fa che mettere il nome del tavolo e il nome del bianco in una relazione che rappresenta la relazione tra il tavolo e il bianco.
La soluzione dei
problemi (1)-(6)
Ci siamo resi conto che le critiche di Russell al bipolarismo di Frege non appaiono convincenti. Ma anche l’ammissione che il bipolarismo è corretto non implicherebbe di per sé che il monismo sia scorretto: potrebbe trattarsi di due approcci alternativi ma entrambi praticabili per la soluzione dei problemi dell’analisi semantica. Per verificarlo, chiediamoci se il monismo di Russell può far fronte a quei problemi (1)-(6) elencati sopra al capitolo (A) che motivano il rifiuto di una concezione monistica (teoria referenziale) ingenua e l’adozione di una concezione bipolare del significato. Per alcuni di questi abbiamo già dato una risposta positiva, ma riassumiamo ora quelle risposte assieme a quelle concernenti i restanti problemi. Nel prossimo capitolo (D) vedremo tuttavia che vi sono problemi a cui nessuno dei due approcci in competizione offre una soluzione soddisfacente.
(1) Significato dei termini sincategorematici e
(2) degli enunciati
Per Russell, come si è visto, il significato si riduce al riferimento. Quello degli enunciati sono le proposizioni, non concepite tuttavia come pensieri (altrimenti si tratterebbe di un senso, e si ricadrebbe nel bipolarismo), ma come complesso di entità (quelle a cui i termini componenti l’enunciato si riferiscono) con una certa forma[54].
I termini sincategorematici, a cui non corrisponde alcun oggetto, non hanno un significato in sé stessi, ma solo nel contesto dell’enunciato.
Più sopra abbiamo obiettato che
un significato autonomo in qualche misura lo hanno: ma forse Russell potrebbe
suggerire che questo non è altro che la funzione che esse hanno di dare
all’enunciato quella struttura logica per mezzo di cui esso corrisponde alla forma
del complesso di entità che è il suo significato.
(3) espressioni vuote[55]:
Abbiamo visto sopra che una volta analizzati col metodo di Russell gli enunciati nella loro struttura logica, non vi rimane più alcuna espressione referenziale che possa esser priva di riferimento. Le descrizioni (e i nomi ordinari, che sono sintesi di descrizioni) sono composte da termini necessariamente referenziali, o da ulteriori descrizioni ultimamente scomponibili in termini dotati di riferimento.
(4) espressioni con identico oggetto di riferimento ma diverso significato:
come si è visto sopra, questo accade per termini complessi
(descrizioni, o apparenti nomi propri che sono in realtà descrizioni),
o comunque termini che si riferiscono a oggetti che siamo in grado di descrivere.
In tal modo, un unico oggetto può essere descritto in modi diversi.
es.: Bush / Il presidente degli Stati Uniti;
(5) informatività dell’identità[56]:
Si è appena detto che utilizzando espressioni non atomiche a uno stesso oggetto ci si può riferire in modi (descrizioni o nomi) diversi. Nell’analisi di Russell il segno di identità sta sempre tra variabili (o nomi logicamente propri) che si riferiscono allo stesso oggetto, il quale appunto è descritto o designato in due modi diversi. L’asserzione di identità sta dunque a indicare che l’oggetto cui si riferisce una descrizione o un nome è lo stesso a cui si riferisce una diversa descrizione o nome. Ad esempio,
(23) Scott è l’autore di Waverley
diventa
(24)
$x$y"z [Sx & (Sz →(z=x)) & AWy &
(AWz →(z=y)) & (y=x)],
che dice che vi è un unico oggetto denominato Scott, un unico oggetto che è autore di Waverley, ed essi sono lo stesso oggetto. Ugualmente,
(25) La regina d’Inghilterra è Elisabetta II
diventa:
(26)
$x$y"z [RIx & (RIz →(z=x)) & Ey
& (Ez →(z=y)) & (y=x)],
che dice che vi è un unico oggetto che è regina d’Inghilterra, un unico oggetto denominato Elisabetta II, ed essi sono lo stesso oggetto.
(6) fallimenti della
sostituibilità[57]:
(27) Re Giorgio IV desiderava sapere se Scott fosse l’autore di Waverley
Russell distingue tra quando la descrizione ‘l’autore di Waverley’ ricorre in posizione primaria (il quantificatore varia sull’intero periodo) e quando ricorre in posizione secondaria (il quantificatore varia solo sulla subordinata) e spiega che nel secondo caso (che è il modo in cui (27) è normalmente intesa) non si può sostituire ‘Scott’ a ‘L’autore di Waverley’ semplicemente perché tale descrizione non vi compare più. Non chiarisce tuttavia perché nel primo caso la sostituzione sia possibile, dato che anche là tale descrizione è eliminata allo stesso modo.
In realtà, nel primo caso la posizione del quantificatore fa sì che il periodo parli in effetti dell’individuo, che è tanto Scott quanto l’autore di Waverley, e dunque la sostituzione sia possibile; nel secondo caso, invece, il periodo parla in realtà della descrizione ‘l’autore di Waverley’, di cui Giorgio IV si chiede se sia vera (anche) dell’individuo denominato Walter Scott. Ecco perché non si può sostituire tale descrizione col nome.[58]
NB: si vede che la descrizione svolge in queste soluzioni esattamente il ruolo del senso di Frege: è quello che si è detto: in un certo senso le descrizioni hanno un senso distinto dal riferimento.
D. Espressioni vuote e tesi di
Meinong: problemi per bipolarismo e monismo semantico[59]
Abbiamo visto in precedenza che apparentemente sia Frege che Russell offrono un trattamento plausibile (ancorché diverso, e ancorché quello di Frege risulti più intuitivo) degli enunciati contenenti espressioni “vuote”, come (7). Vedremo ora tuttavia che entrambi lasciano in questo settore problemi insoluti.
Nel linguaggio ricorrono nomi e descrizioni di oggetti non esistenti, come
Zeus, Sherlock Holmes, Pinocchio …
Invulnerabile, immortale, chiaroveggente, …
Unicorno, hobbitt, pietra filosofale, …
La montagna d’oro, il quadrato rotondo …
“quella daga” (indicata da Macbeth).
Sappiamo già come di questo genere di espressioni rendono conto il bipolarismo (Frege) e il monismo (Russell) semantico:
- Dal punto di vista del bipolarismo semantico, diciamo che, pur non avendo corrispettivi semantici sul piano ontologico, ne hanno sul piano logico (intensione, comprensione, connotazione, senso). In tal modo si può comunque render conto della loro significanza.
- Monismo semantico: sono descrizioni o descrizioni mascherate. Come tali esse non sono significanti in sé stesse, (anche se hanno significato gli enunciati in cui compaiono, e così pure i termini atomici in cui possono venir analizzate).
Restano tuttavia aperti altri problemi:
(i) Come si è già accennato, e come discuteremo più ampiamente in seguito, secondo alcuni (Mill, Kripke) i nomi propri non avrebbero corrispettivi sul piano logico, ma solo ontologico (non esprimono concetti, descrizioni, ecc.). In tal caso, tuttavia i nomi propri di persone od oggetti inesistenti non avrebbero corrispettivi ontologici né logici, e quindi la concezione bipolare non potrebbe spiegarne la significanza e l’uso che se ne fa nel linguaggio (per Russell invece questo non sarebbe un problema, dato che li considera comunque privi di significato in sé stessi, e riducibili ad espressioni referenziali).
(ii) sembrerebbe chiaro che anche queste espressioni “vuote” in un certo qual modo si riferiscono o stanno per qualcosa, parlano di qualcosa, seppure qualcosa di non esistente; e sembrerebbe altrettanto chiaro che essi stanno per cose diverse (quindi non si può dire semplicemente che si riferirono alla classe vuota, o qualcosa di simile). Si direbbe dunque che hanno come referenti degli oggetti non esistenti.
(iii)
supponiamo che io denomini ‘Fido’ il mio cane, e che dopo 20 anni, quando Fido
non c’è più, io continui a parlare di lui con quel nome: è naturale affermare
che il nome ‘Fido’ tuttora si riferisce al mio cane, che pure non esiste
più: la funzione referenziale del termine, o dell’uso che ne faccio, non è
affatto toccata dal variare dello statuto esistenziale del suo referente.
A
questo si potrebbe forse obiettare che
si riferisce a quel che c’era. Idem per un referente futuro… tuttavia,
(iv) Si
direbbe che se io parlo di Fido, il mio cane che so esistere, e se il parlo di
Lassie, un cane che io credo esistere ma non esiste, il mio uso del linguaggio,
la funzione referenziale del nome (il
fatto cioè che mi permette di parlare di qualcosa) sembra essere la stessa:
l’inesistenza di Lassie non ci impedisce
di affermare che io parlo di Lassie, vale a dire, che mi riferisco a un oggetto
inesistente.
Le cose non possono poi esser molto diverse se fin dall’inizio io uso un nome (ad
esempio, ‘Pegaso’) (o un’altra espressione) per riferirmi a qualcosa che so
essere inesistente: non si nota differenza, dal punto di vista del
funzionamento del linguaggio o dell’attitudine cognitiva del soggetto tra
quando un’espressione o un pensiero si riferisce a un oggetto reale o a uno non
reale.
Queste
intuizioni sembrano portare verso l’idea di Meinong che – contrariamente a
quanto pensano sia Frege che Russell,
sia possibile riferirsi a oggetti non esistenti, esattamente come ci si
riferisce a oggetti esistenti. Abbiamo già visto una critica di Russell a
quest’idea, ma torneremo ad esaminarla tra breve. Infine
(v) Per
mezzo dei termini vuoti possiamo formulare enunciati
vertenti su oggetti inesistenti, come
(1)
L’attuale re di Francia è calvo
(2) La
montagna d’oro è d’oro
(3)
Sherlock Holmes era perspicace
(4)
Francesco pensa alla montagna d’oro
(5) Il
quadrato rotondo non esiste
(6) La
daga è sulla mia testa (detto da qualcuno che ha un’allucinazione)
L’approccio di Frege[60]
Dal punto di vista del bipolarismo semantico di Frege, i termini vuoti hanno un senso (corrispettivo logico) ma non un referente. Pertanto, essendo il valore di verità degli enunciati funzione dei referenti dei loro termini, gli enunciati in cui compaiono termini vuoti non sono veri né falsi (se parliamo di qualcosa che non esiste, non parliamo di nulla, e se non parliamo di nulla, non c’è alcunché di cui quel che diciamo possa esser vero o falso). Ciò spiega perché (1) non sia vero né falso.
Tuttavia:
a) Il fatto che vi siano enunciati sensati né V né F potrebbe imbarazzare qualcuno (sicuramente disturba Russell, come si è visto): dobbiamo rinunciare al principio del terzo escluso?
b) Qualcuno potrebbe anche (per quanto in modo meno naturale e immediatamente riconoscibile) asserire (1) in un senso che lo rende falso, cioè nel senso di:
(11) Esiste un re in Francia oggi, ed è calvo.
Ma Frege non spiega come è possibile che (11) sia falso. Inoltre
- è per lo meno plausibile sostenere che (2) è vero
- Di sicuro (3)-(5) sono (o almeno possono essere) veri[61], e
- è per lo meno plausibile sostenere che (6) è falso;
eppure, Frege non potrebbe spiegare tutti questi valori di verità: dal suo punto di vista (1)-(6) dovrebbero risultare tutti né veri né falsi. Egli perciò non risolve il problema (v) del valore di verità degli enunciati vuoti. Infine,
c) se i termini vuoti mancano di referente, resta da spiegare perché le espressioni considerate ai precedenti (i) – (iv) quantomeno sembrino riferirsi a qualcosa .
L’approccio di Russell[62]:
Come si è visto, la struttura logica profonda dell’enunciato non è quella superficiale o apparente:
In pratica, quelli che sembrano termini vuoti, come ‘Zeus’, ‘unicorno’, ecc., non sono affatto termini, ma descrizioni mascherate.
In questo modo vengono risolti i problemi i-iv: (i): non è un problema spiegare la significanza, perché non c’è; l’intuizione (ii) che i termini in questione comunque designino qualcosa è un abbaglio dovuto alla grammatica superficiale; (iii), (iv) il funzionamento di ‘Fido’ (nome di un cane esistente) e di ‘Lassie’ (nome di un cane di fantasia) è identico, in quanto nemmeno ‘Fido’ in realtà è referenziale.
Inoltre, il problema (v) del valore di verità degli enunciati vuoti è risolto mostrando che ogni enunciato che include una descrizione implica un’asserzione di esistenza (e se la descrizione è definita anche di unicità). Es:
«Il mio disco è
sul tavolo» = «Esiste un oggetto x, tale che: x è un disco, x è mio, è l’unico
disco mio, e x è sul tavolo».
Quando
applicata a (5), questa analisi rende conto molto agevolmente del perché è
vero: esso diventa infatti
(51)
Non esiste alcun x tale che x sia un quadrato e sia rotondo,
vale a
dire, in linguaggio più comune,
(52)
Non esiste nulla che sia un quadrato rotondo.
(5) non
parla cioè di oggetti inesistenti, ma dice che non esistono oggetti che abbiano
le due caratteristiche di essere un quadrato e di essere rotondo.
Anche di (6) l’approccio di Russell sembrerebbe offrire
un’analisi convincente:
(61) Esiste un x, tale che x è una daga, è
l’unica daga (saliente in questo contesto), ed è sulla mia testa,
ossia
(62) C’è una daga (saliente in questo contesto),
ce n’è solo una, ed è sulla mia testa.
Poiché
dunque (6) è in effetti una congiunzione di tre asserzioni, di cui almeno la
prima è sicuramente falsa, (6) è falso, proprio come ci dice l’intuizione.
Tuttavia ben presto ci rendiamo conto che esistono altre
possibili letture di (6): ad esempio, chi parla potrebbe riferirsi a una ben
precisa daga reale da lui conosciuta (ad esempio, quella dell’amico Banquo), ed
a causa dell’allucinazione credere che essa penda sulla propria testa, ossia,
(63) La daga (sottinteso: di Banquo) è sulla mia
testa.
Anche
in questa lettura (6) è falso, e l’analisi di Russell rispetta questa
intuizione; (63) diventa infatti
(64) Esiste un x tale che x è una daga, x è di
Banquo, x è l’unica daga di Banquo, e x è sulla mia testa
(64) è una congiunzione di cui l’ultimo
congiunto è falso, e dunque è falso.
Vi sono
tuttavia anche letture legittime (sebbene forse meno ovvie) in cui (6) non è
falso. Ad esempio,
(65) La daga, quella che sto vedendo, anche se
sono consapevole di avere un’allucinazione, è sulla mia testa.
Ora, si
direbbe che (65) è vero: sebbene la daga che io veda sia un’allucinazione,
e non reale, è pur vero che il la vedo sopra la mia testa, e dunque, la daga
che io vedo (una daga allucinatoria) è effettivamente sulla mia testa.
Di questa intuizione, Russell potrebbe forse rendere conto
trattando la daga come un dato sensoriale:
(66) Esiste un dato sensoriale x, tale che è
l’immagine di una daga, e in particolare di una daga sulla mia testa
Tuttavia, l’analisi
di Russell fallisce in tutti gli altri casi: sicuramente stravolge il
significato degli enunciati (1) – (4), come vediamo qui di seguito
Fallimenti di Russell
(1) L’attuale re di Francia è calvo
Si è già visto che l’interpretazione di Russell, che rende questo enunciato falso, ossia
(11) Esiste uno (e un solo) re in Francia oggi, ed è calvo,
non è la più intuitiva. Nella sua lettura più naturale e immediata, invece, (1) presuppone l’esistenza dell’attuale re di Francia ma non l’afferma, e dunque non è vero né falso. Ma di questa lettura la teoria russelliana delle descrizioni non riesce a render ragione.
Allo stesso modo, Russell non potrebbe render ragione della abbastanza naturale lettura in cui (6) non è vero né falso:
(66) la daga (una che presuppongo, ma non affermo, essere esistente e saliente nel contesto) è sulla mia testa (piuttosto che altrove)
Inoltre
(2) La montagna d’oro è d’oro
Qui ci sono 3 possibili intuizioni:
i) Falso (Russell: implica l’esistenza)
ii) né V né F (Frege: presuppone l’esistenza)
iii) vero:
perché è tautologico.
ii) è una lettura possibile e naturale, di cui russell non può render conto.
Ma iii) corrisponde a una lettura accettabile? Russell può renderne conto?
Infatti:
come puo’ (2) esser vero? ciò che non esiste (come la montagna d’oro) non è d’oro (né di qualunque altro materiale). In altri termini, per avere delle proprietà è indispensabile esistere, ed attribuire una proprietà implica attribuire l’esistenza.
Eppure, sembrerebbe esserci un modo del tutto naturale di parlare in cui si possono veracemente attribuire proprietà ad oggetti inesistenti, ed anche riconosciuti come tali: come anche, ad esempio, nel caso di ‘Sherlock Holmes era perspicace’, ‘Watson era tonto’, ecc..
Infatti c’è una possibile lettura in cui è vero: quella in cui equivale a[63]
(21) Ogni montagna d’oro è d’oro,
che appunto non contiene impegni esistenziali. Russell poi può agevolmente analizzarla dalla teoria delle descrizioni in modo che risulti vera, tramite l’enunciato quantificato universalmente
(24)
Per ogni x, se x è una montagna e d’oro, allora x è d’oro
Ma
perché (24) è vero? Di quali oggetti è funzione il suo valore di
verità? Se diciamo che la variabile x qui varia su oggetti esistenti,[64]
e quindi di essi è funzione il suo valore di verità, siamo costretti ad
ammettere che anche
(25)
Per ogni x, se x è montagna e d’oro, x
non è d’oro,
vale a
dire, ‘tutte le n montagne d’oro che
esistono sono non d’oro’: infatti, poiché in questo caso n=0, è vero che vi sono 0 montagne d’oro che non sono d’oro. Dobbiamo
allora ammettere che la x varia sugli oggetti
possibili,[65] e
quindi reintrodurre gli oggetti intenzionali di Meinong? In effetti, (24) è vero per lo stesso motivo
per cui è vero il controfattuale
(26)
Se esistesse una montagna d’oro sarebbe d’oro,
un’altra
possibili parafrasi del senso di (2). Ma in quanto controfattuale, anche (26)
tratta di oggettipossibili, e non semplicemente di oggetti reali. In altri
termini, (26), infatti, non è un mero condizionale materiale, come
mostra il modo congiuntivo del verbo. Se lo fosse, sarebbe vero anche
(27)
Se esistesse una montagna d’oro non sarebbe d’oro
(in
quanto non esiste alcun x che sia montagna e d’oro, e quindi il condizionale
materiale sarebbe vero grazie alla falsità dell’antecedente ). Al contrario, (26)
è una implicazione, e come tale riguarda oggetti possibili e non semplicemente
oggetti reali.
L’enunciato (2) si potrebbe ugualmente bene parafrasare con
l’enunciato modale
(28)
E’ necessario che una montagna d’oro sia d’oro,
ma
sappiamo cha anche gli enunciati modali sono
intensionali, e possono ricevere un’interpretazione semantica solo in
termini di oggetti e situazioni possibili. Si direbbe dunque che, nella misura
in cui Russell non accetta gli oggetti intenzionali di Meinong, non possa
render ragione del valore di verità di (2).
Anche
(3) Sherlock Holmes era perspicace,
esattamente
come (2), è intuitivamente vero, mentre risulta falso nell’analisi standard di
Russell:
(31)
Esiste un x tale che x è un famoso investigatore inglese, abitante in Bakers
Street, ecc, e x è perspicace
Di
nuovo, anche (3) può avere il senso implicitamente esistenziale di
(32)
(sottinteso: Esiste un investigatore inglese che abita in Baker Street, ecc.),
ed è perspicace
che
viene correttamente reso da (31); ma che ne è dell’altro senso, più
naturale?
Si
potrebbe proporre, come per (2), l’analisi col quantificatore universale
(33)
Per ogni x, se x è un investigatore inglese, ecc., x è perspicace
Oppure la strada dell’analisi controfattuale, con
(34)
Se Sherlock Holmes esistesse sarebbe perspicace.
si
incontrerebbero gli stessi problemi delle analoghe analisi di (26):
il controfattuale, al pari degli enunciati modali e di quelli universali
quantificati non sostitutivamente, sembra presupporre il riferimento a oggetti
possibili.
Russell potrebbe sostenere che (3) in realtà significa
(35)
Conan Doyle scrive che (contesto
obliquo, che implica il riferimento a Holmes),
oppure
(36)
Nei romanzi di Conan Doyle è scritto: “Sherlock Holmes è perspicace”
(dove
viene eliminato il riferimento a Holmes) o simili: ma nessuna di queste forme
può essere una parafrasi di (3), che non parla né di Conan Doyle, né di
romanzi, ecc. In realtà, con (3) intendiamo parlare precisamente del
personaggio (inesistente, e che sappiamo essere tale) Sherlock-Holmes. Eppure,
(3) è vero: pertanto, o (contro Russell) ha referenti intenzionali, o (contro
Frege) non serve avere un referente per aver valore di verità.
Mentre per (2) e (3) esiste almeno un senso implicitamente
esistenziale (per quanto non sia il più
naturale e immediato) a cui l’analisi in base alla teoria delle descrizioni
rende giustizia,
4) Francesco pensa alla montagna d’oro
non ha nulla del genere. Eppure, vi sono casi in cui è ovviamente vero, Russell non potrebbe negarlo. Per cui, non può renderlo come l’enunciato falso
(41) Esiste una e una sola cosa che è insieme una montagna e d’oro, e Francesco la pensa.
Probabilmente Russell lo renderebbe spostando il quantificatore dentro al campo d’azione dell’attitudine proposizionale, (dunque con ‘la montagna d’oro’ in posizione secondaria, come lui direbbe) con
(42) Francesco pensa che esiste una e una sola cosa che è insieme montagna e d’oro
Ma non funziona, perché spesso si pensa a qualcosa senza pensare che esista, e magari pensando che non esista.
Non si
può nemmeno tentare la strada dell’analisi tramite il discorso diretto, come in
(36), perché
(43)
Francesco pensa “Montagna d’oro”
È
addirittura privo di senso: il discorso diretto presuppone un pensiero di tipo
proposizionale (con soggetto e predicato), mentre è del tutto possibile pensare
a qualcosa senza attribuirle, con tale pensiero, alcuna proprietà in
particolare.
Probabilmente,
come suggerito da alcuni suoi passi,[66]
Russell direbbe qualcosa come
(44)
Esiste il pensiero di una montagna d’oro, e Francesco lo pensa.
Ora,
questo enunciato ha le medesime condizioni di verità di (4), tuttavia non lo si
può considerare una parafrasi esatta di esso, in quanto non ne condivide il
senso: ad esempio, (44) compie un’asserzione di esistenza che (4)
non compie; o introduce degli oggetti (i pensieri), che (4) non introduce,
facendo solo riferimento a un’azione (il pensare). Avremo modo di riprendere
sia questo tipo di analisi sia i suoi limiti più oltre.
In sintesi, l’analisi russelliana sembra render giustizia a
(5), al senso più importante di (6), e ai sensi secondari di (1), (2), (3), ma
fallisce per (4), per i sensi principali di (1), (2), e (3), e per un senso
secondario di (6). In sostanza, ha successo dove vi sono asserzioni
esistenziali, esplicite o implicite, affermative o negative; ma in tutti gli
altri casi, non chiarisce in forza di che cosa gli enunciati abbiano il valore
di verità che hanno, a meno di non ammettere i referenti virtuali che Russell
intendeva evitare.
Che fare allora?
Meinong: referenti inesistenti?
Tutte le considerazioni (i)-(v) portano verso la già menzionata
idea di Alexius Meinong che vi siano oggetti inesistenti (o
addirittura impossibili, come il quadrato
rotondo).[67] Vista
l’impossibilità sia per Frege che per Russell di render conto adeguatamente di
queste considerazioni, conviene considerare attentamente se essa non sia la
soluzione adeguata. Se così fosse, i termini di cui ci stiamo occupando si
riferirebbero a tali oggetti inesistenti o “intenzionali”, esistenti cioè solo
come oggetti del nostro pensiero. In tal modo sarebbe garantita in ogni caso la
loro significanza, ed anche il valore di verità degli enunciati in cui essi
compaiono: vi sarebbe in ogni caso un referente.
Una posizione analoga assume C.I. Lewis: ogni espressione possiede, oltre all’intensione, non
solo un’estensione o denotazione, la classe di tutte le cose esistenti cui
si applica correttamente, ma anche una comprensione[68],
la classe di tutte le cose coerentemente concepibili cui potrebbe correttamente
applicarsi[69].
Abbiamo
già visto tuttavia come critiche a questa tesi siano state avanzate da Russell:
ricordiamole ora assieme ad altre obiezioni e problemi:
In primo luogo, si potrebbe obiettare che sarebbe errato attribuire un valore di verità a un enunciato come (1): da un lato, infatti, è certo che non sia vero; e dall’altro, come hanno osservato Frege e Strawson, non è nemmeno falso, in quanto esso presuppone, ma non afferma, che esista attualmente un re di Francia. E un enunciato che parla di un oggetto inesistente presupponendone l’esistenza in realtà non parla di nulla, e dunque non può esser né vero né falso. Altrimenti la sua negazione sarebbe: “O non esiste un attuale re di Francia, o non è calvo”. Invece è solo: “L’attuale re di Francia non è calvo”[70].
Ma Meinong non avrebbe problemi a sottoscrivere, dal suo punto di vista, la mancanza di valore di verità da parte di (1): proprio in quanto inesistente, l’attuale re di Francia è un oggetto “incompleto”, vale a dire non determinato in tutti i suoi aspetti. E’ determinato che egli sia re, e quindi maschio, e che regni in Francia, ma non se egli sia alto o basso, biondo o moro, e nemmeno dunque se sia calvo o chiomato. Ma (1) sarebbe vero solo se fosse calvo, e falso solo se fosse chiomato. Siccome dunque non è né l’uno né l’altro, (1) non è vero né falso. L’obiezione viene quindi a cadere.
Restano però altre obiezioni alla
posizione di Meinong-Lewis:
(1)
Anzitutto, l’assunzione di oggetti inesistenti, meramente possibili o perfino
impossibili, è metafisicamente assai impegnativa e difficile da sostenere; tali
oggetti hanno condizioni di identità assai dubbie[71],
ed essi sono talmente numerosi che la loro assunzione viola un antico e
rispettato principio filosofico: il rasoio di Occam, secondo cui la miglior
teoria è quella che ha bisogno di assumere l’esistenza del minor numero di
oggetti e differenze.
(2) se
Meinong e Lewis avessero ragione, bisognerebbe ammettere che quello che abbiamo
chiamato piano ontologico in realtà comprende (i) referenti reali e (ii)
referenti intenzionali. Ma allora non potremmo più caratterizzare la
distinzione tra piano ontologico e piano logico come una distinzione tra la
realtà e il mondo concettuale (avremmo infatti nel piano ‘ontologico’ degli
oggetti non reali) e dovremmo ridefinire i due piani: il secondo non dovrebbe
più esser chiamato ‘ontologico’, ma “oggettuale” (e corrispondentemente, il
primo non più ‘logico’ ma ‘concettuale’); o addirittura dovremmo sostituire al
bipolarismo semantico un tripolarismo
semantico con una tripletta di
piani: logico, ontologico intenzionale e
ontologico reale. Inoltre
(3) [come si è visto], Russell
obietta che tale posizione avrebbe come conseguenza tesi false, come quella che
esistono oggetti come la montagna d’oro, o addirittura contraddittorie, come
quella che esistono entità inesistenti.[72]
(4)
Russell, si è visto [ancora], obietta che implicherebbe tesi contraddittorie, poiché ne
seguirebbe che il quadrato rotondo è rotondo (in quanto rotondo) e insieme che
non è rotondo (in quanto quadrato).[73]
(5)
Secondo Husserl, infine[74],
non esistono due oggetti, il referente intenzionale e quello reale, ma uno
solo, quest’ultimo; la tesi del raddoppiamento dell’oggetto è tanto falsa
quanto apparentemente plausibile.
La tesi che esista sempre anzitutto un referente
intenzionale e poi, se nel mondo c’è
qualcosa di corrispondente, anche quello reale, può trarre sostegno dal fatto che spesso il
pensiero di un oggetto è accompagnato (o costituito) dall’immagine mentale di
esso[75],
e la stessa immagine che si lega all’espressione corrispondente: facile dunque
identificare l’immagine con il referente intenzionale, e l’oggetto con quello
reale.
Inoltre, questa tesi è del tutto analoga alla concezione
ideistica della conoscenza di origine medievale e prevalente nel ‘600 e
oltre, secondo cui, la conoscenza delle cose avviene per mezzo delle idee di
esse, e dunque noi conosciamo direttamente l’idea, e solo indirettamente la
cosa corrispondente.
Ma la gnoseologia ideistica è errata in quanto dal
fatto che le idee sono il mezzo o il modo in cui conosciamo (quando lo sono,
poiché si può argomentare che in alcuni casi non si conosce per mezzo di idee)
non si può concludere che esse sono quello che noi conosciamo: proprio come dal
fatto che vediamo per mezzo dei nostri occhi non si può concludere che vediamo
i nostri occhi[76]!
Allo stesso modo, giustamente, Husserl, critica l’idea
del raddoppiamento di oggetti:
- non sempre alle espressioni sono connesse immagini
mentali (e non sempre si pensa per mezzo di immagini mentali);
- queste sono in ogni caso ciò per mezzo di cui avviene il
riferimento, e non ciò a cui ci si riferisce;
- le immagini stesse pongono semmai il medesimo problema:
in che modo esse si riferiscono al relativo oggetto? chiaramente non si può
ipotizzare che ciò avvenga attraverso un terzo oggetto intenzionale, o si inizierebbe
un regresso infinito[77].
Per
queste ragioni, la posizione di Meinong-Lewis è stata generalmente rifiutata
nell’ambito della filosofia analitica.
Vedremo ora però che le soluzioni
alternative proposte ai problemi (i)-(v) non risultano soddisfacenti.
L’analisi neo-frege-russelliana
Si è
visto che alcuni dei modi in cui Russell potrebbe plausibilmente interpretare
enunciati che altrimenti gli causerebbero difficoltà ne fanno casi di discorso
obliquo ((35), (36)), o controfattuale ((26),
(34)), o modale ((27)), o su oggetti possibili ((24)),
i quali però parrebbero implicare oggetti meinongiani.
Si potrebbe allora pensare di evitare il ricorso a
referenti intenzionali, integrando l’analisi di Russell con il suggerimento di
Frege che nei contesti obliqui e modali il referente di un termine è il suo
senso ordinario (ossia un concetto), o pensando anche, con Carnap[78],
di sostituire l’intensione al referente intenzionale: dunque ‘montagna d’oro’
non si riferirebbe a un oggetto inesistente, ma al concetto di montagna d’oro, e così pure ‘Sherlock Holmes’, e i
quantificatori di Russell varierebbero sui concetti invece che sugli oggetti.
Infatti, nel criticare l’assunzione dei referenti intenzionali da parte di
Lewis, Carnap argomenta che si possono riconoscere le distinzioni che Meinong e
Lewis intendono tracciare (ad esempio tra oggetti reali, possibili ma non
reali, e impossibili) senza parlare di oggetti, di referenti intenzionali, o di
‘comprensione’ (ossia, per Lewis, l’estensione degli oggetti possibili),
ma semplicemente parlando dei termini o
delle loro intensioni: ad esempio, si dirà che il termine ‘unicorno’, o il
concetto di unicorno, è vuoto[79]
. Si è visto anche, del resto, che Russell stesso sembra indicare una direzione
simile, quando sostiene che, ad esempio, non esiste amleto, ma al massimo i
pensieri che Sheakespeare aveva scrivendo Amleto;[80]
tanto è vero che una possibile parafrasi di (4), dal suo punto di vista sarebbe
(44)
Esiste il pensiero di una montagna d’oro, e Francesco lo pensa
E’ più o meno la strategia proposta da Francesco Orilia[81].
In tal modo (2) diventerebbe
(29)
il concetto di montagna d’oro implica quello di essere d’oro,
il
quale tra l’altro permetterebbe di rispondere alla domanda sul perché (25),
(26), (27) sono veri: appunto, per motivi concettuali.
Come sarebbe parafrasato (4) in quest’ottica? Non come
(45 )
Esiste un concetto che è insieme una
montagna e d’oro, e Francesco pensa ad esso,
in
quanto ovviamente un concetto non può essere una montagna né d’oro, bensì come
(46)
Francesco pensa al concetto della montagna d’oro,
ed esplicitando
l’assunzione esistenziale come farebbe Russell,
(47) Esiste un
concetto che coinvolge le proprietà di essere una montagna e d’oro, e
Francesco pensa ad esso.
Tuttavia
(29), (46) e (47) non costituiscono fedeli
parafrasi degli originali (2) e (4), i quali non parlano affatto di concetti,
ma di oggetti (sebbene inesistenti). Un concetto non è una montagna, e pensare
all’uno non è in generale la stessa cosa che pensare all’altra. Se per esempio
Francesco ha tre anni, è capace di pensare alla m.d.oro, ma non al concetto della m.d.oro! Per pensare alla
m.d.oro bisogna possedere e intrattenere in mente il concetto di m.d.oro; per
pensare al concetto della m.d.oro bisogna possedere e intrattenere il concetto
di concetto di m.d.oro, che solo un adulto può avere!
E’ cioè falsa la tesi di Frege che i termini nei contesti
obliqui, modali, ecc., abbiano come referenti i propri sensi. (Abbiamo visto
infatti in precedenza che ha ragione Carnap nel criticare questa posizione,
risolvendo invece il problema della sostituibilità in tali contesti col
richiedere semplicemente la cointensionalità). Ciò risulta chiaro anche
osservando le difficoltà incontrate da questa analisi negli altri esempi che
stiamo considerando: (1) diventerebbe ovviamente non
(12) Esiste un concetto di attuale re di
Francia, e questo è calvo,
ma
(13) Esiste un concetto di attuale re di
Francia, e questo coinvolge la proprietà di essere calvo,
che è
falso (perché il concetto di attuale re di Francia non include la calvizie),
mentre come abbiamo visto, nella sua lettura più naturale e diretta (1) non è
(a differenza di (11)) né vero né falso.
Questo problema non tocca (3), che diventerebbe l’enunciato
vero
(37)
Esiste un concetto che coinvolge le proprietà di essere un investigatore
inglese, residente in Baker Street, ecc., e tale concetto coinvolge la
proprietà di essere perspicace,
ma
tocca enunciati della stessa forma, come
(38) Sherlock Holmes ebbe il raffreddore il 3
marzo 1871,
che
diventa il sicuramente falso
(39) Esiste un concetto che coinvolge le
proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker Street, ecc.,
e tale concetto coinvolge la proprietà
di essere raffreddato il 3 marzo 1871.
E di
nuovo, anche per queste rese di (1) e (3), si nota come introducano un
riferimento a concetti che manca negli originali.
Dunque, nemmeno l’analisi neo-frege-russelliana restituisce il vero contenuto di (1)-(4), ma
al massimo, in qualche caso, un contenuto logicamente equivalente. Come si è visto, infatti, (29) e (36) non sono
parafrasi corrette rispettivamente di (2) e di (3), ma sono enunciati che sono
veri in tutti i mondi possibili in cui sono veri rispettivamente (2) e (3).
Questo indica che un’intuizione corretta è comunque presente in quest’analisi,
e vedremo tra breve di che si tratta.
Verso una soluzione: il valore di verità come funzione del
senso
Fin qui, dunque, non si è trovato nessuna soluzione
soddisfacente dei problemi che ci stiamo ponendo. In particolare, per quanto
riguarda gli enunciati vuoti, abbiamo visto che laddove essi comprendono,
implicano o sottintendono un’asserzione esistenziale sul putativo referente del
loro termine vuoto, il loro valore di verità è ben spiegato da Russell: sono
veri se l’asserzione è negativa, come in (5), e falsi se è positiva, come in (11),
(22), (32) e (62). Laddove essi non
comprendono né implicano o sottintendono, ma presuppongono una tale asserzione esistenziale, mancano di valore
di verità, e ciò è soddisfacentemente spiegato da Frege e Strawson. Resta da
spiegare come possano esser veri enunciati vuoti che non comprendono né
implicano né presuppongono asserzioni esistenziali rispetto al putativo
referente del termine vuoto, quali (2) (3) e (4) nelle letture più ovvie, e (65).
Anzitutto, osserviamo che il
problema nasce dalla tesi secondo cui il valore di verità sarebbe funzione dei
referenti dei termini.
(Questa
tesi sembrerebbe seguire necessariamente dalla posizione di Russell, che ammette
solo riferimento e non senso. Ma in realtà si è visto che per tutte le
espressioni non primitive la posizione di Russell è compatibile con l’idea che
abbiano una sorta di senso, espresso dalla descrizione di cui sarebbero
l’abbreviazione. Per Frege, invece, essa non sarebbe obbligata, in quanto egli
ammette i sensi. Ma essa è per lui implicata da (a) il principio di
funzionalità, e (b) la dottrina del valore di verità come referente degli
enunciati).
Il problema nasce da questa tesi in quanto se la si accetta
non restano che tre strade: quella di Frege, di negare che gli enunciati vuoti
abbiano valore di verità; o quella di Russell, di negare che vi siano termini
privi di riferimento (e quindi rendere tutti gli enunciati veri o falsi); o
quella (attribuita a Meinong e Lewis, ma forse non del tutto a ragione, come
vedremo) di sostenere che vi sono dei referenti non esistenti ma
“intenzionali”. E si è visto che nessuna di queste soluzioni può soddisfarci:
partendo dal presupposto di Frege si traggono conseguenze false nella maggior
parte dei casi da noi considerati (2)-(5). Il fatto che nel caso di (1) e (66) se ne ricavi una
conseguenza giusta (che questi enunciati non sono veri né falsi) è dopo tutto
abbastanza casuale: il motivo per cui (1) e (66) sono privi di
valore di verità non è perché contengono termini privi di referente, ma perché
(come pure riconosce Frege e più chiaramente spiega Strawson) sono enunciati
che, più che implicare un’asserzione di esistenza (come riteneva Russell), la
presuppongono; e quando un enunciato presuppone un’asserzione falsa, risulta
privo di valore di verità: in altri termini, la mancanza di valore di verità è
per motivi pragmatici, non semantici. Questo è confermato da quegli enunciati
(o letture) che pur includendo termini privi di referente, sono veri o falsi,
poiché non affermano né presuppongono l’esistenza (né il suo contrario)
(come (2), (3), (4), (5), e (65).
E’ dunque lecito pensare che
l’errore stia proprio nella tesi del valore di verità come funzione del
riferimento: e del resto, abbiamo visto che essa non sarebbe obbligata né per
Russell né per Frege. Per Frege, in particolare, si è visto che essa deriva,
oltre che il principio di funzionalità (del tutto ragionevole), dalla dottrina del valore di
verità come referente degli enunciati, che ci siamo resi conto essere alquanto
controintuitiva.
Oltre a tutto, questa tesi costringe Frege, come si è
visto, all’altra dubbia affermazione che il referente dei termini cambia col
contesto, e all’introduzione dei “referenti indiretti”. Ora, discutendo del
problema della sostituibilità, si è visto che l’alternativa (suggerita da
Carnap) a questa poco plausibile assunzione è di rinunciare all’idea che la
verità di un enunciato si possa preservare in ogni caso sostituendo i termini
con altri aventi lo stesso referente, limitando invece la sostituibilità nei
contesti obliqui a termini che abbiano la medesima intensione (e nei discorsi
indiretti il medesimo senso). Ma in tal modo la sostituibilità veniva ad esser
regolata da due criteri diversi, e poteva restare un dubbio sul motivo di
questa duplicità e sull’eventuale necessità di ricorso a criteri ancora
diversi.
Ora invece, dato che il senso determina l’intensione, e
questa il riferimento, l’alternativa più
naturale è di adottare come principio unico quello secondo cui in generale il valore di verità è
funzione del senso; da ciò segue che la sostituibilità salva veritate è sempre e comunque garantita dall’identità di
senso, sebbene in casi particolari sia sufficiente anche l’identità di
intensione (enunciati modali) o di riferimento (enunciati categorici diretti)[82].
Questo a sua volta spiega perché enunciati privi di referente possano avere
valore di verità.
Questa posizione naturalmente presuppone che in generale le espressioni abbiano un
senso: una posizione puramente ed esclusivamente monista è dunque esclusa.
Questo presupposto, d’altra parte, è compatibile non solo
col bipolarismo, ma anche col monismo semantico di Russell (come si è visto, ammette
la possibilità di una sorta di senso per tutte le espressioni non
primitive) e col monismo semantico
debole di Kripke-Putnam (che riguarda solo i nomi propri).
Se queste forme di monismo semantico sono corrette, la tesi
da assumere sul valore di verità degli enunciati, sarà che in generale esso è
funzione dei sensi; e solo laddove manchi il senso (espressioni primitive, o
nomi propri) il valore di verità diventa funzione dell’unica componente del
significato disponibile, il riferimento.
Questa posizione è perfettamente in grado di render conto
dei valori di verità degli enunciati vuoti sopra esaminati, in quanto per forza
di cose i termini vuoti che li compongono devono esser termini definiti: non
possono essere termini primitivi appresi per conoscenza diretta (Russell) o
nomi propri dal riferimento diretto (Kripke: vedi sotto), in quanto non hanno
alcun referente. In altri termini: i nomi primitivi o logicamente propri non
possono per definizione esser privi di referente; dunque, non potranno mai
comparire in enunciati vuoti, e quindi non sarà un problema per la nostra
spiegazione del valore di verità degli enunciati vuoti che tali nomi che non
posseggano un senso.
Verso una soluzione: i concetti e la capacità di parlare di
Ci renderemo conto ora che in questa prospettiva è
possibile recuperare la posizione di Meinong-Lewis in un’interpretazione più
favorevole, atta a superare le critiche che le sono state rivolte, e
probabilmente più fedele alle idee dei due autori, ed inoltre far valere quanto
di corretto c’è nella posizione neo-frege-russelliana. Vedremo infatti che
sostenere che i termini vuoti vertono su oggetti intenzionali può significare
semplicemente che il ruolo semantico di quei termini è determinato dalle loro
intensioni.
In primo luogo, Meinong non è realmente impegnato né alla duplicazione degli oggetti né all’esistenza di oggetti non reali ma
intenzionali. In Über Gegenstandstheorie
egli sostiene infatti che gli oggetti intenzionali sono, ma non
esistono[83].
Questo modo di esprimersi rischia di esser fuorviante,
facendo pensare che egli intenda usare il verbo ‘essere’, che normalmente ha
funzione di copula, come predicato, al modo di ‘esistere’, per
predicare uno statuto ontologico diverso da quello dell’esistenza. Ma
non esistono siffatti statuti: o una cosa esiste, o non esiste, tertium non datur.
In realtà, un’attenta lettura mostra che Meinong vuol
solo mostrare come ciò che si può
veridicamente dire degli oggetti sia indipendente dal loro esistere o meno:
“l’esser così è indipendente dall’essere”[84].
In altri termini:
Possiamo usare le espressioni per parlare di un oggetto e
dire che esso ha certe proprietà anche se non esiste. Possiamo parlare e
descrivere un oggetto anche se non esiste.
Possiamo
dire che
- Un’espressione
parla di un oggetto quando ha come
intensione il concetto di esso, di modo che se l’oggetto esiste, per mezzo di
tale concetto, l’oggetto è effettivamente identificato e rappresentato,
e quindi l’espressione si riferisce (in senso proprio, ossia come relazione
linguaggio-mondo) ad esso; ma se
l’oggetto non esiste, non si ha riferimento
in senso stretto, tuttavia l’espressione parla dell’oggetto nella misura in cui
mantiene la capacità di riferirsi ad
esso.
Es.: se l’unicorno esistesse, lo
sapremmo riconoscere, individuare: le nostre espressioni e i nostri pensieri si
riferirebbero ad esso. In questo senso il nome ‘unicorno’ parla dell’unicorno,
anche se di fatto non si riferisce ad
esso.
Allo stesso modo, dire che
(a) Francesco parla di X
È come
dire che
(b) Francesco usa un termine che ha il concetto di X come
intensione
e dire
che
(c) Francesco pensa a X
è come
dire che
(d) Francesco ha in mente, o intrattiene, (quello che per Fodor sarebbe il porre in un certo box di atteggiamento proposizionale[85])
il concetto di X (o meglio, una certa rappresentazione del concetto di X, ossia
un certo senso, in quanto come si è visto nel capitolo precedente dal punto di
vista della comprensione soggettiva un certo modo di esprimere un concetto può
non equivalere a un altro: il soggetto può non rendersi conto che due sensi
diversi esprimono lo stesso concetto, cioè la stessa intensione), di modo che,
se X esiste, è corretto dire che Francesco si riferisce ad esso, e se X non
esiste semplicemente diciamo che Francesco parla o pensa a X.
Questo
era il nucleo dell’intuizione di Meinong: possiamo parlare di X, dire che X è
in un modo o in un altro, anche senza che X esista, e senza implicare che X
esista (“L’essere è indipendente dall’esistere”).
Volendo, potremmo anche continuare ad esprimere tutto ciò dicendo che
un’espressione, o un soggetto, può riferirsi a oggetti non esistenti o intenzionali; ma bisognerebbe ricordare
che ciò non implica in alcun modo l’esistenza degli oggetti intenzionali, né si
tratterebbe di un riferimento in senso proprio, come relazione
linguaggio-mondo. ‘Riferirsi’, in quel senso, sarebbe un verbo come ‘cercare’
e ‘desiderare’, che non implicano l’esistenza del proprio complemento
oggetto, e non come ‘vedere’,
che la implica.
Così intesa, la posizione di Meinong-Lewis da un lato
risolve tutti i problemi (i)-(v) (come vedremo tra breve), ma dall’altro non ci
costringe ad altra assunzione ontologica che quella dei concetti, o intensioni.
Il supposto “referente intenzionale”, infatti, non è un’altra faccia
dell’intensione: hanno le stesse condizioni di identità.
Es.: ‘Όδυσσευς’ si
riferisce a Ulisse // al figlio di Laerte e marito di Penelope.
Es.: Francesco pensa a Ulisse // al figlio di Laerte e
marito di Penelope
In
questo modo si evitano tutte le obiezioni (1)-(5) sollevate contro gli oggetti
meinongiani:
(1) Non si compie nessuna assunzione metafisicamente
insostenibile, perché non si assumono oggetti inesistenti.
(2) Non è più necessario duplicare il piano
ontologico in uno reale e uno virtuale, e non si rischia il tripolarismo
semantico: i referenti in senso stretto sono solo oggetti esistenti, e non
c’è riferimento in tal senso quando si parla di oggetti inesistenti.
L’obiezione (3) cade perché nulla di
ciò che si può dire – nel linguaggio o nel metalinguaggio - della montagna d’oro o del quadrato rotondo[1]
implica che essi esistano.
L’obiezione (4) non si applica più, perché il fatto che di
un oggetto siano vere tesi incompatibili mostra
solo che tale oggetto non esiste, non che di esso non si possa parlare o
pensare nel senso che si è spiegato.
L’obiezione (5) svanisce perché avere un referente inesistente
non è più letteralmente avere un secondo oggetto oltre (eventualmente) a quello
reale, ma, solo avere come intensione un concetto di quell’oggetto.
Questi problemi restano solo come dei richiami a non
fraintendere il nostro modo di parlare come implicante oggetti inesistenti e
una relazione con essi.
Contemporaneamente,
questa soluzione mette in luce anche l’intuizione corretta contenuta
nell’analisi neo-frege-russelliana: possiamo rendere conto dei valori di verità
parlando di concetti, cioè di intensioni/sensi.
Non possiamo farlo però utilizzando
direttamente i concetti come referenti, altrimenti si incorre negli errori
(anche categoriali) degli enunciati (12), (46) e (47).
Se vogliamo eliminare dal discorso comune l’apparente menzione del referente
intenzionale non possiamo semplicemente sostituire ad esso l’intensione; non
possiamo dunque dire:
(46)
Francesco pensa al concetto della montagna d’oro
(come
si è visto, può esser falso anche se (4) è vero: per es., se Francesco ha 3
anni)
Piuttosto,
dobbiamo riformulare tutta la frase come:
(48)
Francesco intrattiene il concetto di montagna d’oro
(o, nella
formulazione che esplicita l’assunzione esistenziale, come
(49) Esiste un
concetto che coinvolge le proprietà di essere una montagna e d’oro, e
Francesco lo intrattiene).
Queste formulazioni sono del tutto analoghe a quella che ci
è sembrato la naturale esplicazione della posizione di Russell su (4), vale a
dire
(44)
Esiste il pensiero di una montagna d’oro, e Francesco lo pensa
In
altri termini:
Come si
è visto poc’anzi, e contrariamente a quel che Frege suggerisce quando dice che
nei contesti indiretti il referente è il senso ordinario, il concetto di X non
è ciò cui si riferisce chi parla di X o ciò
che pensa chi pensa a X, ma ciò che costituisce l’intensione del nome di X, e
ciò che intrattiene chi pensa a X, e garantisce che il nome o il pensiero di X
parlino di X, ossia abbiano la capacità di riferirsi ad esso, anche se X non
esiste.
Il fatto che (4) abbia la stessa intensione di (= che sia
logicamente equivalente a) (44) o (48) o (49)
ci mostra che dire che possiamo parlare o pensare a oggetti inesistenti è
innocuo, e non c’è bisogno di rinunciare a tal modo di dire. La stessa cosa ci
dimostra l’equivalenza tra (a) e (c) e, rispettivamente, (b) e (d).
D’altra parte, queste espressioni hanno la medesima
intensione ma non il medesimo senso: i
parlanti, in genere, potrebbero non apprezzarne l’equivalenza logica.
Carnap direbbe che (44) o (48), (49),
(b) e (d) esprimono «nel modo formale» (nel metalinguaggio) quel che (4), (a) e
(c) esprimono «nel modo materiale» (nel
linguaggio oggetto): ad esempio, chi dice
(4) Francesco pensa alla montagna d’oro
potrebbe
non esser consapevole che sta dicendo qualcosa di logicamente equivalente a
(48) Francesco intrattiene il concetto di
montagna d’oro
Ecco
perché se vogliamo esprimere l’effettivo senso
di quel che diciamo sulle attitudini proposizionali su oggetti inesistenti
(cioè il modo in cui l’uomo della strada le intende) è giusto insistere, con
Meinong e Lewis, che possiamo parlare di oggetti inesistenti e descriverli. Al contempo, non
abbiamo bisogno, in sede di analisi rigorosa, di impegnarci all’ esistenza degli
oggetti intenzionali per spiegare il valore di verità degli enunciati vuoti:
grazie all’equivalenza logica di (4) (a) e (c) con (48), (b) e (d),
possiamo spiegare il valore di verità degli enunciati vuoti assumendo solo
l’esistenza di concetti: termini come ‘Zeus’, ‘montagna s’oro’, ecc. non hanno
referente ma solo intensione.
Dunque:
Dunque:
dire:
“ un enunciato è vero o falso in funzione del suo senso (e dunque anche se privo di referente)” (§ precedente)
È come dire:
“è reso vero o falso da ciò che dice di un oggetto, anche se questo non esiste”
Nel senso che cioè che il suo soggetto/complemento ha un’intensione tale che, ove un corrispondente oggetto esistesse, lo metterebbe in grado di riferirsi ad esso, e
O l’intensione del predicato è un sottoconcetto dell’intensione del soggetto (‘La montagna d’oro è d’oro’)
O l’intensione del complemento sta nella relazione indicata col soggetto (Francesco pensa alla Montagna d’oro)
In altri termini, dire che il valore di verità è funzione dei sensi, è come dire che gli enunciati dichiarativi possono fungere non solo da descrizioni fattuali (come ‘Il Monte bianco è alto 4810 metri’), ma anche da analisi concettuali (come ‘La montagna d’oro è d’oro’).
Come si risolvono i problemi (i)-(v)
Vediamo
ora in dettaglio come in questo modo si risolvono i problemi (i)-(v)
(i) Dal
momento che spieghiamo il funzionamento dei termini vuoti in base alla loro
intensione, se fosse vera la tesi che i nomi propri non hanno intensione o
senso, davvero non sapremmo spiegare la significanza dei nomi propri il cui
nominato non esiste. Ma come si è visto, per Russell ciò vale solo per i nomi logicamente propri, e come vedremo, nemmeno
per Kripke questa tesi vale per tutti i
nomi; in particolare, non vale per i nomi di fantasia (Pegaso, Sherlock Holmes)
cui nominato non è mai esistito, ai quali viene riconosciuta un’intensione.
(ii) L’
intuizione che i termini vuoti parlano comunque di qualcosa, e ciascuno di cose
diverse, viene confermata, e si spiega col fatto che per parlare di un oggetto
basta che un termine abbia per intensione il concetto di esso.
(iii)
Il fatto che io possa parlare di Fido quando la povera bestiola non c’è più è
spiegabile, come si era accennato, in quanto il nome si riferisce comunque a un
animale esistente, anche se non esistente ora.
(iv) Il
fatto che si possa parlare di un cane Lassie puramente romanzesco è spiegabile
in quanto il nome ‘Lassie’ ha un’intensione (come accennato qui sopra al (i) e
come vedremo meglio nel prossimo capitolo) e affinché un termine parli di X
basta che abbia per intensione il concetto di X.
Il
problema (v) è quello dei valori di verità degli enunciati vuoti, che adesso
esaminiamo più in dettaglio riprendendo i nostri esempi precedenti.
Abbiamo già osservato che se si
assumesse l’esistenza degli oggetti intenzionali, si darebbe un valore di
verità a
(1) L’attuale re di Francia è calvo,
che ne è privo, e si renderebbe
vero
(11) Esiste uno (e un solo) re in Francia oggi, ed è calvo,
che invece è falso. Ma noi non abbiamo assunto
nulla di ciò, quindi (11)
resta falso, e (1) resta privo di valore di verità, proprio secondo
l’intuizione più radicata: (1) non è né vero né falso, in quanto resta falso il
presupposto esistenziale su cui si basa, di modo che (1) resta un tentativo
fallito di predicare qualcosa di qualcosa, come spiega Strawson.
Pur ammettendo che (1) parla (nel senso sopra chiarito)
dell’attuale re di Francia, possiamo
spiegare la sua mancanza di valore di verità in base all’idea di Meinong che
l’attuale re di Francia è un oggetto “incompleto”. Nei nostri termini, ciò
sarebbe come dire che tale descrizione non ha un referente, ma solo
un’intensione; e questa, come ogni concetto, è determinata solo rispetto a un
numero ristretto di proprietà (in questo caso essere re, essere maschio,
regnare in Francia). Rispetto a tutte le altre (tra cui nel caso specifico la
calvizie[86]) non si
può dire nulla di vero o di falso sull’attuale re di Francia.
Una riformulazione di (1) logicamente equivalente che
esplicita queste motivazioni sarebbe
(14) L’ (unico) oggetto (la cui esistenza è
presupposta ma non affermata) che esemplifica il concetto di attuale re di
Francia è calvo,
Se poi si volesse intendere (1) come
(15)
L’attuale re di Francia in quanto tale
è calvo
tale
lettura sarebbe adeguatamente resa da
(13)
Esiste un concetto di attuale re di Francia, e questo coinvolge la proprietà di
essere calvo
che
mostra come in tal caso sarebbe (1) falso, ovviamente.
(2) La montagna d’oro è d’oro
L’intuizione
che ci dice che è vero, anzi logicamente vero, è giustificata in quanto, come
si è visto, (2) è logicamente equivalente a
(29)
Il concetto di montagna d’oro implica quello di essere d’oro,
che è
logicamente vero perché l’intensione del predicato è sottoconcetto
dell’intensione del soggetto. Però il senso di (2)
non contiene parla di concetti, e quindi tale senso è reso con maggior
precisione dicendo, con Meinong e Lewis, che (2) parla di un oggetto
inesistente, che è la montagna d’oro (e che, come spiegato, e come mostrato da
(29), ciò non implica in alcun modo attribuire uno statuto
ontologico a tale oggetto).
Lo
stesso dicasi per
(3) Sherlock Holmes era perspicace:
Vero, perché l’intensione del predicato è sottoconcetto dell’intensione del soggetto.
La
parafrasi logicamente equivalente
(36) Esiste un concetto che coinvolge le
proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker Street, ecc.,
e tale concetto coinvolge la proprietà di essere perspicace,
ci
mostra allo stesso tempo perché è vero, e perché non contiene impegni
ontologici se non su concetti. Tuttavia il senso di (3) si preserva solo
dicendo che esso parla di un personaggio fantastico, Sherlock Holmes.
Se invece volessimo considerare
(37)
Sherlock Holmes ebbe il raffreddore il 3 marzo 1871,
avremmo
una situazione analoga a (1), e i casi sono due:
(i) chi
lo asserisce lo fa o perché crede che Sherlock Holmes esista, e quindi (37)
o implica l’asserzione esistenziale (e allora è falso, ed è reso da una
parafrasi alla Russell) o la presuppone, e allora non è vero né falso, ed è reso, senza bisogno di introdurre oggetti
intenzionali, da
(39) L’ unico oggetto (la cui esistenza non è
direttamente affermata, ma presupposta) che esemplifica il concetto di Sherlock
Holmes ebbe il raffreddore il 3 marzo 1871,
il
quale è privo di valore di verità per due motivi: sia perché presuppone una
falsità (l’esistenza di Sherlock Holmes), sia perché l’intensione di ‘Sherlock
Holmes’ non è determinata quanto a un tale raffreddore (o nei termini di
Meinong, Sherlock Holmes è un oggetto incompleto, e quindi non possiede la
proprietà in questione ma non ne è nemmeno privo.
Il secondo caso possibile è che
(ii)
chi asserisce (37) lo fa perché crede che così sia stato scritto da
Conan Doyle, dunque che ciò sia implicato dal concetto di Sherlock Holmes. In
tale lettura, naturalmente, (37) è falso, e reso da
(38) Esiste un concetto che coinvolge le
proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker Street, ecc.,
e tale concetto coinvolge la proprietà di essere raffreddato il 3 marzo 1871.
(4) Francesco pensa alla montagna d’oro
Con Meinong e col
senso comune, diciamo correttamente che (4) è vero in quanto Francesco pensa a
un oggetto fantastico da lui immaginato (dunque un oggetto intenzionale). Questo non ci impegna all’esistenza degli oggetti
intenzionali, poiché il suo contenuto logico si può rendere anche senza
menzionarli, come in
(49) Esiste un concetto che coinvolge le
proprietà di essere una montagna e d’oro, e Francesco lo intrattiene.
(come si è detto,
non sarebbe giusto dire che lo pensa: intrattenere il concetto di montagna
d’oro è pensare alla montagna d’oro; pensare al concetto di montagna d’oro è
intrattenere il concetto di concetto di montagna d’oro).
(5) Il quadrato rotondo non esiste
Come si è visto, Russell riteneva
che enunciati come (5) contraddicessero la tesi meinongiana che vi sono oggetti
intenzionali. Abbiamo anche visto però che non è questo il caso, se tale tesi
viene correttamente intesa: dire che possiamo parlare a oggetti inesistenti non
implica che questi “siano” o esistano, ma che i nostri termini esprimano i
concetti di tali oggetti, in modo da possedere la capacità di riferirsi ai
relativi oggetti se questi esistessero.
Noi
possiamo pertanto render conto della verità di (5) sia parafrasandolo con la
formula russelliana
(51)
Non esiste alcun x tale che x sia un quadrato e sia rotondo,
sia
rendendolo nella formulazione che fa riferimento ai concetti,
(53)
Non esiste un oggetto che esemplifichi il concetto di quadrato rotondo.
(6) La daga è sulla mia testa (detto da qualcuno che ha un’allucinazione)
Come (1), (2),
(3), anche questo è ambiguo tra letture come (61) in cui c’è
un’esplicita o implicita asserzione esistenziale, letture come (66)
in cui c’è una presupposizione esistenziale, e letture come (65) in
cui si ha di mira unicamente l’ “oggetto intenzionale”; qui c’è anche la
possibile lettura (63) in cui l’illusione riguarda non l’esistenza
della daga, ma la sua collocazione spaziale.
(61) Esiste un x, tale che x è una
daga, è l’unica (saliente in questo contesto), ed è sulla mia testa.
L’intuizione
ci dice che è falso, e infatti è reso come tale dalla riformulazione che mette
in luce che il valore di verità non è determinato tanto dai referenti (reali o
immaginari che siano) quanto dalle intensioni, cioè dai concetti:
(67) Il concetto di daga possiede
un’esemplificazione ed una sola saliente in questo contesto, ed essa è sulla
mia testa.
Invece
(66)
la daga (una che presuppongo, ma non affermo, essere esistente e saliente nel
contesto) è sulla mia testa (piuttosto che altrove)
non è
vero ne’ falso in quanto, come spiegato da Strawson, presuppone un’affermazione
esistenziale falsa. La stessa cosa si può esprimere nella riformulazione
metalinguistica che mostra l’equivalenza tra parlare di oggetti inesistenti e
parlare di concetti:
(68) Quell’oggetto (che io non affermo ma
presuppongo esistere ed essere l’unica
esemplificazione saliente in questo contesto del concetto di daga) è sulla mia
testa:
non c’è
nessun oggetto del genere, quindi in realtà non si parla di nulla, quindi (66)
non è vero né falso.
(63)
La daga (sottinteso: di Banquo) è sulla mia testa.
Qui non
c’è alcun problema, (63) è falso dal punto di vista di tutti gli
approcci che abbiamo considerato: la daga di cui si parla è reale, anche per
Meinong, e ci si sbaglia solo sulla sua collocazione spaziale.
(65)
La daga, quella che sto vedendo, anche se sono consapevole di avere
un’allucinazione, è sulla mia testa.
Questo
enunciato è vero, ed è uno dei casi in cui il linguaggio di Meinong è il
più naturale per esprimere il senso che dell’enunciato: si parla di un oggetto
puramente intenzionale (cioè, mentale), e gli si attribuisce una proprietà pure
intenzionale (non si intende cioè che la visione della daga sia realmente sopra
la mia testa, ma che la daga percepita sia – nella percezione stessa – sopra la
mia testa. Anche qui tuttavia si può dire la stessa cosa con un senso diverso,
ma senza parlare della daga intenzionale (in questo caso non si farà
riferimento a concetti, ma a immagini percettive):
(69)
L’immagine (sottinteso: che percepisco) è quella di una daga sopra la mia
testa.
Appendice: Lista degli esempi utilizzati
(1) L’attuale re di Francia è calvo
(11)
Esiste uno (e un solo) re in Francia oggi, ed è calvo,
(12) Esiste un concetto di
attuale re di Francia, e questo è calvo,
(13) Esiste un concetto di
attuale re di Francia, e questo coinvolge la proprietà di essere calvo,
(14) L’ (unico) oggetto (la cui
esistenza è presupposta ma non affermata) che esemplifica il concetto di
attuale re di Francia è calvo
(15)
L’attuale re di Francia in quanto tale
è calvo
(2) La montagna d’oro è d’oro
(21)
Esiste un x tale che x è una montagna, e x è d’oro
(22)
(sottinteso: C’è una montagna d’oro), e questa (ovviamente) è d’oro,
(23)
Ogni montagna d’oro è d’oro,
(24)
Per ogni x, se x è una montagna e d’oro, allora x è d’oro
(25)
Per ogni x, se x è montagna e d’oro, x
non è d’oro,
(26)
Se esistesse una montagna d’oro sarebbe d’oro,
(27)
Se esistesse una montagna d’oro non sarebbe d’oro
(28)
E’ necessario che una montagna d’oro sia d’oro,
(29)
Il concetto di montagna d’oro implica quello di essere d’oro
(3) Sherlock Holmes era perspicace
(31)
Esiste un x tale che x è una montagna, e x è d’oro
(32)
(sottinteso: Esiste un investigatore inglese che abita in Baker Street, ecc.),
ed è perspicace
(33)
Per ogni x, se x è un investigatore inglese, ecc., x è perspicace
(34)
Se Sherlock Holmes esistesse sarebbe perspicace.
(35)
Conan Doyle scrive che (contesto
obliquo, che implica il riferimento a Holmes),
(36)
Nei romanzi di Conan Doyle è scritto: “Sherlock Holmes è perspicace”
(37) Esiste un concetto che
coinvolge le proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker
Street, ecc., e tale concetto coinvolge la proprietà di essere perspicace,
(38) Sherlock Holmes ebbe il
raffreddore il 3 marzo 1871,
(39) Esiste un concetto che
coinvolge le proprietà di essere un investigatore inglese, residente in Baker
Street, ecc., e tale concetto coinvolge la proprietà di essere raffreddato il 3
marzo 1871.
(39) L’ unico oggetto (la cui
esistenza non è direttamente affermata, ma presupposta) che esemplifica il
concetto di Sherlock Holmes ebbe il raffreddore il 3 marzo 1871,
(4) Francesco pensa alla montagna d’oro
(41)
Esiste una e una sola cosa che è insieme una montagna e d’oro, e Francesco la
pensa,
(42)
Francesco pensa che esiste una e una sola cosa che è insieme montagna e d’oro
(43)
Francesco pensa “Montagna d’oro”
(44)
Esiste il pensiero di una montagna d’oro, e Francesco lo pensa
(45)
Esiste un concetto che è insieme una
montagna e d’oro, e Francesco pensa ad esso,
(45)
Francesco pensa al concetto della montagna d’oro,
(47) Esiste un concetto che coinvolge le proprietà di essere
una montagna e d’oro, e Francesco pensa ad esso.
(48) Francesco intrattiene il
concetto di montagna d’oro
(49) Esiste un concetto che coinvolge le proprietà di essere
una montagna e d’oro, e Francesco lo intrattiene
(5) Il
quadrato rotondo non esiste
(51)
Non esiste alcun x tale che x sia un quadrato e sia rotondo,
(52)
Non esiste nulla che sia un quadrato rotondo.
(53)
Non esiste un oggetto che esemplifichi il concetto di quadrato rotondo
(6) La daga è sulla mia testa (detto da
qualcuno che ha un’allucinazione)
(61) Esiste un x, tale che x è
una daga, è l’unica daga (saliente in questo contesto), ed è sulla mia testa,
(62) C’è una daga (saliente in
questo contesto), ce n’è solo una, ed è sulla mia testa.
(63) La daga (sottinteso: di
Banquo) è sulla mia testa.
(64) Esiste un x tale che x è
una daga, x è di Banquo, x è l’unica daga di Banquo, e x è sulla mia testa
(65) La daga, quella che sto
vedendo, anche se sono consapevole di avere un’allucinazione, è sulla mia
testa.
(66) la daga (una che
presuppongo, ma non affermo, essere esistente e saliente nel contesto) è sulla
mia testa (piuttosto che altrove)
(67) Il concetto di daga
possiede un’esemplificazione ed una sola saliente in questo contesto, ed essa è
sulla mia testa.
(68) Quell’oggetto (che io non
affermo ma presuppongo esistere ed
essere l’unica esemplificazione saliente in questo contesto del concetto
di daga) è sulla mia testa.
(69)
L’immagine (sottinteso: che percepisco) è quella di una daga sopra la mia
testa.
E. Monismo
semantico debole
Ossia: il monismo semantico
applicato solo a un ristretto insieme di termini (nomi propri e affini)
J.S. Mill:
I nomi
propri non hanno senso (‘Giovanni Bianchi’ non descrive nulla, non fa che
identificare una persona. Uno che
comprenda il linguaggio (i sensi) udendo pronunciare tale nome non riceve
nessuna informazione su Giovanni Bianchi (non afferra alcun senso). Al massimo,
può individuare la persona (riferimento).
Keith Donnellan[87] fa osservare che una descrizione
(non
solo non implica sempre un’asserzione esistenziale, come si è visto con
Strawson a proposito del re di Francia ma)
può
svolgere con successo una funzione referenziale pur presupponendo il falso:
non
sempre l’inesistenza dell’oggetto
descritto toglie valore di verità all’enunciato in cui la descrizione ricorre:
L’uomo laggiù con il Martini è il
professore di logica (ha un wisky)
L’uomo laggiù è basso (in realtà è
una roccia)
Non è indispensabile che ci sia un
oggetto che ha tutti i caratteri della descrizione. Basta che ce ne sia uno che
ha i caratteri “salienti”
- quali sono? Vago!
Dunque, una descrizione può
svolgere un ruolo prevalentemente referenziale, e assai poco descrittivo.
L’uso referenziale si distingue
dall’uso attributivo mediante il
seguente esempio:
“L’assassino di Smith è pazzo”
Dunque: quelli che sono
grammaticalmente considerati nomi propri, per Frege hanno un senso
(sostanzialmente coincidente con una descrizione), e per Russell sono in
effetti una descrizione (che, abbiamo visto, svolge più o meno la funzione del
senso di Frege): essi hanno dunque un significato eminentemente descrittivo, di
modo che il loro referente coincide con l’oggetto di cui la rispettiva
descrizione è vera (se ve n’è uno. Se non ve n’è nessuno, il referente manca).
Chiamiamo questa “concezione
descrittiva dei nomi propri” [88]
(si noti dunque che Russell e
Frege divergono in quanto l’uno è bipolarista e l’altro monista semantico, ma
concordano nell’essere entrambi descrittivisti)
Al contrario, abbiamo visto che
per Mill i nomi propri non hanno funzione descrittiva, ma solo referenziale,
e per Donnellan perfino una
descrizione può non aver funzione descrittiva, ma referenziale.
Ciò vale anche per Kripke e
Putnam:
Saul
Kripke[89]
A ‘Giovanni Bianchi’ non è associata nessuna
descrizione
Oppure:
anche dove ci sono,
- sono
del tutto contingenti, non costituiscono il senso
(=
qualcosa che è un errore linguistico negare, qualcosa che fissa il riferimento;
tali
descrizioni non sono il modo
in cui ci è dato il riferimento):
- Il
significato di un termine è lo stesso per tutti i parlanti. Ma per ciascun
parlante ci possono essere descrizioni diverse associate a un nome proprio:
perciò, nessuna di esse costituisce il significato del nome
es.:
“il mio
amico che …” ; “mio fratello maggiore”;
“l’uomo che ho incontrato ieri a mensa e …”
Es.:
Aristotele:
il figlio del medico Nicomaco, il discepolo di Platone, l’autore della Fisica, della Metafisica …”
- Anche
Aristotele non avesse scritto
Altrimenti,
‘Aristotele ha scritto
Come
negli esempi di Donnellan (l’uomo col martini), riusciamo a fissare il
riferimento, anche se la descrizione di
cui siamo in possesso è falsa.
Replica di Searle: teoria del Cluster
Il significato
è costituito da un certo agglomerato
di descrizioni dai contorni un po’ vaghi. Perché il termine si riferisca a
qualcuno basta che di lui sia vera la maggior parte di quelle descrizioni.
- Controbiezione
di Kripke:
anche se tutte le descrizioni
fossero false il riferimento funzionerebbe:
Es.: se scoprissimo che tutto
ciò che crediamo di Aristotele è vero di Teofrasto:
diremmo che il nome si
riferisce in realtà a Teofrasto e le credenze sono vere,
o viceversa?
Es.: siccome nessuno è stato
ingoiato dalla balena e risputato, diciamo che Giona non esiste, o che su Giona
abbiamo delle leggende false?
(la seconda opzione in
entrambi i casi: il riferimento è indipendente dalle descrizioni associate)
A questo argomento controfattuale di Kripke, Dummett replica che un descrittivista Russelliano, che intende ‘Nixon’ come ‘il vincitore dell'elezioni presidenziali americane del 1968’ potrebbe comunque render conto del fatto che Nixon avrebbe potuto perdere quelle elezioni, analizzando tale affermazione come segue:
(N) Se almeno una persona ha vinto le elezioni del ‘68
e non più di una persona ha vinto le elezioni del ‘68
allora chiunque abbia vinto le elezioni del ‘68 avrebbe anche potuto perderle[90]
Tuttavia, l'obiezione di Kipke resta valida, nel senso che se si riformula come (N), come dice Dummett, il significato di 'Nixon' non sarà più 'colui che ha vinto le elezioni presidenziali americane del 1968', ma 'colui che di fatto [cioè, nel mondo reale] ha vinto le elezioni presidenziali americane del 1968'. Sembra una differenza piccola, ma è decisiva: perché in tal modo la descrizione non è più usata predicativamente ma referenzialmente (come nel secondo caso di 'l'assassino di Smith è pazzo' (v. Lycan p. 32)), e ciò significa che la descrizione non determina il riferimento in ogni mondo possibile (come vorrebbe la teoria descrittivista), ma solo ci aiuta a trovare il referente nel nostro mondo attuale, e poi noi ci riferiamo ad esso in qualunque mondo possibile, anche in quelli in cui la descrizione non vale più di esso. Vale a dire, il riferimento è diretto, direttamente alla persona, esattamente come sostiene Kripke.
Detto in un altro modo, così formulata, la descrizione non costituisce la definizione del nome Nixon, come vorrebbe la teoria descrittiva, ma solo un'indicazione (contingente) per individuare il suo referente. Sta sullo stesso piano di qualunque altra che io potrei usare allo stesso scopo: potrei vedere Nixon in televisione a un party, indicarlo e dire: 'L'uomo sulla destra del televisore con un Martini in mano'. A questo punto potrei chiedere: 'sarebbe possibile che l'uomo sulla destra del televisore con un Martini in mano non avesse vinto le elezioni del 1968?'; e anche: 'sarebbe possibile che l'uomo sulla destra del televisore con un Martini in mano non tnesse un Martini in mano?’. Ed è chiarissimo che 'L'uomo sulla destra del televisore con un Martini in mano' non è il significato del nome 'Nixon' ! Per lo stesso motivo, nemmeno 'colui che ha vinto le elezioni presidenziali americane del 1968' è il significato del nome 'Nixon'. Dunque Kripke ha ragione, nonostante tutto.
Ma
com’è possibile riferirsi a qualcuno così lontano del tempo di cui non abbiamo
nessuna notizia esatta?
Teoria storico – causale del riferimento [91]
Tutto
ciò si spiega col fatto che il riferimento non è dato da una descrizione, ma da
una catena causale:
-
inizia col battesimo e si trasmette grazie all’intenzione di chi apprende il
nome di riferirsi alla persona a cui si riferisce chi lo insegna
-
garantisce una relazione fisica con
l’oggetto di riferimento
→
non c’è senso, ma solo referente
(più
precisamente, trattandosi di nomi, è un nominato)
(oppure:
il “senso” (cioè, il modo in cui è dato il referente) è la catena causale!
- ma è
un ‘senso’ in un senso molto diverso da quello di Frege!)
Tuttavia:
Per un
certo verso, si può sostenere che anche in questo caso il riferimento è fissato
da una descrizione. Ma si tratta di una descrizione ostensiva:
a.
“quello a cui la
persona che mi ha insegnato il nome intende riferirsi”
b.
“Questo bambino qui
che ora battezzo”
Idem
per isole, monti, ecc.
Inoltre,
si può sostenere che l’avere un riferimento diretto non è tanto nella natura
intrinseca dei nomi propri, quanto nel modo in cui il parlante intende usarli,
nel significato che intende dar loro: il parlante può intenderli come sinonimi
di una descrizione ostensiva del tipo appena detto, oppure di una descrizione
del genere ordinario)
Il riferimento (ossia il modo di riferirsi) dei nomi propri è diretto
(= va
direttamente all’oggetto, senza passare attraverso una descrizione di esso)
Dunque,
è rigido (= identifica lo stesso
individuo in tutti i mondi possibili)
Nomi
milliani o con riferimento rigido: si
riferiscono allo stesso individuo in tutti i mondi possibili:
es.
George Bush jr.
Descrizioni,
o nomi a riferimento flessibile: si
riferiscono a individui diversi in diversi mondi possibili.
Es: Il
43° presidente degli Stati Uniti
Problema:
come
faccio a sapere se un individuo è lo stesso in ogni mondo possibile, se in ogni
mondo gli si applicano descrizioni diverse?
Risposta:
Ci
dev’essere qualche descrizione ‘essenziale’ sempre vera: Kripke reintroduce
l’essenzialismo platonico-aristotelico.
Leibniz avrebbe detto altrimenti: tutte le caratteristiche sono
essenziali, quindi non c’è reidentificabiltà tra i mondi pp.
Ma: un po’ di essenzialismo ha senso: ha senso direi cosa
avrei fatto io in altre circostanze! Infatti
Kripke: i mm. pp. sono postulati, non scoperti!
Vale a
dire: non è che esplorando tutti i mmpp scopriamo le essenze, ma fissando certi
caratteri come essenziali distinguiamo tra mondi possibili e mondi non
possibili.
Es.: un
mondo in cui George Bush non sia presidente degli Stati uniti è possibile; uno
in cui non sia George Bush non è possibile.
- che
significa essere George Bush? (forse avere un certo DNA, o essere il figlio di
certi genitori: queste sarebbero le proprietà ‘essenziali’)
NB.: ci
sono nomi con riferimento rigido anche se
non diretto: ‘triangolo’, ‘tre’[92].
Perché?
Perché i loro oggetti, essendo astratti, non possono stare all’inizio di una
catena storico-causale; devono quindi essere introdotti da una descrizione, e
il loro referente dev’essere fissato da essa. Questa descrizione è dunque un
senso alla Frege. Essa funziona come le descrizioni usate attributivamente di
Donnellan.
D’altra parte, trattandosi di oggetti astratti, essi sono
completamente definiti dalla descrizione che ne diamo (il loro essere coincide
con la loro essenza). Pertanto, la descrizione non può che cogliere lo stesso
oggetto in ogni mondo possibile.
Troviamo
conferma che vi sono in genere due modi possibili di usare i nomi, di dar loro
significato: dare solo riferimento, fissato direttamente e quindi rigido, o
dare un senso alla frege, che fissa un riferimento flessibile.
Putnam[93]:
-
anche i nomi di generi
naturali sono (o meglio, possono funzionare come) nomi propri!
→
a riferimento rigido:
- ‘acqua’ si riferiva ad H2O anche
prima della chimica moderna: era “il genere di quel liquido lì”, prima ancora
che “liquido incolore, insapore …” :
-
‘oro’, ecc.
“chiamo
questo liquido ‘acqua’”
Chiamo
la sostanza di questo campione ‘oro’”
(in
questo caso, l’essenza è la formula chimica)
Oppure:
“Chiamo l’entità nascosta responsabile per questo determinato effetto (trasmissione genetica) ‘gene’” (Mendel)
anche in questo caso la descrizione utilizza un’ostensione ‘questo’, e si ricollega al referente tramite una relazione causale (“ciò che causa questo effetto”)
due tipi: ostensione all’origine, e catena causale fino all’utente; ostensione dell’utente e catena causale fino all’origine)
Normalmente si dà per scontato che: - il senso fissa il riferimento
- il senso sta nella testa
Controesempio:
Terra Gemella:
= descrizioni nella testa dei parlanti, ma ≠ riferimento.
→
O il significato non determina il riferimento (contro le intuizioni più comuni),
o il significato
non è quello che sta nella testa:
Vale la seconda: significato= {descrizioni (stereotipi) +
riferimento}
Dunque, “’meanings’ just ain’t in
the head”[94]
→
conseguenze sulla filosofia della scienza:
es.:
‘massa’[95]
: teoria descrizionista →
antirealismo
teoria storico-causale → realismo
PERO’:
- in un
certo senso esiste anche ciò che il parlante comprende quando sente il termine,
ciò che sta nella sua testa:
è
indispensabile a descrivere e spiegare molta della psicologia del parlante[96]
es.:
desideri + credenze motivano / spiegano azioni
desidero
mangiare; credo che ci sia cibo nella credenza → apro la credenza
desidero
bere; credo che ci sia acqua nella credenza → apro la credenza
ma:
desidero
bere; sento dire: “c’è H2O nella credenza” (ignoro la chimica
→ non credo che ci sia acqua) → non apro la credenza
→ 2 componenti
-
esterna, ampia (fuori
della testa)
-
interna, stretta
(dentro la testa)
es.: un
Gemelliano: in senso interno crede
di bere dell’acqua
in senso
esterno crede di bere dell’XYZ
“Tizio-gemelliano
mi ha detto di prendere dell’acqua” (riferisce in modo opaco, riferisce il
contenuto nozionale o interno)
“Tizio-gemelliano
mi ha detto di prendere dell’XYZ” (riferisce in modo trasparente, riferisce il contenuto referenziale o esterno)
di me, ignorante
di chimica, si può dire (in senso opaco o nozionale o interno ) che non credo di bere dell’ H2O,
ma in
senso trasparente o referenziale o esterno si.
es.: Colombo credeva che Cuba fosse vicina
all’Islanda
Colombo credeva che l’isola di Fidel
Castro fosse vicina all’Islanda
Idem: Aristotele sapeva che l’ H2O è insapore incolore e inodore
Putnam[97]
Significato
= (stereotipi [comp.interna, descrizione] + riferimento [comp. interna,])
[ Problema:
anche nomi di generi “artificiali”: ‘coltello’, ‘seggiola’ … sono nomi propri?
Si:
di
fatto sono un genere unitario, con l’ostensione lo si può catturare.
Inoltre, abbiamo visto che anche i nomi di proprietà
(non i corrispondenti predicati) sono nomi propri: denominano un’unica entità e
non hanno un senso distinto dal riferimento
No:
Essendo
generi artificiali, non hanno confini naturalmente ben delimitati; la presa
dell’ostensione va sfumando dai casi tipici ai borderline.
Conta
come un X tutto ciò che risponde alla nostra descrizione degli X
Si:
c’è una
pratica sociale che li lega come genere: indicando un esemplare si riesce
comunque a far presa su tutto il genere
???]
Conseguenze
metafisico / epistemologiche:
Normalmente:
verità {necessarie = a priori = analitiche}
Es.: ‘nessuno scapolo è sposato’
Invece capiamo che è meglio distinguere:
Necessità: = non può non essere. concetto Metafisico – legato al riferimento (trasparente, o de re) : dipende dalla cosa di cui si parla se una verità è necessaria o meno
A priori: Noto indipendentemente dall’esperienza. concetto Epistemologico – legato alle ns. informazioni : dipende da quel che noi abbiamo bisogno di scoprire o meno se una verità è a priori o meno.
Analiticità: vero in virtù del significato concetto Semantico – legato alle descrizioni associate (opaco, o de dicto) : dipende al modo in cui definiamo gli oggetti se una verità è analitica o meno.
Dunque sono possibili:
- verità necessarie a posteriori: acqua = H2O; ‘Espero=Fosforo’;
(le due cose sono necessariamente identiche; ma noi l’abbiamo scoperto in seguito, non potevamo saperlo a priori)
Analitica? Dipende come definiamo ‘acqua’: Si se il significato è inteso come stereotipi+riferimento. No se è inteso solo come descrizione
Quine: le definizioni sono transitorie, l’analiticità pure.
- verità
contingenti a priori: metro = lunghezza del campione di Sevres
(in sé
e per sé non era necessario che le due cose fossero identificate; ma l’abbiamo deciso
noi, quindi è vero indipendentemente dall’esperienza, non avevamo bisogno di
scoprirlo)
Analitica? Dipende come definiamo
‘metro’
Problemi e
critiche a Mill-Kripke-Putnam[98]
1)
catene causali inappropriate. Es.:Napoleone è all’inizio della catena causale
che porta a chiamre il mio cane ‘Napoleone’. Ma l’intenzione del battezzatore è
di denominare il cane, non l’Imperatore
2)
Catene causali spostate:
-
Gareth Evans: ‘Madagascar’ cambiato da Marco Polo.
- Jack
scambiato nella culla.
- S.
Nicola – Santa Claus
3)
Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il problema dei
nomi
vuoti ? E anzitutto, come si fa a denominare gli oggetti inesistenti?
(i) Kripke ammette che i nomi di enti fantastici (Pegaso, ecc.) sono introdotti per mezzo di descrizioni. Ovviamente, tali descrizioni non sono ciò che fissa il riferimento, dato che esso non esiste. Servono però a dar senso e valore di verità a enunciati che contengono tali termini, sia perché enunciati esistenziali affermativi o negativi, da analizzare alla Russell (“Non Ex (x è un cavallo alato … ecc.)”, sia perché esprimenti verità concettuali, nel modo in cui si è visto sopra (‘Sherlock Holmes era perspicace’ ecc.)
Trovo
scritto in un biglietto “Lamberto
Fumagalli” e dico:
(ii) “Lamberto
Fumagalli non esiste”: Come fa a
esser vera e sensata ?
C’è una
descrizione associata? Parrebbe forse di no, ma …
- come
minimo i parlanti che sanno distinguere nomi (e cognomi) propri di persona
associano al termine una descrizione tipo “un individuo maschio chiamato
‘Lamberto Fumagalli’”. E anch’essa pur non essendo il senso in accezione
fregeana, basta a costruirla come sopra.
Dunque
il problema si risolve
resta
però che certi nomi (come ‘Pegaso’) sono introdotti mediante descrizioni, e
sono inscindibilmente connessi ad esse, perché non esiste un riferimento reale.
Non
sono stati introdotti con ostensioni o catene causali!
Idem
per ‘Lamberto Fumagalli’, anche se la descrizione associata è di tipo diverso.
Una
descrizione è quasi sempre associata al nome, ma non sempre è ciò che fissa il
referente.
→
Per certi nomi sembra valere l’approccio non descrittivista di Kripke, per
altri quello descrittivista di Frege e Russell !!!
4)
Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il problema dell’
Informatività
dell’identità ?
(iii)
anche
se ‘Elisabetta II’ non ha un senso, l’identità ci dice che la descrizione ‘La
regina d’Inghilterra’ vale del riferimento di ‘Elisabetta II’
(+ o – come per Russell)
(iv) Cicerone è Marco Tullio
Anche
se nessun dei due ha un senso nell’accezione fregeana,
(a) c’è
la componente interna, o comunque le descrizioni che il soggetto
associa rispettivamente ai due termini[99]
(anche se non le consideriamo il senso dei due termini).
(b) Il
soggetto non sa che i due termini hanno la stesso riferimento: la componente
interna non gli rende palese la componente esterna. Allora
(c)
L’identità dice che il riferimento dei due termini è lo stesso; o aiuta a
chiarire la componente esterna.
5)
Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il problema della
Sostituibilità in contesti obliqui ?
nei
casi in cui Carletto non sa che la descrizione ‘la radice di
Carletto sa che 3 è dispari / Carletto sa che la radice di 81 è dispari
Carletto sa che Cicerone denunciò Catilina /
Carletto sa che Marco Tullio denunciò Catilina
Colombo pensava che Cuba fosse vicina
all’Islanda / Colombo pensava che Cuba
fosse vicina all’Isola di Fidel Castro
Inoltre
fallisce
Necessariamente 9 > 7 / necessariamente il
numero dei pianeti > 7
Tuttavia,
se i nomi hanno solo un referente, e nessun senso, dovrebbero essere sempre
sostituibili: sarebbe come A=A
Kripke
ingoia il rospo: la sostituibilità vale!!!
Giusto,
nel senso “trasparente”: Carletto, Colombo, davvero sanno di quella che
e’ la radice di 81 / l’isola di Castro, che …
Però,
c’è anche il senso “opaco”, ed è il più intuitivo:
quando
vogliamo riferire quel che è nella loro testa!
Carletto
/ Colombo sa: “…….”
P. es.:
-
Carletto conosce il riferimento di ‘Cicerone’ nel senso che sa che è l’uomo a
cui Tacito ecc. si riferisce;
-
conosce il riferimento di ‘Marco Tullio’ nel senso che sa che è l’uomo cui
Svetonio ecc. si riferisce.
- I due
di fatto sono lo stesso uomo. Ma lui non lo sa.
Dunque:
quanto
a componente interna ignora l’identità e non vale la sostituibilità.
Quanto
a componente esterna lui sa che Marco
Tullio denunciò Catilina, in quanto lui sa che Cicerone lo denunciò, e con
‘Marco Tullio’ in effetti lui si riferisce a Cicerone (anche se non sa di riferirsi
a lui).
Dunque:
se il discorso
indiretto (o attribuzione di attitudine proposizionale) vuole esprimere
l’aspetto interno del pensiero di Carletto, non vale la sostituibilità, se
vuole esprimere l’aspetto esterno (ciò che lui sa senza esserne consapevole, ma
noi sappiamo che sa) vale la sostituibilità
→
Servono entrambe le componenti interna e esterna!
I nomi hanno riferimento diretto, ma anche
descrizioni associate!
Lo
stesso vale per i nostri pensieri: possiamo darne una caratterizzazione
‘interna’, o ‘pura’ e una ‘esterna’, o ‘impura’
Idem:
necessariamente) 9> 7 /
necessariamente il numero dei pianeti > 7
- E’
vero che quello che di fatto è il
numero dei pianeti è necessariamente
> 7
(senso
esterno, trasparente, referenziale di ‘numero dei pianeti’) : esiste sostituibilità
Ma è
anche falso che
Il
numero dei pianeti in quanto così identificato è necessariamente > 7
(senso
interno, opaco, attributivo: il nome qui ha una descrizione associata, un
senso, e la sostituibilità non vale)
6) perché
solo i nomi propri, a differenza di ogni altra espressione, non hanno senso?
(cioè,
un senso ordinario: in quanto si è visto che ha un senso ‘ostensivo’ (la
persona c cui si riferisce colui da cui ho appreso il nome) e pure un senso
‘essenziale’ anche se ignoto: un certo DNA)
(risposta:
forse perché, sono quei termini primitivi che, come pensa Russell, devono
essere appresi ostensivamente, senza i quali non se ne potrebbe apprendere
nessuno descrittivamente)
7) Anche
i nomi propri di proprietà sono appresi
in modo diretto. Eppure si è visto che hanno un senso: il concetto della
proprietà (mentre la proprietà stessa è il referente). Esiste qualcosa del
genere per i nomi propri di persona, luogo, ecc.?
(risponderemo:
Forse si: come il concetto del rosso deve essersi formato nella mente del
parlante perché questi sappia reidentificare il rosso quando lo incontra
nuovamente, così una certa rappresentazione di Luigi deve essere presente nella mente di chi battezza, o di
chi sente battezzare: “Questo bambino si chiama Luigi”)
8) Come
mai di fatto molti nomi propri sono inizialmente descrizioni definite o
aggettivi, quindi dotati di senso, che poi diventano puri “cartellini”: es.:
‘Raffaele’ = medicina di Dio; ‘Ermanno’ = (l’) uomo libero, ‘Malatesta’, ecc.?
- proprio perché decido di usarli così: forse perché il loro senso mi piace, o mi pare richiamo aspetti del nominato
9) In
che senso ‘Nevica sul Cervino’ e ‘nevica sul Matterhorn’ sono diversi, come mai
danno luogo a comprensioni diverse, ecc.? (E. Picardi 1999, p. 64)
- si ricollega al problema di Mates sulla sostitutività: uno può sapere che senso ha una parola, e non sapere che senso ha un’altra parola, anche se hanno lo stesso senso!
Sono gradi parziali di competenza linguistica
Per riassumere quanto detto fin qui e per
meglio chiarire questi problemi che affliggono sia il bipolarismo (Frege,
Carnap) che il monismo semantico (Mill, Russell, Kripke), sia l’approccio
descrittivista di Frege-Russell, che quello non descrittivista di Mill-Kripke,
consideriamo il seguente
“mito”:
F. MITO
Stadio 1
Nasce la società umana
I primi uomini introducono un linguaggio indicandosi l’un l’altro oggetti, proprietà e relazioni, e associando a ciascuno un certo suono scelto convenzionalmente.
Quando per ogni oggetto particolare si usa un suono diverso, questo è un nome proprio.
Questi termini
- hanno un riferimento diretto : sono un ‘cartellino’
- non sono associati a descrizioni (anche perché finché questi termini non sono stati introdotti le descrizioni non sono possibili)
- non hanno un senso/intensione distinto dal nominatum.
(in questo senso, sono tutti come nomi propri di Kripke-Putnam o nomi logicamente propri di Russell).[100]
- Tuttavia
è chiaro che i soggetti devono poter reidentificare il nominatum attraverso le sue diverse presentazioni, e distinguerlo dagli altri oggetti, proprietà o relazioni.
Ciò avviene naturalmente in base a caratteristiche salienti (per cui i soggetti non hanno ancora nomi) che utilizzano, inconsciamente, nell’identificazione.
Queste caratteristiche salienti, più o meno comuni per i diversi parlanti, che consentono di identificare i membri dell’estensione sono, come direbbe Frege, modo in cui è data l’estensione, o un embrionale concetto dell’entità in questione. Sono dunque, una sorta di senso o intensione implicita del nome, da cui emergeranno in seguito intensione, senso e gli altri corrispettivi logici propriamente detti. Non lo sono ancora, e non fungono da definizione del nome, in quanto:
- non ci sono ancora termini per formulare tale definizione,
- il possesso di tali proprietà potrebbe essere contingente.
(NB: anche ‘questo’, ‘quello’, ‘qui’, ‘ora’, hanno questa “intensione implicita”. Allora ha ragione Frege che, da un certo punto di vista, tutte le espressioni hanno un senso)
Stadio 2
Quando lo stesso suono si usa per oggetti diversi, invece, questo funziona come un predicato, anzitutto come un aggettivo primitivo, per proprietà “atomiche”, ad es.: ‘rosso’.
Come il nome proprio si associa sempre all’ostensione dello stesso oggetto, ‘rosso’ si associa sempre all’ostensione della stessa proprietà. Da questo punto di vista funziona un po’ come un nome proprio, e infatti in seguito può trasformarsi nel nome astratto corrispondente, che è un nome proprio di proprietà o genere.
Però il predicato non ha un nominatum (lo avrà invece in seguito il corrispondente nome astratto), bensì ha volta a volta dei riferimenti, che sono i diversi oggetti cui si applica, e in tal senso possiede un’estensione: la classe dei possibili riferimenti.
Anche questi predicati primitivi, come i nomi dello stadio 1, si applicano direttamente, per ostensione e catena causale (sono cartellini) e sono rigidi (come I nomi di genere naturale per Putnam).
Anche qui perché
il parlante possa correttamente reidentificare la proprietà o relazione in
questione deve averne una rappresentazione mentale, ossia un embrionale concetto,
che poi diverrà il senso/intensione dell’aggettivo e, quando nascerà il nome astratto
corrispondente, anche la sua intensione.
Stadio 3
Si introducono ostensivamente, allo stesso modo, predicati primitivi per i generi (nomi comuni):
ogni volta che vedo una pecora, la indico e dico “pecora”, e se ne vedo più d’una le indico insieme dicendo “pecore”: è un nome per il genere:
- indica qualunque animale dello stesso genere.
- Però deve esser in qualche modo comprensibile cos’è essere dello stesso genere. Ci dev’essere un’idea vaga e implicita di descrizione: lanosa, di una certa forma, ecc. Può essere del tutto inespressa perché potrei introdurre ‘pecora’ prima di introdurre ‘lanosa’, ‘forma’, ecc. E il possesso di tali caratteristiche potrebbe alla fine non risultare analitico (es.: essere un animale terrestre per i mammiferi): di nuovo, è quello che abbiamo chiamato “intensione (o senso) implicita”
Tutto ciò vale anche per i nomi comuni di proprietà: ‘colore’, ‘suono’, ‘sapore’ …
Stadio 4
Uno stesso nome primitivo viene usato come nome proprio di diverse persone (‘es.: ‘Luigi’)
Emerge dunque una caratteristica di questo termine, al di là del nominatum: di essere un nome di persona, maschile. Una sorta di intensione non completa.
Ugualmente, nomi diversi ma distinguibilmente simili vengono introdotti come nomi propri di uno stesso tipo di entità:
(bellezza, grandezza, dolcezza … Inglese, Francese, Islandese …)
Anche qui, emerge una loro caratteristica (nome di proprietà, di lingua …)
che costituisce un’intensione implicita e incompleta.
→ posso usare ‘Luigi’ o ‘Lamberto Fumagalli’ in un racconto fittizio,
anche senza collegarlo a nessuna descrizione,
perché comunque il termine possiede un riconoscibile ruolo linguistico
insomma ha intensione senza avere un’estensione.
(ossia non ha un nominatum nel mondo attuale. Ovvio che lo ha nei MMPP: infatti ha un’intensione, che gli assegna una certa estensione in ciascun MP).
Ecco l’origine di alcuni termini vuoti.
Stadio 5
Dopo che sono stati introdotti nei modi precedenti vari nomi propri, nomi comuni e aggettivi primitivi, usando alcuni di questi posso:
- assegnare ostensivamente come nome a un oggetto o proprietà un termine o una combinazione di termini primitivi già esistenti, che in qualche modo portano con sé nel nuovo ruolo il loro significato primitivo:
chiamo questo cane ‘pallino’
chiamo quella stella ‘stella della sera’
chiamo questa pianta ‘grano turco’.
Si noti che questa non intende essere una descrizione dell’oggetto: è una descrizione usata come nome; essa porta pertanto con sé il suo senso originario, che tuttavia non è inteso come vero dell’oggetto; la sua associazione al nome è assai labile, appena una suggestione o una vaga connotazione; ad esempio, la denominazione ‘insalata russa’ non comporta affatto la presunzione che quella salsa sia effettivamente di origine russa.
Posso anche
- esplicitare in una descrizione le caratteristiche salienti di cui già mi servivo per identificare il referente di un nome primitivo (es. ‘pecora’, ‘acqua’)
(es.: ‘quadrupede, lanoso … ecc.’; ‘liquido inodore incolore insapore che riempie fiumi e laghi …’)
(caratteristiche per ciascuna delle quali nel frattempo sono stati introdotti termini primitivi che le identificano).
Tuttavia anche qui il riferimento è ancora diretto, per cui l’intensione non costituisce una definizione: se si scopre che nulla corrisponde alla descrizione (es. se dopo aver descritto i cigni come ‘uccelli bianchi dal lungo collo’ si scopre che vi sono cigni neri, il termine ‘cigno’ continua a riferirsi al medesimo genere naturale. Pertanto tali proprietà sono più un insieme di “stereotipi” nel senso di Putnam che una definizione.
Con queste due modalità iniziamo dunque ad avere un’intensione esplicita intesa come contenuto informativo associato al nome, in aggiunta al referente; ma essa non è ciò che fissa il riferimento, che continua a essere diretto.
Stadio 6
Usando i termini primitivi
a) Descrivo personaggi, luoghi, oggetti di fantasia (che so essere inesistenti) e introduco un nome che di fatto funge da abbreviazione della descrizione definita:
‘Polifemo’: “Il gigante con un solo occhio …. ecc.”
‘Ippogrifo’: “Il cavallo alato … ecc.”
Il nome in questo caso ha un’intensione vera e propria (il concetto complesso espresso dalla descrizione), e nessun referente. Il termine ha solo un ruolo informativo. L’intensione è completa ed esplicita perché possiedo i termini per articolarla, e di fatto la articolo attraverso di essi, inoltre è una vera e propria definizione del termine: esso funziona in maniera puramente descrittiva.
b) Descrivo entità che non conosco direttamente, ma che suppongo o ipotizzo esistere. In altri termini, mi interesso (per motivi pratici, o teoretici) a una certa proprietà complessa, e suppongo o ipotizzo che sia istanziata in un’entità:
Es.: ‘L’uomo più ricco del mondo’
Es.: ‘La montagna d’oro’
Es.: ‘Un maggiolino tutto matto’
c) A queste entità posso anche dare un nome:
Es.: ‘Dio’ (“ciò di cui nulla può pensarsi di maggiore”);
Es.: ‘Eldorado’ “la grande città india tutta d’oro sconosciuta ai bianchi”
Es.: ‘Gene’: “ciò che è responsabile per la trasmissione dei caratteri genetici”
Es.: ‘atomo’: ‘La particella materiale più piccola e indivisibile’
Es.: ‘Jack lo squartatore’: l’autore di certi efferati delitti noti a Scotland Yard
La descrizione ha un’intensione (il concetto complesso che essa esprime), e se esiste un’unica entità che le corrisponde si riferisce ad essa.
Il riferimento in questo caso è indiretto, ma può essere sia flessibile (de dicto) che rigido (de re):
es.: se intendo parlare dell’uomo più ricco del mondo in quanto uomo più ricco del mondo (de dicto) questa descrizione si riferirà a diversi individui nei diversi mondi possibili.
Se invece intendo parlare dell’uomo che di fatto (in questo mondo reale) è il più ricco del mondo (de re), la mia descrizione si riferirà sempre allo stesso individuo in tutti i mondi possibili, anche in quelli in cui non è il più ricco d(i qu)el mondo.
d) Dal nome primitivo ‘cicer’ (cece) conio il nuovo nome proprio ‘Cicerone’, con cui denoto l’oratore Marco Tullio a causa di un neo che lo caratterizza. Il nome non ha intensione, ma si porta dietro dal nome da cui deriva un certo contenuto descrittivo (uomo con un neo), che comunque non definisce il referente: il nome ha riferimento diretto. In seguito, essendo Cicerone divenuto proverbialmente famoso per la sua eloquenza, si inizia a usare il suo nome come sinonimo di una descrizione: ‘qualcuno che illustra con eloquenza le bellezze di un luogo’. Così il nome acquista un’intensione e il suo riferimento da diretto e rigido (de re) diventa indiretto e flessibile (de dicto): il nome si applica a tutti e solo coloro di cui è vera la descrizione.
Un altro esempio:
Enrico Fermi sta cercando un elemento con una determinata formula atomica. Ne scopre uno che crede abbia quella struttura e lo chiama “Ausonio” (nome nuovo ma derivante dal nome di una primitiva popolazione italica; esso ha quindi già un suo vago significato descrittivo: significa più o meno: ‘elemento italico’). Tale nome acquista come referente il nuovo elemento. In seguito si scopre che il nuovo elemento in realtà ha un’altra formula, ma il nome rimane, e quando si scopre l’elemento che ha davvero la formula in questione lo si chiama “Esperio” (altro nome che si porta dietro un significato descrittivo simile: deriva da un antico nome dell’Italia). Il riferimento di ‘Ausonio’ è dunque stato assegnato direttamente: non era determinato dalla descrizione scientifica (la formula che si credeva che avesse) né tantomeno dal vecchio significato descrittivo. Se si fosse deciso di mantenere il nome legato alla definizione, invece, si avrebbe avuto un riferimento flessibile (v. Picardi).
e) Dopo aver introdotto termini per quelle proprietà semplici (bianco, lanoso, … ) in base a cui fin dall’inizio inconsapevolmente identificavamo l’estensione di predicati primitivi come ‘pecora’, ‘pesce’, ecc., già allo stadio (5) le avevamo usate per caratterizzare il genere pecora, pesce, ecc., (introducendo in qualche modo una sorta di senso per i rispettivi nomi, che non era ancora una definizione).
Ora però vogliamo codificare e rendere esatto l’uso dei predicati ‘pecora’, ‘pesce’, ecc.:
fissiamo una lista esatta delle proprietà semplici che identificano il genere:
il termine si applica a tutti e solo gli individui che le possiedono.
→ l’intensione embrionale e implicita è divenuta esplicita mediante una vera e propria definizione.
Es.: ‘pesce’: forse originariamente includeva triglie, tonni, balene e delfini
ma ora la definizione rigorosa li esclude.
Così il riferimento da rigido diventa flessibile?
Non necessariamente: nella scienza è più comune continuare a riferirsi genere individuato direttamente, che a qualunque cosa possegga quelle proprietà: si ammette che in passato ci si riferiva allo stesso genere pur descrivendolo con proprietà in parte errate, o non necessarie (domani si potrebbe scoprire lo stesso delle proprietà attuali). In tal caso, la definizione si comporta più come definitio rei, che è fattuale e dunque può risultare errata, che come definitio nominis, che è convenzionale.
Invece per predicati, come ‘rosso’ non giungiamo ad avere (nel linguaggio comune) termini per le caratteristiche in base a cui li applichiamo: questo perché la proprietà che essi attribuiscono è abbastanza “semplice” (date le nostre abilità percettive, le nostre necessità pratiche, ecc.) da non richiedere e/o non permettere una individuazione consapevole ed esplicita delle sotto-caratteristiche che la individuano (ad es. delle sfumature che compongono il rosso).
Questi predicati restano dunque alla stadio primitivo, con riferimento diretto e intensione implicita (il concetto della proprietà denotata).
Le cose possono tuttavia sempre cambiare se si crea un linguaggio tecnico (della pittura, della moda, ecc.) o scientifico (es., analisi fisica dei colori) in cui sia necessario definire esplicitamente il rosso tramite le varie tinte che lo compongono (porpora, carminio, ecc.) o tramite proprietà non osservabili fisicamente legate ad esso (es. tramite la lunghezza d’onda) che siano state riconosciute e denominate dopo l’introduzione di ‘rosso’. In tal caso, nuovamente, esse possono essere usate o come denfinitio nominis, che fissa il riferimento, che dunque diventa indiretto, o definitio rei, che non fissa il riferimento, che resta rigido.
In tutti questi casi,
- abbiamo intensione (senso, connotazione, comprensione) ben distinta dal riferimento
- può esserci intensione (senso, ecc.) senza riferimento
- inoltre il riferimento può diventare indiretto e flessibile.
Abbiamo visto dunque che in momenti distinti e successivi, un’espressione può acquistare:
un’ intensione implicita; una caratterizzazione esplicita, in forma di stereotipi; una definzione; un riferimento flessibile
Nel momento in cui un’espressione acquista un’intensione esplicita, se la stessa intensione può essere espressa da descrizioni diverse (se esistono le risorse linguistiche per farlo), a seconda che queste descrizioni siano più o meno simili tra loro, condivideranno, oltre all’intensione, anche la comprensione, il senso o la connotazione.
(es.: ‘poliziotto’, ‘agente di pubblica sicurezza’, ‘membro della Polizia di Stato’, ‘sbirro’, ecc.)
In realtà
In realtà il linguaggio nasce olisticamente tutto insieme, forse non ci fu mai uno stato di natura in cui esistessero solo i termini primitivi dei primi stadi.
I rapporti di precedenza e successione che qui sono stati esposti come rapporti cronologici sono tutt’al più concettuali.
Però il mito insegna che:
- Il monismo semantico è corretto nel senso che per i termini primitivi non c’è un’intensione (senso, ecc.) esplicita e completa, e le risorse linguistiche con cui in seguito posso costruire descrizioni e quindi intensioni sono sempre, in origine, termini puramente referenziali.
- Il bipolarismo semantico è corretto nella misura in cui un’intensione (senso, ecc.) almeno embrionale e implicita esiste sempre, e poi diventa esplicita quando da un lato
a) sono interessato, oltre che a riferirmi agli enti, a descriverli, ossia ad analizzarne le proprietà, o comunque a indagare certi agglomerati di proprietà, sia che siano esemplificati in enti esistenti, sia che no, e dall’altro
b) posseggo le risorse linguistiche per farlo.
- La teoria non descrittivista del riferimento è vera per i termini primitivi, ai primi stadi, e resta vera per molti termini anche agli stadi successivi.
- la teoria descrittivista è corretta per molti termini agli stadi posteriori, ma anche per i termini primitivi, nel senso che il riferimento diretto presuppone comunque un’intensione implicita che permette la reidentificazione dell’oggetto o del genere nelle successive applicazioni del termine.
Un caso particolare e limite è quando introduco nomi o descrizioni per enti inesistenti, che dunque possono funzionare esclusivamente in modo descrittivo, e non referenziale.
Un altro caso è quando introduco nomi per enti di cui non ho conoscenza diretta: essi hanno per forza di cose un’intensione, in quanto il riferimento deve avvenire tramite di essa; ma possono funzionare sia in modo referenziale che descrittivo, a seconda del tipo di interesse che ho e dell’uso che intendo farne.
Anche la stessa descrizione che, associata a un nome, ne esprime l’intensione, può essere usata sia in funzione descrittiva (“il fattore responsabile della trasmissione genetica avrebbe potuto non esser fatto di DNA”) che in funzione referenziale (“il fattore della trasmissione genetica è per sua natura costituito di DNA”)
Ciò vale anche di tutte le descrizioni che non sono associate a nomi come loro intensioni:
(“il presidente degli S.U. ha un grande potere”), (“il presidente degli stati uniti è texano”).
Pertanto, dal momento in cui tanto un referente quanto un’intensione esplicita sono disponibili, dipende dai parlanti usare uno stesso termine con riferimento diretto o indiretto; e molti termini (es. quelli di cui si danno definizioni scientifiche) si trovano in posizione intermedia.
Sulla possibilità che il
significato sia originariamente referenziale (in accordo con Agostino e contro
Witggenstein ) vedi la tesi di dottorato di Alberto gualandi: l’occhio, la mano
e la voce.
DUBBI E QUESTIONI APERTE
dunque, termini come
(a)‘Luigi’ ‘Lamberto’, e
(b) ‘bellezza’, ‘grandezza’, ecc. hanno una sorta di senso/intensione generico (<nome proprio di persona maschile>, <nome di proprietà>, ecc).
Allora sorge la seguente
Domanda:
i nomi di proprietà (b) hanno anche un senso/intensione specifico proprio. E quelli di persona (a)?
Risposta (1): no. Infatti il nominatum dei termini (b), è una proprietà, e dunque esiste il concetto di tale proprietà, che funge da intensione del nome. Invece il nominatum dei termini (a) è un particolare, e non esistono concetti individuali
Risposta (2): si, perché comunque c’è un concetto individuale di ciascuna persona, che sarà il senso/intensione del suo nome.
Dubbio:
Davvero esiste il concetto di un particolare?
Di quali sua caratteristiche si compone? Quelle essenziali? Quali sono? O di tutte? Ma sono infinite!
In realtà tutte le proprietà dei particolari sono contingenti, quindi non costituiscono un concetto di essi!
Infatti: Un concetto non è intrinsecamente universale?
Inoltre:
per esser competenti di una lingua, per comprenderne i significati, è necessario conoscere i sensi/intensioni di tutti i suoi termini.
Ma certamente della maggior parte dei nomi di persona non conosciamo il senso/intensione:
→ tali nomi non hanno senso/intensione!
Replica:
Lo hanno. Però sono praticamente infiniti di numero (tanti quante le persone),
quindi conoscerli tutti non può essere un requisito per la competenza linguistica.
Invece lo è per i nomi di proprietà, generi, ecc., che sono in numero assai più limitato.
In effetti
Si potrebbe dire che i termini che funzionano a riferimento diretto hanno ben 2 tipi di descrizione associata: quella ‘di superficie’, nota ai parlanti (‘questo liquido’; ‘questo bambino’; ‘il liquido a cui tutti i miei compatrioti (e in particolare gli esperti) si riferiscono con il termine ‘acqua’; ‘il bambino a cui suo padre si è riferito col nome ‘Aristotele’’)
E una “di profondità”, nota a nessuno o ad alcuni “esperti”, costituita dai criteri di identità (‘H20’; il DNA individuale? O i genitori e la data di nascita? O la maggioranza ponderata di tutte le proprietà dell’individuo? )
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[1] Vedi Penco 2000; Rorty,
[2] Austin, 1962/1990. Vedi Lycan 2000, cap. 12, Marconi 1999, pp. 79 sgg.
[3] Lycan 2000, III parte.
[4] Quine, 1948/1966, p.12; 1951/1966 § 1. Vedi anche Modulo C.
[5] Cfr. Lycan 2000, pp.93-94
[6] Cfr. Carnap, “Il superamento della Metafisica mediante
l’analisi logica del linguaggio”, in Pasquinelli (cur.), Il Neoempirismo, p. 516.
[7] Quine, 1951/1966. Vedi anche Modulo C.
[8] Lycan 2000, pp. 5 sgg.
[9] Lycan 2000, cap. 1
[10] AA.VV. (cur.) 2003
[11] Frege 1892/2003, pp.18-19
[12] Penco 2004, cap. 5; Casalegno 1997, cap. 2; AA.VV. (cur.) 2003 cap. 1.
[13] Per Kaplan e Perry addirittura tripolarismo: estensione, carattere e contenuto; cfr. Bianchi 2001.
[14] Per alcuni di questi vedi Frege 1892/2003.
[15] Come ad esempio J.S. Mill e Kripke. Su questo torneremo ampiamente più oltre.
[16] Carnap 1947/1976, p.108
[17] Carnap 1947/1976 p. 101 sgg; passim.
[18] Spesso lo si chiama ‘riferimento’, ma si tratta di un’imprecisione: referente è l’oggetto a cui ci si riferisce, riferimento è l’azione del riferirsi.
[19] Cfr. Abbagnano 1961, voci corrispondenti
[20] (1947)
[21] Perciò egli può proporre una notazione in cui non esistono nomi di classi e nomi di proprietà, ma solo un unico tipo di termini generali, che hanno la classe come estensione e la proprietà come intensione, e mostra (Carnap 1947/1976 § 27) che con tale notazione è possibile definire i concetti della matematica. Vedi per contrasto la sua critica dei metodi che comportano termini diversi per estensioni e intensioni: ibid., p. 228..
[22] Frege 1892/2003. Ma talora lo indica anche come ciò che un parlante competente della lingua comprende (carattere pubblico e intersoggettivo ), e in quindi come l’ intensione.
[23] In Putnam 1975b.
[24] Vedi Carnap 1947/1976, p.105-107: si può avere = intensione e diverso struttura intensionale, ossia senso
[25] Ma anche di C.I. Lewis: vedi Carnap 1947/1976, pp.101 sgg.
[26] Piuttosto che direttamente una proprietà o un genere, come si è detto, che restano invece sul piano ontologico.
[27] Cioè Gedanke, secondo la terminologia esatta di Frege 1892/2003.
[28] Anche se egli stesso lo spiega talora col verbo un po’ più specifico Bezeichen, designare.
[29] Carnap 1947/1976, cap II, §§ 25-26.
[30] Per i motivi esposti sopra.
[31] Meinong direbbe un oggetto incompleto.
[32] Nonostante egli critichi l’idea di Frege di indicare il valore di verità come Bedeutung degli enunciati: Carnap 1947/1976, pp. 193-4. Evidentemente, egli ritiene che non il valore di verità non risulti plausibile come nominato (quello che per lui è il Bedeutung di Frege), ma risulti plausibile come estensione dell’enunciato.
[33] Vedremo in seguito (a proposito di Meinong e dei termini vuoti) che si può evitare di dire che si riferiscono a fatti meramente possibili.
[34] Non della quale: per essa ci sono il nome e gli aggettivi che si riferiscono ad essa
[35] Vedi Lycan 2000, cap. 2.
[36] Frege 19892/2003, p. 20.
[37] Carnap 1947/1976, cap. 3, § 30
[38] Ricordiamo comunque che Carnap interpreta il Bedeutung di Frege come nominato, e noi in modo più generico come referente
[39] Mates 1950; Casalegno 1997, pp. 155-157; Marconi 1999 pp. 113-4.
[40] In “Dire che si crede”, in Bonomi 1983: cit. in Casalegno 1997, p.156.
[41] Russell 1905/1985, pp.186-189. Sulle tesi di “On Denoting” si veda il nmero monografico Mind 2005, uscito per celebrare il centenario del saggio di Russell.
[42] Russell 1905; 1905/1985 pp.183-184; vedi pure Orilia 2002, p.110.
[43] Russell 1919/2003, p.47.
[44] Russell 1905/1985, pp.183-184.
[45] Russell 1905/1985, p. 181
[46] Russell 1905/1985, p. 181;
1919/2003, pp. 47-51
[47] Russell 1905/1985, p.181, 194.
[48] Frege 1892/2003, pp. 30-31.
[49] Strawson 1950/1985.
[50] Su questo vedi anche Casalegno 1997, pp. 67-69.
[51] Russell 1919/2003, pp. 55-56.
[52] Due possibili critiche: il processo di definizione può essere finito ma circolare, tutto si impara per mezzo di tutto; l’ostensione non può essere il meccanismo basilare di apprendimento dei significati : ricerche filosofiche).
[53] Vedi Russell 1905/1985 p. 179-180;
Russell 1911, Russell 1918, p. 209.
[54] Come si è visto sopra, infatti, un complesso di entità non è sufficiente, bisogna ammettere anche una loro struttura o forma. Russell tuttavia non riesce a spiegare in modo soddisfacente tale forma e la sua relazione con le nostre credenze. Per questo viene criticato da Wittgenstein, fin che dopo qualche anno abbandona del tutto l’atomismo logico. Vedi De Francesco 2003, pp. XXIV-XXXI.
[55] Vedy Lycan 2000, pp.15-16
[56] Vedi Russell 1905/1985, p. 194; Lycan 2000 p.17
[57] Vedi Russell 1905/1985, pp. 190-191; Lycan 2000, pp.17-18
[58] Vedi anche Russell 1919/2003, pp.51-53.
[59] Vedi Lycan 2000, cap. 2.
[60] Vedi Frege 1892/2003.
[61] E’ quello che Orilia chiama «dato meinongiano fondamentale».
[62] Vedi Russell
1905/1985; Russell 1919/2003; Lycan 2000, cap. II.
[63] Come suggerito anche in Husserl 1999b.
[64] Ossia se diamo al quantificatore un’interpretazione sostituzionale.
[65] Ossia, dobbiamo dare al quantificatore un’interpretazione oggettuale.
[66] “Le descrizioni”, in AA.VV (cur.) 2003, p. 47.
[67] Meinong 1904/2003.
[68] Ma si noti, in un senso diverso da quello da noi utilizzato sopra!
[69] Vedi Carnap1947/1976, p.108. Lewis ammette dunque un’area più ristretta di oggetti intenzionali di Meinong, in quanto la sua definzione di comprensione esclude oggetti corrispondenti a concetti contraddittori, che invece meinong ammette, come il quadrato rotondo.
[70] Vedi la discussione di questo punto al precedente capitolo (C).
[71] Su questo vedi Quine 1948/1966, p.5.
[72]
Russell 1905. [controllare questa citazione ed
eventualmente riportarla già al cap. (C)] . Vedi pure Orilia 2002 p.110.
[73] Russell 1905/1985 pp.183-184; vedi pure Orilia 2002, p.110.
[74] In Husserl 1999b.
[75] Qualcosa del tipo di quella che Frege chiama la “rappresentazione”.
[76] Vedi Alai 1994, pp. 65-68.
[77] Problema analogo a quello del “terzo uomo” di Platone.
[78] Vedi paragrafo precedente
[79] Vedi Carnap1947/1976, § 16.
[80] Russell 1919/2003, p.47.
[81] In Orilia 2005.
[82] Infatti il senso è a sua volta una funzione della verità in tutti i mondi nozionali possibili, e l’intensione della verità in tutti i mondi possibili; ma gli enunciati categorici diretti sono quelli il cui valore di verità è determinato già semplicemente dal mondo attuale: sono dunque un caso particolare semplificato.
[83] Meinong 1904/2003, § 4.
[84] Ibidem.
[85] Vedi Fodor 1975.
[86] Ogni concetto, in altre parole, implica la presenza di certe proprietà e l’assenza di altre, ma nulla sulla maggior parte delle proprietà.
[87] V. Lycan 2000 pp. 31 sgg.
[88] Vedi Lycan 2000 cap. 3.
[89] In Kripke, 1972/1982; vedi Lycan 2000, cap. 4; Marconi 1999 § 3.2; Penco 2004 …. Casalegno 1997, …
[90] Lycan 2002, pp.53-55. La mia attenzione è stata richiamata su questa obiezione da Andrea Merlini.
[91] Vedi Kripke, 1972/1982; vedi Lycan 2000 cap. 4; Marconi 1999 § 3.2; Penco 1994 …; Casalegno 1997….
[92] Cfr. Lycan 2000, p.68.
[93] Putnam, 1975b.
[94] Putnam 1975b, p. 227; AA.VV. 2003,
p. 185.
[95] Vedi ad es. Kuhn, 1962/1969, cap. IX, p.130.
[96] Vedi Paternoster, (cur.) 1999; Marconi 1999, §§ 3.3, 3.4.
[97] Putnam, 1975b.
[98] Vedi Lycan 2000, pp. 76-85
[99]
Quelle che Frege chiamerebbe le “rappresentazioni” soggettive.
[100] Cfr. E. Napoli: il sistema fido-fido, il sistema del
cartellino, è l’unico possibile per i nomi “primitivi”