Mario Alai
Appunti del corso di filosofia del Linguaggio 2010-2011
Il significato e la sua determinazione
attorno a metà del Novecento
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Obiettivi formativi: Con Frege e il Tractatus di Wittgenstein si afferma all’inizio del ‘900 una concezione bipolare e verocondizionale del significato, poi formalizzata da Carnap in termini di estensione e intensione. Ma come si fissa il significato? Cioè, come il linguaggio si connette al mondo da un lato e alla mente dall’altro? I Nepositivisti risposero in termini di esperienze di verifica. Ma il verificazionismo per un verso consentiva di riferirsi solo a stati di cose osservabili, e per un altro presupponeva il riduzionismo. Criticando quest’ultimo, Quine rigettava dunque il concetto di intensione, concludendo a una radicale indeterminatezza del significato. Nelle Ricerche Filosofiche Wittgenstein propone l’idea alternativa che il significato sia fissato dall’uso. Essa consente di analizzare i significati nei loro contesti concreti con precisione senza precedenti, ma incontra a sua volta seri problemi se intesa come tesi sulla natura del significato. Lo studio di queste tematiche e la lettura di alcuni dei testi più classici introdurranno al pensiero di Quine e del “secondo” Wittgenstein, gli autori che più hanno influenzato la filosofia del linguaggio nella seconda metà del XX secolo. In tal modo il corso mira anche a familiarizzare gli studenti con lo stile argomentativo formale e rigoroso della “filosofia “analitica”. E’ pertanto raccomandabile frequentare le lezioni dall’inizio, attivamente e regolarmente. Chi non fosse in grado di frequentare può ugualmente preparare l’esame sui testi indicati, ma serve un’ attenta applicazione, nonché attitudine allo studio autonomo, all’analisi e al pensiero astratto. |
Programma del corso:
La
doppia dimensione del significato: da Frege a Carnap. Semantica
verocondizionale e descrizioni di stato. Sostituibilità, modalità,
controfattuali. Senso, colore, forza. Il verificazionismo e i suoi problemi.
Quine: critica dell’analiticità e dell’intensione; traduzione radicale;
relatività ontologica e inscrutabilità del riferimento; obiezioni. Le Ricerche Filosofiche: uso e comprensione,
uso e riferimento; giochi linguistici; somiglianze di famiglia; seguire una
regola; linguaggio privato; linguaggio psicologico; il vedere; problemi
del significato come uso.
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Testi di studio: Selezione dagli autori 1. P.
Casalegno et al., Filosofia del linguaggio, a cura di A. Icona
e E. Paganini, Raffaello Cortina, 2003. 2. W.V.O. Quine, “Due dogmi dell’empirismo”, (nell’antologia (1) o in W.V. Quine, Da un punto di vista logico, Raffaello Cortina). 3. W.V.O. Quine “Relatività ontologica”, (nell’antologia (1) o in W.V. Quine, La relatività ontologica e altri saggi, Armando Editore, 1986). 4. W.V.O. Quine, Parola e oggetto, Il Saggiatore 1970, cap. II (brani indicati a lezione). Manuali 6. P. Casalegno, Filosofia del linguaggio. Un’introduzione, Carocci, 1998, cap. 9. 7. W. Lycan, Filosofia del linguaggio, Cortina Editore, 2002, cap. 6, 8. 9. D. Marconi, La filosofia del linguaggio. Da Frege ai giorni nostri, UTET, 1999, pp. 49-55, 62-72, 86-96. 10. P. Casalegno, Brevissima
Introduzione alla filosofia del linguaggio, Carocci 2001. 12. E. Picardi, Linguaggio e analisi filosofica. Elementi di filosofia del linguaggio, Patron, Bologna, 1992. |
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Modalità di accertamento: Prova orale (o scritta, facoltativa, al preappello). Programma: (A) Frequentanti: argomenti trattati a lezione e testi 2-5. Per un approfondimento (facoltativo) è possibile usare le parti indicate dei testi 6-9. (B) Non frequentanti: un saggio a scelta dall’antologia (1) e i testi 9 e 10 per intero. In alternativa, oltre a un saggio dall’antologia (1), i testi 8 e 10 (interi), oppure 7 (pp. 1-199), o 11 (intero), o 12 (intero). Oppure ancora: : testi 2-9 (solo parti indicate) (C) Reiterazioni: se frequentanti programma (A), se non frequentanti tutta l’antologia (1). (D) Per l’esame da 12 crediti: programma (A) o (B) più tutta l’antologia (1). (E) Programma per 5 crediti: i frequentanti possono omettere il testo 4, i non frequentanti un capitolo del manuale prescelto. |
INTRODUZIONE
Solitamente si capisce al volo quel che si dice, senza
riflessione
Ma a volte nel discutere di problemi più delicati il linguaggio
sembra diventare uno strumento
- non abbastanza preciso (come un pennello troppo grosso per
certe sfumature)
- o che non sappiamo maneggiare bene (come una smerigliatrice che
ci sfugge di mano)
- o di cui non conosciamo l’uso adatto (come che usa un seghetto
da legno per il metallo o diluisce lo smalto con acqua)
Allora bisogna chiarirsi su
-
quel
che è il linguaggio
-
come
funziona in generale
-
quali
sono gli usi e i significati corretti dei termini, ecc.
→ molte discussioni filosofiche diventano discussioni sul
linguaggio,
e spesso diventano filosofia del linguaggio
Es.: Platone e Aristotele: filosofia essenzialmente come analisi
dei significati di molte parole “chiave” (di ‘giusto’, “bello”, “vero”, ‘causa’
ecc.)
Bacone, Locke, ecc.: ruolo della filosofia nell’eliminare gli
ostacoli epistemologici causati dalle confusioni linguistiche e dalle
imprecisioni del linguaggio (termini privi di riferimento, ecc.)
“Svolta
linguistica” dell’inizio del ‘900[1] :
- filosofia analitica (cioè filosofia
come analisi concettuale: Frege, Wittgenstein, Russell, Ayer, Austin …Quine)
-
neopositivismo (circolo di Vienna e di Berlino: Schlick, Neurath, Carnap,
Hempel –
-
fenomenologia, esistenzialismo, ermeneutica, strutturalismo, scienze umane …
Tutti
i problemi filosofici (metafisici, antropologici, epistemologici, etici, ecc.)
sono problemi linguistici!
-
Eccessivo!!! Vi
sono anche questioni non linguistiche (ma ontologiche, epistemologiche, etiche,
ecc.)
-
Ma con una parte
di verità
La filosofia del linguaggio è
tuttora:
-
un’avventura
stimolante: il capire è fine a sé stesso
-
un importante
strumento di analisi filosofica e consapevolezza culturale
Filosofia del linguaggio dei filosofi
analitici
Cos’è
il linguaggio? Un insieme di parole
Cosa
sono le parole?
–
segni grafici (token)
No: tipi
di segni grafici!
-
anche suoni! O
meglio, tipi di suoni!
‘cane’
in alfabeto latino, in Braille, pronunciato: è la stessa:
una
sequenza ordinata di fonemi o delle loro rappresentazioni grafiche.
-
brupertong: non è
una parola
una
sequenza ordinata di fonemi o delle loro rappresentazioni grafiche dotata di
significato.
Inoltre:
-
“carlo
approfonditamente tra rosso”: un insieme di parole alla rinfusa non è un
linguaggio
-
Linguaggio = un
insieme di frasi
-
Frase = insieme
di parole dotato di significato
Nozione
chiave per capire il linguaggio è quella di significato
→
per la filosofia del significato è centrale lo studio della semantica
(=del significato)
Suddivisione ormai classica (Peirce, Morris …):
3 settori della filosofia del linguaggio: Sintassi,
semantica, pragmatica
Sintassi:
Il linguaggio è un sistema di segni: quali sono le
strutture rilevanti di questo sistema? I rapporti formali tra le parti? modi
corretti di ordinare tra loro le parole, di comporre e scomporre espressioni in
pratica comprende: grammatica, sintassi (in senso stretto), logica.
Semantica:
Le parole hanno dei significati:
cos’è il
significato?
(più o meno) ha a che fare col fatto che le parole
simboleggiano cose ed esprimono pensieri
(doppia dimensione del significato: ontologica e
logica)
(significato come relazione linguaggio-mondo e
linguaggio-mente)
Come questo è possibile?
a) come il linguaggio si connette al mondo?
Che tipo
di rapporti esistono tra parole e pensieri e parole e cose?
b) Come il linguaggio si connette ai pensieri? (“prima di
parlare collegare il cervello”)
Che
significa comprendere i significati delle parole di un linguaggio?
E poi:
quali espressioni hanno significato e quali no?
quale significato
ha ciascuna espressione?
La moderna filosofia del linguaggio nasce con Frege,
Russell e Wittgenstein, a cavallo tra ‘800 e 900.
Ma Wittgenstein: ineffabilità della semantica;
neopositivisti molto interessati alla filosofia del
linguaggio: forte cautela sulla semantica (a) non c’erano ancora gli strumenti
tecnici (b) prevaleva il timore che parlare di rapporti tra linguaggio e mondo
fosse metafisica, e parlare di rapporti tra linguaggio e soggettività fosse
psicologia)
→ solo sintassi
Poi da Tarski (Il concetto di verità nei linguaggi
formalizzati, 1935) e Carnap (lavori negli anni ’30 e ’40, fino a Meaning and Necessity, 1947 ….) ha
iniziato a esser studiata ed è divenuta sempre più importante, anche per la
filosofia della scienza ecc..
Pragmatica: Noi usiamo il linguaggio. In quali modi? In che
rapporto sta con le nostre azioni?
Inizialmente non si pensava fossero problemi
filosofici, ma pratici.
Lo diventano dalla pubblicazione delle Ricerche Filosofiche di Wittgenstein in
poi
IL PROBLEMA
DEI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA[2]
NUMERI: Naturali – razionali – irrazionali (o reali) –
irreali
“Dio fece i numeri naturali; tutto il resto è opera
dell'uomo” (Leopold Kronecker)
specie i reali (analisi matematica) necessari per la
fisica
Newton, Leibniz
Introdotti intuitivamente: analogia con la continuità
delle curve geometriche
Weierstrass, Dedekind, Cantor, Kronecker:
aritmetizzazione (deduzione rigorosa dalla teoria dei numeri naturali)
A questo punto:
1) Si può dare una assiomatizzazione (es.: Elementi di Euclide) dell’aritmetica,
sottraendola al carattere intuitivo per darle forma rigorosa?
2) Si può dare una definizione rigorosa del concetto
di numero naturale?
3) Di che natura sono le verità aritmetiche?
- analitiche a priori (es.: nessuno scapolo è sposato).
Ma se così, perché sono tanto utili ?
- sintetiche. ma allora sono anche a posteriori ?
- Platoniche?
Rispondendo si sarebbe dato un solido fondamento a
tutta la matematica!
Giuseppe Peano
(1852-1932): notazione simbolica adeguata; sistema assiomatico (5 assiomi, 3
simboli primitivi, non interpretati: sistema logico, o sintattico.
Se si interpretano i 3 primitivi: zero, numero
naturale, successore, diventa un sistema aritmetico:
- Risponde a (1)
Gottlob Frege (1848-1925)[3]
Per affrontare tali problemi riprende il programma di
Leibniz:
- Characteristica
(come Peano, il cui lavoro viene molto migliorato col Begriffsschrift, 1879)
- Calculus
ratiocinator (già in parte elaborato da Boole e De Morgan). Il loro lavoro
viene completato:
i. analisi della proposizione:[4]
-
non più
soggetto-predicato (Giovanni ama Rita, Rita è amata da Giovanni: =
proposizione, ≠ soggetto predicato), ma
-
funzione–argomento:
Funzione = relazione in cui a ogni argomento
corrisponde 1 solo valore (ma non viceversa) Es: operazioni aritmetiche; scale di
misura; funzioni sociali (es.: preside della facoltà di __ ) ecc. ecc.
Gli
oggetti “insaturi” (es.: ‘…ama…’; ‘… è uomo’, ecc.) sono funzioni da oggetti
saturi (argomenti) a oggetti insaturi (valori).
Come
manichini, che vanno “rivestiti”:
‘… è uomo’ : funzione {oggetti
→ V/F} es.: Carlo→V;
Torino→F
‘ama’ : funzione {coppie ordinate
→ V/F}
(il manichino può esser rivestito/completato in maniera
corretta/scorretta; bella/brutta (vera/falsa).
ii. assiomatizza la logica:[5]
- introduzione dei quantificatori con cui
si formalizza la logica dei predicati,
- introduce il segno di identità come
ulteriore operatore logico
- costruzione del sistema assiomatico
distinguendo:
- termini primitivi / definiti
- assiomi / teoremi (es.: geometria)
- regole di definizione (di termini
derivati da termini primitivi)
- regole d’inferenza (es.: Modus Ponens)
In tal modo
-
definisce il
concetto di numero in termini logici e insiemistici:
numero= insieme degli insiemi equinumerosi
-
0 = insieme degli
insiemi vuoti
-
1 = insieme degli
insiemi equinumerosi a { 0 }
-
2 = insieme degli
insiemi equinumerosi a {0, 1}
-
Ecc.
(perché insieme di insiemi? Platone: che cosa c’e’ di
comune ai molti? Es.: tre pere e tre mele non sono la stessa cosa. Ma hanno in
comune (anche con ogni altro gruppo di tre) la stessa cosa: il numero)
Quindi, oltre a perfezionare la risposta di Peano a
(1) con una miglior assiomatizzazione
dell’aritmetica, risponde a (2), di conseguenza a (3): le verità matematiche
sono verità logico-insiemistiche (logicismo)
Ma: la logica stessa non si basa su altro che sulle
strutture sintattiche e semantiche del linguaggio, che dunque Frege è portato
ad approfondire per chiarire questi problemi di filosofia della matematica
Inoltre, Frege (anche se non in modo esplicito)
accompagna all’analisi sintattica del linguaggio un’analisi semantica,
intesa come la determinazione di come il valore di
verità degli enunciati è determinato in funzione dei loro componenti (termini o
enunciati elementari - cioè come assegnazione di un’interpretazione nell’usuale
senso dei logici)[6].
Una semantica così intesa a lui sarebbe bastata, per i
suoi fini di logico; ma egli aveva anche un interesse filosofico, che lo porta
ad andare oltre, fornendo una semantica completa, ove si occupa del significato
(che distingue in senso e tono: vedi sotto), e del riferimento (il riferimento
non è da lui considerato parte del significato, in quanto si può comprendere
un’espressione senza conoscerne il riferimento)[7]
Frege pertanto compie riflessioni che consentono di
attribuire a lui (oltre alla nascita della logica contemporanea) anche la
nascita della filosofa del linguaggio ( e in particolare della semantica) contemporanea
Idee di Frege che sono rimaste come parte del
“paradigma dominante” del Novecento[8]:
- Bipolarismo semantico: senso e referente (vedi sotto)
- Senso degli enunciati: condizioni di verità (vedi
sotto)
→ Wittgenstein e neopositivisti (ma già
Aristotele): hanno senso solo le proposizioni (quelle che possono essere V o F)
- Composizionalità del significato: chiave per
la plasticità del linguaggio (v. sotto)
- Distinzione tra
l’atto del pensare e i suoi contenuti oggettivi (antipsicologismo, o “espulsione
dei pensieri e dei significati dalla mente”) (v. sotto)
-
Ricorso a un linguaggio
ideale o artificiale (come quello dei sistemi logici)
per evitare le vaghezze, imprecisione, ecc del
linguaggio comune
(ricorso che sarà accettato dal primo Wittgenstein e
dai neopositivisti,
rigettato dal Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche e
dalla filosofia del linguaggio comune)
Russell e
Whitehead Principia Matematica (1910-1913): realizzano quel che Frege ha
mostrato esser possibile: costruiscono un sistema, che assiomatizza l’aritmetica su basi logiche
Resta la domanda: se le verità matematiche sono verità
logiche, che verità sono quelle logiche ???
Wittgenstein Tractatus
logico-philosophicus (1921-1922)
risponde:
sono tautologie
(né empiriche, né platoniche).
A. teoria referenziale ingenua del significato[9]
Riprendiamo
le
parole stanno per qualcosa, simboleggiano qualcosa, denominano
qualcosa
→
significato = l'oggetto per cui la parola sta
Un
esempio:
S.
Agostino, Confessioni I, 8 (cit. in
Wittgenstein, Ricerche Filosofiche)[10]
Dall'infanzia … passai dunque nella fanciullezza... Del modo come appresi a parlare mi resi conto solo più tardi. Non mi ammaestrarono gli anziani, suggerendomi le parole con un insegnamento metodico, come poco dopo per la lettura e la scrittura; ma fui io stesso il mio maestro … : quando i circostanti chiamavano con un certo nome un certo oggetto e si accostavano all'oggetto designato, io li osservavo e m'imprimevo nella mente il fatto che, volendo designare quell'oggetto, lo chiamavano con quel suono. Che quella fosse la loro intenzione, lo arguivo dal movimento del corpo, linguaggio, per così dire, comune di natura a tutte le genti e parlato col volto, con i cenni degli occhi, con i gesti degli arti e con quelle emissioni di voce, che rivelano la condizione dell'animo cupido, pago, ostile o avverso. Così, udendo le parole ricorrere sempre a un dato posto nella varietà delle frasi, e udendole di frequente, riuscivo gradatamente a capire quali oggetti designassero, finché io pure cominciavo a usarle, dopo aver piegato la bocca ai loro suoni, per esprimere i miei desideri..
Nomi:
simboleggiano oggetti
Aggettivi:
simboleggiano proprietà
Verbi:
simboleggiano azioni
Ecc.
Problemi:
1) termini sincategorematici: ‘e’, ‘ma’,
‘perché’, ‘anche’, non …
hanno
significato ma non stanno per oggetti
Soluzione
parziale: non hanno significato in sé
compiuto
- si
e no: li comprendiamo, li traduciamo, anche in isolamento … ma non stanno per
oggetti!
2) Enunciati: hanno significato ma non
stanno per oggetti
Soluzione
(a): il loro significato non è
che la somma dei significati dei loro componenti (ossia, l’insieme degli
oggetti a cui si riferiscono i termini che lo compongono)
no: - il
cacciatore insegue il leone
- il leone insegue il cacciatore
Dunque,
c’è anche una struttura! Ma non è un oggetto!
Soluzione (b): stanno per fatti (o stati di cose)
i
fatti (= componenti + struttura) (Wittgenstein, Tractatus: i componenti non
sono infiniti, ci sono dei semplici assoluti)
- E
gli enunciati negativi? – stanno per fatti negativi – ne esistono ???
Forse si; oppure:
dicono che i corrispondenti
enunciati positivi sono falsi
-
Enunciati falsi, o fantastici? – stanno per fatti possibili (= stati di
cose) ??? - molto dubbio!
-
cosa sono i fatti? Non certo oggetti! (es.: ci sono milioni di fatti su questo
tavolo!!! Inoltre variano secondo come li descrivo, il linguaggio che uso, ecc.
Es.: il fatto che la penna è sopra il tavolo; il fatto che il tavolo sostiene
la penna, i.f.c. la penna è appoggiata sul tavolo; i.f.c. la mia penna è sul
tavolo ….)
- in
alternativa: esiste un unico grande fatto (paradossale!)
-
In realtà i Fatti
non sono altro che l’ombra degli enunciati: per quanti enunciati formulo, tanti
fatti ci sono (sono pleonastici)
-
No: ‘la penna è
sul tavolo’, ‘the pen is on the table’ ‘la plume est sur la table’:
-
lo stesso “pensiero”!
Allora: i fatti sono l’ombra dei “pensieri”! Dunque
Soluzione (c): gli enunciati non stanno per fatti ma per “pensieri”
-
può essere, ma:
Frege: cosa s’intende per “pensiero”? Es: luna al cannocchiale
Es.: concetto:
penna vs. atto mentale: penna
proposizione
‘la penna è sul tavolo’ vs. atto mentale ‘la penna è sul tavolo’
Il
linguaggio è intersoggettivo: gli enunciati stanno a pensieri come
proposizioni, non come atti mentali
Idem
per gli oggetti matematici, logici, ecc.
La
psicologia non ci dice nulla di interessante sui significati del linguaggio e
sulla logica e matematica
(ecco
un primo chiarimento sui rapporti parola-pensieri: ne esistono due tipi (logici
e psicologici), e la parola ha rapporto con entrambi, ma … entrambi
direttamente o con l’uno per mezzo dell’altro? E quale?
-
Questo per il realista. Per il nominalista non ci sono pensieri,
solo parole e oggetti (v. Quine: Parola e
oggetto). Per il concettualista solo parole e atti mentali
® Frege (assieme a Husserl) dà inizio all’
Antipsicologismo del Novecento, recepito dal Neopositivismo logico,
ecc.:
la
filosofia non come analisi psicologica, ma come analisi logica (=non di oggetti
mentali, ma astratti (realista), oppure di segni concreti (nominalista))
carattere
comune alla filosofia analitica.
Solo
oggi sta mutando qualcosa: filosofia del linguaggio e scienze cognitive[11]
dunque:
soluzione (d): gli enunciati stanno per proposizioni
problemi:
-
oggetti
metafisicamente dubbi
-
non sono entità
concrete, ma astratte. Non può valere l’idea del significato come riferimento a
oggetti del mondo! → si abbandona il monismo semantico!
3) termini vuoti (Pegaso)
-
risposta analoga: significato =
un’idea (o “pensiero”, o concetto, o simili)
4) Espressioni che simboleggiano lo stesso
oggetto, ma hanno ¹ significato:
Es.:
il professore di epistemologia - il
professore di filosofia del linguaggio
Espero -
Fosforo, ecc.
-
risposta analoga: significato = un’idea
(o pensiero, o concetto, o simili)
un
aspetto particolare di questo problema:
(5)
Frege: informatività dell’identità: [12]
Cominciare
a leggere a casa: Sinn un Bedeutung
(i)
La regina d’Inghilterra è (=) Elisabetta II
perché
è vera? Perché l’espressione a destra e quella a sinistra hanno per significato
la stessa persona. Ma allora sono come A=A
-No,
A=A non è informativo, mentre (i) si ® è come A=B
-
No: sarebbe falsa
Risposta:
designano lo stesso oggetto ma lo designano in modi diversi (ne dicono cose
diverse, esprimono su di esso idee diverse)
un
altro aspetto particolare di questo problema:
(6) fallimenti della sostituibilità:
se due
termini hanno lo stesso significato, posso usare l’uno o l’altro, e non cambia
nulla, no?
Es.:
se sostituisco un termine dentro un enunciato vero/falso con uno di =
significato, l’enunciato deve restare vero/ falso (Principio di
sostituibilità salva veritate)
Es.:
“Walter
Scott era scozzese”: VERO / “L’autore di Waverley era scozzese”:
VERO
Tuttavia:
“Re
Giorgio IV desiderava sapere se Walter Scott fosse l’autore di Waverley”: VERO
“Re
Giorgio IV desiderava sapere se l’autore di Waverley fosse l’autore di Waverley”:
FALSO!
COME
MAI?
Perciò Frege ripropone una
CONCEZIONE BIDIMENSIONALE[13] DEL SIGNIFICATO
che
peraltro molti hanno anticipato, sin dall’antichità:
il
significato a volte è un oggetto, a volte una “nozione” ( = pensiero, concetto
o proposizione), a volte entrambi:
|
Stoici: lektòn (= ciò che è detto) nome oggetto |
Peirce: triade semiotica[14] idea segno oggetto |
L’idea
che esprime e le cose a cui si riferisce: doppia dimensione del significato:
- referenziale:
c’è un oggetto nel mondo che l’espressione designa,
o a cui si riferisce
- nozionale:
c’è qualcosa che l’espressione ci comunica e noi comprendiamo quando
comprendiamo il linguaggio: nozione, idea o pensiero
(significato
= rapporto linguaggio-pensiero/informazione
+ rapporto linguaggio-mondo).
Un’idea
non nuova nella storia della filosofia:
Nella
storia della filosofia quelli che abbiamo chiamato ‘nozione’ e ‘oggetto’,
dimensione nozionale / referenziale, sono stati caratterizzati e chiamati in
modi diversi:
|
Dimensione |
Porfirio, Arnauld e Nicole (Logica di Port-Royal) |
Scolastici, C.I. Lewis[15], Carnap[16] |
Mill |
Frege |
Carnap (traducendo
Frege) |
Quine, altri |
|
nozionale: dell’Idea |
Compren-sione |
Intensione |
Conno-tazione |
Sinn (senso) |
Senso |
Significato |
|
referenziale:dell’oggetto |
estensione |
estensione |
Denota-zione |
Bedeutung (significato) |
Nominato |
Referente[17]
|
-
N.B.: attenti
alle confusioni terminologiche!
-
come detto sopra,
noi adotteremo: significato = dimensione nozionale + dimensione referenziale)
NB:
in realtà queste coppie, che spesso si
tende a identificare o sovrapporre, non fotografano esattamente la
stessa dicotomia.
Ci sono infatti diversi modi in cui
si può intendere sia
- l’idea
espressa: (concetto astratto o platonico, idea psicologica,
pensiero, giudizio...) sia
- le
cose cui ci si riferisce (oggetti, o anche proprietà, insiemi,
fatti, stati di cose …),
e
tra l’altro non tutti questi modi sono rappresentati da (tutte) le distinzioni
appena introdotte.
Inoltre, dal momento che questa doppia dimensione ha
un valore del tutto generale, si presume giustamente che si applichi a ogni
forma di espressione dotata di significato, e dunque non solo a termini
(nomi, aggettivi, verbi, interi enunciati). Ma si vede
come il modo in cui questi diversi tipi di espressione si riferiscono alle cose
è diverso, e non tutti i concetti sopra elencati si applicano correttamente ai
diversi modi di riferirsi
Ma su questi dettagli non ci addentriamo .
Le coppie[18]
intensione
(= intentio, ciò che si intende, o si pensa) – estensione (=
extentio, l’estensione di applicazione dell’espressione),
comprensione (= i caratteri che il concetto comprende, o quel che
il parlante comprende di un’espressione) – estensione
connotazione (= il modo di denotare, di contrassegnare) - denotazione
(= quel che l’espressione contrassegna, notifica, designa),
sono
quasi concordemente spiegate da vari degli autori che le propongono come la contrapposizione
tra il concetto (o insieme di concetti)
espresso, e l’ insieme delle cose di cui l’espressione è vera, o a cui questo
concetto/insieme di concetti si applica:
ad
es.,
per il termine ‘uomo’,
intensione/comprensione/connotazione sarebbe il concetto di uomo,
ossia
l’insieme di proprietà e relazioni che caratterizzano un uomo,
o le
proprietà e relazioni comprese
nel concetto di uomo,
oppure
l’insieme di concetti ‘essenziali’ o che bastano a definire l’uomo, per es., la
coppia di concetti animale e razionale, o bipede e implume;
l’estensione/denotazione
sarebbe invece l’insieme degli uomini.
Es.:
Nove vs. il numero dei pianeti: ¹ intensioni, =
estensione (1 stesso oggetto);
Fosforo (= Stella del mattino) vs. Vespero (= Stella
della sera): idem
Carnap[19]:
-
ricostruisce in
modo rigoroso questa dicotomia in termini di teoria dei modelli
-
sostiene che la
dicotomia di Frege non coincide con questa
Leggere a casa “Sinn und Bedeutung”
Frege:
Tutti
i generi di espressione hanno un
Bedeutung (“significato”, cioè per Frege l’oggetto di cui
l’espressione è un nome, ciò che essa significa: noi diremmo l’oggetto
designato o denotato, o il referente: piano referenziale)
E un
Sinn
(= senso): Frege lo definisce come
- il modo in cui l’espressione indica il suo oggetto,
o Bedeutung, il suo modo di denominare,
e
talora come
- ciò
che un parlante competente della lingua comprende quando la sente (piano
nozionale), ossia, per gli enunciati, un gedanke,
( = pensiero, o proposizione (carattere pubblico e intersoggettivo)[20]
es.:
-
Mio cognato; il fratello di mia moglie; lo zio di mio figlio: stesso Bedeutung, dato o descritto in ¹ modi: ¹ sensi
- Karol
Wojtyla, Giovanni Paolo II: due modi di denominare, un solo
denominato
Ci sono due idee del riferimento all’opera negli
scritti di Frege, concetti che egli usa in modo complementare ma non sempre si armonizzano: riferimento come
interpretazione, e referente come ruolo semantico (contributo dell’espressione
al VdV delle espressioni in cui compare) e riferimento come relazione di denominazione(quest’ultimo
ha a che fare col suo realismo, contrapposto all’idealismo imperante: il
linguaggio parla di oggetti del mondo esterno. In realtà quest’ultima non è
indispensabile, e funziona bene solo per i nomi: solo con grande fatica si può
adattare alle espressioni incomplete, e ancor meno agli enunciati. (vedi anche
Dummett 1973, 190 sgg., 199-203: Dummett mostra che però in frege esse sono
complementari, non si può tenere l’una senza l’altra); 409 sgg, 426 sgg. e
altrove. Anche Carnap respinge il ‘metodo della denominazione’ di Frege)
(1) Termini particolari = nomi propri: ‘Monte Bianco’, ‘Giuseppe Garibaldi’;
Bedeutung:
l’oggetto: il Monte Bianco, la persona G.G.
Sinn:
(a) il concetto individuale, l’idea astratta di quell’oggetto; normalmente
si ritiene che sia sinonimo ad una qualche descrizione (definita), ad esempio:
‘oro’
= il metallo prezioso giallo e incorruttibile
‘Obama’
= politico di pelle nera che ha vinto l’elezione a presidente USA
‘Monte
bianco’ = La montagna alta
- ma
qual è l’idea connessa, il concetto espresso da essi? Sono infinite possibili
idee o concetti!!!
Infatti
J.S. Mill: nessuna intensione: è solo un ‘cartellino’ (come il numero del
detenuto)
→
riprenderemo sotto la discussione
Tuttavia non è affatto necessario pensare il Sinn come una descrizione:
esso
è semplicemente
(b) il modo di indicare il
referente
Frege fa l’esempio di un viaggiatore che scopre una
montagna da sud, e la chiama Afla, e uno da nord e la chiama Ateb, e queste due
nomi non sono affatto sinonimi di descrizioni; però ci vorranno ricerche
empiriche per scoprire che le due montagne sono la stessa, i due nomi sono
comunque due diverse “strade” per identificare il referente.[21]
(2) Termini generali (= predicati = aggettivi, verbi e nomi comuni):
Bedeutung:
nel
modo più immediato di concepirlo sarebbe l’
insieme che ne forma l’estensione.
Es.:
‘Uomo’:
insieme degli uomini
‘rosso’:
insieme delle cose rosse
‘correre’:
insieme degli atti del correre
Ma Frege … lo
concepisce come un “concetto”, inteso come un particolare tipo di funzione. Ma è un dettaglio tecnico secondario, l’idea filosofica di fondo non è molto
diversa
Infatti: Frege sostituisce l’analisi soggetto/predicato
(variabilità
del linguaggio comune: attivo-passivo)
con funzione/argomento:
vedi sopra !!!
Bedeutung
(=referente) di ‘uomo’ : è una funzione oggetti → V/F
(dunque,
in pratica, l’insieme degli oggetti di cui ‘uomo’ è vero!)
Bedeutung
(=referente) di ‘ama’ : è una funzione coppie ordinate → V/F
(dunque,
in pratica, l’insieme delle coppie ordinate di oggetti in cui il primo ama il
secondo)
(Frege chiama tali funzioni ‘concetto’, ma non
sono concetti nel senso più comune della parola)
(Comunque,
una funzione è un insieme di coppie:
l’insieme degli oggetti o coppie che danno valore V: e se prendiamo solo
le coppie che hanno valore F, l’insieme degli oggetti che ne sono gli argomenti
non è altro, di nuovo, che l’estensione del predicato!)
Sinn:
per Frege, il modo di indicare il
referente E’ compatibile, e sensato, pensare a una
proprietà, o un insieme di proprietà, o un genere,
oppure l’idea o concetto di esse:
es.:
‘rosso’: la proprietà o l’idea del rosso;
‘uomo’:
la proprietà di essere umano, o il genere umano, o il concetto di uomo, o
l’idea di essere animale razionale, o bipede implume, o essere intelligente mortale,
ecc.
(3) Enunciati
Sinn:
un Gedanke (pensiero), (enunciati dichiarativi)
o
qualcosa che sta sullo stesso piano (comandi, domande, ecc.)[22] (Possiamo
pensarla come
una proposizione,
intesa come oggetto astratto, o platonico: non l’atto del pensare, ma il suo
contenuto: metafora della luna e del
cannocchiale);
Una
proposizione può essere espressa con diversa “forza”:
Es.:
la proposizione <Carlo corre>, o *il
correre di Carlo*
può
essere
- asserita:
che Carlo corre (un Gedanke, o pensiero, asserzione, o giudizio);
o
- domandata;
se Carlo corre (una domanda);
o
- comandata:
che Carlo corra (un comando),
ecc.
: esclamazione, lamento, benedizione, maledizione, ecc.
Ciò
che è asserito, domandato, comandato, ecc., è dunque il senso degli enunciati
- che
cos’è un pensiero?
A
volte (non sempre) dice che è il pensiero che le condizioni di verità dell’enunciato sono soddisfatte (= che la
proposizione è vera)
(senso
come c.d.v.: patrimonio del paradigma dominante)[23].
(Wittgenstein
lo afferma chiaramente : Tractatus
1.8: capire il senso di un enunciato è capire che accade se è vero): es.:
capire ‘the house is on fire’
Come Frege
ha una concezione oggettiva del senso (luna e cannocchiale),
così
l’ha della verità [24]:
il
Teorema di Pitagora è sempre stato vero, anche prima che Pitagora lo pensasse.
Bedeutung:
-
abbiamo trovato difficoltà a identificarlo, ma Frege: ogni parte del
discorso deve avere sia Sinn che Bedeutung (esattamente (Dummett 1973, 181): ogni “unità logica”: perché deve
contribuire alla determinazione del VdV delle espressioni in cui compare)
Dummett 1973, 180 sgg.: perché mai un enunciato dovrebbe avere
un referente? Non è come un nome, che sta per qualcosa, o un predicato, che sta
per una proprietà. Ma ha un referente nel senso in cui lo intende Frege, ossia
(come si è detto all’inizio) come ruolo
semantico, come ciò per mezzo di cui
l’espressione concorre a determinare il VdV delle espressioni di cui fa
parte (il punto di vista della “semantica standard per un linguaggio quantificato”).
Io: da questo punto di vista, è solo ovvio che sia il
VdV!!!
Dummett (1973, 181 sgg.): Tuttavia, perché mai pensare al
referente dell’enunciato sul modello del referente del nome? Frege chiarisce
che il senso in cui un’espressione incompleta (come un predicato) ha referente
è solo analogo al senso in cui un’espressione completa (un nome) ce l’ha: tra i
due referenti c’è proprio una differenza di livello! Tuttavia, un enunciato è
un’espressione completa, proprio come i nomi! Ma chi dice che tutte le
espressioni complete debbano avere lo stesso tipo di referente? Dunque, una
volta scelti i VdV come referenti, non ci sarebbe stato alcun bisogno di
considerarli come oggetti (183). Il fatto è che
“The identification of
truth-values as the referents of sentences, taken together with the thesis that
truth-values are objects, led to a great simplification in Frege's ontology,
at the price of a highly implausible analysis of language. Sentences being only
a special case of complex proper names, and truth-values only a special case of
objects, it follows that predicates and relational expressions are only a
special case of functional expressions (unary and binary respectively), and
concepts and relations only a special case of functions: concepts and relations
are, in fact, just those functions, of one or two arguments, whose values are
always truth-values. The doctrine that every function must be defined far every
object (to avoid the occurrence of proper names without a reference) now yields
the result that, not only must a sense always be provided far inserting any
name wherever some name may meaningfully go, but for inserting a sentence in
any such place as well. It now becomes a requirement upon a properly
constructed language, not merely that if, far example, it contains both
numerals and the predicate '_ is green', a sense must be provided for '5 is
green', but also that a sense must be provided for '(5=2+4) is green' as well.
It is tragic that a thinker who achieved the first really penetrating analysis of
the structure of our language should have found himself driven into such
absurdities. It is not, of course, that there is anything formally wrong with
imposing such a requirement upon a language, although, as we shall see, the
assimilation of sentences to proper names did have a fatal effect upon Frege's
theory of meaning. It is just that Frege's earlier departures from the forms of
natural language in particular, his notation far generality-were founded upon
deep insights into the workings of language; whereas this ludicrous deviation
is prompted by no necessity, but is a gratuitous blunder” (183-4).
Il principio di composizionalità, e
la scelta di considerare I VdV come referenti, obbligano a Frege a stabilire
che ogni enunciato in cui ricorre un nome vuoto è privo di VdV, invece che
semplicemente avente un VdV intermedio (con tavole di verità per cui
l’enunciato atomico pur essendo né V né F può rendere V o F (o intermedi)
quelli di cui fa parte (185).
Frege: il Bedeutung (referente) dell’enunciato è il
suo valore di verità, poiché:
(1) siamo interessati al Bedeutung solo quando siamo
interessati al valore di verità. Es.: non ci interessa sapere se Ulisse esiste
(= se c’è un referente) fin che non ci chiediamo se il racconto di Omero è vero
o falso
(2) Principio di composizionalità (che spiega
la plasticità del linguaggio)[25] :
come si comprendono frasi complesse mai sentite prima?
Espressioni complesse si compongono da espressioni più
semplici
→ i loro significato (senso/ Bedeutung) si compone di (meglio: è funzione del)
senso/referente delle espressioni componenti
→ il significato (senso / Bedeutung) dell’enunciato è funzione del significato (senso
/ Bedeutung) dei termini che lo
compongono
cioè: due enunciati composti da termini con lo stesso
senso/Bedeutung hanno lo stesso
senso/ Bedeutung.
Se cambio anche uno solo dei sensi/ Bedeutung dei componenti cambia anche
quello dell’enunciato. Es.:
1) “i
docenti di questa
Università sono saggi”
2) “I
professori di questo Ateneo
sono saggi”: = senso, = Bedeutung
3) “I
professori dell’Università
di Urbino sono saggi” : = Bedeutung,
¹ senso
4) “I
professori dell’Università
di Roma sono saggi”: ¹ Bedeutung, ¹ senso
5) “I
bidelli dell’Università
di Urbino sono saggi”: ¹ Bedeutung, ¹ senso
“I … dell’Università di Urbino sono
saggi” è una funzione che quando prende
come argomento il senso di ‘professori’ dà come valore il senso della (4),
quando prende come argomento il senso di ‘bidelli’ dà come valore il senso della
(5), ecc.
Ora:
i
componenti dell’enunciato sono :
nome: ha come Bedeutung
un oggetto O
predicato:
ha come Bedeutung un “concetto” =
funzione F (oggetti®VdV)
® enunciato: ha per referente
qualcosa composto da (meglio: che è funzione di)
un concetto F e un oggetto O
Ma
che cos’è che è funzione di oggetti e
concetti? Ossia:
qual
è il valore della funzione che ha per argomento le coppie {oggetto, funzione}?
Ossia:
cosa ottieni quando accoppi una funzione F e un oggetto o?
I
valori di verità !
→
il referente di un enunciato è un VdV!
In
altri termini: guarda l’esempio sopra:
che
cos’è che resta identico se restano identici i Bedeutung dei singoli termini,
e
cambia se cambiano i Bedeutung dei
singoli termini? Il valore di verità!
Dunque,
l’enunciato è il nome di un V.d.V.
(poiché
Frege pensa sempre il rapporto termine-Bedeutung
come nome-oggetto).
(In
più: Se c’è qualcosa di cui si può dire che l’enunciato sia vero, e quindi
che sia la sua estensione, è il mondo.
Se è falso, non è vero di nulla, quindi
la sua estensione è il nulla;
→ l’estensione dell’enunciato può essere il tutto
o il nulla: e ciò non differisce molto dal dire che è il vero o il falso).
Problemi che Frege riconosce e affronta:
(1) alcuni enunciati non sono né veri né
falsi: interrogativi, prescrittivi, ecc.
Dunque,
essi posseggono un Sinn, ma non un Bedeutung
(il loro Sinn non è un
pensiero, che è quello espresso dagli enunciati dichiarativi, ma è qualcosa che
sta sullo stesso piano: S&B p.29. Oppure: il loro Sinn è un pensiero, lo stesso di quello espresso dal corrispondente
enunciato dichiarativo[26].
Dunque, anche i termini che li compongono non hanno il loro Bedeutung ordinario, ma quello indiretto
(S6B 29)
Esattamente
come anche nomi (‘Polifemo’) e predicati (‘entrare nell’iperspazio’) possono
avere un senso ma non un Bedeutung
(2) Molti enunciati subordinati
(i) hanno
un VdV, ma questo non è il loro Bedeutung,
(e
viceversa: hanno un Bedeutung, ma
questo non è un VdV)
Infatti
il VdV del periodo di cui fanno parte non è funzione del loro VdV, né del Bedeutung dei termini che li compongono.
Oppure:
(ii) non l’hanno proprio, perché non esprimono un pensiero (come
nel caso (1), o
(iii) non esprimono un pensiero intero, o
(iv) non esprimono un solo pensiero
Anche in questi casi, non sono sostituibili con altre dotate di un
= vdv
Esempi:
(i): hanno un vdv ma non è il loro Bedeutung:
-
“Copernico credeva che
-
“Copernico credeva che le
orbite dei pianeti fossero cerchi”: Vero, anche se un componente V è
sostituito da uno F
Ciò
accade perché essi non esprimono un pensiero, ma i loro Sinn sono come “parti” di un pensiero complesso, che è espresso
dall’intero periodo: un po’ come dei nomi, che non esprimono un pensiero, ma il
cui Sinn contribuisce a costituire il
pensiero (Sinn) espresso dall’enunciato
(infatti,
in sintassi le si chiamano frasi “oggettive” o “soggettive”, a seconda dei
casi: funzionano come soggetto, o complemento oggetto: es.:…)
Ciò
vale per:
a)
discorsi indiretti
(e anche quelli diretti, in modo analogo):
vedi
esempio sopra:
non
hanno il Bedeutung ordinario (il
VdV), ma un Bedeutung “indiretto”, costituito dal loro senso ordinario: parlano del pensiero
di Copernico
Anche
il loro senso è indiretto: non quello
solito, ma quello espresso dall’enunciato: “Il pensiero che …”
Per
lo stesso motivo, anche i singoli termini posti in essi hanno Bedeutung indiretti (il loro senso
ordinario) e sensi indiretti. Es.:
“Lois Lane sa che Superman è fortissimo”: vero
“Lois Lane sa che Clark Kent è fortissimo”: falso
Perché
‘Superman’ e ‘Clark Kent’ in questo contesto non hanno per Bedeutung (non si riferiscono a) una persona, bensì a un concetto.
Ecco
perché fallisce la sostituibilità!
(ii): non hanno vdv perché non esprimono un
pensiero
b) Subordinate imperative
Idem:
il loro Bedeutung è il loro senso
ordinario (un ordine, una preghiera, ecc.)
c)
Relative
sostantivali
Es:
“Chi scoprì la forma ellittica delle orbite dei pianeti morì povero”:
hanno
per Bedeutung un oggetto (Keplero)
d) Avverbiali e attributivi:
“La
radice quadrata di 4 che è minore di due” = “la radice quadrata negativa di 4”: equivale a un aggettivo
“Vai dove ti porta il cuore!” = “vai là!” Equivale a un avverbio
(iii) subordinate che non hanno vdv in quanto
non esprimono un pensiero ma solo parte di un pensiero
e)
condizionali come:
“se
un atleta si dopa, viene squalificato”:
nessuno
dei due enunciati parla di un oggetto determinato: quale atleta si dopa? boh?
Quello che viene squalificato! Si, ma quale atleta viene squalificato? Boh?
Quello che si dopa. Ma quale …?
→ nessuno dei due enunciati (antecedente
e conseguente) esprime un pensiero.
Il
solo pensiero espresso è quello complessivo: ogni atleta dopato è squalificato
Idem:
“se il Sole è nel Tropico del Cancro,
nell’emisfero settentrionale abbiamo il giorno più lungo”:
nessuno
dei due parla di un particolare momento di tempo
(ma
assieme parlano di tutti i momenti in cui il Sole è nel T.d.C.)
Viceversa
hanno un loro VdV subordinate come:
“Napoleone,
che era piuttosto basso, nacque in Corsica”: sono come due coordinate
Idem:
“Benché sia povero è onesto”
(iv) subordinate che esprimono un
pensiero più parte di un altro:
(a) “Napoleone,
che riconobbe il pericolo sul fianco destro, guidò la guardia contro la posizione nemica”:
-Napoleone riconobbe il pericolo sul fianco destro
- Napoleone guidò la guardia contro la posizione nemica
- Napoleone guidò la guardia ecc. proprio perché riconobbe il pericolo ecc.
Infatti
non si può sostituire:
(a’) “Napoleone,
che aveva allora 45 anni, guidò la guardia contro la posizione nemica”
Altri
esempi:
“Bebel
si illude che …”
“
Dopo che lo Schleswig-Holstein …”
“Poiché
il ghiaccio …”
Obiezioni mie:
- i
valori di verità non sono certo oggetti (enti facenti parte del mondo esterno) [27]
- né
gli enunciati sono nomi!
inoltre
- Paradosso: tutti gli enunciati veri
hanno lo stesso referente, idem quelli falsi.
E’
paradossale, ovviamente, in quanto è ovvio che enunciati diversi ma ugualmente
veri come
-
‘Bologna è in Emilia’
- ‘La
zucchero è dolce’
descrivono
(e dunque si riferiscono ad) aspetti di realtà molto diversi,
hanno
corrispettivi referenziali diversi
Infatti: la conclusione (c) del ragionamento di Frege
non è obbligata
(fallacia
dell’affermazione del conseguente: è come dire: L’assassino zoppicava
dal piede destro; il postino zoppica dal piede destro; dunque, l’assassino è il
postino):
dati
due insiemi di valori, vi sono molte funzioni diverse che hanno tali valori
come argomenti:
l’assistenza
agli studenti è funzione di 1) reddito 2) profitto
ma
una
funzione ha come valori solo:
assegnazione di una borsa / nessuna borsa.
un’altra: borsa piena / borsa parziale / alloggio / esenzione
dalle tasse / nulla.
idem:
Frege
dice che il VdV è il Bedeutung dell’enunciato in quanto è funzione dei
Bedeutung dei suoi componenti. Tuttavia:
è
vero che una funzione dei Bedeutung
dei componenti di un enunciato (un oggetto e un concetto) è il valore di
verità,
MA
ce ne sono anche altre!
Anche
il fatto descritto dall’enunciato lo
è:
infatti
può cambiare quando cambiano i Bedeutung,
resta sempre identico quando questi restano
identici:
“I
professori di questo Ateneo sono saggi”
“I professori dell’Università di Urbino sono sapienti” :
hanno gli stessi Bedeutung, e dunque descrivono lo stesso fatto!
“I bidelli dell’Università di Urbino sono saggi” ha Bedeutung diversi, infatti è falso!
→
Un modo molto plausibile di caratterizzare questi specifici referenti di
enunciati diversi è di identificarli coi fatti.
Per
quanto la nozione di fatto sollevi alcuni seri problemi filosofici, e
per questo sia stata rigettata da alcuni, tali problemi non sono
necessariamente insolubili (come si è visto sopra discutendo la teoria
referenziale del significato).
In
sintesi:
-
enunciati falsi:
sono privi di referente, come i nomi vuoti[28]
-
enunciati
negativi: o si ammettono fatti negativi, o li si interpretano come l’asserzione
della falsità del corrispondente enunciato affermativo
-
i fatti anche solo
su questo tavolo sono infiniti:
si, ma anche
tutti gli oggetti astratti (proprietà, insiemi, ecc.) lo sono, ma non sono
eliminabili
-
fatti come
doppione delle proposizioni:
Si, per
forza: infatti sono formati coi concetti, di cui consistono anche le
proposizioni: i fatti sono identificati dalle proposizioni.
Ma hanno potere causale, le proposizioni no.
Infatti,
per quanto non abbiamo qui lo spazio di approfondire tale discussione, da molti
filosofi l’appello ai fatti è considerato del tutto legittimo.
NB: Dal punto di vista di Frege l’idea del Bedeutung
come VdV non è così paradossale, in quanto il Bedeutung per lui dev’essere semplicemente il contributo dell’espressione
alla determinazione del VdV delle espressioni in cui essa ricorre (a lui in
quanto logico interessa ultimamente solo questo). Ebbene, in tutti i casi in
cui per lui il VdV costituisce il Bedeutung
(esclusi dunque i contesti obliqui) non c’è altro, oltre ad esso, che conti per
la determinazione del VdV degli enunciati complessi in cui l’enunciato in
questione ricorre.
Forza e
colore
Come già detto, Frege si rende conto che vi sono anche
altre due dimensioni del significato di un’espressione, oltre a referente e
senso (v. “Sinn und Bedeutung”):
- il “colore”,
cioè il contenuto emotivo, valutativo, ecc. che comporta. Es.:
‘poliziotto’ / ‘sbirro’,
‘pentito’/‘infame’,
‘capanna’ / barcca
‘mangiare’ / ‘nutrirsi’ / ‘abbuffarsi’
‘puttana’ / ‘prostituta’ / ‘bella di giorno’
ecc.
- la “forza”:
come si è visto, l’ enunciato “Carlo corre” può esser usato per asserire,
domandare, ordinare, esclamare, ecc.
tuttavia
vedremo che
- il
“colore” può esser riassorbito nella dimensione nozionale: è uno dei vari modi
in cui può variare il Sinn, ossia il
modo di indicare il Bedeutung.
- se
ci interessiamo alla verità delle cose che diciamo (e questo solo interessa a
chi si occupa di logica, come Frege), ci interessa un unico tipo di “forza”,
quella assertiva
Noi, per brevità e generalità, usiamo i termini:
NOZIONE: quando vogliamo indicare genericamente
qualunque elemento sulla dimensione nozionale (intensione, comprensione,
connotazione, senso, ecc.)
REFERENTE:
quando vogliamo indicare genericamente qualunque elemento sulla dimensione referenziale
(estensione, denotazione, nominato, Bedeutung, ecc.)
SIGNIFICATO:
l’insieme delle due dimensioni (nozione+referente)
N.B.: se è giusto pensare al significato delle
espressioni come doppio rapporto con una nozione espressa da esse e compresa da
noi, e con un referente che esse hanno nel mondo, è preferibile utilizzare il
termine ‘significato’ non solo per la nozione (come Quine) o per il
referente (come fa Frege - Bedeutung
significa precisamente significato),
ma
per il complesso dei rapporti che l’espressione intrattiene (con idee e/o cose)
su entrambi i piani, più o meno come suggerisce Putnam[29].
Col bipolarismo
semantico si risolvono i problemi di cui
sopra[30]:
Anzitutto quello da cui siamo partiti:
(1) quel
è il significato dei termini sincategorematici: se anche non hanno un referente, esprimono almeno una nozione, per
quanto vaga (es. di congiunzione, di negazione, ecc.)
(2) quel
è il significato degli enunciati: esprimono una nozione (pensiero, o proposizione) e si
riferiscono a fatti (Frege: valori di verità)
(3) quel
è il significato delle espressioni vuote: non hanno un referente, ma hanno una nozione
D’altra parte,
è plausibile anche sostenere (Mill, Kripke)[31] che alcune
espressioni, come i nomi propri, non sono associate ad alcuna idea, ma stanno
unicamente per un oggetto. E siccome si può ammettere che anche tali
espressioni abbiano un significato, può essere una buona soluzione quella di
considerare il significato come
consistente della coppia idea/oggetto quando l’espressione sta per entrambe, o
anche di uno solo dei suoi membri quando l’altro sia assente.
(4) espressioni con stesso
oggetto di riferimento ma ¹ significato:
la differenza di significato deriva dalla differenza
della nozione espressa, dalla diversa nozione dell’oggetto, o diverso modo di
pensarlo;
es.: Bush / Il presidente degli Stati Uniti
(5) informatività dell’identità:
Soluzione: sono come A=A per l’oggetto, come A=B per la
nozione
i) Elisabetta II è la regina d’Inghilterra
è vero perché le due espressioni che lo
compongono stanno per lo stesso oggetto,
ma è anche informativo perché esse esprimono sensi
diversi, che designano in modo diverso, sicché è possibile che sia noto l’uno e
non l’altro.
(6)
fallimenti della sostituibilità:
Come si è visto, la soluzione è:
Vi sono casi in cui per sostituire un termine con un
altro non basta che abbia lo stesso oggetto di riferimento, ma anche che
esprima la stessa nozione.
Per la precisione, questo vale nei casi di
-
modalità (è necessario/possibile/giusto/educato, ecc …che )
in cui il discorso verte non sull’oggetto, ma sulla
nozione, sul particolare modo in cui è pensato: il gedanke, o senso (Frege) (o intensione:
Carnap) del termine.
-
Discorso
indiretto, e più in genere “attitudine preposizionale” (Carlo dice che / sa che / crede che / desidera che /
… ecc.)
in cui il
discorso verte non sull’oggetto stesso, ma su quel che si dice (pensa, desidera,
ecc.) di esso (cioè sul senso del
termine, sul modo in cui l’oggetto è caratterizzato o l’intensione è espressa )
- è necessario che 9> 7
- è necessariamente vero che 9>
7
- necessariamente 9>
7
vs.
- è necessario che,
(è) necessariamente (vero che) il numero dei
pianeti > 7
- è educato dire “ciao!” al mio amico
vs.
- è educato dire “ciao!” al presidente del tribunale
(il presidente del tribunale è mio amico)
-
Carletto sa che 3
è dispari
Vs.
Carletto sa che
la radice3 di 81 è dispari
Però:
e infatti non sempre basta l’identità di intensione,
talora serve quella più forte di senso:
- Nei contesti modali, in cui è in questione il
contenuto logico dei concetti, è sufficiente l’identità di intensione:
- nei contesti di attitudine proposizionale, in
cui sono in questione i pensieri dei soggetti, è necessaria l’identità di
senso (che Carnap caratterizza come isomorfismo intenzionale):
(tutta questa
discussione viene sviluppata più oltre parlando di Carnap)
Esempi:
1. Necessariamente 9 è dispari (9 //
½ √100 + 22) : vale la sostituzione
2. Giovanni sa che 9 è dispari (9 // ½ √100 + 22) : non vale la
sostituzione
3. Necessariamente il nonno materno dei miei eventuali figli è padre di
mia moglie: sempre vero
4. Giovanni sa che mio suocero è padre di mia moglie : non sempre vero
In realtà, Benson Mates ha segnalato che nemmeno
l’identità di senso (o isomorfismo intenzionale) è sufficiente a
mantenere la sostituibilità in certi contesti[32]:
Per es., potrebbe esser vero che
5. Giovanni sa che quell’uomo è un poliziotto,
ma falso che
6. Giovanni sa che quell’uomo è uno sbirro
(se Giovanni non conosce la sinonimia di ‘poliziotto’ e
‘sbirro’) Eppure 5. e 6. hanno lo stesso senso (sono intenzionalmente
isomorfi).
Andrea Bonomi ha allora suggerito che la sostituibilità vale nei contesti di
attitudine preposizionale solo per espressioni che siano sinonime (nella nostra
terminologia abbiano la stessa connotazione) nell’idioletto del soggetto
dell’attitudine[33].
Come Frege formula questa soluzione:
-
ogni
espressione è “nome” di un referente ed ha un senso (Carnap: “metodo di
denominazione”)
-
nei contesti
obliqui, però non denomina più il suo referente ordinario, ma il suo senso
ordinario[34]
(sarebbe come dire che in quei contesti in effetti non
si parla di oggetti, ma di pensieri dei soggetti, o modi di descrizione
dell’oggetto).
Dunque, il
referente delle espressioni subordinate in contesto obliquo o modale diventa il
suo senso ordinario (cioè, il pensiero).
Questa tesi è praticamente obbligata per Frege, in
quanto, come si è visto, egli crede che
(i) il VdV sia funzione dei referenti delle espressioni
componenti,
e siccome
(ii) nei contesti obliqui e modali il VdV è
evidentemente funzione dei sensi, ne segue che
(iii) il referente nei contesti obliqui e modali devono
essere i sensi.
→ tutto pare funzionare, il principio di
sostituibilità vale, si ottengono i risultati intuitivi:
es.: Giorgio
IV si chiede se Scott sia l’autore di Waverley
‘L’autore di Waverley’ non si può sostituire con
‘Scott’ (Giorgio IV si chiede se Scott sia Scott), che è ontologicamente
identico, ma si può sostituire con ‘chi ha scritto Waverley’, (Giorgio IV si
chiede se Scott sia chi ha scritto Waverley), che è logicamente identico.
Obiezioni a questa sistemazione:
La soluzione di Frege non è del tutto soddisfacente,
per almeno 2 motivi:
Infatti
“la stella della sera”, anche in questo contesto, si riferisce a un oggetto
(Venere) non a un senso. Solo che «Pia crede che la stella della sera sia un
pianeta» può essere inteso sia in senso trasparente che opaco (riportando il
punto di vista interno di Pia: in questo secondo caso, il riferimento è pur
sempre all’oggetto, ma può essere mediato da un solo senso, quello noto a Pia.,
affinché si mantenga la verità dell’enunciato: in effetti, in tal caso il
discorso indiretto viene interpretato come discorso diretto.
Sempre
in questo secondo caso, chi afferma (1) non compie asserzioni su Venere, ma
solo su uno stato nozionale di Pia, su una proposizione da essa creduta. In questo
senso ha ragione Frege: che la
subordinata non compie asserzioni, i suoi termini non si riferiscono
all’oggetto, nel senso che non contribuiscono ad un’asserzione su di esso. Neppure però si può dire che vertono sul loro
senso ordinario, perché tanto meno viene fatta un’asserzione sul senso dei termini,
al massimo su quello dell’intera subordinata.
Perciò
per quanto riguarda i termini bisogna semplicemente dire che il VdV dell’intero
enunciato è funzione del loro senso (o più precisamente, nozione).
Infatti,
anche il senso in cui Frege ha ragione non contrasta con l’approccio di Carnap:
un conto è dire che i termini esprimono una loro nozione e hanno un loro
referente, sempre quello, e un altro è dire se vengono usati per compiere
asserzioni (=esprimere pensieri) sul loro referente, oppure no.
Infatti, Carnap non parla di due
tesi diverse, ma di due metodi!
Vedremo che anche Carnap[35] ha
rivolto alla soluzione di Frege tre critiche, che tuttavia non mi paiono
corrette.
Il problema del
valore di verità degli enunciati vuoti
Per Frege il VdV dell’enunciato è funzione del
referente dei termini. Che succede quando nell’enunciato ricorrono termini
vuoti?
Manca! (se per fare la torta ci vogliono uova, farina
e zucchero, se manca la farina, manca anche la torta). Es.:
(1) L’attuale re di Francia è calvo
Non è vero né falso!
Problemi:
- Cade il 3° escluso.
Ma non è gravissimo! Anche in altri casi, es.:
“Sara ha i capelli rossi”; “a Biancaneve piaceva la
cipolla”; ecc.
- in certi casi pare controintuitivo:
(2) Odisseo approdò a Itaca
In un certo
senso può esser considerato V (come
contrapposto a “Odisseo approdò a
Manhattan” che è F)
Neppure funziona per
(31)
(41) Odisseo esiste,
(32)
(42) Odisseo non esiste,
Frege non affronta esplicitamente questo problema, in
quanto per lui l’avere nomi e descrizioni definite (espressioni referenziali)
prive di referente è un difetto del linguaggio comune, che non esisterebbe in
un linguaggio logicamente corretto[36]. Tuttavia
alcuni suoi spunti offrono dei possibili trattamenti alternativi:
a)
è possibile
assegnare convenzionalmente un referente ai termini che ne sono privi (ad es.
il numero 0[37]),
oppure (come suggerisce Linsky 1976 p. 107 sulle linee
di Frege 1893 § 11),
b)
una descrizione
vuota può avere come referente il concetto (nel senso di Frege) da cui essa è
formata (o in modo non dissimile, la classe di cose a cui essa si riferisce, in
tali casi dunque la classe vuota); ma, a parte l’artificiosità dell’espediente
(rimarcata da Russell[38]),
questo non renderebbe conto di verità intuitive, come quella che
Inoltre, che dire degli enunciati esistenziali
negativi, come (32) e (42)?
Certo, non sarebbe vero affermare che la classe
vuota o lo zero non esistono.
Tuttavia, tenendo conto della concezione di Frege dei
quantificatori come funzioni di secondo livello, Linsky mostra che
c) per Frege quella che
si presenta come affermazione di esistenza o non esistenza di un oggetto è in
effetti l’affermazione che una certa classe è vuota o non lo è, che un certo
concetto ha o no delle istanze: (32)
significa dunque che la classe delle montagne d’oro è vuota, o che nulla
risponde al concetto di montagna d’oro, e (42) che nulla corrisponde
al concetto di Odisseo (o non esiste nulla che sia Odisseo) e viceversa per (31)
e (41) [in sostanza, dunque,
con un trattamento analogo alle descrizioni di Russell, come vedremo]
Ma anche tale soluzione ha dei difetti:
- è molto
artificiosa
- un bambino
può credere (32) e (42), senza saper nulla di classi,
concetti o istanze
Sulle soluzioni adottate da Frege per questi problemi
vedi anche Carnap 1947/1976, p. 62 sgg.
Tali problemi sono risolti da C.I. Lewis e Alexius Meinong con la tesi
che ci sono degli oggetti che non esistono:
(Odisseo,
Principio
di libertà di assunzione: per ogni
insieme di proprietà c’è un oggetto che gode tutte tali proprietà
Ma: che significa esserci senza esistere?[39]
Invece Bertrand Russell da questi problemi prende
spunto per proporre la sua teoria delle descrizioni, che elimina il senso,
lascia solo il referente,
(31) La montagna d’oro esiste:
Esiste un x tale
che: x è una montagna e x è d’oro
$x(Mx & Ox):
FALSO: OK!
(41) Odisseo esiste,
$x[Ox] : FALSO: OK!
(32) La montagna d’oro non esiste:
Non esiste un x
tale che: x è una montagna e x è d’oro
Ø $x[Mx & Ox]: VERO,
OK!
(42) Odisseo non esiste,
Ø $x[Ox] : VERO, OK!
Tuttavia, per (1) e (2) dà risultati controintuitivi:
(1)L’attuale re di Francia è
calvo
diventa
Esiste un x tale
che: x è re di francia oggi; qualunque altro y che sia re di francia oggi non è
altri che x[ossia: x è l’unico attuale re di francia]; x è calvo
$x[RFx & "y (RFy→ y=x) & Cx],
che è falso.
Ma si direbbe che (1) non lo
sia: sarebbe falso solo se l’attuale re di Francia fosse chiomato, ma non lo è:
Frege spiega (S&B pp.30-31) che l’esistenza di Keplero (dell’attuale re di
Francia) è presupposta, non affermata!
Idem,
(2)Odisseo approdò a Itaca
sarebbe falso
se non fosse approdato, o approdato altrove: ma non è né approdato né non
approdato.
Il problema non è dunque di semplice
soluzione!
Ripresa
insieme di Sinn und Bedeutung
FORME
SOFISTICATE DI TEORIA REFERENZIALE DEL SIGNIFICATO (MONISMO SEMANTICO) :
Russell
…
Empirismo,
atomismo logico e monismo semantico[40].
1913 (Theory
of knowledge) 1914 (Our knowledge of
the external world)
Anche
in seguito alle discussioni con Wittgenstein, e servendosi della teoria delle
descrizioni, Russell elabora l’atomismo logico:
Empirismo:
tutta la conoscenza ci viene dall’esperienza:
vi
sono cose che conosciamo per esperienza diretta by acquaintance: dati sensoriali e universali (proprietà e
relazioni) “semplici”; altre cose che conosciamo per descrizione by description (componendo ciò che
conosciamo direttamente): oggetti fisici, proprietà complesse, ecc.
La
teoria delle descrizioni mostra appunto che le parole si riferiscono solo a
entità semplici (dati sensoriali e proprietà semplici), noti per esperienza
diretta.
Tutti i nomi, descrizioni e predicati che stanno per oggetti
o proprietà complessi, noti per
descrizione, si possono analizzare in (sono ‘costruzioni logiche’ da) espressioni
che si riferiscono a entità semplici:
predicati elementari (‘rosso’, ‘precedente’), e pronomi
indicativi (‘io’, ‘questo’, ‘quello’,
ecc.)
La frase atomica tipica:
(17) questo (dato sensoriale) è rosso,
(18) questo (dato sensoriale) e quello sono contemporanei’
E tutti gli enunciati ‘molecolari’ su oggetti complessi
si possono analizzare in
(sono ‘costruzioni logiche’ da) enunciati ‘atomici’
che riguardano oggetti semplici.
Infatti: possiamo apprendere il significato di certe espressioni
definendole per mezzo di altre; e magari anche queste ultime possono esser
state apprese definendole, e così via. Ma non possiamo andare all’infinito: ci
saranno espressioni atomiche, non definibili in termini di altre.[41]
NB:
la cosa si spiega abbastanza bene (anche tenendo conto
delle successive critiche di Wittgenstein): quel che i nomi atomici denotano
devono essere oggetti o proprietà semplici, almeno per noi: non avendo i termini per definire i loro nomi, cioè
per descriverli, per forza di cose li dobbiamo apprendere per ostensione (per
es., si dice un nome, e si indica un oggetto, significando che quello è
l’oggetto simboleggiato da quel nome), e quindi come un tutto unico
indivisibile, e denotarli con un nome semplice
Monismo semantico:
…
WITTGENSTEIN
– IL TRACTATUS
Abbiamo visto (con qualche problema) cos’è il
referente di un’espressione.
Ma che cos’è il senso?
Frege: spiegazioni vaghe o metaforiche:
c)il modo con cui l’espressione dà il referente
d) il pensiero
e)Il senso di un enunciato è il pensiero che le sue
condizioni di verità sono soddisfatte (1893, § 32); ma altre volte sembra
ammettere che 2 enunciati possano avere CdV = ma sensi ≠[42].
Lo sviluppo definitivo della concezione
verocondizionale del senso, che rimarrà come patrimonio del “paradigma
dominante” si deve a Wittgenstein nel Logisch-Philosophische
Abhandlung (1921), o Tractatus Logico-Philosophicus (1922) .
Qui egli riprende anche l’atomismo logico e concezione referenziale del significato dei
nomi di Russell.
BIOGRAFIA[43] : Genio e
“disadattato”
Nasce a Vienna il 26 aprile 1889, ottavo e
ultimo figlio di un ricchissimo industriale di origini ebraiche.
Conosce da vicino la vivace vita
intellettuale dell'Austria fin de siècle: Johannes Brahms è un assiduo
frequentatore di casa Wittgenstein; Ravel scriverà il concerto per pianoforte
in D maggiore per sola mano sinistra per il fratello Paul, pianista ma divenuto
invalido nella prima guerra mondiale; Klimt dipinge la sorella Margarethe, ecc.
1908 Studia ingegneria a Berlino e
aeronautica a Manchester
1911 si interessa a problemi di fondamenti
della matematica e va a parlare con Frege
Su suggerimento di Frege va da Russell a Cambridge: ‘volevo chiederle se sono un perfetto
idiota’. Inizia a studiare con Russell.
Dopo un anno e mezzo, va a vivere in una capanno di
legno costruitasi da se stesso in Norvegia.
I Guerra Mondiale: si arruola volontario nell'esercito
austriaco, è catturato dagli italiani e internato nel campo di Cassino.
Qui completa il Logisch-philosophische
Abhandlung , che sarà pubblicato nel ‘21 in tedesco, nel ’22
in inglese, con introduzione di Russell.
Abbandona la filosofia: l’unica sua preoccupazione è
“come essere buono” e trovare il senso della vita.
Cede tutta la sua eredità ai fratelli.
1920- 1926 maestro elementare in un paesino della
bassa Austria.
1926 giardiniere presso un convento di frati
ospitalieri.
Progetta insieme a Paul Engelmann, una casa per sua
sorella Gretl (visitabile).
Conosce Moritz Schlick e altri esponenti del futuro
Circolo di Vienna e riprende ad interessarsi allo studio della filosofia.
Nonostante
il Circolo di Vienna consideri il Tractatus
come un testo base per le proprie concezioni, egli non aderisce al movimento, e
concorda con loro solo in parte. Inoltre, egli è ormai insoddisfatto di molte
idee del Tractatus, e sta cercando nuove soluzioni a molti dei problemi che vi
erano discussi.
1929 torna a Cambridge dove il 18 giugno consegue il
titolo di Doctor of Philosophy discutendo il Tractatus con Moore
e Russell.
1930-1936 insegna a più riprese a Cambridge, nasce la
su filosofia del secondo periodo ( Libro blu e Libro marrone, appunti di lezione degli allievi).
1936–1937 in Norvegia, inizia a lavorare alle Ricerche
filosofiche e le Osservazioni sui fondamenti della matematica
(pubblicate postume).
1938 ottiene la cittadinanza inglese.
1939 succede a G.E. Moore come
Professor of Philosophy a
1941-1944, infermiere volontario in vari ospedali in
Inghilterra.
1944 riprende le sue lezioni, interessandosi sempre più
a temi di filosofia della psicologia.
Lascia di nuovo l’insegnamento, trascorre lunghi
periodi in Irlanda
1947 dà le dimissioni
1949 gli viene diagnosticato un cancro.
Legge Farbenlehre di Goethe, e scrive le Osservazioni sui colori.
Lavora alle Ricerche
filosofiche e a Sulla certezza
Muore a Cambridge il 29 aprile 1951.
Nel Tractatus
Wittgenstein tenta di rispondere ad alcuni dei problemi che abbiamo visto
esser restati in sospeso:
- visto che le verità matematiche sono verità logiche (Frege), che genere di verità sono quelle logiche?
Sono verità che hanno
a che fare con la forma delle proposizioni!
- Dunque qual è la
forma delle proposizioni?
- E più basilarmente, la natura del linguaggio?
Emerge che il
linguaggio è raffigurazione dei fatti, e le verità logiche sono tautologie.
Ne segue anche che i
problemi dell’etica e del senso della vita sono qualcosa di cui non si
può parlare,
ma che si mostra
nel linguaggio stesso e nella vita,
e la filosofia non
contiene dottrine, non insegna nulla
(tesi fatta poi propria dal Neopositivismo)
Essa è il tentativo di
spiegare cose che non si possono spiegare;
tale tentativo
fallisce, ma col suo fallimento ci aiuta a liberarci da confusioni ed errori
linguistici, e appunto a non cercar di dire quel che non si può dire.
La filosofia serve
solo a liberarci dagli errori filosofici.
Metafisica
Il mondo è la totalità
dei fatti;
un fatto è il
sussistere di uno stato di cose;
uno stato di cose è un
nesso di oggetti.
gli oggetti sono:
- semplici, senza
parti,
- complessi, composti
di oggetti semplici
Anche i fatti:
elementari e complessi
– quindi il mondo si
può pensare come fatto di oggetti atomici connessi tra loro in vari modi (atomismo metafisico)
La natura degli
oggetti è tale che ciascuno deve/può stare in certi nessi con certi
altri oggetti. Es.:
- una macchia deve
essere connessa a un colore, a una superficie, a una posizione, a uno stato di
moto/quiete;
- un suono a un’altezza, a un timbro, a una durata …;
- un pezzo di lego ad un colore, ad una forma, ad
altri pezzi di lego … ;
- un insegnante a degli studenti, a dei colleghi, a un
programma, a un’università, ecc.
Perciò dato un
oggetto sono dati altri oggetti e dei fatti; e dati questi altri ancora,
ecc.:
dato un oggetto è dato
il mondo (come per Leibniz).
Quali sono gli oggetti atomici?
(evidentemente,
nessuno degli oggetti più comuni. Ma probabilmente nemmeno protoni, neutroni,
ecc.)
Wittgenstein non lo sa
– e nemmeno gli interessa! Che esistano lo deduce dal funzionamento del
linguaggio. Infatti …
Concezione raffigurativa
Noi ci facciamo immagini
dei fatti. Un’immagine è un fatto composto di segni.
I segni simboleggiano gli oggetti e le
relazioni tra di loro raffigurano le relazioni tra gli oggetti.
Così l’immagine
raffigura il fatto. Es.: modellino di incidente
- Relazioni preservate
(“form der abbildung-raffigurazione)
- relazioni non
preservate (form der darstellung-rappresentazione):
dipendono dal tipo
di raffigurazione:
Le foto preservano: colori, proiezione bidimensionale / non dimensioni,
terza dimensione
Una statua in marmo: preserva: relazioni
tridimensionali / non i colori
Le proposizioni sono
immagini, in cui (a differenza di un modellino) le relazioni tra i segni non
sono le stesse che tra gli oggetti:
nessuna relazione di primo livello è preservata.
Solo relazioni tra relazioni (relazioni di II
livello): hanno la stessa struttura
dei fatti che rappresentano.
Es.:
nel fatto
che Giovanni ama Laura, l’oggetto amare sta in una certa
relazione a Giovanni e in un’altra a Laura (essere esercitato da, essere
subito da), per cui Laura sta in una certa relazione a Giovanni ecc.
nella proposizione
‘Giovanni ama Laura’ la parola ‘ama’ sta nella relazione dopo
alla parola ‘Giovanni’ e nella relazione prima alla parola ‘Laura’, ecc.:
la
relazione dopo simboleggia la relazione esercitato da,
ecc.
ma anche nello stato
di cose per cui Carlo odia Daniela tra Carlo e odiare c’e’ la relazione ‘è
esercitato da’ e ‘è subito da’, e nelle rispettiva proposizione a queste relazioni
corrispondono di nuovo le relazioni spaziale di stare prima e di stare dopo.
Dunque,
alla stessa
relazione di II livello nello stato di cose (es.: esercitato da / subito da) corrisponde la stessa relazione
spaziale nella proposizione (es.: prima / dopo).
Cioè, a relazioni
identiche nello stato di cose corrispondono relazioni identiche nel linguaggio:
il linguaggio condivide con la realtà le relazioni di identità tra relazioni, cioè
una pura struttura logica.
Es.:
per descrivere una casa
che sta in mezzo a una quercia e un pino (relazione spaziale) non dico:
“quercia, casa, pino”,
ma :
“La casa sta tra la quercia e il pino”,
oppure:
“la casa sta a destra del pino e a sinistra
della quercia”.
La struttura che la
proposizione ha in comune con lo stato di cose, è la forma logica. In
tal modo la proposizione raffigura lo stato di cose
La proposizione è
un’immagine proprio nel senso che alcune relazioni (quelle di secondo livello,
che costituiscono la struttura logica) sono preservate, per cui la
rappresentazione linguistica non è puramente simbolica, ma almeno in parte
iconica, raffigurativa.
Wittgenstein ha appunto il merito
di averci mostrato che questo minimo di iconicità deve esserci. Il motivo è che
per quanto si possa simboleggiare certe relazioni per mezzo di parole, non si
potrebbe comprendere quel che tali parole dicono senza afferrare le relazioni
di secondo livello che esistono tra tali parole. (queste potrebbero esser
simboleggiate, ma poi bisognerebbe comprendere le relazioni tra i nuovi
simboli, ecc.)[44]
La proposizione vera è quella che
raffigura (= corrisponde a) un fatto (= stato di cose esistente);
La proposizione falsa non
raffigura alcun fatto (ma uno stato di cose non esistente):
→ concezione
corrispondentistica della verità
→ terzo escluso:
ogni proposizione è determinatamente vera o falsa
Nel linguaggio
ordinario possono esserci nomi di cose inesistenti,
e si capisce lo stesso
quel che significano, perché in realtà sono costruzioni logiche (come
aveva spiegato Russell: es.: ‘Polifemo’)
Ma nel linguaggio
ideale analizzato in atomi logici, a un nome deve sempre corrispondere
qualcosa, perché altrimenti la proposizione non avrebbe senso:
es.: ‘questo è rosso’:
magari è falsa, questo è verde: ma il rosso esiste!
‘questo è sorro’: priva di senso perché il
sorro non esiste
!!! : vi sono degli
oggetti - quelli nominati dai nomi atomici - che esistono necessariamente e
sono semplici (atomici):
se non vi fossero
oggetti semplici le proposizioni si potrebbero analizzare all’infinito, e non
sarebbero determinatamente vere o false:
atomismo
logico
2.221 Ciò che l'immagine rappresenta è il proprio senso.
4.022 La proposizione mostra il suo senso. La
proposizione mostra come stan le cose, se essa è vera. E dice
che le cose stan cosi.
-
dunque, senso = quel che accade se la proposizione è vera = lo stato di cose
descritto
Ecco la concezione verofunzionale del senso!
Dunque: I nomi non
hanno senso (essendo gli oggetti semplici, non ci sono caratteristiche da
poter descrivere).
Invece le
proposizioni hanno un senso
(costituito dalle sue
CdV, cioè dalla classe degli stati di cose che la renderebbero vera. Gli stati
di cose sono affini ai fatti che io suggerivo come referenti. Ma non sono
referenti, non sono cioè parti del mondo: infatti hanno un senso anche le
proposizioni false, quelle che descrivono uno stato di case inesistente)
Le proposizioni complesse sono funzioni di verità di
quelle atomiche:
Wittgenstein “inventa”
le tavole di verità.
Esempi: …
Le verità della logica sono tautologie:
-
quelle la cui
forma è vera su ogni riga
-
quelle vere
qualunque cosa accada (qualunque valore si attribuisca alle proposizioni
elementari)
le particelle logiche (connettivi, quantificatori, identità) non
aggiungono nulla, non hanno significato
Dunque la logica non è accesso a un
regno platonico di verità d’ordine superiore: è solo capire il buon
funzionamento del linguaggio.
Le tavole sono la chiave per comprendere
composizionalmente le CdV - e dunque il
senso – degli enunciati complessi a partire da quelli semplici
Ineffabilità e filosofia
La forma logica di una proposizione atomica (a) si mostra dicendo la proposizione (a), ma non la si descrive con (a):
per descrivere la forma logica di (a) ci vuole
un’altra proposizione (b), costituita da segni che si riferiscono alle relazioni
che compongono (a), e relazioni (più basilari) tra quei segni.
Se poi voglio descrivere la forma logica di (b) ci
vuole una proposizione (c), ecc.
Dunque la forma logica del linguaggio in generale non
si può descrivere, è ineffabile
Sembra una dottrina strana:
- perché non possono esistere dei meta-segni per le
relazioni tra segni atomici?
- forse risente del divieto di autoreferenzialità della
teoria dei tipi?
Forse Wittgenstein pensa che una volta allargato il
linguaggio a delle meta-proposizioni, non potrei descrivere la forma logica di
queste nuove meta-proposizioni, a meno di un nuovo allargamento con espressioni
meta-meta-sintattiche, e così via all’infinito. Comunque, resterebbe sempre un
livello al quale la forma logica non sarebbe descritta.
-
Tuttavia, si direbbe che non è necessario che tra i
meta-segni che simboleggiano le relazioni logiche esistano relazioni diverse da quelle
che esistono tra i segni del linguaggio oggetto:tra i meta-segni potrebbero
sussistere le stesse relazioni che
sussistono tra i segni atomici ordinari:
Es.: «‘ama’ sta a
destra di ‘Luigi’ e a sinistra di ‘Anna’»,
e poi:
« ‘sta a destra di’ sta
a destra di ‘‘ama’’ e a sinistra di ‘‘Luigi’’»
Ecc. In tal modo, possiamo comprendere qualunque
livello di meta-discorso.
Infatti, la
sintassi, il discorso sulle forme logiche, di fatto è stato ampiamente sviluppato,
nonostante il divieto di Wittgenstein, dai Neopositivisti e da altri filosofi.
Dunque la
filosofia (contra Russell) non può
essere una analisi della forma logica delle proposizioni.
inoltre:
-
- L’assioma
dell’infinito è assurdo: la logica non può basarsi su fatti contingenti
Non può nemmeno essere
una descrizione di fatti, perché questa è la scienza.
Ma sappiamo che possono
essere vere o false, e dunque possono avere un senso,
solo le proposizioni che descrivono fatti: quelle della
scienza naturale
4.11 La totalità delle proposizioni vere è la scienza naturale tutta.
Dunque la filosofia non ha senso !!!Anche le
proposizioni dell’etica, estetica, ecc., che vorrebbero parlare di valori, di valutazione, non hanno senso.
Il mistico è che
il mondo è, non come è.
Dunque anche il
mistico non si può descrivere con proposizioni sensate.
(si spiega perché W.
sia spesso stato tentato di abbandonare la filosofia! A lui interessava l’etica
e il mistico!)
Allora la filosofia non è scienza, e non può
essere né logica, né etica, estetica, metafisica, ecc. E’ un’attività
(di chiarificazione):
4.112 Scopo della filosofia è la
chiarificazione logica dei pensieri. La filosofia è non una dottrina, ma
un'attività.
Un'opera
filosofica consta essenzialmente d'illustrazioni. Risultato della filosofia non
sono «proposizioni filosofiche », ma il chiarirsi di proposizioni.
La filosofia deve chiarire e delimitare nettamente i
pensieri che altrimenti, direi, sarebbero torbidi e indistinti.
NB: Questa idea
resterà centrale anche nella Ricerche
filosofiche.
E le proposizioni del
Tractatus? Anch’esse sono senza senso – ma utili!
6.54 Le mie
proposizioni illustrano cosi: colui che mi comprende, infine le riconosce
insensate, se è salito per esse - su esse - oltre esse. (Egli deve, per così
dire, gettar via la scala dopo che v'è salito.)
Egli deve superare queste proposizioni; allora vede rettamente
il mondo.
7. Su ciò, di cui non si può parlare, si
deve tacere.
(conclusione simile a Kant)
Dunque,
un’idea presente in Frege, e sviluppata nel Tractatus, è che il senso è dato
dalle CdV. Ma sorgono due gruppi di problemi:
(A) Come si connette a ciascuna espressione il suo significato (= referente+nozione)? Cosa fa sì che (a) ‘snow is white’ significhi che la neve è
bianca, e non che il sole scotta? E (b) come faccio io a scoprirlo?
Dare le CDV nel mondo attuale equivale a dare il
riferimento, e viceversa;
e (come vedremo) dare le CDV in tutti i
MMPP equivale a dare la nozione (più precisamente l’intensione), e viceversa: ma che cosa fissa il riferimento? Es.: che cosa
determina in quali condizioni “Stefano Pivato è in Urbino” è vera? O viceversa:
che cosa fissa il riferimento di ‘Stefano Pivato’ e di ‘Urbino’?
Il Tractatus
lascia questi problemi da parte.
Ad essi rispondono
in diversi modi i neopositivisti, Quine, e le Ricerche Filosofiche del
‘secondo’ Wittgenstein.
(B)
1) le CdV sono sostanzialmente determinate dai
referenti → si direbbe:
(a) riferimento determina CdV (b) CdV determina la nozione (intensione) →
(c) riferimento determina nozione
Invece no! Es.: ‘La stella della sera è molto
luminosa’ e ‘la stella del mattino è molto luminosa’ hanno = CdV, ma esprimono
≠ pensieri!
Come mai?
In particolare:
2) perché fallisce la sostituzione nei contesti
obliqui?
Perché l’identità di senso è più stretta di
quella di referente, e necessaria in tali contesti? (Frege: perché hanno il
referente obliquo: ma che significa? Perché? Critiche di Carnap)
3) quali sono le CdV delle modalità? (perché
differisce “P” e “necessariamente P”?)
La modalità è guardata con sospetto dagli empiristi,
ha un sapore metafisico: eppure è necessaria, anche nella scienza!
4) Quali sono le CdV del condizionale ordinario (implicazione)
e dei controfattuali? Perché
i) Se io sono presidente degli USA, qui siamo a Urbino
è del tutto OK in logica (vedi tavole di verità: condizionale
materiale) ma suona bizzarro e non ha VdV nel discorso ordinario (implicazione)
?
E perché invece
ii) Se io sono presidente degli USA mia moglie è First
Lady
e
iii) Se io fossi presidente degli USA mia moglie
sarebbe First Lady
sono equivalenti nella logica delle tavole, ma non nel
discorso ordinario, nel quale (ii) è insensato, e (iii) sensato e vero?
5) come si spiega la necessità delle verità
analitiche, ma non tautologiche (ossia non ‘logiche’ nel senso del Tractatus? Es.:
i) Se Aldo è scapolo, Aldo è maschio
non è tautologica.
Anche a queste domande il Tractatus non risponde[45].
Una serie di risposte le offrirà Carnap.
Iniziamo col
PROBLEMA (A): Come si
connette a ciascuna espressione il suo significato?
Utilizzo e
interpretazione del Tractatus nel
Neopositivismo
Aggiungere note a margine sul testo 2008-9
I neopositivisti (circolo di Vienna, Circolo di
Berlino…) desideravano
render conto del valore della conoscenza
scientifica, e in particolare della componente matematica,
fortissima nella scienza contemporanea), senza venir meno al loro empirismo.
Trovano la soluzione nella riduzione della
matematica alla logica, e della logica alle tautologie: nessun platonismo, le
verità matematiche sono analitiche (= vuote), l’empirismo è
salvo!
Desideravano
distinguere nettamente la scienza dalla filosofia, distinguere tra modi corretti e modi scorretti di
fare filosofia:
in particolare, criticare la metafisica attaccandone
il metodo, non i contenuti ! (come aveva fatto Kant)
Trovano
soluzioni nel Tractatus:
la
scienza è fatta dalle proposizioni sensate (descrittive);
la
filosofia è fatta da etica, estetica, metafisica (che vorrebbero trasmettere
valori o il senso della vita), non sensate.
Un
ruolo corretto per la filosofia: non un insieme di verità, ma un’attività.
qui
però non seguono Wittgenstein:
l’attività
di analisi dei significati e delle strutture linguistiche è sensata!
E’
possibile per mezzo di proposizioni analitiche.
Verificazionismo
semantico
Viene
ripresa anche l’idea di Wittgenstein che il senso di una proposizione consiste
nelle sue condizioni di verità,
ma resta
la domanda:
che
cosa fa si che un enunciato abbia certe CdV piuttosto che certe altre, un
termine certi referenti piuttosto che certi altri, un certo senso piuttosto che
un certo altro?
E la
risposta che danno a questa domanda non
può che esser determinata dal loro empirismo:
le
nostre asserzioni non possono che derivare il loro contenuto dall’osservazione!
Alcuni
termini vengono fissati per definizione:
es.
‘scapolo’ = ‘maschio adulto non sposato’;
‘università’:
‘istituzione nella quale si studia … ecc.’
ma
non si può andare all’infinito! E i termini ‘primitivi’?
(a) S.
Agostino: ostensivamente
Ma: ad alcune espressioni (costanti logiche ecc.) non corrisponde nessun
oggetto: dunque, non possono essere apprese per ostensione
- inoltre,
come Wittgenstein si accorgerà nelle Ricerche Filosofiche, l’ostensione è radicalmente ambigua;
infatti,
“solo nel contesto dell’enunciato un termine ha significato” (= riferimento)
(b)
associando gli enunciati atomici a condizioni
osservabili, che diventano le loro
CdV, e astraendo il significato dei termini da quello degli enunciati.
Esempio:
tuo on valkoinen
tuo on valkoinen
tuo on valkoinen
…
tuo on musta
tuo on musta
tuo on musta
…
Paperi on valkoinen
Pöytä
on valkoinen
…
ecc.
Quindi
le CdV sono sempre stati di cose osservabili:
dunque,
il senso degli enunciati, il loro contenuto, consiste sempre in possibili
osservazioni, risultati sperimentali, ecc.
Se
abbiamo l’impressione che parte del contenuto sia non osservabile, questo è un
errore.
Es.:
l’affermazione
“Giove quando si adira si forgia dei
fulmini e li scaglia sulla terra”
non dice altro che le cose che normalmente si
vedono: nuvole, vento, scariche elettriche, ecc.
Una teoria atomica non dice null’altro se non
le cose che si possono osservare sperimentalmente in certi contesti
sperimentali, o anche nella vita ordinaria (centrali atomiche, bombe atomiche,
ecc.)
Es.: ‘è decaduto un atomo’ = c’è stato un click nel
contatore Geiger (o una nuova schermata su un terminale, ecc.)
Se
poi ci sono asserzioni che non hanno alcun contenuto osservabile, queste
sono del tutto prive di senso:
“al
di là e al di sopra dei fenomeni dei fulmini osservabili, c’è proprio Giove con
la sua ira”
-
“Ma Egli si
manifesta in altri modi osservabili?”
-
“no, Giove è
invisibile agli umani!”
“al
di là e al di sopra delle osservazioni sperimentali, l’atomo ha proprio quelle
proprietà invisibili descritte dalla teoria”
Anche
questa è una pseudo proposizione, metafisica, priva di senso: Mach
Dunque,
le CdV devono essere osservabili: decidibili
osservativamente:
di
un enunciato bisogna poter decidere con la sola osservazione se è vero o no:
verità e verificabilità devono coincidere.
La
metafisica e le sue confusioni e inconcludenti discussioni nascono proprio dal
pretendere di parlare di cose a cui non corrispondono contenuti osservabili
Essa
pertanto non è falsa, ma priva di senso (come diceva il Tractatus)
Inizialmente Schlick, Carnap[46] e
altri neopositivisti riprendono la tradizione empiristica del fenomenismo:
un’idea nata nel XVII secolo, con Cartesio e Locke,
sviluppata poi da Berkeley, Hume, Schlick, Mach, Russell:
i significati
delle nostre espressioni vengono dalle nostre idee
ma le
idee vengono dalle sensazioni
→ i
significati sono dati dalle sensazioni
gli oggetti materiali d’ogni giorno non sono a rigore
osservabili:
illusioni,
errori percettivi, Genio Maligno ….ecc. → teoria della percezione
indiretta
Pertanto,
dato
che il significato di quel che diciamo può consistere solo in dati osservabili,
i
significati di quel che diciamo possono essere solo sensazioni:
c’è una mela sul tavolo = ho una sensazione visiva
rossa di forma pressoché circolare, una sensazione tattile liscia e
rotonda …
Ma come fece notare Neurath in un famoso dibattito con Schlick, il
fenomenismo è assai imbarazzante, non ci consente di costruire nessuna
conoscenza del mondo esterno – in particolare nessuna scienza come normalmente
la intendiamo.
Così verso metà anni ’30 anche Schlick e Carnap[47]
passarono al fisicalismo:
osservo direttamente gli oggetti: la mela ecc.:
le condizioni di verità (dunque il significato!)
coincidono con la serie delle possibili operazioni di verifica,
ossia delle possibili osservazioni che confermano
l’enunciato
-NB: osservazioni possibili, non solo reali!
Es.: altra faccia della Luna (lettura di “Significato e
verificazione”)
Antimetafisica:
In tal modo viene eliminata la possibilità di una metafisica come
tentativo di affermare verità dotate di senso descrittivo su fatti non osservabili (Dio, anima, Mondo,
realismo/idealismo, ecc.):
Gli enunciati della metafisica non potrebbero esser
verificati né falsificati da alcuna osservazione,
dunque non hanno significato descrittivo!
(al massimo, significato emotivo, etico, ecc.: quelle
cose di cui per il Tractatus non si
può parlare)
Es.:
Realismo/idealismo: la montagna di
Carnap[48]
Così
si possono rigettare tutte le tesi metafisiche senza nemmeno “sporcarsi le
mani” a discuterle per dimostrare che sono false: sono insignificanti!
Si
ottiene anche un criterio di
demarcazione tra scienza e non-scienza (= metafisica,
superstizione, arte, ecc.):
es.:
Mach e lo spazio assoluto
(ma
anche: gli atomi!)
Dunque
la risposta neopositivista alla domanda
(A) Come si connette a ciascuna
espressione il suo signficato (referente+nozione) ? Cosa fa sì che (a) ‘snow is
white’ significhi che la neve è bianca, e non che il sole scotta? E (b) come
faccio io a scoprirlo?
È:
con l’osservazione; poiché il significato è dato da CdV, e queste sono
osservabili dunque sono condizioni di verificazione
Problemi ed evoluzione
del verificazionismo
1)
(come si è visto) la versione fenomenista è assai implausibile (ed è stata
abbandonata).
2)
Ma anche il fiscalismo ha problemi:
nessun
enunciato fisicalistico è mai verificabile in senso definitivo
(come
spiega Neurath polemizzando con Schlick, poi Popper, ecc.):
anche
un enunciato singolare ha infinite conseguenze, che possono non verificarsi,
falsificandolo.
Così,
al posto della verificabilità/falsificabilità definitiva,
Schlick
finisce per accettare la confermabilità/disconfermabilità reversibile,
(Addirittura
Wittgenstein mostra, nelle Ricerche
Filosofiche, che perfino gli enunciati fenomenistici sono rivedibili, se
hanno un qualche contenuto)
(3)
I neopositivisti si accorsero poi che
il
significato di molti termini scientifici non osservativi, per come li usiamo di
fatto anche nella scienza, non è del tutto riconducibile a termini osservativi
(i primi non sono completamente definibili in base ai secondi): Es.:
-
Carnap (1936):
termini disposizionali; misure frazionarie;
-
Wittgenstein, Ricerche: estensioni infinite (‘+
-
Hempel (1958): un
termine teorico (‘massa’; ‘carica elettrica’, ecc.) compare in un numero
aperto, potenzialmente infinto di leggi scientifiche: il suo significato non è
dato da solo alcune di esse o dalle osservazioni che le confermano
Dunque
gli enunciati non osservativi parlano davvero di entità non osservabili:
hanno
effetti osservabili, ma quel che diciamo non si riduce agli effetti!
Pertanto
una
definizione completa dei termini teorici che si riferiscono a entità non
osservabili non è possibile:
possiamo
usare proficuamente enunciati
e termini il cui significato non “possediamo” a pieno, ma che scopriremo pian
piano in futuro, col progredire della ricerca.
(Vedremo
che su questa osservazione convergono sia le teorie dell’uso, sia le teorie del
riferimento diretto)
→
Il verificazionismo non può più essere una concezione del significato, perché
non dà tutto il significato.
Così
Hempel, Carnap e altri passano
dalla
verificabilità come natura del significato
alla
controllabilità (= confermabilità-disconfermabilità) come criterio di
significanza:
perché
un enunciato sia significante un suo controllo empirico (fallibile: non una
verificazione definitiva) dev’essere possibile almeno in alcune circostanze
(Carnap, Testability &
Meaning, 1936. Forse, in parte, anche Schlick, S&V, 1936):
dev’essere
almeno possibile indicare esperienze che aumentano o diminuiscono la sua
probabilità (Quine, Due dogmi § 6).
in
altri termini:
il
significato non consiste nelle procedure di verifica o di conferma;
ma
se l’enunciato ha un significato, devono esserci procedure di conferma!
Se
non ci sono è segno che non è significante
Si
ha così un verificazionismo molto liberalizzato, di cui un esempio è
Schlick, “significato e
verificazione” (1936)
Un verificazionismo molto liberalizzato:
-
significato
= CdV = uso = metodo di verificazione
-
verificazione:
anche non definitiva: basta una conferma
-
verificazione:
anche indiretta (per mezzo delle leggi scientifiche – a loro volta confermate
direttamente)
-
significanza
= possibilità logica di verificazione: possibilità di immaginare (non
psicologisticamente: almeno descrivere) una verificazione
→ diventano verificabili o falsificabili proposizioni
§ sull’altra faccia della Luna (se ci si
andasse)
§ su particelle microfisiche (in base agli
effetti osservabili)
§ “Ogni cosa ha appena
raddoppiato la sua grandezza” (la sua negazione si deduce dalle leggi
scientifiche confermate);
§ “L’universo ha iniziato a
esistere più di 5 minuti fa” (la sua negazione si deduce dalle leggi
scientifiche confermate);
§ sulla sopravvivenza alla morte, fantasmi,
ecc. (in base a possibili effetti osservabili)
§ su Dio (in base a possibili effetti
osservabili)
Ma non è chiaro se sia ancora una teoria del significato, o
semplicemente della significanza:
il loro significato si riduce ai sintomi osservabili? il contenuto
inosservabile sparisce?
es.: teoria sui virus; credenze su Dio; ecc.
sembra che sia una teoria del
significato, in quanto a p. 83 (riga 1)
dice che la verificabilità è condizione necessaria e sufficiente del
significato
Restano inverificabili e privi di
significato:
-
teorie
empiricamente equivalenti
-
eternità
dell’anima, infinità dell’universo … (anche la matematica? Ma non fa problema,
è analitica)
-
un
universo parallelo che non interagisca col nostro
Paradosso della domanda: “Cos’è il significato?”
Rispondere ripetendo
Rispondere traducendo
Rispondere mostrando l’uso = mostrando quando è vera = mostrando
quando è verificata
→ significato = metodo o condizioni di verificazione
(tutto quel che eccede la verificazione viene tagliato via dal
significato)
Ecc.
Obiezioni che sopravvivono alla
liberalizzazione:
(4) Quine, olismo semantico: il significato di ogni
enunciato è indistricabilmente connesso a quello di ogni altro. Poiché in
qualunque condizione osservabile un enunciato dato può essere ritenuto o vero o
falso, a seconda degli altri enunciati ritenuti veri (tesi Duhem-Quine) non
esistono condizioni ben definite di verificazione per un enunciato (Lettura: “Due dogmi dell’empirismo”, §§ 5-6).
Analizzeremo
questa obiezione discutendo di Quine, ma
osserveremo che non è decisiva.
Nella
seconda metà del ‘900 Michael Dummett
respinge l’olismo di Quine: gli enunciati che hanno questa rilevanza sulla
verità di un enunciato dato sono molti, ma limitati di numero, costituiscono
un’area limitata del linguaggio.
Così
ripropone il verificazionismo liberalizzato (asseribilità, non verificabilità),
ma
inteso come teoria del significato, non solo della significanza:
quando
parliamo asseriamo solo fatti epistemici.
(problema
dell’acquisizione e della manifestazione: le CdV, ossia i significati, i
contenuti delle mie espressioni devono essere condizioni mostrabili e
osservabili): non è necessario che si possa riconoscere quando un enunciato è
vero (senza possibilità d’errore), ma solo quando è asseribile, ossia (nell’uso
corrente) è giustificato asserirlo, nonostante possa in seguito risultare
errato o esser ritrattato. (Le condizioni di asseribilità variano per il tipo
di enunciati: quotidiani, delle scienze umane, delle scienze fisiche, delle
scienze formali, ecc.).
Resta
comunque che le nostre espressioni parlano solo di fatti epistemici (le
condizioni di asseribilità), non di fatti oggettivi.
(NB:
dato che l’asseribilità non è conclusiva,
questa
diventa in effetti una teoria del significato come uso (vedi sotto!),
che
è un’eredità del Wittgenstein delle Ricerche
Filosofiche).
(il
verificazionismo di Dummett è in un certo senso radicalizzato: vale anche per
gli enunciati osservativi, “all the way down”: come spiega Putnam, per
Dummett il significato non si dà in
termini di fatti osservabili oggettivi, ma sempre di condizioni epistemiche:
gli enunciati non parlano di fatti fisici, e nemmeno di fatti mentali – le
sensazioni: è pur sempre uno stato di cose del mondo che io abbia o non abbia
una data sensazione - ma solo di stati epistemici : stati normativi: è corretto
per me asserire …
Dunque: non : “c’è una mela sul tavolo”, né “ho una
sensazione di rotondo, rosso, un certo profumo, ecc.; ma semplicemente: è asseribile che c’è una mela sul tavolo)
Si potrebbe avanzare a Dummett la seguente obiezione:
lo stesso enunciato (es.: (G) ‘c’è un gatto sul tappeto al tempo t’) può
risultare asseribile al tempo t, e non più asseribile al tempo t’. Ma se le CdV
coincidono con le cd asseribilità, ne segue che l’enunciato sarà vero a t, e
non più vero a t’. Questo è contrario al nostro concetto di verità (esattamente
come l’interpretazione verificazionistica del linguaggio è contraria
all’interpretazione intuitiva).
Si può ovviare (Peirce, Putnam) identificando le CdV
con cd asseribilità ideali (al limite ideale della ricerca). Ma tali condizioni
da un alto vengono a coincidere con condizioni oggettive, e dall’altro, proprio
per questo, non sono più osservabili: in tal modo, dunque, si viene meno alla
motivazione fondamentale del verificazionismo, ritornando in effetti a una
concezione verocondizionale in senso realistico del significato.
Tuttavia l’obiezione è erronea alla base: nella
semantica di Dummett l’enunciato (G) significa in effetti ‘E’ asseribile al
tempo t che c’è un gatto sul tappeto al tempo t’, e ciò resta vero in eterno
Ma
anche la versione di Dummett va incontro alle seguenti obiezioni:
(5) nessuna espressione significa quel che sembra! (non ha significato
oggettivo, ma soggettivo):
‘Il
libro è sul tavolo’ significa in realtà che
-
si possono avere certe sensazioni visive, tattili, ecc. (versione
fenomenistica)
Oppure
che
- ponendomi
in certe posizioni posso vedere un libro, toccare un libro, ecc. (versione fisicalistica)
Oppure
che
- è asseribile che il libro è sul tavolo
(cioè che le condizioni generali attorno a me sono tali che è giustificato
per me asserire che il libro è sul tavolo (versione di Dummett)
‘…
elettrone …’ significa in realtà che
-
si possono avere certe sensazioni visive, tattili, ecc. (versione
fenomenistica)
Oppure
che
-
predisponendo un certo apparato sperimentale, in certe condizioni certi indici
assumeranno una certa posizione, ecc. (versione fisicalistica)
Oppure
che
- è
asseribile che ‘ … elettrone …’ (versione di Dummett)
A
noi sembra di star parlando di oggetti, invece parliamo solo di nostre
condizioni epistemiche!
Noi
crediamo di parlare di Dio, in effetti parliamo solo dei suoi eventuali effetti
osservabili. Ecc.
Ma
allora nessuno di noi comprende il vero significato delle espressioni
della propria lingua !!!
-
assurdo! (in quanto il significato non può essere altro che quello che il
parlante competente comprende)
Coppie
di asserzioni come:
-
“Dio esiste, ma
agisce e si manifesta solo tramite cause ed effetti naturali”
-
“Dio non esiste,
esistono solo cause ed effetti naturali”
hanno
lo stesso significato! … ma a noi pare di no!
(6)
Se
il verificazionismo è vero, è inesprimibile: chi lo esprime dovrebbe dire cosa
c’è di errato nella posizione verocondizionale, ma così facendo si contraddice:
infatti
egli ci dice:
«
‘l’elettrone è stato assorbito’ non significa che l’elettrone è stato assorbito,
ma … vari tipi di sensazioni»
(invece,
qualunque cosa significhi, ‘l’elettrone è stato assorbito’ non significa che
l’elettrone è stato assorbito)
In
altre parole, il verificazionista non sa come esprimere la sua tesi:
egli
sostiene che tutto il ns. linguaggio ha un’interpretazione
verificazionistica,
ma
avrebbe bisogno (e fa finta che) quella parte che usa come metalinguaggio
avesse interpretazione realistica
Replica:
il
verificazionista non si contraddice, non dice così, ma dice
«
‘l’elettrone è stato assorbito’ significa che l’elettrone è stato assorbito, cioè vari tipi di sensazioni»
Controreplica
Il
problema allora si pone così:
per
noi ha senso dire:
«l’elettrone
potrebbe esser stato assorbito anche se non fosse asseribile che l’elettrone è
stato assorbito»
«‘l’elettrone
è stato assorbito’ potrebbe esser vero anche se non fosse asseribile»[49]
Invece
per il verificazionista ciò non ha senso
Cioè, noi distinguiamo esplicitamente CdV da cd verificazione.
Idem:
noi usiamo il terzo escluso, che se vale il verificazionismo non
dovrebbe mai essere utilizzabile.
Dunque, il nostro uso non è verificazionistico
(7)
Lycan[50]
Il
verificazionismo risolve automaticamente e surrettiziamente dispute
antiche filosofiche [nel senso che le riduce a pseudo-dispute, le rende
insignificanti]:
-
esiste un mondo
esterno (o solo percezioni interne)? (versione fenomenistica)
-
Esistono altre
menti (o solo automi comportamentistici)? (versione fisicalistica)
-
Esistono oggetti
non osservabili (o solo quelli osservabili)? (versione fisicalistica)
(8)
(Lycan, obiezione 4)
Se
il verificazionista ha ragione, anche la dottrina verificazionistica,
per non essere
(i)
insensata, dev’essere
- o
(ii) empiricamente verificabile
- o
(iii) analitica: cioè, o
(iiia) esprime la definizione corretta di un concetto
preesistente, oppure
(iiib) introduce per stipulazione il significato di un
concetto nuovo
Ma:
(i)
Wittgenstein: la
scala che si butta. Ma è accettabile ???
(ii)
Obiezioni:
1. Presuppone che conosciamo i significati
indipendentemente dalle CdVz (contraddicendo la dottrina);
2. su quali dati si baserebbe la verifica? Dizionari?
(lo smentirebbero, non danno significati verificazionistici) Nostre intuizioni?
(di nuovo, lo smentiscono!)
(iii)
Obiezioni:
(iiia): è una
definizione fedele, che cattura il significato di ‘significato’. Davvero? Non è
tautologico nel modo di «’scapolo’ significa ‘uomo non sposato’»
(iiib): Hempel:
stipulazione sul significato di ‘significato’. Ma: quello di significato non è
un concetto nuovo, il significato è un fenomeno preesistente.
(9)
Se il
verificazionismo fosse vero non si farebbero errori se non occasionali e
limitati: se tutto ciò che diciamo è verificabile, se tutto il contenuto delle
nostre asserzioni è osservabile, solo raramente diremmo cose non di fatto
verificate (aspetteremmo a dire di averle verificate). Ma sia nella scienza che
nel discorso comune ci accorgiamo di frequenti e anche errori radicali. Ciò
dimostra che nella scienza spesso facciamo asserzioni su entità, processi,
ecc., non osservabili
-
forse no: si fanno asserzioni su entità osservabili in linea di principio ma
non in pratica
(10)
vedremo con Quine che c’è anche un’indeterminatezza del riferimento dei termini:
anche se fossero esattamente determinabili le cd verificazione (o CdV) degli
enunciati da queste non si può astrarre univocamente il significato dei
termini.
Resta
da rispondere alla domanda di base:
se
il ns. linguaggio ha CdV, ossia significati, che vanno oltre le cd
verificazione,
come
sono state apprese tali CdV, tali significati,
dato
che per l’apprendimento non abbiamo a disposizione altro che l’esperienza?
Risposta:
vi
sono espressioni del linguaggio che si apprendono con l’osservazione,
ma operando
da sole o in composizione portano al di là di essa,
e ci
permettono di trascenderla,
di
prendere le distanze dalla nostra specifica posizione epistemica:
‘non’,
‘più … di’, ‘meno … di’, e, appunto, il principio del terzo escluso.
Es.:
più
piccolo di quel che posso vedere
più
grande di quel che si potrebbe misurare
E’
confermato che P, eppure non-P
Credo
che P e non P
Principio
del terzo escluso:
o P
o non-P : uno dei due deve essere vero!
es.:
(1)
l’atomo è decaduto o l’atomo non è decaduto: uno dei due deve essere vero!
violato
in vari casi:
-
termini vuoti
(2)
Renzo Tramaglino era nato di sabato o Renzo Tramaglino non era nato di sabato:
nessuno
dei due è vero
-
verificazionismo:
se
‘l’atomo è decaduto’ significasse che è verificato (ho una prova) che l’atomo è
decaduto’
e
‘l’atomo
non è decaduto’ significasse che è verificato (ho una prova) che l’atomo non è
decaduto
Potrebbero
essere entrambi falsi → non varrebbe il terzo escluso
Il
fatto che usiamo e asseriamo il terzo escluso mostra che ai nostri termini
diamo un significato che va al di là della verificazione.
Gruppo di
problemi (B)
CARNAP
Autobiografia intellettuale:[51]
Carnap apprende da Tarski (1936: “Der Wahrheitsbegriff in den formalisierten
Sprachen”) che è possibile discutere non
solo della sintassi di un linguaggio (e dunque della verità logica)
ma anche della sua semantica (e dunque della verità
fattuale):
serve un metalinguaggio in cui compaiano, oltre i nomi
delle espressioni del linguaggio oggetto, anche gli enunciati del linguaggio
oggetto (o una loro traduzione), in modo da poter parlare dei rapporti tra le
espressioni e i fatti, e di quel tipo di rapporto tra espressioni e fatti che è
la verità.
Carnap sviluppa
allora un simile metodo, basandosi sul lavoro di Tarski, e a partire da esso
introduce l’analisi semantica in termini di intensione ed estensione,
alternativa a quella di Frege in termini Sinn
e Bedeutung (metodo di denominazione).
Mirando a render conto della necessità logica in
termini semantici,
si ispira all’idea di Leibniz che la verità
necessaria è quella che vale in tutti i mondi possibili, e a quella di Wittgenstein
che una tautologia vale per tutte le possibili distribuzioni dei valori di
verità delle proposizioni elementari.
Sviluppa perciò un’interpretazione delle verità
logiche basata sulle descrizioni di stato, che formalizza e generalizza
le idee di Wittgenstein,
e stabilisce dunque definitivamente la distinzione tra
verità sintetiche (o fattuali) e analitiche (o linguistiche, che includono
quelle logiche), tanto importante per l’epistemologia dell’Empirismo Logico.
Quine e
Tarski obietteranno che non c’è una differenza netta, al massimo di grado, tra
verità sintetiche e analitiche, fattuali e linguistiche;
Quine obietterà che è impossibile offrire un resoconto
scientifico della nozione di intensione e sinonimia in un linguaggio naturale,
e Carnap proverà a rispondere in “Meaning and Synonymy in Natural Languages” (1955).
Il modo in
cui Carnap sviluppa l’idea del significato come dato dalle CdV, rispondendo nel
contempo ai problemi (1) e seguenti, è questo:
Il significato è dato dalle CdV non solo nel mondo
attuale, ma in tutti i mondi possibili (o meglio, in tutte le possibili
descrizioni di un mondo: descrizioni di stato).
Es.:
‘Carlo osserva
sono veri nelle stesse condizioni nel mondo attuale, ma in diverse condizioni in altri MMPP:
→ hanno = referente ma ≠ nozione, e dunque ≠ significato
(= nozione+referente)
Allo stesso modo, i termini ‘Stella del Mattino, ‘Stella
della sera’ si riferiscono allo stesso oggetto nel mondo attuale, ma a diversi
oggetti in diversi MMPP
Pertanto non sono sostituibili salva veritate in tutti i MMPP, dunque,
hanno un diverso significato,
contribuiscono in modo diverso al significato globale dell’enunciato
Gli enunciati ‘Carlo è scapolo’, e ‘Carlo è un maschio
adulto non sposato’
hanno = CdV in tutti i MMPP → hanno =
significato.
Idem i termini componenti: “Scapolo’ e ‘Maschio adulto
non sposato’
danno lo stesso contributo al vdv dell’enunciato (sono
sostituibili salva veritate) in tutti
i MMPP.
Intensione
Il senso è più stretto
La sostituibilità nelle att. proposizionali richiede
il senso
Ecco allora
la risposta alla domanda (1):
il riferimento (nel mondo attuale) determina solo le
CdV nel mondo attuale,
ma non determina né il riferimento né le CdV nei vari
MMPP:
e solo queste determinano la nozione!
Tuttavia: non possiamo considerare i mondi diversi dal nostro
come mondi reali, da esplorare per sapere quali sono possibili e quali no!
(Kripke: non sono esplorati, ma stipulati[52]).
Quel che possiamo fare è fare una descrizione completa
di un mondo (come con le diverse righe delle tavole di verità),
e se non contiene contraddizioni (es.: oggi è giovedì
e oggi non è giovedì) è possibile, altrimenti no (NB: svolta linguistica)
In concreto, nemmeno la descrizione completa di un
mondo si può fare (sarebbe infinita): ci accontentiamo di una descrizione che
impieghi tutti i termini del ns. linguaggio (finiti): una descrizione di stato: DS
Carnap costruisce un esempio semplificato:
supponiamo un linguaggio che contenga solo 2 nomi e 4
predicati monadici (esprimenti proprietà) e 1 predicato diadico (esprimente una
relazione):
Lettura
di R. Carnap, Significato e necessità, cap. I, §§ 1-6, 9, 11, 13-15
Regole di
designazione:
s = Walter Scott
w = il libro Waverley
H = umano
R = animale razionale
I = implume per natura
B = bipede
A = autore di
Postulato di
significato:[53]
‘umano’ significa ‘animale razionale’
Proposizione
atomica: 1 predicato monadico e 1
nome, o 1 predicato diadico e 2 nomi:
in tutto sono 4 + 4 + 2 = 10.
DS: per ogni proposizione atomica, o lei stessa o la sua
negazione.
Es.:
- Hs & Rs &
Is & Bs & ⌐Hw & ⌐Rw & ⌐Iw & ⌐Bw
& As,w & ⌐Aw,s
(mondo reale)
- Hs & Rs & Is &
Bs & ⌐Hw & ⌐Rw & ⌐Iw & ⌐Bw &
⌐As,w & ⌐Aw,s
- Ecc.
(in tutto sono 210;
ognuna di queste descrive un mondo possibile, eccetto quelle contenenti:
Hs&⌐Rs;
⌐Hs&Rs;
Hw&⌐Rw;
⌐Hw&Rw.
Regole di
verità per proposizioni atomiche (la
base della def. di verità di Tarski)
Xy è vera se e solo se y ha la proprietà X
Xy,z è vera se e solo se y ha la relazione X a z
Regole di
verità per proposizioni molecolari (=
tavole di verità)
⌐α è vera
sse è α falsa
α&β vera sse α
è vera e β è vera
αvβ è vera sse almeno una tra α e β è vera
α→β è vera sse α
è vera e β è vera, oppure α è falsa
α≡β è vera sse α
e β sono entrambe vere o entrambe false
L-concetti
α
è L-vera sse α è vera in tutte le DS (del
ns. linguaggio)
Es.:
Hw v ⌐ Hw
Hw→Hw
Hw→(Hw v Iw)
Hs→Rs
(per il postulato di signifícato)
Rs→Hs (per
il postulato di signifícato)
Ecc.
NB: questo risponde alla domanda (5):
‘Hs→Rs’ è L-vera, ossia logicamente
necessaria, ossia vale in tutti i MMPP pur non essendo una tautologia (una
verità logica nel senso del Tractatus)
in virtù del postulato di significato:
come direbbe Kripke, abbiamo postulato che non
esistono MMPP in cui gli uomini non siano animali razionali. Es.: ‘essere zio o
nonno’ e ‘avere nipoti’ sono equivalenti per postulato di significato.
α
è L-falsa se ‘⌐α’ è L-vera
α
L-implica β sse ‘α→β’ è L-vera
α
è L-equivalente a β sse ‘α≡β’ è
L-vera
α
è L-determinata sse è L-vera o L-falsa
α
è una verità fattuale sse non è
L-determinata
Es: che tutti gli esseri umani sono bipedi implumi e
viceversa è una verità di fatto, ma non logica:
Hs≡(B∙Is); Hw≡(B∙Iw),
Ossia (x)[Hx≡(B∙Ix)]
Equivalenza
e L-equivalenza di designatori
a≡b sse a=b, ossia se sono lo stesso individuo
(es.: Espero, Fosforo)
P≡Q sse (x)(Px→Qx), ossia se di fatto
valgono degli stessi individui
Es.: di fatto, H≡B∙I
a è L-equivalente a b sse ‘a≡b’ è L-vera
(ossia vale in tutte
P è
L-equivalente a Q sse ‘P≡Q’ è L-vera
(es.: H e R lo sono (vedi postulato di significato), H
e B∙I non lo sono)
Dunque,
L-equivalenza significa aver lo stesso significato, nel senso di stessa intensione (oltre che stesso
riferimento).
Estensione
ed intensione
Estensione è ciò che hanno in comune i designatori
equivalenti,
intensione ciò che hanno in comune i designatori
L-equivalenti
Es.: nomi:[54]
‘Espero’ (=‘Stella-della-sera) ‘Fosforo’ (= ‘stella-del-mattino’)
hanno la stessa estensione: un oggetto (Venere)
Nel ns. mondo sono lo stesso pianeta, in altri
potrebbero esser diversi (non hanno lo stesso significato)
‘Espero’ ‘Stella della Sera’ hanno la stessa
intensione = un concetto individuale:
in nessuna DS (o MP) potrebbero designare oggetti
diversi (hanno lo stesso significato)
Es. Predicati
Renato
cordato
‘Umano’, ‘bipede implume’ stessa estensione: la classe degli uomini (che nel ns.
mondo è identica a quella dei bipedi implumi)
‘Umano’, ‘animale razionale’: sono ≡ in tutte le
DS ( i MMPP): hanno la stessa
intensione, cioè designano la stessa proprietà
Es.
enunciati[55]
Essere equivalenti
è avere lo stesso vdv (nel mondo attuale), cioè la stessa estensione
Dunque, estensione
= vdv
(è la stessa soluzione di Frege, ma più plausibile,
dato che l’estensione non è l’oggetto denominato o descritto dall’enunciato)
Intensione è ciò che hanno in comune enunciati L-equivalenti,
cioè una proposizione[56]
Carnap qui[57]
si pone il problema: e gli enunciati falsi? Certo che non stanno coi fatti nello stesso rapporto di quelli veri:
come fanno ad aver signficato? [non si può dire che hanno una nozione anche se
non hanno un referente: perché ce l’hanno il referente, il vdv. Il punto è: che
cosa costituisce la nozione, se non è un fatto descritto?] E risponde: anche se
all’enunciato così com’è composto non corrisponde un fatto (es.: ‘Hw’) , ai suoi
componenti singoli (‘H’ e ‘w’) corrispondono oggetti, dopo di che l’intensione
è data all’enunciato da tali oggetti e dal modo di composizione dell’enunciato
stesso. [si potrebbe obiettare che a ‘L’unicorno è un ippogrifo’ non
corrispondono nemmeno i singoli oggetti. Ma ‘unicorno’ e ‘ippogrifo’ ricevono
significato per composizione da termini più primitivi (cavallo, corno, grifone,
…) a cui un oggetto corrisponde. Si torna così alla giusta idea di Russell che
vi sono dei termini primitivi che non possono esser vuoti, per i quali nozione
e referente coincidono. Ma è chiaro che questi possono anche esser pochissimi].
Descrizioni
definite: nei casi non esista un
(unico) oggetto che le soddisfa segue il metodo di Frege (scelta convenzionale
di un oggetto), non quello di Russell.
§ 11:
SOSTITUIBILITA’
Un’espressione
α è estensionale rispetto a una sua parte β
sse β può esser sostituita in essa salva veritate con espressioni della
stessa estensione: in altri termini, sse α
parla del mondo attuale.
Un’espressione
α è intensionale rispetto a una sua parte β sse β può
esser sostituita in essa salva veritate
solo con espressioni della stessa intensione: in altri termini, sse parla di tutte le DS (o MMPP).
Es.: Contesti
modali
‘Espero è un pianeta’ è estensionale rispetto a
‘Espero’
‘Il numero dei pianeti è pari’ è estensionale rispetto
a ‘il numero dei pianeti’
invece
‘Necessariamente 9 è dispari’ è intensionale
rispetto a ‘9’
Questo
risponde alla domanda (3):
le CdV delle modalità riguardano le DS (o MMPP):
necessario = vero in tutte,
possibile = vero in alcune (anche se magari non in
quella che descrive il nostro mondo)
E risponde alla
domanda (2):
non sono sostituibili quelle espressioni che non sono
equivalenti in tutte le DS (o MMPP), ossia che non sono L-equivalenti, ossia
non hanno la medesima intensione
‘Michelle è
Ma
‘Necessariamente la moglie del presidente USA è la
first Lady’ è intenzionale rispetto a ‘La moglie del Presidente USA’
‘Se tu sai giocare a calcio io sono il Papa’ è estensionale
rispetto a ‘io sono il Papa’
(lo posso sostituire con ogni enunciato con lo stesso
valore di verità: es., ‘io sono Che Guevara’).
ma
‘Se io fossi il Vicario di Cristo io sarei
il Papa’ è intensionale rispetto a ‘io sarei il Papa’
(es.: ‘io sarei Che Guevara’ vs.: ‘io sarei il vescovo
di Roma’
(n.b.: anche i controfattuali sono contesti “obliqui”)
Questo spiega la differenza del condizionale materiale
e di quello stretto, o ordinario
Abbiamo così
la risposta alla domanda (4):
il condizionale materiale richiede solo che nel mondo
attuale non sia vero l’antecedente e falso il conseguente. Es.:
i) ‘Se io
sono presidente degli USA, qui siamo a Urbino’
È vero perché nel mondo attuale è vero il conseguente, e
ii) ‘Se
io sono Presidente degli USA, Urbino è in Antartide’
è vero perché nel mondo attuale è falso l’antecedente
L’implicazione (o condizionale stretto, o ordinario)
richiede che in nessuna DS (o MMPP) sia vero l’antecedente e falso il
conseguente. Es.:
‘Se Aldo
è scapolo, Aldo è maschio’
Oltre ai mondi o DS logicamente possibili ci sono
anche quelli fisicamente possibili, giuridicamente possibili, ecc., e il
condizionale ordinario si applica anche a tutti questi:
‘Se la temperatura scende sotto zero l’acqua ghiaccia’
‘Se firmo un contrato ho l’obbligo di rispettarlo’
Idem per i controfattuali: sono condizionali che pur
avendo un antecedente falso nella DS del mondo attuale, hanno il conseguente
vero in tutte le DS (MMPP) in cui l’antecedente sia vero. Es.:
ii) Se io
fossi presidente degli USA mia moglie sarebbe First Lady
È vero, ma
iv) Se io
fossi Presidente degli USA Urbino sarebbe in Antartide
è falso, perché ci sono DS in cui io sono Presidente
USA ma Urbino non è in Antartide
Contesti proposizionali
(principali che reggono una
proposizione)
‘Giovanni
crede che 9 è dispari’
non è estensionale rispetto a ‘9’:
es. se Giovanni non sa qual è il numero dei pianeti è
falso che
‘Giovanni
crede che il numero dei pianeti è dispari’.
Altro esempio:
Giorgio
IV si chiedeva se Scott fosse l’autore di Waverley
- ma non è nemmeno intensionale: anche se
‘Giovanni
sa che 9 è dispari’
è vero,
‘Giovanni
sa che (√100+42+17)/3 è dispari’
può esser falso (se Giovanni non conosce potenze e
radici), anche se
‘(√100+42+17)/3’
ha la stessa intensione di ‘9’
Soluzione di Carnap:
Nei contesti preposizionali si possono sostituire solo
espressioni che siano
intensionalmente
isomorfe[58] = stessa intensione e stessa struttura
es.: non sono intenzionalmente isomorfi:
‘mio
suocero è anziano’ – ‘il padre di mia moglie è vecchio’
Invece lo sono:
‘il babbo
della mia consorte è anziano’ – ‘il padre di mia moglie è vecchio’
Secondo Carnap l’isomorfismo intenzionale è ciò che
Frege intende per senso:
infatti due espressioni intenzionalmente isomorfe non
hanno solo la stessa intensione (cioè lo stesso contenuto nozionale),
ma lo stesso modo particolare di esprimere quel
contenuto:
un individuo sa esprimerlo in un modo, ma non in un
altro.
Infatti mentre le modalità riguardano ciò che vale in
tutte
Dunque, pur con le sue differenze, il metodo
“dell’intensione/estensione” di Carnap arriva a risultati simili a quello “di
denominazione” (Sinn/Bedeutung) di Frege.
In realtà, Benson Mates ha segnalato che nemmeno l’identità di senso (o
isomorfismo intenzionale) è sufficiente
a mantenere la sostituibilità in certi contesti[59]:
Per es., potrebbe esser vero che
‘Giovanni
sa che ‘il padre di mia moglie è vecchio’
ma falso che
‘Giovanni
sa che il babbo della mia consorte è anziano’
Potrebbe esser vero che
‘Giovanni
sa che quell’uomo è un poliziotto’,
ma falso che
‘Giovanni
sa che quell’uomo è uno sbirro’
(se Giovanni non conosce la sinonimia di ‘moglie’ e ‘consorte’,
‘poliziotto’ e ‘sbirro’).
Eppure hanno lo
stesso senso (sono intenzionalmente isomorfi).
Andrea Bonomi ha allora suggerito che la sostituibilità vale nei contesti di
attitudine preposizionale solo per espressioni che siano sinonime (nella nostra
terminologia abbiano la stessa intensione) nell’idioletto del soggetto
dell’attitudine[60].
Anche la sofisticata analisi tecnica condotta da Carnap per mezzo della nozione
di descrizione di stato e delle nozioni connesse[61]
riproduce sostanzialmente la stessa
dicotomia, esplicando
l’intensione come
contenuto informativo comune a quelle espressioni che sono logicamente
equivalenti (e quindi, in sostanza, come il contenuto logico dell’espressione,
ovvero, quell’informazione che chiunque conosca (fino in fondo) la lingua
potrebbe trarre dall’ espressione in via puramente logica),
e
l’estensione come
ciò che hanno in comune espressioni equivalenti.
Tuttavia Carnap,
che costruisce il suo metodo semantico soprattutto ai fini della logica modale
e della ricerca sui fondamenti della matematica, ed è molto attento alle
implicazioni del problema del nominalismo sulle entità astratte, impiega questa coppia in modo diverso da
quello in cui li impiegheremo qui:
(1)
in
primo luogo, egli sembra utilizzarli per marcare una contrapposizione tra piano
delle entità astratte e piano delle entità concrete, più che una
contrapposizione tra piano logico/ideale e piano ontologico, (o del pensiero e
della realtà): la proprietà che
un predicato esprime, ad esempio, per lui ne costituisce l’intensione (e si
pone quindi sul piano astratto)(con la conseguenza di cui al n. 3 qui sotto),
mentre qui la considereremo come la sua denotazione (situandola dunque sul
piano ontologico).
(2)
Inoltre
le sue finalità possono esser raggiunte con l’utilizzo di un minor numero di
nozioni semantiche (intensione e isomorfismo intensionale (ossia senso)
su un piano, ed estensione sull’altro) mentre quelle che qui ci
proponiamo (di analizzare il concetto di significato delle espressioni
linguistiche) suggeriscono di usare contemporaneamente diverse nozioni per
distinguere vari concetti alternativi (intensione,
senso, connotazione, estensione, denominato, designato, ecc.).
(3)
Infine,
le sue finalità consentono a Carnap di
considerare a tutti gli effetti equivalenti, e dunque caratterizzate da una
medesima estensione ed intensione, espressioni come: ‘(è) rosso’, ‘il (colore)
rosso’, ‘la classe delle cose rosse’,
che invece hanno significati ben diversi e quindi non sono affatto equivalenti
dal nostro punto di vista[62].
Come si è accennato, anche Carnap[63]
ha rivolto alla soluzione di Frege tre critiche, che tuttavia non mi paiono
corrette: i) moltiplicazione dei nomi:
il senso ha un nome, il quale dunque ha il senso come referente[64],
e qualcos’altro come senso; questo qualcos’altro a sua volta ha un nome, il
quale ha un’altra cosa come senso, ecc.
Ma tale critica è errata: lo stesso problema si ripropone anche
per l’ intensione e l’estensione: sia l’una che l’altra avranno un nome, che
avrà (oltre all’estensione) un’intensione, e questa avrà un nome, ecc. In
effetti, sorge ogni volta che per qualunque motivo costruiamo una gerarchia di
metalinguaggi.
(Carnap evita questo problema solo con la già ricordata
limitazione delle capacità espressive del linguaggio che egli considera,
possibile per i fini che egli si propone, per cui non ammette nomi di
intensioni né nomi di estensioni).
ii) moltiplicazione di referenti diversi per lo stesso nome:
es.:
John crede che è possibile che Bill tema che Jane scopra che P
Carnap evidentemente pensa che la clausola relativa ‘che’
funzioni come le virgolette del discorso diretto, ossia
John crede che{è possibile che [Bill tema che (Jane scopra che «P»)]}
Ma le virgolette del discorso diretto trasformano un’espressione
nel suo nome. Per cui se il referente ordinario di ‘P’ è il valore di verità, e
nel contesto del ‘che’ più interno (ossia nel contesto «») è il suo senso, l’espressione ‘«P»’ è il nome
del senso di ‘P’, e ha per riferimento il nome del senso di ‘P’; l’espressione ‘(Jane scopra che «P»)’ è il
nome del nome del senso di ‘P’ (e quindi ha per referente in nome del nome del
senso di ‘P’); ecc.
Per cui nel contesto ordinario il referente di ‘P’ è il suo
valore di verità, ma nel contesto «» è il senso di ‘P’; nel contesto [] è il
senso del nome del senso di ‘P’; nel contesto {}è il senso del nome del senso
del nome del senso di ‘P’; ecc.
Ma: nel migliore dei casi questa è
sostanzialmente l’obiezione 1. esposta all’inizio: è implausibile che il
referente cambi col contesto.
Nel peggiore, è assai dubbia:
primo, perché è dubbio che in questi contesti via via più ampi si
possa identificare un referente di ‘P’ autonomo dal contesto, come se fosse
scritto direttamente: «P», («P»),
[(«P»)], {[(«P»)]}, ecc.
Secondo, perché anche se così fosse, questi diversi referenti non
sono tutti referenti di ‘P’, ma appunto di espressioni diverse, ossia
rispettivamente di «P», («P»), [(«P»)],
{[(«P»)]}, ecc.
Nulla, in
sostanza, vieta di pensare che i possibili referenti di un’espressione siano
solo due: quello ordinario, nei contesti diretti, e il suo senso, in tutti i
contesti obliqui e modali.
iii) Anche nella stessa occorrenza:
John sa che P: due
nominata diversi nella stessa occorrenza
(infatti = John crede che P, e P)
(in realtà, sono due occorrenze diverse. Quindi nemmeno
quest’obiezione pare corretta )
(b) Soluzione di Carnap:
intensione vs. estensione
sempre le stesse in tutte le occorrenze e i contesti;
solo, la sostituibilità salva
veritate richiede
f)
identità
di estensione in contesti diretti,
g)
-identità
di intensione in contesti obliqui o modali
(per il motivo visto sopra: in contesti obliqui si parla di pensieri,
non di cose)
(N.B.: funziona lo stesso se intendiamo ‘intensione’ e
‘estensione’ non alla Carnap, come
astratto/concreto, ma nel ns. modo, come
concetto del referente/referente)
Per le critiche (1) e (2) sopra esposte
alla soluzione di Frege, questa soluzione si direbbe da preferirsi a quella.
Anch’essa ha però un difetto: in essa il valore di verità
è normalmente funzione dei referenti, mentre
nei contesti obliqui e modali diventa funzione delle intensioni.
Essa perciò costringe ad abbandonare il
principio semplice, generale, e anche intuitivamente plausibile che il VdV è sempre funzione dei referenti,
sostituendolo con due principi diversi
(e lasciando così anche il dubbio che
magari in altri contesti non valgano altri principi ancora diversi).
Quindi: per Frege il VdV è sempre funzione
del referente, ma questo cambia col contesto; per Carnap il referente è sempre
identico, ma il VdV è funzione talora del referente, talora dell’intensione.
Vedremo più oltre (parlando del valore di
verità degli enunciati vuoti) una terza soluzione che sembra meglio
conciliare tutte le esigenze che sorgono in questi casi: il referente è sempre
identico, e il VdV è funzione sempre dello stesso argomento, che però non è il
referente ma l’intensione
Come si è detto, Carnap è consapevole che
la coppia Sinn - Bedeutung di Frege è diversa dalla propria intensione-estensione:
1) il Bedeutung
varia nei contesti obliqui, l’estensione no
2) la nozione di senso è più stretta di
quella di intensione,
e infatti (come già detto sopra) non sempre basta l’identità di intensione, talora
serve quella più forte di senso
In alcuni passi, Carnap sembra che non ne
veda altre, e infatti sostiene che le due coppie finiscono per coincidere nei
contesti diretti.
TIPOLOGIE DI
NOZIONE (E DI REFERENTE)
Siamo
ora in grado di cogliere meglio le differenze tra le varie tipologie di nozione
(le varie sfumature del “modo di indicare il referente”, differenze che possono
giustificare l’uso di una terminologia differenziata
(In
seguito analizzeremo anche le diverse tipologie di referente per i diversi tipi
di espressione).
|
Termini con uguale |
NOZIONE |
RefereNte
|
|||
|
|
Contenuto logico |
||||
|
Il papà di mia moglie nove |
Connotazione |
Senso |
Comprensione |
Intensione |
|
|
Il babbo di mia moglie nine, 9 |
|||||
|
Il padre della mia coniuge neun |
|
||||
|
Mio suocero Il numero dopo
l’otto |
|
|
|||
|
Il nonno paterno dei miei figli
3×√(16:4)+3 |
|
|
|
||
|
L’ex capo tecnico della
SFIR Il numero dei pianeti |
|
|
|
|
|
|
Carlo |
Nessuna? |
Nessuno? |
Nessuna? |
Nessuna? |
|
D’altra parte, a causa delle ambiguità del linguaggio
ordinario
(che Frege ipotizza di eliminare)
ci sono anche termini con diverse nozioni: ma in tal
caso hanno diversi referenti:
es.: bachelor: -
baccelliere – insieme dei baccelliere
-
scapolo – insieme degli scapoli
Venere: -
la dea
-
il pianeta
1)
Anzitutto osserviamo la particolare relazione che (in genere) sussiste tra
nozione e referente:
- la nozione
è logicamente, informativamente + forte del referente,
- la nozione determina il referente e
non viceversa, il referente è funzione
(relazione molti-uno) della nozione e
non viceversa:
cioè:
lo
stesso referente può essere indicato in modi diversi, identificato con nozioni diverse
(o così si direbbe: v. Kripke, non sempre
è così)
2) Inoltre:
la stessa espressione esprime contemporaneamente
diversi livelli di nozioni, più o meno forti
Usiamo le varie denominazioni usualmente impiegate
quasi come sinonimi per evidenziare diverse nozioni, di forza crescente,
nell’ambito della dimensione nozionale:
referente
→ intensione → comprensione → senso → connotazione
(I)
Il presidente del consiglio italiano - l’ex presidente
dell’IRI e della Commissione europea:
identico referente ma contenuto informativo
completamente diverso:
= referente, ≠ intensione
(II)
9 - Ö 81 - quadrato di 3 - [2+½ √3 (1/3∙24)]x 3
Mio suocero - colui che sarebbe mio padre se mia
moglie fosse mia sorella - nonno materno dei miei (eventuali) figli;
hanno la stessa intensione
(nel senso di Carnap)
(contenuto informativo esplicito o implicito
dell’espressione)
(contenuto informativo dell’espressione in base alle
sole convenzioni linguistiche, a prescindere da conoscenze fattuali,
quell’informazione che chiunque conosca (fino in fondo) la lingua potrebbe
trarre dall’ espressione in via puramente logica).
Abbiamo già veduto la caratterizzazione rigorosa
dell’intensione data da Carnap: hanno la stessa intensione gli enunciati che
sono veri esattamente negli stessi mondi possibili
Ma hanno significati diversi:
il contenuto informativo è “dato” in modi diversi
(Frege),
si ricava attraverso percorsi intellettuali diversi,
utilizzando concetti diversi
Così diversi che qualcuno che conosca la lingua ma sia
lento o incapace a ragionare o non conosce la logica potrebbe non immediatamente
capire che indicano lo stesso oggetto[65].
Diciamo allora che hanno lo stesso referente e la
stessa intensione, ma una diversa comprensione.
(III) Invece:
mio suocero - il padre di mia moglie;
‘prostituta’ - donna da marciapiedi’ - ‘donna che
offre sesso a pagamento’
offrono immediatamente la medesima
informazione a chiunque conosca le definizioni e le convenzioni
linguistiche, anche senza uso della logica:
Col termine ‘comprensione’
indichiamo dunque una proprietà più forte dell’intensione, che tali espressioni
hanno in comune;
diremo dunque che esse hanno (non solo la stessa
estensione, la stessa intensione, ma anche) la stessa comprensione,
Tuttavia queste espressioni esprimono la loro comune
comprensione (e anche intensione e
referente) in modi diversi, con espressioni di struttura diversa che
richiamano concetti diversi. Diciamo allora che hanno, nell’accezione di
Frege, un diverso senso
(cioè, un diverso modo di “dare” il referente, l’intensione e la comprensione)
(IV) In cosa consiste esattamente allora avere lo
stesso senso?
Se desideriamo precisare l’uso di questo concetto
rispetto a quello in parte vago fattone da Frege, possiamo accettare
convenzionalmente la proposta di Carnap[66]:
avere lo stesso senso è essere intensionalmente
isomorfi: avere la stessa struttura
con componenti di uguale intensione.
Es.: il padre
della mia sposa; il babbo di mia moglie
(V) Tuttavia se diciamo:
- prostituta - puttana
- poliziotto - sbirro
questi hanno (la stessa estensione, intensione,
comprensione, e senso) ma un significato leggermente diverso, sul piano logico,
in quanto espressioni che esprimono contenuti (o “connotati” emotivi diversi
(Frege: hanno un “colore” (dummett: tono) diverso). Potremmo dunque utilizzare
il termine ‘connotazione’, che nel
linguaggio comune è spesso usato in tal modo, per indicare ciò in cui
differisce il significato di espressioni che non differisce per estensione,
intensione, né comprensione.
possiamo concludere che esiste una gerarchia:
connotazione → senso → comprensione
→ intensione → referente
in cui ogni elemento precedente determina i seguenti,
ma non viceversa
(cioè: se ha = connotazione ha anche = senso, ma non
viceversa. Ecc.)
I concetti semantici di questa gerarchia si applicano
a tutti i tipi di espressione, che possiamo raggruppare in: espressioni individuali ( nomi propri o
descrizioni definite), espressioni universali (nomi comuni, predicati,
descrizioni indefinite), enunciati.
Lasciamo per il momento in sospeso una questione
dibattuta di cui ci occuperemo più oltre: se i nomi propri abbiano
intensione/comprensione/senso/ connotazione oppure solo referente.
Espressioni con lo stesso |
Espressioni individuali* |
Espressioni universali** |
enunciati |
|
Referente |
Carlo
– mio suocero |
Suocero
– padre della moglie |
Carlo
è gioviale - Mio suocero è gioviale |
|
Intensione (commutabili
per sviluppo logico) |
Il
padre di mia moglie Il
nonno materno dei miei (eventuali) figli |
padre
della propria moglie nonno
materno dei propri (eventuali) figli |
Il
padre di mia moglie è gioviale / Il nonno materno dei miei (eventuali) figli
è gioviale |
|
Comprensione (commutabili
per so-stituzione di sinonimi) |
Mio
suocero Il
padre di mia moglie |
Suocero Padre
della propria moglie |
Mio
suocero è gioviale Il
padre di mia moglie è gioviale |
|
Senso (commutabili
per isomorfismo intenzionale) |
Il
padre di mia moglie / Il padre della mia sposa |
Padre
di mia moglie Padre
della mia sposa |
Il
padre di mia moglie è gioviale Il
padre della mia sposa è gioviale |
|
Il
poliziotto che mi ha arrestato/ lo sbirro che mi ha pizzicato |
Poliziotto / sbirro arrestare/ pizzicato |
Il
poliziotto che mi ha arrestato/ lo sbirro che mi ha pizzicato |
|
|
Connotazione (commutabili
per sostituzione di sinonimi di = colore) |
|
Sbirro / piedipiatti |
Lo
sbirro che mi ha pizzicato / Il piedipiatti che mi ha pizzicato |
*Espressioni individuali: si applicano a 1 solo
individuo (per volta): nomi propri; descrizioni definite; deittici (io; tu;
questo; qui …)
**Espressioni universali: si applicano a molti
individui contemporaneamente: nomi comuni, aggettivi, verbi, relazioni,
descrizioni indefinite
N.B.: L’intensione è
- un concetto individuale per i designatori
particolari,
- un concetto universale (il concetto di una proprietà
o un genere)[67] per le espressioni
universali
- un pensiero o giudizio o proposizione per gli
enunciati. (Se volessimo ulteriormente sfruttare le risorse terminologiche
disponibili stipulando per esse nuovi sensi tecnici, potremmo forse chiamare
l’intensione di un enunciato ‘proposizione’, la sua comprensione ‘giudizio’, il
suo senso ‘pensiero’[68], la
sua connotazione ‘….’?)
Esempi.
Invece
comprensione/senso/connotazione sono piuttosto modi di esprimere un certo concetto
o giudizio
infine
3)
DIMENSIONE REFERENZIALE
Osserveremo ora che anche sul versante referenziale le
varie coppie non sono del tutto sovrapponibili, ossia che referente, denotazione/denotato,
estensione, ecc. non sono esattamente la stessa cosa, e in più,
che non ogni tipo di espressione possiede tutti questi elementi.
Contrariamente alla dottrina di Frege secondo cui il riferimento
è sempre una relazione nome-nominato, le cose non stanno così (vedi anche
Dummett 1973, 409 sgg e altrove)
Controparte ontologica in generale: il referente
1) Nomi propri
Ovviamente i nomi propri hanno come referente
(se ne hanno affatto: parrebbe infatti che
non sempre ne abbiano: per esempio, parrebbe che ‘Pegaso’ non stia per
alcunché. Ma riprenderemo in seguito questo problema)
l’oggetto di cui sono il
nome, ossia che essi denominano: essi hanno dunque un nominato:
vale a dire un referente unico, che viene posto nella frase in posizione di
soggetto o di complemento oggetto.
I nomi propri non sono solo quelli di persona,
di luogo e simili, ma anche quelli che denominano unicamente: di
proprietà, di genere, di classe, ecc. (‘il rosso’, ‘l’uomo’,
la classe dei cavalli’ …).
Se per estensione
intendiamo, come si è detto sopra, la classe di cose a cui un’espressione si
applica, i nomi propri hanno pure (per quanto in senso un po’ banale)
un’estensione, costituita da un singolo elemento. Possiamo dunque
parlare del referente, del nominato o dell’estensione di un nome proprio.
L’intensione
(posto che vi sia, una questione che abbiamo rimandato a più avanti), come si è
detto, è un concetto universale
Tuttavia è
chiaro che non tutti i tipi di espressioni denominano e hanno denominati.
Perciò è difficile accettare l’identificazione fatta da Carnap del Bedeutung fregeano col nominato,
in quanto il concetto di Bedeutung
(letteralmente: significato) è un concetto assai generico, che Frege intende
come appartenente ad ogni genere di
espressione (nomi, predicati, enunciati, ecc.)[69].
Esso sarà dunque più naturalmente identificabile col referente (che
qui intendiamo come concetto generale per ogni correlato di tipo ontologico).
2) Aggettivi e verbi
Non hanno un denominato, ma un’estensione: Es.: ‘rosso’ in
‘il fuoco è rosso’ non denomina alcunché. Tuttavia si applica, è vero
di, o si estende a, (l’insieme di) tutte
le cose rosse, che possiamo dunque chiamare la sua estensione.
(Naturalmente non bisogna confondere
l’aggettivo ‘rosso’ (es in ‘il fuoco è rosso’) con il nome proprio di
colore ‘il rosso’ (es. in ‘il rosso mi piace’). Il secondo ovviamente
possiede un nominato, il colore o proprietà rosso, il primo no).
(Se insistessimo a
voler attribuire un nominato all’aggettivo ‘rosso’, questo sarebbe la
proprietà (il colore) rosso, e quindi
- coinciderebbe con il nominatum di un
altro termine: il nome corrispondente (‘[il] rosso’), e sarebbe un doppione;
- e comunque, sarebbe diverso dall’estensione: il nominato
sarebbe una proprietà, e l’estensione invece un insieme di oggetti: ciò
conferma che nominatum ed estensione sono concetti diversi).
(Carnap[70]
segnala che se ai termini generali vogliamo assegnare un nominato, è incerto se
esso debba essere una classe o una proprietà. Egli invece propone di
considerare la classe come estensione, e la proprietà come intensione (proprio
perché, come si è detto, con la distinzione intensione/estensione egli ha in
realtà di mira la distinzione entità astratte/concrete), e questo è un altro
motivo per cui la coppia Sinn-Bedeutung, che egli interpreta come
senso-nominato, sarebbe diversa dalla coppia intensione/estensione. Di fatto,
credo, questa interpretazione di Carnap non è esatta (per il motivo detto al
precedente § 1), ma resta vero che il concetto di denominazione è inappropriato
a questo genere di espressioni).
L’aggettivo ‘rosso’ ha comunque
qualcosa a che fare con quella proprietà che è il colore rosso, nel senso
che è quella che l’aggettivo attribuisce al soggetto, essa è dunque in
qualche modo un suo referente, pur non essendo il suo denominato. Potremmo
forse usare per questo tipo di riferimento il concetto di denotazione, e dire
che la proprietà è il suo denotato.
Un aggettivo o un verbo hanno dunque due
distinti referenti: un’estensione e un denotato.
L’intensione, come si è detto, è un concetto universale, il concetto del loro
denotato.
(Potrebbe sorgere il sospetto che una
proprietà e il suo concetto siano la stessa cosa, ma così non è: un oggetto è
reso visibile dal colore che esso possiede, non dal concetto di tale colore)
|
Espressione |
Corrispettivo
sul piano logico |
Corrispettivo sul piano ontologico |
|
Nome proprio :
‘il rosso’ |
concetto del
colore rosso |
Il colore
rosso: è un nominato |
|
Aggettivo: ‘[è]
rosso’ |
Concetto del
colore rosso. Coincide con
l’intensione del nome |
-Tutte le cose
rosse: è un’estensione - il colore
rosso: è un denotato. Coincide col nominato del nome |
|
Nome proprio:
‘insieme delle cose rosse’ |
Il concetto di
insieme delle cose rosse |
L’insieme delle
cose rosse: è un nominato |
Forse non meraviglia che l’intensione dell’aggettivo coincida con
l’intensione del corrispondente nome, e il suo denotato con il nominato di
esso: dopo tutto, essi sono comunque
espressi dallo stesso termine.
Tutto ciò vale anche per i
3) nomi
comuni:
Un nome comune come ‘cavallo’ può essere usato come predicato,
come ‘rosso’, (l’unica differenza è che necessita dell’articolo) ma anche come
soggetto, (sempre con l’aiuto dell’articolo, oppure anche di aggettivi, come
‘questo’ ecc. Questo potrebbe far pensare che mentre nella funzione di
predicato il nome comune non denomina nulla
(per es., in:
1.‘Ribot è un cavallo’
‘Ribot’ denomina, ma ‘cavallo’ no,
possa denominare almeno quando sta nella funzione di soggetto,
come in
2.‘I cavalli sono quadrupedi’
3.‘Laggiù c’è un cavallo’
Si potrebbe suggerire:
- in 2. denomina i singoli cavalli. Ma non è possibile, perché
tale nome non distinguerebbe l’uno dall’altro, mentre un nome deve denominare
in maniera univoca.
Oppure:
- denomina la classe dei cavalli, ossia, nominatum ed
estensione coincidono.
Ma è un’approssimazione abbastanza grossolana:
1. non dice che Ribot è la classe dei cavalli, né 2. che la
classe dei cavalli è un quadrupede.
h)
Certo,
si possono parafrasare:
i)
O
forse meglio:
1’’. Ribot appartiene al genere dei cavalli;
2’’. gli appartenenti al genere dei cavalli sono quadrupedi;
3’’. laggiù c’è un appartenente al genere dei cavalli;
( - genere vuol dire la stessa cosa di
classe?
No, classe è solo un insieme di elementi, genere
non è tanto un particolare insieme di elementi, quanto l’insieme di tutti gli
elementi contraddistinti da certe caratteristiche in quanto contraddistinti
da esse. In questo senso il nominatum di ‘cavallo’ sarebbe qualcosa tra la
sua estensione (la classe dei cavalli) e la sua intensione (l’insieme delle caratteristiche
distintive dei cavalli). ).
In ogni caso
si vede che 1’’, 2’’, 3’’. non esprimono la stessa idea di 1., 2., 3.: hanno la
stessa intensione, ma non lo stesso senso[71].
Infatti:
- il genere dei cavalli è il nominatum dell’espressione ‘il
genere dei cavalli’,
- la classe dei cavalli è il nominatum dell’espressione ‘la
classe dei cavalli’,
mentre ‘cavallo’ è un termine che non denomina affatto, ma
ha per estensione i
cavalli,
NB: In
4.‘Il cavallo è un mammifero’
‘il cavallo’ ha funzione di nome proprio di genere, non più di
nome comune, e quindi ha come nominato il genere dei cavalli.
DUNQUE:
quando il nome comune ‘cavallo’ è usato come predicato, si
comporta proprio come ‘rosso’, e possiamo creare una tabella analoga,
confrontandolo coi rispettivi nomi proprio del corrispondente genere e della
corrispondente classe:
|
Espressione |
Piano logico |
Piano ontologico |
|
Nome proprio: ‘il cavallo’ es.: ‘il cavallo è un mammifero’ |
concetto del genere cavallo |
Il genere cavallo: è un nominato |
|
Nome comune: ‘cavallo’ (usato come predicato: es.: ‘questo è un cavallo’) |
Concetto di cavallo (= insieme dei concetti delle proprietà
essenziali) E’ imparentato ma non
coincide con il concetto del nome proprio: il genere non è l’insieme delle
proprietà essenziali, ma l’insieme degli individui in quanto
contraddistinto dalle proprietà essenziali) |
- Tutti i cavalli: è un’estensione - proprietà (= insieme delle proprietà essenziali): è un denotato.
E’ imparentato ma non coincide con il nominato del nome proprio: il genere
non è l’insieme delle proprietà essenziali,
ma l’insieme degli individui in
quanto contraddistinto dalle proprietà essenziali) |
|
Nome proprio: ‘insieme dei cavalli’ |
Il concetto di insieme dei cavalli |
L’insieme dei cavalli: è un nominato |
A differenza di aggettivi e verbi, però, i nomi comuni possono
essere usati anche come soggetto, pur senza diventare nome del genere.
In tal caso
A seconda dei suoi diversi usi viene a riferirsi, volta a volta
diversi oggetti:
j)
un
singolo animale, anche se non ben identificato[72]
(‘laggiù c’è un cavallo’),
k)
tutti
e ciascuno i singoli cavalli (che è qualcosa di diverso dalla classe dei
cavalli) (‘i cavalli sono mammiferi’), pur senza distinguerli l’uno dall’altro
come farebbe un nome proprio
l)
un
singolo animale ben identificato: ‘questo cavallo’; il cavallo [di cui
parliamo] è bello
Se dico ‘Baiano è un cavallo della mia scuderia’, ‘cavallo’ sta
in posizione di soggetto, non predicato, in quanto è come se dicessi:
‘Baiano è identico con un certo cavallo della mia scuderia’,
e anche qui designa un ben preciso animale (che però muta da un
uso all’altro).
Possiamo chiamare ‘designare’
questo riferirsi volta a volta a oggetti particolari diversi, e dunque possiamo distinguere tre tipi di
referente che i nomi comuni possono avere, chiamandoli l’estensione,
il denotato (quando usati
come soggetto) e il designato
(quando usati come predicato).
anche
4)
deittici
(pronomi come ‘io’, ‘tu’, ‘noi’, ‘questo’, ‘quelli’ … e avverbi
come ‘ora’, ‘qui’, ‘talora’, ecc.)
hanno un designato. Essi non hanno propriamente estensione, in
quanto potenzialmente si applicano a tutto, e volta a volta a un solo individuo
o classe.
(forse alcuni di essi hanno un denotato (es.: quelli: la
proprietà di essere numerosi e lontani da chi parla) (?)
(N.B.: pronomi come quelli possessivi (il mio, ) e altri non
designano alcunché, in quanto in realtà sono anafore, da un punto di vista
logico aggettivi col sostantivo sottinteso, e ciò che designa è la descrizione
risultante)
5) descrizioni
Descrizioni definite: ‘il decimo pianeta del sistema solare’
Ha un denotato (la proprietà di essere il decimo pianeta
del s. solare) un’estensione (di 1 o 0 membri) e forse (se esiste) un referente
che non è né un nominato né un designato, perché non cambia da un
contesto all’altro.
Altre descrizioni definite (quelle composte con deittici) hanno
invece il designato:
‘il più bel cavallo di questa scuderia’
In effetti, il designato si ha sempre con quelle particelle
‘funzionali’ che sono i deittici e l’articolo indeterminativo)
Descrizioni indefinite: ‘un cavallo marrone veloce’: ha:
- denotato (la proprietà di essere cavallo, marrone e veloce)
- estensione (la classe dei cavalli marroni veloci)
- designato (quando è usato come soggetto o complemento: ‘un
cavallo marrone veloce venne verso di me’; ‘mi fu dato un cavallo marrone
veloce’)
6) Enunciati:
Si potrebbe suggerire che denominano
un fatto, ma non è così:
il nome non solo è ciò che si
riferisce univocamente a un singolo oggetto,
ma anche ciò che lo
rappresenta in posizione di soggetto nella predicazione.
Invece non dico: “il fuoco è rosso è una fortuna”, come “Giovanni
è alto”. Tutt’al più posso trasformare l’enunciato in nome (nome di fatto) con
il che, e così permettergli di
ottenere un nominato: “che il fuoco sia
rosso è una fortuna”.
D’altra parte l’enunciato non ha estensione (oggetti di cui è vero o a
cui si applica, in quanto è vero di tutto o di niente, e si applica a tutto o
niente)
né designati (oggetti cui si applica volta a volta
contingentemente, nell’ambito di una più vasta estensione)
né denotati (proprietà che attribuisce: sono semmai i
suoi componenti (nomi, predicati, descrizioni) che svolgono tali funzioni e
hanno tali tipi di referente.
Frege sostiene che ha un Bedeutung (che Carnap interpreta come nominato, ma dovrebbe
esser interpretato più genericamente come un referente),
e che questo è il suo valore di verità, in quanto:
(a) Frege:
Principio di composizionalità:
il significato (senso / Bedeutung)
dell’enunciato è funzione del significato (senso / Bedeutung) delle sue parti.
Es.: L’insegnante
di logica è magro
Il docente di logica è magro
Se due enunciati sono composti da termini che hanno lo stesso
senso, anche essi hanno lo stesso senso (esprimono lo stesso “pensiero”)
Lo stesso sarà per il Bedeutung!
Inoltre
(b) Osserviamo che il valore di verità di un enunciato è funzione
dei referenti (nominati, estensioni, designati …) dei suoi componenti:
Es.:
una frase vera resta tale fin che cambio i suoi termini con altri
di ≠ intensione, senso, ecc., ma di = referente.
Cessa di esserlo se li sostituisco con altri di referente
≠:
Il Monte Bianco è
alto
Le Mont Blanc “ ” V
Il Monte chiamato un tempo in Savoia ‘Mont Maudit’ “ ” V
Il monte più alto d’Europa “ ” V
…
Il Monte Rosa “ ” Falso
Pertanto
(c) si può considerare il valore di verità come il referente
dell’enunciato.
(In più: Se c’è qualcosa di cui si può dire che
l’enunciato sia vero, e quindi che sia la sua estensione, è il mondo.
Se è falso, non è vero di
nulla, quindi la sua estensione è il nulla;
→ l’estensione dell’enunciato può
essere il tutto o il nulla: e ciò non differisce molto dal dire che è il vero o
il falso).
(d) Anche Carnap
attribuisce un’estensione all’enunciato, identificandola col valore di verità,
in quanto definisce l’estensione come ciò che enunciati equivalenti (ossia di
uguale valore di verità) hanno in comune[73].
Tuttavia
questa scelta ha per conseguenza un serio
Paradosso: tutti
gli enunciati veri hanno lo stesso referente, idem quelli falsi.
Questo è paradossale, ovviamente, in quanto risulta
immediatamente chiaro che enunciati diversi ma ugualmente veri come
- ‘Bologna è in Emilia’
- ‘La zucchero è dolce’
Descrivono (e dunque hanno come corrispettivi ontologici, si
riferiscono ad) aspetti di realtà molto diversi.
Il modo più plausibile di caratterizzare questi specifici
referenti di enunciati diversi è di identificarli coi fatti.
Per quanto la nozione di fatto sollevi alcuni seri problemi
filosofici, e per questo sia stata rigettata da alcuni, tali problemi non sono
necessariamente insolubili (come si è visto sopra discutendo la teoria
referenziale del significato).
In sintesi:
m)
enunciati
falsi: sono privi di referente, come i nomi vuoti[74]
n)
enunciati
negativi: o si ammettono fatti negativi, o li si interpretano come l’asserzione
della falsità del corrispondente enunciato affermativo
o)
i
fatti anche solo su questo tavolo sono infiniti: si, ma anche tutti gli oggetti
astratti hanno tale caratteristica, eppure non sono eliminabili
p)
fatti
come doppione delle proposizioni. Si, per forza: infatti …. Ma hanno potere
causale, le proposizioni no.
Infatti, per quanto non abbiamo qui lo spazio di approfondire
tale discussione, da molti filosofi l’appello ai fatti è considerato del tutto
legittimo.
N:B: la conclusione (c)
del ragionamento di Frege non è obbligata (fallacia dell’affermazione del
conseguente):
il valore di verità di un enunciato non è l’unica cosa che sia
funzione dei referenti dei suoi componenti: anche il fatto descritto lo
è: ad es.,
- Il Monte Bianco è alto
- Il monte più alto d’Europa è alto
descrivono lo stesso fatto.
(si tratta della fallacia
dell’affermazione del conseguente)
Ovviamente, il fatto
non è né il nominato né il designato né l’estensione dell’enunciato: potremmo
chiamarlo il contenuto di esso, o
semplicemente indicarlo genericamente come il suo referente specifico.
Si può allora anche mantenere l’idea del
valore di verità come estensione, ma tenendo presente che l’estensione non è il
più specifico referente possibile per un enunciato.
In
sintesi
Non tutti i tipi di espressione hanno gli
stessi tipi di referente:
I nomi propri hanno un
nominato: un oggetto a cui il
termine si riferisce in esclusiva e che
rappresenta l’oggetto come soggetto o complemento nella predicazione
Le espressioni universali
(aggettivi, verbi, nomi comuni) hanno
(a) un’estensione: una classe di oggetti dei quali[75]
il termine è vero o si applica,
(b) un denotato: una proprietà o genere che essi assegnano
al soggetto di cui sono predicati, e
(c) un designato
(lo specifico oggetto a cui l’espressione si applica nel contesto,
contingentemente: es.: questo o quello specifico cavallo. Lo hanno però solo i
nomi comuni, poiché solo essi si possono accompagnare con deittici o articoli
indeterminativi)
Anche le descrizioni
indefinite hanno estensione, denotato e designato; Le descrizioni definite hanno estensione,
denotato e un referente che è una via di mezzo tra nominato e
designato; i deittci hanno un designato,
ma né estensione né denotato.
Gli enunciati hanno un
contenuto (il fatto che essi asseriscono o descrivono – non che
denominano né designano!), e in più una
sorta di estensione: il valore di verità.
Dunque
Carnap, mentre in Testability and Meaning
(1936) ha “liberalizzato” o superato il verificazionismo stretto del primo
neopositivismo, in Meaning and Necessity (1947) ha formalizzato con precisione la
nozione chiave di significato e analiticità richiesta dall’epistemologia del
neopositivismo. A questa nozione obietta però Quine.
W.V.O. QUINE (1908-2000)
Allievo di Carnap, ma influenzato anche dal
pragmatismo americano. Filosofo della scienza e della logica, come filosofo del
linguaggio è forse il più influente del Novecento a parte Frege, Russell
Wittgenstein. Ma a differenza di loro ha operato fino alla fine del secolo.
Sicuramente, dunque il più influente della seconda metà del secolo.
Come si è visto, Carnap definisce le intensioni in
base alle DS possibili. Ma quali DS siano possibili dipende da un lato dalla
logica (impossibili le contraddizioni) e dall’altro dai postulati di
significato[76] (impossibili DS che
violano i postulati di significato, ossia che contraddicono enunciati
analitici). In sostanza, dunque, l’idea di fondo è che siano i postulati di
significato a fissare le intensioni, e dunque gli enunciati analitici. In
sostanza, tali postulati sarebbero le definizioni che noi diamo dei termini del
linguaggio, fissandone le intensioni. Ad esempio, uno di tali postulati può
essere quello che definisce ‘scapolo’ come ‘maschio adulto non sposato’. Ciò
posto, che tutti gli scapoli siano maschi, o che tutti gli scapoli siano non
sposati, diventa vero per definizione, o vero in base ai soli significati delle
parole, cioè analitico. Tutte le verità non fissate dai postulati di
significato saranno invece sintetiche.
Ma Quine sostiene che la nozione di analiticità non
può esser definita chiarita in modo soddisfacente, e dunque ((è priva di
senso)) e pertanto la distinzione analitico-sintetico non esiste o non ha
senso((come il quadrato rotondo, o altre nozioni dichiarate prive di senso al
modo dei neopositivisti))
“Due dogmi
dell’empirismo”
§ 1
Analitico = vero in virtù del significato
Significato
- non è il denotato
- è l’essenza (Aristotele) o intensione (Carnap).
- Ma sono entità oscure, possiamo abbandonarle: non dimostrato!
- Quel che possiamo voler dire sui significati si
riduce a: aver lo stesso significato, esser
vero in virtù del significato [e esser significante !]
Analitico = verità logica (=vera in tute le DS) +
verità logiche con sostituzione di sinonimi
(( Ma che significa sinonimo? – ha lo
stesso significato – può esser sostituito salva analiticità.
3 nozioni interdefinibili! ))
§ 2
Analitico = vero per definzione. Ma:
i) definizioni lessicali e definizioni esplicative: si
basano si sinonimie preesistenti → non chiariscono la sinonimia
ii) definzione stipulativi (introduzione di nuovi
termini) : si, è un caso di sinonimia
[e allora? Perché non potremmo considerare
tutti gli esempi standard come derivanti da un antecedente stipulazione ? es.
scapolo = m.a.n.s.: adesso è def. lessicale, ma un tempo fu stipulativi!]
§ 3
Sinonimo = sostituibile salva veritate
- no: Tutti gli animali con cuore sono animali con
cuore /// animali con rene
- OK solo con: Necessariamente Tutti gli animali con
cuore sono animali con cuore
(cfr: tutti gli scapoli sono scapoli /m.a.n.s.)
Ma: non possiamo tollerare un termine come
“necessariamanente”:
((è oscuro, metafisico; oppure definibile
tramite ‘analitico’ → siamo
daccapo))
- 4° termine interdefinibile!
§ 4
Analitico = fissato
come analitico dalle regole semantiche
- circolare!
Analitico = fissato
come vero dalle regole semantiche
- ma che significa
‘regole semantiche’? Che cosa distingue alcune regole di L come semantiche? Che
cosa distingue alcune verità di L come analitiche? Es.: cosa distingue alcune
verità della geometria come postulati? 5° termine
interdefinibile!
Es.: ‘Tutti
i cigni sono bianchi’ è vero (chi lo negasse non capirebbe il significato di
‘neve’) ‘Nessuno scapolo è sposato’: idem: che differenza c’è? Come fai a dire
che la prima è sintetica, la seconda analitica?
No! Le
regole semantiche sono le uniche che fissano la verità di certi
enunciati. ‘Tutti i cigni sono bianchi’ potrebbe risultare falso (lo è
risultato!). Oppure posso decidere che non lo diventi mai, allora è analitico!
Alla domanda: Che cosa distingue alcune verità di L come
analitiche? Si potrebbe rispondere: l’esser parte di una lista che ha come
titolo “regole semantiche di L”
- ma questo significa definire “analitico-per-L”, non
“analitico per L” con L variabile: ossia: si continua a non spiegare che
significa ‘analitico’
Ogni enunciato (“Bruto uccise Cesare”) è vero tanto
per il linguaggio quanto per la realtà. Ma ciò non significa che sia possibile
isolare due componenti di tale verità, una fattuale e una linguistica.
§ 5
Neopositivismo: Significato = metodo di verifica
Sinonimo = ha lo stesso metodo di verifica
- presuppone il riduzionismo (II dogma):
(a) radicale: riducibile a dati sensoriali: tentato da
Carnap e fallito
(b) attenuato: a ogni asserto corrisponde un unico
campo di eventi sensoriali ciascuno dei quali ne aumenterebbe la probabilità (e
viceversa per diminuirebbe): che un asserto possa esser confermato o smentito
in isolamento:
→ Analitico = confermato data qualunque
esperienza
Ma il II dogma è falso! L’unità di significato
empirico non è l’enunciato (Frege), ma l’intera scienza):
in
qualunque condizione osservabile un enunciato dato può essere ritenuto o vero o
falso, a seconda degli altri enunciati ritenuti veri (tesi Duhem-quine) non
esistono condizioni ben definite di verificazione per un enunciato (“Due dogmi
dell’empirismo”, §§ 5-6).
Ne
segue l’olismo semantico: il significato di ogni enunciato è indistricabilmente
connesso a quello di ogni altro.
Es.:
“tutti i cigni sono bianchi”
Significato
= Cd verificazione: tutte le condizioni in cui si vede un cigno bianco, si
sente riferire di un cigno bianco, ecc.
Escluse:
tutte le situazioni in cui vedo un cigno nero, si riferisce di un cigno nero,
ecc.
Invece:
tali situazioni sono compatibili con l’enunciato (rientrano nelle sue cd
verifica) se credo che:
-
quel certo
animale nero non è in realtà un cigno
-
è un falso,
artificiale
-
sto avendo
un’allucinzione
-
il cigno è stato
dipinto
-
ecc.
Esempi
scientifici:
Tesi Duhem: es.:
Newton: ipotesi corpuscolare (+ altre ipotesi
sull’interazione tra corpuscoli e mezzi) → Indice di rifrazione = V2/V1
. Arago: → + veloce nell’acqua che nell’aria
Foucoult: smentita sperimentale. Ma non smentisce
l’ipotesi corpuscolare!
Legge di gravità:
l’orbita anomala O di un pianeta è una delle
condizioni di falsificzione
i) se ammetto un nuovo pianeta P O non falsifica più, diventa condizione di
verificazione
ii)
Falsificatore di
P: mancata osservazione
iii)
No se postulo una
nube di polveri …
Quine: qualunque enunciato si può falsificare o
salvare a oltranza data qualunque esperienza!
In
pratica, qualunque situazione osservabile può rientrare nelle cd verificazione:
allora
l’enunciato significherebbe tutto o nulla:
la
concezione verificazionistica del significato si svuota.
→ Non ha senso considerarne alcuni sintetici (=
falsificabili) e altri analitici (=non falsificabili)
Ma si può rispondere:
è
vero, potenzialmente ogni condizione osservabile è una condizione
in cui potrei accettare un dato enunciato,
ma
non ogni condizione osservabile di fatto è una condizione
in cui accetto quell’enunciato: dipende dalle credenze collaterali che di fatto
ho.
In
altri termini, poiché il ritenere vero o meno un enunciato dipende anche dalle
altre mie credenze, possiamo ricostruire il significato verificazionisticamente
relativizzando le condizioni di verificazione alle credenze collaterali: il
significato non sarà un insieme di possibili osservazioni, ma un insieme di
insiemi di possibili osservazioni: l’insieme delle possibili osservazioni che
lo verificano dato un certo insieme di altre credenze, quello delle
osservazioni che lo verificano dato un diverso insieme di altre credenze, ecc.
(in
altri termini, il significato non è più
un insieme di condizioni osservabili, ma una funzione dalle credenze di sfondo
a insiemi di condizioni osservabili)
In
altri termini, il contenuto di un enunciato è proprio ciò che fa sì che io sia
portato a ritenerlo vero in certe condizioni osservabili, dato un certo insieme
di altre credenze; in altre condizioni osservabili, dato un diverso insieme di
altre credenze; ecc.
L’importante
è che un enunciato ha significato se, dato qualunque insieme di credenze
collaterali, ci sono ben precise
condizioni osservabili in cui lo si ritiene vero ed altre in cui lo si ritiene
falso.
Analitici sono gli enunciati che sono disposto a
mantenere veri qualunque cosa osservi per qualunque insieme di altri enunciati
io ritenga veri,
(a patto di non cambiare i significati delle parole,
ossia di non respingere altri enunciati analitici)
Oppure: posso avere delle regole che
dicono: questo enunciato è vero, punto. Senza porsi il problema di controlli
empirici. Quelle sono le regole semantiche, quegli enunciati sono analitici.
Quelli che decido di tener veri succeda quel che succeda.
Quine (dove?): ma questa è una decisione che può esser
mutata
– OK, anche l’analiticità non è eterna, è pro tempore.
§ 6
Scienza totale come campo di forza o rete: il
contenuto empirico si diffonde ovunque, anche al centro, le influenze reciproche
sono pervasive: olismo
Ma dove è che dice che l’essere un postulato
di significato è un carattere transitivo? Forse in una replica a Carnap?
Questo sarebbe ammettere che una componente
linguistica si può distinguere, ma solo relativamente a un momento di tempo,
dunque non esistono enunciati che in quanto tali siano analitici o sintetici
“Relatività
ontologica”, Parola e oggetto (II,
7,12)
L’idea che la nozione di analiticità – e dunque di
significato, o intensione, sia spuria, è confermata anche dal seguente
problema:
se pure per ipotesi fosse possibile isolare le
Condizioni di verità (o di verificazione) di un enunciato in isolamento, da
questo non si potrebbero astrarre in modo univoco i significati (sia intensioni
che riferimenti) dei singoli termini:
è il concetto della relatività ontologica, argomentato coll’esperimento mentale della traduzione radicale
Alla domanda
(A)
Come si connette a
ciascuna espressione il suo signficato (referente+nozione) ? Cosa fa sì che (a)
‘snow is white’ significhi che la neve è bianca, e non che il sole scotta? E
(b) come faccio io a scoprirlo?
Quine risponde: il modo in cui si usano le parole; e
ciò significa le disposizioni al comportamento verbale osservabile
(comportamentismo): come si impara una lingua? Non parola per parola
ostensivamente:
radicale ambiguità dell’ostensione. Frege: l’unità del
significato è l’enunciato
Bensì osservando quali sono le condizioni (non di
verità, non di verificazione, ma) di assenso:
da quelle ricavando il
significato dell’enunciato, e da quello per astrazione il significato
delle parole
Comportamentismo: non esiste un contenitore ( la
mente) che abbia dentro idee, pensieri, sentimenti, significati. Esiste solo il
comportamento
Dunque (Dewey), non ci sono dei significati ben
definiti al di là dei comportamenti
Se il comportamento non ci mostra significati ben
definiti, questi non esistono
Es.: traduzione radicale: Gavagai:
coniglio? Parti non separate di coniglio? Stadio
temporale di coniglio?
Domanda: è questo uno o sono tanti? È sempre lo stesso
o sono diversi?
Risposta: Da oba Gavagai!
‘Da oba’: che significa?
Ecc.: olismo!
Massima pratica: 1 solo termine per un oggetto
duraturo e che si muove solidale su uno sfondo. Ma e’ una scelta!
“una permutazione massiccia e ingegnosa di queste
denotazioni potrebbe ancora render conto di tutte le disposizioni a parlare
esistenti” (di tutti i comportamenti verbali).
NB: dunque il problema non riguarda solo l’intensione
(vedi 2 dogmi), ma si riflette immediatamente sul riferimento, che delle due
sembrava essere la cosa “solida”.
[per forza: il significato determina il riferimento.
Dunque …]
Tutto ciò si applica anche all’interpretazioni dei
nostri compatrioti! Che intendono dire con ‘coniglio’?
L’interpretazione omofonica è pratica e naturale, ma a
volte il principio di carità può farci propendere per un’interpretazione
diversa [non dà esempi specifici, però!]
Allora il riferimento non ha senso?
Si, ma solo relativamente a un sistema di coordinate
(riferimento degli indicali, dell’identità, dei numerali, ecc.), rispetto a un
linguaggio di sfondo:
“’Coniglio’ davvero si riferisce ai conigli?”
iv)
“In quale senso
di ‘conigli’?”
[Perfetto, che ‘coniglio’ si riferisca ai conigli
resta un truismo: ma non sappiamo cosa sono i conigli! Quine sembra dunque concludere con un radicale scetticismo su come il
linguaggio si connette al mondo, sulla determinatezza dei significati e dunque
dei riferimenti.
Alla domanda
(A)
Come si connette a
ciascuna espressione il suo signficato (referente+nozione) ? Cosa fa sì che (a)
‘snow is white’ significhi che la neve è bianca, e non che il sole scotta? E
(b) come faccio io a scoprirlo?
posta dopo la discussione sul Tractatus, Quine risponde dunque in modo parzialmente negativo:
questa connessione sarebbe offerta dalle disposizioni al comportamento verbale
osservabile (dai significati-stimolo), ma solo in modo radicalmente impreciso!
Ma nota le possibili obiezioni:
1) Ai 2 dogmi: di
per sé il fatto che non si esca dalla
interdefinibilità di intensione/sinonimia/analiticità non rende le nozioni
coinvolte meno valide: vedi tanti esempi analoghi.
Quine in realtà le critica perché non sono definibili
nei termini che lui ritiene decisivi (quelli comportamentistici e sensoriali):
ma perché dovremmo farci dettare da lui le regole del gioco?
2) alla relatività ontologica: i manuali di traduzione
alternativa sono davvero alternativi? Cambia davvero qualcosa sapere se si
parla di conigli o pezzi non separati di coniglio? Dopo tutto, non ha
profondamente ragione Frege a dire che la vera unità di significato è
l’enunciato, e non il singolo termine? L’ indeterminazione del riferimento ha
solo un margine di oscillazione ristretto, non arriva a minacciare i valori di
verità degli enunciati!
Vediamo comunque se sono possibili altre strategie per
connettere il linguaggio al mondo e al pensiero in modo determinato.
Una possibile alternativa allo scetticismo semantico
di Quine?
dopo tutto, anche se fosse vero che il significato è
indeterminato, c’è un ben preciso uso che noi facciamo delle parole: non
potrebbe allora il significato essere semplicemente il modo di usarle?
E questo sarebbe anche un modo alternativo di
rispondere alla domanda
(A)
Come si connette a
ciascuna espressione il suo signficato (referente+nozione) ? Cosa fa sì che (a)
‘snow is white’ significhi che la neve è bianca, e non che il sole scotta? E
(b) come faccio io a scoprirlo?
(in realtà, vedremo, è solo questo)
E’ la strada indicata da
WITTGENSTEIN
– LE RICERCHE FILOSOFICHE
Dopo l’abbandono della filosofia, c’è la ripresa delle
discussioni col circolo di Vienna, poi il ritorno a Cambridge, e nuove
discussioni col Tractatus.
Anni ’30: dubbi e problemi sulle tesi del Tractatus.
In particolare:
-
come si
connettono i segni alle cose (nel Tractatus
era messo tra parentesi: problema psicologico)
-
Davvero la
raffigurazione è l’essenza del linguaggio? (il gesto di Sraffa)
-
Davvero la
struttura della proposizione è come descritta nel Tractatus?
Prima pensa a una nuova edizione integrata e corretta
del Tractatus, poi invece man mano
(anni ’40) prende forma un’opera nuova e in buona parte alternativa.
Ricerche
Filosofiche pubblicate nel 1953 per
la redazione di Anscombe, Rhees e von Wright.
Forma e struttura dell’opera: …
Contenuti
Ci sono
altri usi oltre la raffigurazione! (affermare, domandare, auspicare …), ma …
il contenuto raffigurativo è la base: es.: porta
aperta (proposizione: immagine)
- la porta è aperta (forza dichiarativa)
- La porta è aperta? (forza interrogativa)
- Aprite la porta! (forza prescrittiva)
… Ecc.
Si, ma: gesto di Sraffa: modi di comunicazione (anche
linguistica) non raffigurativi
Come si
legano i nomi agli oggetti?
(il simbolo non si lega per sua natura all’oggetto)
Ostensivamente! S. Agostino (non c’è altro modo)
Ma:
muratori: è l’essere usato in un certo modo che lega
il nome al “suo” oggetto!
l’ostensione è radicalmente ambigua, se non dentro un
uso consolidato:
es.: - tuo on poyta
- tuo on musta
- tuo on suuri
Quando si mostra la luna lo stolto guarda il
dito. Lo stolto è chi è fuori da una
certa pratica condivisa (gioco linguistico, o forma di vita)
La corrispondenza è fissata da una regola … ma: vedi
sotto i problemi sulle regole!
Forme di vita
Il
linguaggio non è che un aspetto di un’attività complessa (che ha le sue regole,
i suoi “usi e costumi”, ecc,) come l’attività dei muratori (o l’attività degli
esquimesi pescatori di foche, o l’attività degli antropofagi, ecc.): forme di
vita:
solo
sapendosi muovere in questa attività si po’ afferrare l’uso del linguaggio
e
solo conoscendo l’uso del linguaggio si afferrano i riferimenti dei nomi e il
contenuto raffigurativo (se e quando ve ne sono!)
(a)
ogni uso del
linguaggio ha la sua collocazione naturale in certe attività umane (commercio,
guerra, religione …)
(b)
certi usi non
sarebbero possibili se non ci fossero certe attività non linguistiche: il
linguaggio del dolore se gli uomini non esprimessero il dolore
(c)
La comprensione stessa del linguaggio non è
qualcosa di sottostante, di mentale, ecc., ma è una pratica concreta
(→ vedi sotto: comprendere i
significati; seguire una regola)
Significato come uso
Dunque
l’uso è il significato, fissa il senso degli enunciati e il riferimento dei
nomi
- Vale ancora che il senso sono le
condizioni di verità, ma dire ciò è vuoto se non conosco il significato del
(mio) linguaggio:
‘Lumi on valkoinen’ è vero sse la neve è
bianca
e
che significa ‘la neve è bianca’? significa che la neve è bianca …
- Esiste
ancora l’uso raffigurativo, ma “come un quadro in una galleria”
Non sono più le proprietà formali degli
oggetti a determinare le regole della grammatica, ma viceversa.
Giochi linguistici
Vi
sono molti possibili usi del linguaggio, molti possibili giochi linguistici
(a) Come i giochi, il linguaggio è
anzitutto una attività,
non
necessariamente una raffigurazione:
- battaglia navale raffigura (?)
- scacchi: raffigurano ? – forse … ma il
‘significato’ del Re non è ciò che raffigura, ma il suo uso, le regole che seguo nel muoverlo
-calcio: non raffigura
(b)
i giochi non hanno una forma generale, una “grammatica” unica:
la
forma di certi giochi è
- una
squadra contro l’altra – ma non tutti
- io
contro la natura (solitari) – ma non tutti
- regolati
da regole: certi giochi di bambini non lo sono … ecc.
(c)
i giochi non hanno un unico possibile oggetto:
non
sono necessariamente mirati a vincere: gioco delle bambole
non
sono necessariamente mirati a divertirsi: roulette russa
non
sono necessariamente disinteressati: roulette, scommesse
ecc.
così
il linguaggio può mirare a ..
Informare,
consolare, far ridere, processare, far poesie, pregare …
Somiglianze di famiglia
Non
c’è un singolo carattere comune a tutti i giochi / linguaggi , ma…
Come
le fibre di una corda
L’invenzione
di un nuovo tipo di concetto: il concetto aperto.
linguaggio: non esiste la
forma generale della proposizione, il linguaggio
ideale …
così
pure: non esistono oggetti assolutamente semplici: cosa è semplice e cosa
complesso dipende dal gioco che si gioca
Come comprendiamo i significati?
Esattamente
come comprendiamo un tipo di uso, o una forma di vita: con la pratica
Il comprendere non è mentalistico
Entità mentali (immagini, sensazioni, ecc.): segni
come gli altri (vedi concettualismo medievale)
Per essi sorge lo stesso problema che per i segni ‘esterni’:
cosa li lega agli oggetti?
→ non possiamo dire: il segno-parola è legato al
riferimento da un pensiero o immagine mentale; perché bisogna poi sapere che
cosa lega questa all’oggetto
Esempio chiave: seguire [= comprendendola] una regola
Es.:
se non so che significa ‘aggiungi 1’: 1,
2, … quando ha capito?
-
Quando si accende
una lampadina in testa? E se non si “accende” nulla?
- quando sa andare avanti da solo!
Cosa
garantisce che uno segua la successione giusta? Che non succeda 2000, 2014,
2014 …?
Nulla! “qui la mia vanga urta la roccia”. O meglio:
nulla, tranne la pratica stessa.
[in
realtà: i sottomoduli computazionali del cervello]
[Un’ampia
letteratura interpretativa.
L’interpretazione
scettica di Kripke: nulla del tutto garantisce. Anzi:
non
esiste una prosecuzione “giusta”: è
solo un’abitudine socialmente consolidata.
→
diventa analogo al nuovo enigma dell’induzione di Goodman:
perché
non si verificano mai errori del genere? (ponti che crollano, ecc.)?
→
serve il realismo sugli universali]
Afferrare i significati è afferrare le
regole d’uso, la “grammatica” delle espressioni
Corollario1: non c’è un
linguaggio “privato”
Non c’è linguaggio senza pratica, la pratica è sociale
… dunque …
Robinson Crusoe: può inventare un linguaggio nuovo per
tenere il diario.
Ma non saprebbe come fare se fosse cresciuto da solo
nell’isola deserta.
(cfr.: Itard e il selvaggio dell’Aveyron)
Inoltre:
il suo nuovo linguaggio “privato” deve aver delle regole
ben precise, che fissano l’uso corretto dei suoni e dei segni, altrimenti non sarebbe un
linguaggio, ma un borbottio privo di senso
Inoltre ci devono essere dei criteri oggettivi di
correttezza nell’uso del linguaggio
altrimenti non ci sarebbe differenza tra quando
Robinson segue una regola e quando semplicemente gli sembra di seguire
una regola,
tra quando usa correttamente una parola e quando
semplicemente gli sembra di usarla correttamente:
e di nuovo, non sarebbe più un linguaggio
→ dev’esser possibile a un altro (Venerdì?) controllare
la correttezza del suo uso
→ quindi un altro deve poter esser in grado di
decifrare il suo linguaggio: capirlo
Dunque:
→ è possibile un linguaggio privato nel senso
che ha regole stabilite da me e note (al momento) solo a me.
Non nel
senso che non potrebbe in linea di principio esser compreso solo da me!
Corollario2: la grammatica
del linguaggio psicologico
Normalmente
pensiamo che i nostri stati interni possano esser conosciuti solo da noi
→
il linguaggio che parla di essi può esser compreso solo da noi ?
Digressione:
il comportamentismo
- La
psicologia scientifica di inizio secolo, le ricerche di Pavolov, Skinner, ecc.:
accoppiamento di stimoli (riflessi condizionati) e condizionamento delle risposte:
si fa tutto dall’esterno
- il
tentativo neopositivistico di ridurre ogni conoscenza ai dati sensoriali,
- il
fiscalismo (sempre dei neopositivisti): esiste solo la realtà fisica
→
gli stati ‘interni’ ridotti a stati esterni: disposizioni al comportamento
Perché
non è vero: - super spartano - spettri invertiti
→
resta vero che abbiamo una conoscenza privilegiata sugli stati interni!
E il linguaggio psicologico?
- non può connettersi a tali stati direttamente
– non solo perché
(a) lo capirei
io solo e non mi permetterebbe di comunicare con gli altri, ma
(b) soprattutto perché non ci sarebbero criteri
oggettivi di correttezza (v. sopra)
→ si connette agli stati interni per mezzo di criteri
esterni !!!
Il
bambino piccolo non impara da solo a parlare dei propri stati interni
(‘ho mal di denti’), ma dagli altri !!!
- sono gli altri a dirgli che ha mal di denti, quando
ricorrono i criteri esterni (gonfiore, smorfie del volto, lamenti, ecc.)
- Allora lui capisce che ‘mal di denti’ significa
gonfiore, smorfie, lamenti, ecc.?
No! (così direbbero i comportamentisti).
Capisce che significa quello stato interno (a volte
dirà ‘ho mal di denti’ anche senza aver gonfiore, fare smorfie, lamentarsi,
ecc.)
Allo stesso tempo, impara a parlare del mal di denti degli
altri quando vede i criteri esterni.
Ma sa che si parla di una cosa simile al proprio stato
interno,
e sa che un altro potrebbe aver mal di denti anche
senza mostrare i criteri esterni
Dunque:
Wittgenstein
non è comportamentista: gli stati interni esistono e noi ne parliamo.
I
criteri non sono una definizione (valgono in generale, occasionalmente
possono fallire)
Il linguaggio ordinario
Il
linguaggio ordinario non è più un linguaggio fuorviante o almeno travestito
(Russell, Tractatus), ma
è
costituito da una seri di usi del linguaggio che sono perfettamente a posto
così come stanno,
ciascuno
con una sua “grammatica”,
che
va compresa per evitare errori filosofici
(qui
resta identico il ruolo della filosofia).
Es.:
la grammatica del ‘vedere’
Dalle
Ricerche prende avvio la corrente
dell’analisi del linguaggio ordinario (Austin), specialmente la scuola di
Oxford (VEDI SOTTO)
Inoltre anche il verificazionismo liberalizzato/radicalizzato di
dummett confluisce nelle teorie dell’uso (vedi sopra)
pER UNA
RISPOSTA AI PROBLEMI SU COSA FISSA IL SIGNIFICATO:
come si comprende e si manifesta il senso di enunciati non
osservativi?
- composizionalmente: ‘non
osservabile’; ‘più grande / piccolo
di’;
- uso del terzo escluso:
(es.: parlando di valori di
precisione non misurabile
disposizioni psicologiche, verità
matematiche non dimostrate,
ipotesi fisiche non controllabili, ecc.)
Come si fissa il significato?
a questo riposndono le teorie dell’uso e
AUSTIN E
La
pragmatica
Un
primo accenno di teoria degli atti linguistici è in Frege:
un
conto è afferrare un enunciato, un conto è asserirlo: diversa forza[77]
Il linguaggio è una forma di espressione
(come le espressioni facciali, i gesti, i disegni, i
simboli …)
Si possono esprimere:
-sentimenti (gioia, dolore, desiderio, …) (con
esclamazioni, lamenti, ecc.)
- domande – ordini – promesse – descrizioni ecc.
le descrizioni: l’area più vasta. Inoltre:
per mezzo di descrizioni si esprimono anche altre cose:
desideri, sentimenti, ordini, domande, ecc.
Ordini e domande implicano sempre anche descrizioni.
Sentimenti non sempre: Urrah! Oh, no!
Il significato
di un’espressione è anzitutto[78]
la
forza locutiva: il
tipo di cosa che si esprime (Sentimenti (gioia, disappunto …); ordini, … descrizioni).
Poi per alcune espressioni la
forza
illocutiva: per mezzo di un’espressione
si compie un’azione: (Austin: “Fare
cose con le parole”)
es.:
- Urrah! Forza illocutiva: Nessuna
- ‘vieni qui’: esprime un comando: forza illocutiva
comanda
- ‘quel cane è feroce’: esprime una descrizione: forza
illocutiva: spaventa; oppure: mette in guardia; oppure….
Es.:
“tu chiudi la
porta”
"chiudi la
porta!"
“tu chiudi la
porta?”
Hanno la stessa
forza locutiva esprimono lo stesso contenuto, ossia proposizione:
esprime la
proposizione che tu chiuda la porta, o del chiudere la porta da parte tua.
Però hanno 3 diverse forse allocutive
In alcuni casi anche la
forza perlocutiva:
ottiene un effetto.
Es.: ‘quel cane è feroce’: forza locutiva: esprime una descrizione.
forza illocutiva: spaventa
forza perlocutiva:
l’ascoltatore ne viene spaventato
Poi, per molte espressioni, c’è un significato più
specifico (la forza locutiva si specifica):
-
quale specifico
sentimento (comando, ecc.) si esprime
-
quale specifica
descrizione si fa.
-
Ecc.
E. Monismo semantico debole
Ossia: il monismo semantico applicato solo a un ristretto insieme
di termini (nomi propri e affini)
J.S. Mill:
i nomi propri non hanno senso (‘Giovanni Bianchi’ non descrive
nulla, non fa che identificare una persona.
Uno che comprenda il linguaggio (i sensi) udendo pronunciare tale nome
non riceve nessuna informazione su Giovanni Bianchi (non afferra alcun senso).
Il nome serve solo a individuare la persona (riferimento). I nomi non hanno
dunque funzione descrittiva, ma solo referenziale.
Keith Donnellan[79] fa osservare che una descrizione
(non solo non implica sempre un’asserzione esistenziale, come si è
visto con Strawson a proposito del re di Francia ma)
può svolgere con successo una funzione referenziale pur
presupponendo il falso:
non sempre l’inesistenza
dell’oggetto descritto toglie valore di verità all’enunciato in cui la
descrizione ricorre:
L’uomo laggiù con il Martini è il professore di logica (ha un wisky)
L’uomo laggiù è basso (in realtà è una roccia)
Non è indispensabile che ci sia un oggetto che ha tutti i caratteri
della descrizione. Basta che ce ne sia uno che ha i caratteri “salienti”
- quali sono? Vago!
Dunque, una descrizione può svolgere un ruolo prevalentemente
referenziale, e assai poco descrittivo.
L’uso referenziale si distingue dall’uso attributivo mediante il seguente esempio:
“L’assassino di Smith è pazzo”
Descrittivismo
Dunque: quelli che sono grammaticalmente considerati nomi propri,
per Frege hanno un senso (sostanzialmente coincidente con una descrizione), e
per Russell sono in effetti una descrizione (che, abbiamo visto, svolge più o
meno la funzione del senso di Frege): essi hanno dunque un significato
eminentemente descrittivo, di modo che il loro referente coincide con l’oggetto
di cui la rispettiva descrizione è vera (se ve n’è uno. Se non ve n’è nessuno,
il referente manca).
Chiamiamo questa
“concezione descrittiva dei nomi propri” [80]
(si noti dunque che Russell e Frege divergono in quanto l’uno è
bipolarista e l’altro monista semantico, ma concordano nell’essere entrambi
descrittivisti)
Al contrario, abbiamo visto che per Mill i nomi propri non hanno funzione descrittiva, ma solo
referenziale,
e per Donnellan perfino una descrizione può non aver funzione
descrittiva, ma referenziale.
Ciò vale anche per Kripke e Putnam:
Saul Kripke (Naming and Necessity, 1972):
A ‘Giovanni Bianchi’ non è
associata nessuna descrizione
Oppure: anche dove ci sono, sono del tutto contingenti, non
costituiscono il senso (= qualcosa che è un errore linguistico negare,
qualcosa che fissa il riferimento;
tali descrizioni non sono il
modo in cui ci è dato il riferimento):
- Il significato di un termine è lo stesso
per tutti i parlanti. Ma per ciascun parlante ci possono essere descrizioni
diverse associate a un nome proprio: perciò, nessuna di esse costituisce il
significato del nome
es.:
“il mio amico che …” ; “mio fratello maggiore”; “l’uomo che ho incontrato ieri a
mensa e …”
Es.:
Aristotele: il figlio del medico Nicomaco,
il discepolo di Platone, l’autore della Fisica,
della Metafisica …”
- Anche Aristotele non avesse scritto la fisica, o non fosse stato
discepolo di Platone, la descrizione che associamo al nome sarebbe a rigore falsa
di lui, eppure il nome si riferirebbe sempre a lui.
Altrimenti, ‘Aristotele ha scritto
Come negli esempi di Donnellan (l’uomo col
Martini), riusciamo a fissare il riferimento, anche se la descrizione di cui siamo in possesso è
falsa.
Replica
di Searle: teoria del Cluster
Il significato è costituito da un certo agglomerato di descrizioni dai contorni
un po’ vaghi. Perché il termine si riferisca a qualcuno basta che di lui sia
vera la maggior parte di quelle descrizioni.
-
Controbiezione di Kripke:
anche se tutte le notizie fossero false:
Aristotele; Giona. Ecc.
Ma com’è possibile riferirsi a qualcuno così
lontano del tempo di cui non abbiamo nessuna notizia esatta?
Teoria storico – causale del
riferimento (Lycan cap. 4):
tutto ciò è possibile perché il riferimento non è dato da una
descrizione, ma da una catena causale
- inizia col battesimo e si trasmette grazie
all’intenzione di chi apprende il nome di riferirsi alla persona a cui si
riferisce chi lo insegna
- garantisce una relazione fisica con l’oggetto di riferimento
→ non c’è senso, ma solo referente
(più precisamente, trattandosi di nomi, è un
nominato)
(oppure: il “senso” (cioè, il modo in cui è
dato il referente) è la catena causale!
- ma è un ‘senso’ in un senso molto diverso
da quello di Frege!)
Tuttavia:
Per un certo verso, si può sostenere che
anche in questo caso il riferimento è fissato da una descrizione. Ma si tratta
di una descrizione ostensiva:
a.“quello a cui la persona che mi ha insegnato
il nome intende riferirsi”
b.
“Questo
bambino qui che ora battezzo”
Inoltre, si può sostenere che l’avere un
riferimento diretto non è tanto nella natura intrinseca dei nomi propri, quanto
nel modo in cui il parlante intende usarli, nel significato che intende dar
loro: il parlante può intenderli come sinonimi di una descrizione ostensiva del
tipo appena detto, oppure di una descrizione del genere ordinario)
Il riferimento (ossia il
modo di riferirsi) dei nomi propri è diretto
Dunque, è rigido:
Nomi milliani o con riferimento rigido : si riferiscono allo stesso individuo in
tutti i mondi possibili:
es. George Bush jr.
Descrizioni, o nomi a riferimento flessibile: si riferiscono a individui diversi in
diversi mondi possibili.
Es: Il 43° presidente degli Stati Uniti
Problema:
come faccio a sapere se un individuo è lo stesso
in ogni mondo possibile, se in ogni mondo gli si applicano descrizioni diverse?
Risposta:
Ci dev’essere qualche descrizione
‘essenziale’ sempre vera: Kripke reintroduce l’essenzialismo
platonico-aristotelico.
Leibniz avrebbe detto altrimenti: tutte le
caratteristiche sono essenziali, quindi non c’è reidentificabiltà tra i mondi
possibili.
Ma: un po’ di essenzialismo ha senso: ha
senso direi cosa avrei fatto io in altre circostanze! Infatti
Kripke: i mm. pp. sono postulati, non scoperti!
Vale a dire: non è che esplorando tutti i mmpp scopriamo le essenze, ma fissando
certi caratteri come essenziali distinguiamo tra mondi possibili e mondi non
possibili.
Es.: un mondo in cui George Bush non sia
presidente degli Stati uniti è possibile; uno in cui non sia George Bush non è
possibile.
- che significa essere George Bush? (forse
avere un certo DNA, o essere il figlio di certi genitori: queste sarebbero le
proprietà ‘essenziali’)
NB.: ci sono nomi con riferimento rigido
anche se non diretto: ‘triangolo’,
‘tre’[81].
Perché? Perché i loro oggetti, essendo
astratti, non possono stare all’inizio di una catena storico-causale; devono
quindi essere introdotti da una descrizione, e il loro referente dev’essere
fissato da essa. Questa descrizione è dunque un senso alla Frege. Essa funziona
come le descrizioni usate attributivamente di Donnellan.
D’altra parte, trattandosi di oggetti
astratti, essi sono completamente definiti dalla descrizione che ne diamo (il
loro essere coincide con la loro essenza). Pertanto, la descrizione non può che
cogliere lo stesso oggetto in ogni mondo possibile.
Troviamo conferma che vi sono in genere due
modi possibili di usare i nomi, di dar loro significato: dare solo riferimento,
fissato direttamente e quindi rigido, o dare un senso alla Frege, che fissa un
riferimento flessibile.
Putnam:
a)
anche i
nomi di generi naturali sono (o meglio, possono funzionare come) nomi propri!
→ a riferimento rigido:
- ‘acqua’ si riferiva ad H2O
anche prima della chimica moderna: era “il genere di quel liquido lì”, prima
ancora che “liquido incolore, insapore …” :
- ‘oro’, ecc.
(in questo caso, l’essenza è la formula chimica)
Normalmente
si dà per scontato che:
- il
senso fissa il riferimento (vedi sopra: il senso è più forte del riferimento)
- il
senso sta nella testa
Controesempio:
Terra Gemella: = descrizioni, ≠ riferimento.
→ O il senso non determina il riferimento(contro le
intuizioni più comuni),
o il senso non è quello che sta nella testa:
Vale la seconda: significato= {descrizioni
(stereotipi) + riferimento}
Dunque,
“meanings just aren’t in the head”[82]
→ conseguenze sulla filosofia della scienza:
es.: ‘massa’[83] : teoria
descrizionista → antirealismo
teoria
storico-causale → realismo
PERO’:
(a)
Come si è visto, il
referente è comunque fissato da una descrizione, solo che è estensiva: es.:
“questo bambino”; “chiamo quest’isola Hispaniola”
Oppure:
“Chiamo l’entità nascosta responsabile per questo determinato
effetto (trasmissione genetica) ‘gene’” (Mendel)
anche in questo caso la descrizione utilizza un’ostensione
‘questo’, e si ricollega al referente tramite una relazione causale (“ciò che
causa questo effetto”)
due tipi: ostensione all’origine, e catena causale fino all’utente;
ostensione dell’utente e catena causale fino all’origine)
(b) in un certo senso esiste
anche ciò che il parlante comprende quando sente il termine, ciò che sta nella
sua testa:
è indispensabile a descrivere e spiegare molta della psicologia del
parlante
es.: desideri + credenze motivano / spiegano azioni
desidero mangiare; credo che ci sia cibo nella credenza →
apro la credenza
desidero bere; credo che ci sia acqua nella credenza → apro
la credenza
- ma solo nella componente interna. Es.:
desidero bere; sento dire: “c’è H2O nella credenza”
(ignoro la chimica → non credo che ci sia acqua) → non apro la
credenza
→ 2 componenti
b)
esterna,
ampia (fuori della testa)
c)
interna,
stretta (dentro la testa)
es.: un Gemelliano: in senso
interno crede di bere dell’acqua
in
senso esterno crede di bere dell’XYZ
“Tizio-gemelliano mi ha detto di prendere
dell’acqua” (riferisce in modo opaco, riferisce il contenuto nozionale o
interno)
“Tizio-gemelliano mi ha detto di prendere
dell’XYZ” (riferisce in modo trasparente, riferisce il contenuto referenziale o esterno)
di me, ignorante di chimica, si può dire (in
senso opaco o nozionale o interno ) che
non credo di bere dell’ H2O,
ma in senso trasparente o referenziale o
esterno si.
es.: Colombo
credeva che Cuba fosse vicina all’Islanda
Colombo
credeva che l’isola di Fidel Castro fosse vicina all’Islanda
Idem: Aristotele sapeva che l’ H2O
è insapore incolore e inodore
Putnam (“The Meaning of ‘Meaning’”):
Significato = (stereotipi [comp.interna, descrizione] + riferimento
[comp. interna,])
[ Problema: anche nomi di generi “artificiali”: ‘coltello’,
‘seggiola’ … sono nomi propri?
- Si:
di fatto sono un genere unitario, con l’ostensione lo si può
catturare.
Inoltre, abbiamo visto che
anche i nomi di proprietà (non i corrispondenti predicati) sono nomi propri:
denominano un’unica entità e non hanno un senso distinto dal riferimento
- No:
Essendo generi artificiali, non hanno confini naturalmente ben
delimitati; la presa dell’ostensione va sfumando dai casi tipici ai borderline.
Conta come un X tutto ciò che risponde alla nostra descrizione
degli X
Si:
c’è una pratica sociale che li lega come genere: indicando un
esemplare si riesce comunque a far presa su tutto il genere
???]
Conseguenze metafisico / epistemologiche:
Normalmente: verità {necessarie = a priori = analitiche}
Es.: ‘nessuno scapolo è sposato’
Invece:
Necessità: =
non può non essere.
concetto
Metafisico – legato al riferimento (trasparente, de re)
A priori: = Noto indipendentemente dall’esperienza.
concetto
Epistemologico – legato alle ns. informazioni
Analiticità: =
vero in virtù del significato
concetto.
Semantico – legato alle descrizioni associate (opaco, de dicto)
Dunque:
verità necessarie a posteriori: es.: ‘acqua = H2O’;
‘Espero=Fosforo’;
verità contingenti a priori: metro = lunghezza del campione
di Sevres
- Sono anche analitiche? Si se il significato è inteso come
stereotipi+riferimento. No se è inteso solo come descrizione
Asserti di identità[84]
La tesi secondo cui i nomi sono designatori rigidi porta ad una
conseguenza: un enunciato di identità come “N è M”, con N e M nomi, o è
necessariamente vero o è necessariamente falso. N e M denotano nel mondo reale
lo stesso oggetto X. Essendo questi nomi designatori rigidi, denotano in
qualsiasi mondo possibile sempre lo stesso oggetto X. Visto che N e M denotano
sempre lo stesso oggetto, “N è M” è necessariamente vero. Mentre, se si
dimostra che “N è M” è falso, allora è necessariamente falso.
Prendendo l’esempio di Frege “Fosforo è Espero”, risulta che, essendo
l’enunciato vero, dovrebbe essere necessariamente vero. Ma è plausibile questo
asserto? Frege sottolinea il “valore conoscitivo”[85]
dell’enunciato, per cui la verità di questo è conoscibile solo su base
empirica, non a priori.
Le osservazioni empiriche avrebbero potuto dare un risultato diverso da quello
che effettivamente hanno dato e allora avremmo potuto inferire che l’enunciato
era falso, il che significa che non è necessariamente vero. Ciò dovrebbe essere
sufficiente a dimostrare la scorrettezza del ragionamento di Kripke.
“In primo luogo è vero che qualcuno potrebbe usare il nome “Cicerone” per
riferirsi a Cicerone e il nome “Tullio” di nuovo per riferirsi a Cicerone, e
non sapere che Cicerone è Tullio. Sembra quindi che noi non sappiamo
necessariamente a priori che un asserto di identità tra nomi è vero. Non segue
da ciò che l’asserto così espresso, se è vero, è contingente.”[86]
Ma Kripke ripete che ciò si basa su convinzioni errate, e ribadisce, quindi,
che bisogna estirpare la confusione, assai diffusa tra i filosofi, tra il
necessario e l’a priori; egli nega il fatto che, se non si può conoscere
qualcosa mediante un ragionamento a priori, allora debba trattarsi (direi
necessariamente) di una verità contingente. Il fatto che la verità della frase
“Espero è Fosforo” sia accertata empiricamente e che quindi non si tratti di
una verità a priori, non significa che non si possa parlare di necessità.
Esistono veramente circostanze in cui Espero non è Fosforo? Immaginiamo che
qualcuno osservando due stelle differenti le chiami una Espero, l’altra
Fosforo. Sembra quindi che l’asserto di identità non sia necessario. Ma
essendo, per Kripke, i nomi Espero e Fosforo designatori rigidi, essi si
riferiscono sempre, in ogni mondo possibile, al pianeta Venere. E il pianeta
Venere è sempre il pianeta Venere, indipendentemente da ciò che qualsiasi
soggetto possa dire rispetto quei nomi: è possibile che il parlante non abbia
mai indicato Venere con quei nomi, o forse solo in una delle due occasioni, al
mattino o alla sera, ma Espero rimane Fosforo. Anche nel caso in cui, in un
determinato mondo possibile, quei nomi non indichino ciò di cui di fatto sono
nomi, sarebbe ancora un’identità necessaria, seppur a posteriori.
Si sarebbe potuto scoprire che Espero e Fosforo fossero due corpi celesti
differenti, ma utilizzando i nomi come stiamo facendo ora, possiamo dire che
sono lo stesso oggetto e quindi in nessun altro mondo possibile possono essere
differenti. Indicando di fatto lo stesso corpo, i due nomi non possono
designare nessun altro corpo in nessun mondo possibile (parte della tesi di
Gatti.) Precisazione mia: .
Per chiarire fino in fondo questo fatto, bisogna spiegare che la frase “un
designatore rigido (es. ‘Vespero’) si riferisce allo stesso oggetto in tutti i
MMPP” è ambigua. Non vuol dire che in tutti i MMPP gli abitanti lo usano per
riferirsi allo stesso oggetto (Venere) a cui ci riferiamo anche noi : perché naturalmente ci sono MMPP in cui gli
abitanti lo usano per riferirsi a Giove, altri in cui lo usano per riferirsi a
Berlusconi, ecc. Vuol dire invece, che gli abitanti di un qualsiasi mondo
possibile, una volta che usano ‘Vespero’ per riferirsi all’oggetto X quando
parlano delle cose del loro mondo (cioe’, di come stanno le cose di fatto),
automaticamente lo usano per riferirsi all’oggetto X anche quando parlano delle
cose di altri mondi possibili (cioè, di come potrebbero stare le cose). Noi per esempio con ‘Vespero’ ci riferiamo
al pianeta Venere reale, ma se parlassimo di pianeti possibili, di come
potrebbe esser fatto il sistema solare, anche in quel caso ci riferiremmo a
Venere. Dunque, un asserto di identità se vero nel mio mondo è necessariamente
vero nel mio mondo. Ma può essere contemporaneamente falso in un altro mondo, e
allora sara’ necessariamente falso in quel mondo
Problemi e critiche
a Mill-Kripke-Putnam (cfr. Lycan) (vedi anche Tesi di Danilo Gatti)
Dummett contesta la loro tesi in (1973), pp.
97-sgg, e 11-151: per lui, che segue
Frege, il senso è il modo in cui i parlanti identificano il referente di un
termine, nell’uso: se uno associa a un termine una certa descrizione, e uno un
altro, per essi il termine ha due sensi diversi. Ma appena si scopre che il referente
è identico, le due descrizioni diventano modi equivalenti di identificare il
referente, e dunque parte di uno stesso senso: il nome acquista il medesimo
senso per entrambi (p.101): cosi’ per nomi propri di persone, luoghi, ecc.,
nomi di generi naturali, ecc. Cita anche wittgenstein nelle ricerche,
sull’esempio di Mosè, che propone una cluster description theory: dovremmo dire
‘Mosè non esistè’ se scoprissimo che non esiste nessuno a cui si applica la
maggior parte delle descrizioni solite.
1) catene causali
inappropriate. Es.:Napoleone è all’inizio della catena causale che porta a
chiamre il mio cane ‘Napoleone’. Ma l’intenzione del battezzatore è di
denominare il cane, non l’Imperatore
2) Catene causali
spostate:
- Gareth Evans:
‘Madagascar’ cambiato da Marco Polo.
- Jack scambiato
nella culla.
- S. Nicola – Santa
Claus
3) Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il
problema dei
Termini vuoti ? E anzitutto, come si fa a denominare gli oggetti
inesistenti?
(i) Kripke ammette che i nomi di enti
fantastici (Pegaso, ecc.) sono introdotti per mezzo di descrizioni. Ovviamente,
tali descrizioni non sono ciò che fissa il riferimento, dato che esso non
esiste. Servono però a dar senso e valore di verità a enunciati che contengono
tali termini, sia perché enunciati esistenziali affermativi o negativi, da
analizzare alla Russell (“Non Ex (x è un cavallo alato … ecc.)”, sia perché
esprimenti verità concettuali, nel modo in cui si è visto sopra (‘Sherlock
Holmes era perspicace’ ecc.)
Trovo scritto in un biglietto “Lamberto
Fumagalli” e dico:
(ii) “Lamberto Fumagalli non esiste”:
Come fa a esser vera e sensata ?
C’è una descrizione associata? Parrebbe forse di no, ma …
- come minimo i parlanti che sanno distinguere nomi (e cognomi)
propri di persona associano al termine una descrizione tipo “un individuo
maschio chiamato ‘Lamberto Fumagalli’”. E anch’essa pur non essendo il senso in
accezione fregeana, basta a costruirla come sopra.
Dunque il problema si risolve
resta però che certi nomi (come ‘Pegaso’) sono introdotti mediante
descrizioni, e sono inscindibilmente connessi ad esse, perché non esiste un
riferimento reale. Non sono stati introdotti con ostensioni o catene causali!
Idem per ‘Lamberto Fumagalli’, anche se la descrizione associata è
di tipo diverso.
Una descrizione è
quasi sempre associata al nome, ma non sempre è ciò che fissa il referente.
→ Per certi nomi sembra valere l’approccio non descrittivista
di Kripke, per altri quello descrittivista di Frege e Russell !!!
4) Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il
problema dell’
Informatività dell’identità ?
(iii)
anche se ‘Elisabetta II’ non ha un senso, l’identità ci dice che la
descrizione ‘La regina d’Inghilterra’ vale del riferimento di ‘Elisabetta II’
(+ o – come per Russell)
(iv) Cicerone è Marco Tullio
Anche se nessun dei due ha un senso nell’accezione fregeana,
(a) c’è la componente interna, o comunque le descrizioni
che il soggetto associa rispettivamente ai due termini (anche se non le
consideriamo il senso dei due termini).
(b) Il soggetto non sa che i due termini hanno la stesso
riferimento: la componente interna non gli rende palese la componente esterna.
Allora
(c) L’identità dice che il riferimento dei due termini è lo stesso;
o aiuta a chiarire la componente esterna.
5) Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il
problema della
Sostituibilità in
contesti obliqui ?
Si era detto che:
nei casi in cui Carletto non sa che la descrizione ‘la radice di
Carletto sa che 3 è dispari /
Carletto sa che la radice di 81 è dispari
Carletto sa che Cicerone denunciò Catilina /
Carletto sa che Marco Tullio denunciò Catilina
Colombo pensava che Cuba fosse vicina
all’Islanda / Isola di Fidel Castro
Inoltre fallisce
Necessariamente 9 > 7 / necessariamente
il numero dei pianeti > 7
Tuttavia, se i
nomi hanno solo un referente, e nessun senso, dovrebbero essere sempre
sostituibili: sarebbe come A=A
Kripke ingoia il rospo: la sostituibilità vale!!!
Giusto, nel senso “trasparente”: Carletto, Colombo, davvero sanno di
quella che è la radice di 81 / l’isola di Castro, che …
Però, c’è anche il senso “opaco”, ed è il più intuitivo:
quando vogliamo riferire quel che è nella loro testa!
Carletto / Colombo sa: “…….”
P. es.:
- Carletto conosce il riferimento di ‘Cicerone’ nel senso che sa
che è l’uomo a cui Tacito ecc. si riferisce;
- conosce il riferimento di ‘Marco Tullio’ nel senso che sa che è
l’uomo cui Svetonio ecc. si riferisce.
- I due di fatto sono lo stesso uomo. Ma lui non lo sa.
Dunque:
quanto a componente interna ignora l’identità e non vale la
sostituibilità.
Quanto a componente esterna lui sa che Marco Tullio denunciò Catilina, in quanto lui sa che
Cicerone lo denunciò, e con ‘Marco Tullio’ in effetti lui si riferisce a
Cicerone (anche se non sa di riferirsi a lui).
Dunque:
se il discorso indiretto (o attribuzione di attitudine
proposizionale) vuole esprimere l’aspetto interno del pensiero di Carletto, non
vale la sostituibilità;
se vuole esprimere l’aspetto esterno (ciò che lui sa senza esserne
consapevole, ma noi sappiamo che sa) vale la sostituibilità:
→ Servono entrambe le componenti interna e esterna!
I nomi hanno riferimento
diretto, ma anche descrizioni associate!
Lo stesso vale per i nostri pensieri: possiamo darne una
caratterizzazione ‘interna’, o ‘pura’ e una ‘esterna’, o ‘impura’
Idem:
necessariamente) 9 > 7 /
necessariamente il numero dei pianeti > 7
- E’ vero che quello che
di fatto è il numero dei pianeti è necessariamente > 7
(senso esterno, trasparente, referenziale di ‘numero dei pianeti’)
: esiste sostituibilità
Ma è anche falso che
Il numero dei pianeti in quanto così identificato è
necessariamente > 7
(senso interno, opaco, attributivo: il nome qui ha una descrizione
associata, un senso, e la sostituibilità non vale)
6) perché solo i nomi propri, a differenza di ogni altra
espressione, non hanno senso?
(cioè, un senso ordinario: in quanto si è visto che ha un senso
‘ostensivo’ (la persona c cui si riferisce colui da cui ho appreso il nome) e
pure un senso ‘essenziale’ anche se ignoto: un certo DNA)
(risposta: forse perché, sono quei termini primitivi che,
come pensa Russell, devono essere appresi ostensivamente, senza i quali non se
ne potrebbe apprendere nessuno descrittivamente)
7) Anche i nomi propri di proprietà sono appresi in modo diretto. Eppure si è
visto che hanno un senso: il concetto della proprietà (mentre la proprietà
stessa è il referente). Esiste qualcosa del genere per i nomi propri di
persona, luogo, ecc.?
(risponderemo: Forse si: come il concetto del rosso deve essersi
formato nella mente del parlante perché questi sappia reidentificare il rosso
quando lo incontra nuovamente, così una certa rappresentazione di Luigi deve
essere presente nella mente di chi
battezza, o di chi sente battezzare: “Questo bambino si chiama Luigi”)
8) Come mai di fatto molti nomi propri sono
inizialmente descrizioni definite o aggettivi, quindi dotati di senso, che poi
diventano puri “cartellini”: es.: ‘Raffaele’ = medicina di Dio; ‘Ermanno’ =
(l’) uomo libero, ‘Malatesta’, ecc.?
- proprio perché decido di usarli così: forse perché il loro senso
mi piace, o mi pare richiamo aspetti del nominato
9) In che senso ‘Nevica sul Cervino’ e ‘nevica
sul Matterhorn’ sono diversi, come mai danno luogo a comprensioni diverse,
ecc.? (E. Picardi 1999, p. 64)
- si ricollega al problema di Mates sulla sostitutività: uno può
sapere che senso ha una parola, e non sapere che senso ha un’altra parola,
anche se hanno lo stesso senso!
Sono gradi parziali di competenza linguistica.
Per riassumere quanto detto fin qui
e per meglio chiarire i problemi che affliggono sia il bipolarismo
(Frege, Carnap) che il monismo semantico (Mill, Russell, Kripke), sia
l’approccio descrittivista di Frege-Russell, che quello non descrittivista di
Mill-Kripke, consideriamo il seguente
“mito”:
F.
MITO
Stadio 1
Nasce la società umana
I primi uomini introducono un linguaggio
indicandosi l’un l’altro oggetti, proprietà e relazioni, e associando a
ciascuno un certo suono scelto convenzionalmente.
Quando per ogni oggetto particolare si usa un suono diverso,
questo è un nome proprio.
Questi termini
d)
hanno
un riferimento diretto : sono un ‘cartellino’
e)
non
sono associati a descrizioni (anche perché finché questi termini non sono stati
introdotti le descrizioni non sono possibili)
f)
non
hanno un senso/intensione distinto dal nominatum.
(in questo senso, sono tutti come nomi propri di Kripke-Putnam o
nomi logicamente propri di Russell).[87]
g)
Tuttavia
è chiaro che i soggetti devono poter reidentificare il nominatum attraverso le sue diverse
presentazioni, e distinguerlo dagli
altri oggetti, proprietà o relazioni.
Ciò avviene naturalmente in base a caratteristiche
salienti (per cui i soggetti non hanno ancora nomi) che utilizzano,
inconsciamente, nell’identificazione.
Queste caratteristiche salienti, più o meno comuni per i diversi
parlanti, che consentono di identificare i membri dell’estensione sono, come
direbbe Frege, modo in cui è data l’estensione, o un embrionale concetto
dell’entità in questione. Sono dunque,
una sorta di senso o intensione implicita del nome, da cui
emergeranno in seguito intensione, senso e gli altri corrispettivi logici
propriamente detti.
Non lo sono ancora, e non fungono da definizione del nome,
in quanto:
- non ci sono ancora termini per formulare tale definizione,
- il possesso di tali proprietà potrebbe essere contingente.
(NB: anche ‘questo’, ‘quello’, ‘qui’, ‘ora’, hanno questa
“intensione implicita”. Allora ha ragione Frege che, da un certo punto di vista,
tutte le espressioni hanno un senso)
Stadio 2
Quando lo stesso suono si usa per oggetti diversi, invece,
questo funziona come un predicato, anzitutto come un aggettivo
primitivo, per proprietà “atomiche”, ad es.: ‘rosso’.
- nome proprio: si associa
sempre all’ostensione dello stesso oggetto
- ‘rosso’: si associa sempre
all’ostensione della stessa proprietà.
→funziona
un po’ come un nome proprio,
(infatti in seguito
può trasformarsi nel nome astratto corrispondente, che è un nome proprio di
proprietà o genere).
Ma: il predicato non ha un nominatum
bensì ha volta a
volta dei referenti, che sono i diversi oggetti cui si applica, e in tal senso possiede un’estensione: la
insieme dei possibili referenti.
Anche questi
predicati primitivi si applicano direttamente, per ostensione e
catena causale (sono cartellini) e sono rigidi (come i nomi di genere
naturale per Putnam).
Anche qui
per reidentificare la proprietà o relazione
il parlante deve averne una implicita rappresentazione mentale, ossia un embrionale concetto, che poi
diverrà il senso/intensione dell’aggettivo
Stadio 3
Si introducono ostensivamente, allo stesso modo, predicati primitivi per i
generi (nomi comuni):
ogni volta che vedo
una pecora, la indico e dico “pecora”, e
se ne vedo più d’una le indico insieme dicendo “pecore”: è un nome per il genere:
h)
indica
qualunque animale dello stesso genere.
i)
Ma deve
esser in qualche modo comprensibile cos’è essere dello stesso genere.
→ Ci dev’essere un’idea vaga e implicita di descrizione: lanosa, di una certa forma,
ecc.
- Può essere inespressa (potrei introdurre ‘pecora’ prima di
introdurre ‘lanosa’, ‘forma’, ecc. )
- il possesso di tali caratteristiche può non risultare analitico
(es.: essere un animale terrestre per i mammiferi)
(“intensione (o senso)
implicita”)
Idem per i nomi
comuni di proprietà: ‘colore’, ‘suono’, ‘sapore’ …
Stadio 4
Uno stesso nome
primitivo viene usato come nome proprio di diverse persone (‘es.: ‘Luigi’)
Emerge dunque una caratteristica di questo termine, al di là
del nominatum: di essere un nome
di persona, maschile. Una sorta di
intensione non completa.
Ugualmente, nomi diversi
ma distinguibilmente simili vengono introdotti come nomi propri di uno stesso
tipo di entità:
(bellezza,
grandezza, dolcezza … Inglese, Francese, Islandese …)
Anche qui, emerge
una loro caratteristica (nome di proprietà, di lingua …)
che costituisce un’intensione
implicita e incompleta.
→ posso usare ‘Luigi’ o ‘Lamberto Fumagalli’
in un racconto fittizio,
anche senza collegarlo a nessuna descrizione,
perché comunque il termine possiede un riconoscibile ruolo
linguistico
insomma ha
intensione senza avere un’estensione.
(ossia non ha un nominatum nel mondo attuale. Ovvio che
lo ha nei MMPP: infatti ha un’intensione, che gli assegna una certa estensione
in ciascun MP).
Ecco l’origine di
alcuni termini vuoti.
Stadio 5
Dopo che sono stati introdotti nei modi precedenti vari nomi
propri, nomi comuni e aggettivi primitivi, usando alcuni di questi posso:
- assegnare ostensivamente come nome a un oggetto o proprietà un
termine o una combinazione di termini primitivi già esistenti, che in qualche
modo portano con sé nel nuovo ruolo il loro significato primitivo:
chiamo questo cane ‘pallino’
chiamo quella stella ‘stella della sera’
chiamo questa pianta ‘grano turco’.
Non intende essere una descrizione
dell’oggetto: è una descrizione usata come nome;
essa porta con sé il suo senso originario,
che tuttavia non è inteso come vera dell’oggetto;
la sua associazione al nome è labile, una
suggestione o una connotazione;
Es.: ‘insalata russa’ non comporta la
presunzione che quella salsa sia effettivamente
di origine russa.
Posso anche
- esplicitare in una descrizione le
caratteristiche salienti di cui già mi servivo per identificare il referente di
un nome primitivo (es. ‘pecora’, ‘acqua’)
(es.: ‘quadrupede, lanoso … ecc.’; ‘liquido
inodore incolore insapore che riempie fiumi e laghi…’)
(caratteristiche per ciascuna delle quali
nel frattempo sono stati introdotti termini primitivi che le identificano).
Tuttavia anche qui il riferimento è ancora
diretto, per cui l’intensione non costituisce una definizione: se si scopre che nulla corrisponde alla
descrizione
es. “i cigni sono uccelli bianchi dal lungo
collo’
Se si scopre che vi sono cigni neri, il
termine ‘cigno’ continua a riferirsi al medesimo genere naturale.
→ tali proprietà sono più un insieme di “stereotipi” che una
definizione.
Iniziamo dunque ad avere un’intensione
esplicita intesa come contenuto informativo associato al nome, in aggiunta al
referente;
ma essa non è ciò che fissa il riferimento,
che continua a essere diretto.
Stadio 6
Usando i termini
primitivi
a)
Descrivo personaggi, luoghi, oggetti di
fantasia e
introduco un nome come abbreviazione della descrizione definita:
‘Polifemo’: “Il gigante con un solo occhio …. ecc.”
‘Ippogrifo’: “Il cavallo alato … ecc.”
→ Il nome ha un’intensione vera e propria (il concetto
complesso espresso dalla descrizione), e nessun referente.
L’intensione è completa ed esplicita:
j)
possiedo
i termini per articolarla
k)
è una
definizione
l)
il
termine funziona in modo puramente descrittivo
b)
Descrivo entità che non conosco direttamente (che
suppongo o ipotizzo esistere) In altri termini,
mi interesso (per motivi pratici, o teoretici) a una certa
proprietà complessa,
e suppongo o ipotizzo che sia istanziata in un’entità:
Es.: ‘L’uomo più ricco del mondo’
Es.: ‘La montagna d’oro’
Es.: ‘Un maggiolino tutto matto’
c) A queste entità
ipotizzate posso anche dare un nome:
Es.: ‘Dio’ (“ciò di cui nulla può pensarsi di maggiore”);
Es.: ‘Eldorado’ “la grande città india tutta d’oro sconosciuta ai bianchi”
Es.: ‘Gene’: “ciò che è responsabile per la trasmissione dei
caratteri genetici”
Es.: ‘atomo’: ‘La particella materiale più piccola e indivisibile’
Es.: ‘Jack lo squartatore’: l’autore di certi efferati delitti noti
a Scotland Yard
- La descrizione ha un’intensione (il concetto complesso che essa
esprime),
- se esiste un’unica entità che le corrisponde si riferisce ad
essa.
- Il riferimento è indiretto,
ma può essere sia flessibile (de dicto) che rigido (de
re):
es.:
se intendo parlare
dell’uomo più ricco del mondo in quanto uomo più ricco del mondo (de dicto) si riferisce a diversi
individui nei diversi mondi possibili.
Se intendo parlare
dell’uomo che di fatto (in questo mondo reale) è il più ricco del mondo (de re), si riferisce sempre allo stesso
individuo in tutti i mondi possibili, anche in quelli in cui non è il
più ricco d(i qu)el mondo.
d) nome primitivo ‘cicer’ (cece) → nuovo nome proprio
‘Cicerone’,
(denota Marco Tullio a causa
di un neo)
Il nome non ha intensione, ma si porta dietro un certo contenuto
descrittivo
(uomo con un neo), che non definisce il referente: ha
riferimento diretto.
Poi:
proverbiale eloquenza di Cicerone:
il nome diventa sinonimo di una descrizione:
‘qualcuno che illustra con eloquenza le bellezze di un luogo’:
acquista un’intensione
il riferimento da diretto e rigido (de re) diventa indiretto e flessibile (de dicto):
il nome si applica a tutti e solo coloro di cui è vera la
descrizione.
Un altro esempio:
Enrico Fermi
sta cercando un elemento con una determinata formula atomica.
Ne scopre uno che crede abbia quella struttura e lo chiama
“Ausonio”
(nome nuovo ma derivante dal nome di una primitiva popolazione
italica
→ ha già un vago significato descrittivo: ‘elemento
italico’.
Ma non è un’intensione: ha solo il referente: il nuovo elemento.
In seguito:
In realtà il nuovo
elemento in realtà ha un’altra formula, ma il nome rimane.
Quando si scopre l’elemento che ha davvero la formula in questione
lo si chiama “Esperio” (si porta dietro un significato simile: Italia)
→ ‘Ausonio’ è stato usato con riferimento diretto:
non era legato alla
formula (né al vago contenuto descrittivo precedente).
Se si fosse
mantenuto il nome legato alla definizione, avrebbe avuto un riferimento
flessibile (v. Picardi).
e) Dopo aver introdotto termini per quelle
proprietà semplici (bianco, lanoso, … ) in base a cui fin dall’inizio
inconsapevolmente identificavamo l’estensione di predicati primitivi come
‘pecora’, ‘pesce’, ecc., già allo stadio
(5) le avevamo usate per caratterizzare il genere pecora, pesce,
ecc., (introducendo in qualche modo una sorta di senso per i rispettivi nomi,
che non era ancora una definizione).
Ora
però vogliamo codificare e rendere esatto l’uso dei predicati ‘pecora’,
‘pesce’, ecc.:
fissiamo una lista esatta delle proprietà
semplici che identificano il genere:
il termine si applica a tutti e solo gli
individui che le possiedono.
→ l’intensione embrionale e implicita
è divenuta esplicita mediante una vera e propria definizione.
Es.: ‘pesce’:
forse originariamente includeva triglie, tonni, balene e delfini
ma ora la definizione rigorosa li esclude.
Così il riferimento da rigido diventa
flessibile?
Non necessariamente:
nella scienza è più comune continuare a
riferirsi genere individuato direttamente, che a qualunque cosa possegga
quelle proprietà:
si ammette che in passato ci si
riferiva allo stesso genere pur descrivendolo con proprietà in parte errate, o non necessarie
(domani si potrebbe scoprire lo stesso delle
proprietà attuali).
In tal caso, la definizione si comporta più
come definitio rei, che è fattuale e
dunque può risultare errata, che come definiito
nominis, che è convenzionale.
Invece ‘rosso’ e simili:
la proprietà che
esprimono è abbastanza “semplice”
(date le nostre
abilità percettive, le nostre necessità pratiche, ecc.)
da non richiedere
e/o permettere una individuazione consapevole ed esplicita delle sotto-caratteristiche
(sfumature che compongono il rosso porpora, carminio, ecc.).
Dunque:
- nel linguaggio
comune: non introduciamo termini per le sotto-caratteristiche
→ restano
termini primitivi (stadio 2), con riferimento diretto e intensione solo
implicita (il concetto della proprietà denotata).
- in un linguaggio
tecnico (della pittura, della moda, ecc.) o scientifico (es., analisi fisica
dei colori)
Può servire definire
esplicitamente il rosso
∙ tramite le
tinte che lo compongono
∙ tramite
proprietà non osservabili fisicamente legate ad esso (lunghezza d’onda) (se
sono state riconosciute e denominate dopo l’introduzione di ‘rosso’)
→ possono essere o denfinitio
nominis, che fissa il riferimento, che dunque diventa indiretto, o definitio rei, che non fissa il
riferimento, che resta rigido).
In tutti questi
casi,
- abbiamo
intensione (senso, connotazione, comprensione) ben distinta dal riferimento
- può esserci intensione
(senso, ecc.) senza riferimento
- inoltre il
riferimento può diventare indiretto e flessibile.
Dunque:
in momenti distinti e successivi,
un’espressione può acquistare:
- intensione implicita - caratterizzazione
esplicita, in forma di stereotipi -
definzione - riferimento flessibile.
Se questa intensione esplicita può essere espressa da
descrizioni diverse
(se esistono le risorse linguistiche per farlo),
a seconda che queste descrizioni siano più o meno simili tra
loro, condivideranno, oltre all’intensione, anche la comprensione, il senso
o la connotazione
(es.: ‘poliziotto’, ‘agente di pubblica sicurezza’, ‘membro
della Polizia di Stato’, ‘sbirro’, ecc.)
In
realtà
In realtà il linguaggio nasce olisticamente e
contemporaneamente
forse non ci fu mai uno stato di natura con solo i
termini primitivi dei primi stadi.
I rapporti di precedenza e successione che qui sono stati esposti
come rapporti cronologici sono tutt’al più concettuali.
Però
il mito insegna che:
- Il monismo semantico è
corretto nel senso che per i
termini primitivi non c’è un’intensione (senso, ecc.) esplicita e
completa,
le risorse linguistiche con cui in seguito posso costruire
descrizioni e quindi intensioni sono sempre, in origine, termini puramente
referenziali.
- Il bipolarismo semantico è
corretto nella misura in cui un’intensione almeno embrionale e implicita
esiste sempre, e poi diventa esplicita quando da un lato
a)
sono
interessato, oltre che a riferirmi agli enti, a descriverli,
(analizzarne le proprietà, o indagare certi
agglomerati di proprietà, esemplificati o no, e dall’altro
b)
posseggo le risorse linguistiche per farlo.
-
La teoria non descrittivista del
riferimento è vera per i
termini primitivi,
ai
primi stadi, e resta vera per molti termini anche agli stadi successivi.
-
la teoria descrittivista è corretta per
-
molti
termini agli stadi posteriori,
-
i
termini primitivi, nel senso che il riferimento diretto presuppone comunque un’intensione
implicita che permette la reidentificazione dell’oggetto o del genere nelle
successive applicazioni del termine.
Un caso particolare e limite: nomi o descrizioni per enti
inesistenti:
possono funzionare esclusivamente in modo descrittivo, e non
referenziale.
Un altro caso : nomi
per enti di cui non ho conoscenza diretta: essi hanno per forza di cose
un’intensione, in quanto il riferimento deve avvenire tramite di essa; ma
possono funzionare sia in modo referenziale che descrittivo,
a seconda dell’interesse che ho e dell’uso che intendo farne.
Anche la descrizione
associata a un nome che ne esprime l’intensione,
può funzionare sia descrittivamente (“il fattore
responsabile della trasmissione genetica avrebbe potuto non esser fatto di
DNA”)
sia referenzialmente (“il fattore della trasmissione genetica è per sua natura costituito
di DNA”)
Idem tutte le
descrizioni che non esprimono l’intensione di un nome proprio:
(“il Presidente degli S.U.
ha un grande potere”), (“il Presidente degli S.U. è texano”).
→ dal momento in cui esiste sia un referente sia
un’intensione esplicita
dipende dai parlanti usare un termine con riferimento diretto o indiretto;
E molti termini
(es. quelli di cui si danno definizioni scientifiche) si trovano in posizione
intermedia.
Sulla possibilità che il
significato sia originariamente referenziale (in accordo con Agostino e contro
Witggenstein ) vedi la tesi di dottorato di alberto gualandi: l’occhio, la mano
e la voce
DUBBI E QUESTIONI APERTE
dunque, termini come
(a)‘Luigi’
‘Lamberto’, e
(b) ‘bellezza’,
‘grandezza’, ecc. hanno una sorta di senso/intensione generico (<nome
proprio di persona maschile>, <nome di proprietà>, ecc).
Allora sorge la
seguente
Domanda:
i nomi di proprietà
(b) hanno anche un senso/intensione specifico proprio. E quelli di persona (a)?
Risposta (1): no.
Infatti il nominatum dei termini (b), è una proprietà, e dunque esiste il
concetto di tale proprietà, che funge da intensione del nome. Invece il
nominatum dei termini (a) è un particolare, e non esistono concetti individuali
Risposta (2): si,
perché comunque c’è un concetto
individuale di ciascuna persona, che sarà il senso/intensione del suo nome.
Dubbio:
Davvero esiste il concetto
di un particolare?
Di quali sua
caratteristiche si compone? Quelle essenziali? Quali sono? O di tutte? Ma sono
infinite!
In realtà tutte le
proprietà dei particolari sono contingenti, quindi non costituiscono un
concetto di essi!
Infatti: Un
concetto non è intrinsecamente universale?
Inoltre:
per esser
competenti di una lingua, per comprenderne i significati, è necessario
conoscere i sensi/intensioni di tutti i suoi termini.
Ma certamente della
maggior parte dei nomi di persona non conosciamo il senso/intensione:
→ tali nomi
non hanno senso/intensione!
Replica:
Lo hanno. Però sono
praticamente infiniti di numero (tanti quante le persone),
quindi conoscerli
tutti non può essere un requisito per la competenza linguistica.
Invece lo è per i
nomi di proprietà, generi, ecc., che sono in numero assai più limitato.
In effetti
Si potrebbe dire
che i termini che funzionano a riferimento diretto hanno ben 2 tipi di
descrizione associata: quella ‘di superficie’, nota ai parlanti (‘questo
liquido’; ‘questo bambino’; ‘il liquido a cui tutti i miei compatrioti (e in
particolare gli esperti) si riferiscono con il termine ‘acqua’; ‘il bambino a
cui suo padre si è riferito col nome ‘aristotele’’)
E una “di
profondità”, nota a nessuno o ad alcuni “esperti”, costituita dai criteri di
identità (‘H20’; il DNA individuale? O i genitori e la data di
nascita? O la maggioranza ponderata di tutte le proprietà dell’individuo? )
[1]
[2] Vedi Gargani 1973, I, 1; Alai 1998, pp. 14.15.
[3] Vedi Penco 2004, cap. 2.
[4] Vedi Frege 1891
[5] Grundgesetze
[6] Dummett 1973, 81-82.89-90.
[7] Ibid, 83-4
[8] Vedi Marconi 1999: 15-16.
[9] Lycan 2000, pp. 5 sgg.
[10] Casalegno et al. (cur.) Filosofia del linguaggio
[11] Vedi A. Parternoster, Mente e linguaggio; Marconi, cap.3.
[12] Frege 1892/2003, pp.18-19
[13] Per Kaplan e Perry
addirittura tridimensionale: estensione, carattere e contenuto (cfr.
[14] Penco 2004, cap. 5; Casalegno (1997), cap. 2; Casalegno (2003) cap. 1.
[15] SIGNIFICATO E NECESSITÀ p.108
[16] Carnap Meaning and necessity (1947) 101 sg; passim.
[17] Spesso lo si chiama ‘riferimento’, ma si tratta di un’imprecisione: referente è l’oggetto a cui ci si riferisce, riferimento è l’azione del riferirsi.
[18] Cfr. Abbagnano, dizionario di filosofia, voci corrispondenti
[19] Meaning and Necessity
[20] (Frege 1892). Ma talora lo indica anche, e in quindi come l’ intensione.
[21] (Frege: Wissenschaftilcher
Briefwechsel, 128 (80), Nachgelassene
Schriften, 1969, 242 (224-5): Dummett 1973, 97-98).
[22] Frege 1892/2003, p.29
[23] Marconi 1999: 23-24.
[24] Marconi 1999: 24
[25] Frege, Logiche untersuchungen, 1923,, tr it Ricerche logiche, 1988, p. 99; Casalegno 1997, p. 43.
[26] Casalegno 1997 p. 33 e riferimenti ivi citati)
[27] (Dummett 1973, 412-413)
[28] Vedremo in seguito (problema di Meinong) che si può evitare di dire che si riferiscono a fatti meramente possibili.
[29] In “Il significato di ‘significato’”.
[30] Per alcuni di questi vedi Frege (1892)
[31] Come ad esempio J.S. Mill e Kripke. Su questo torneremo ampiamente più oltre.
[32] Mates 1950; Casalegno1997, pp. 155-157; Marconi 1999 pp. 113-4.
[33] In ‘dire che si crede’, in Bonomi 1983a: cit. in Casalegno 1997, p.156.
[34] “Senso e significato”, p. 20.
[35] Meaning and Necessity, cap. 3, § 30. Vedi appunti vecchi
[36] Frege 1892/2003, pp. 31-32; Linsky 1976 p. 112. Dummett critica la tesi di Frege che un enunciato vuoto risulti privo di verità, e renda privi di verità anche quelli di cui diventi un componente, proprio perché lo costringe a considerare un difetto del linguaggio naturale quello di avere nomi vuoti (1973, p166, e cap. 12)
[37] Ibid.,
[38] Russell 1905/1984, 185
[39] Vedi anche Carnap 1947/1976, cap. I, § 16.
[40] Vedi Russell 1905/1985 p. 179-180; Russell
1911, Russell 1918, p. 209.
[41] Due possibili critiche: il processo di definizione può essere finito ma circolare, tutto si impara per mezzo di tutto; l’ostensione non può essere il meccanismo basilare di apprendimento dei significati : ricerche filosofiche)
[42] Casalegno 1992, 25-27.
[43] Vedi la biografia curata da A. Lanni in http://www.swif.uniba.it/lei/filosofi/autori/wittgenstein-scheda.htm
[44] Vedi Alai 1981.
[45] Così come nemmeno spiega la semantica dei quantificatori. Vedi Casalegno 1997, 115-117
[46] Quest’ultimo solo con una sorta di preferenza pragmatica rispetto alla tesi opposta fisicalistica: fenomenismo e fiscalismo sono per lui non due tesi ma due diversi possibili linguaggi.
[47] Di nuovo, considerandolo solo preferibile.
[48] Carnap 1932/1969
[49] Vedi Putnam 1978, pp.108-109.
[50] Lycan 2002, p. 150, obiezione 3.
[51] Carnap 1963, § 10
[52] Kripke 1972, 1980.
[53] Carnap userà questa terminologia in Carnap 1952, dove sviluppa esplicitamente la sua idea, in risposta a Quine 1951. Qui dice semplicemente: “Si suppone che … ‘essere umano’ e ‘animale razionale’ significhino la stessa cosa: Carnap 1947/1976, p. 14.
[54] Carnap 1947/1976, cap. I § 9.
[55] Carnap usa il termine ‘proposizione’ per l’entità linguistica che oggi normalmente si chiama enunciato, e ‘concetto proprosizionale’ per l’entità extralingusitica astratta che è il contenuto di un enunciato, e oggi si chiama normalmente proposizione (per un chiarimento di questi concetti, vedi Volpe 2005, cap.2). Seguiamo qui l’usanza attuale “traducendo” la sua terminologia in quella contemporanea.
[56] Vedi nota precedente
[57] 1947/1976 pp. 53-57.
[58] Carnap 1947/1976, p. 56.
[59] Mates 1950; Casalegno1997, pp. 155-157; Marconi 1999 pp. 113-4.
[60] In ‘dire che si crede’, in Bonomi 1983a: cit. in Casalegno 1997, p.156.
[61] (1947)
[62] Perciò egli può proporre una notazione in cui non esistono nomi di classi e nomi di proprietà, ma solo un unico tipo di termini generali, che hanno la classe come estensione e la proprietà come intensione, e mostra (Carnap 1947/1976 § 27) che con tale notazione è possibile definire i concetti della matematica. Vedi per contrasto la sua critica dei metodi che comportano termini diversi per estensioni e intensioni: ibid., p. 228..
[63] Meaning and Necessity, cap. 3, § 30.
[64] Ricordiamo comunque che Carnap interpreta il Bedeutung di Frege come nominato, e noi in modo più generico come referente
[65] Vedi Significato e necessità p.105-107: si può avere = intensione e diverso struttura intensionale, ossia senso
[66] Ma anche di C.I. Lewis: v. Significato e necessità pp.101 sgg.
[67] Piuttosto che direttamente una proprietà o un genere, come si è detto, che restano invece sul piano ontologico.
[68] Cioè Gedanke, secondo la terminologia esatta di Frege (1892).
[69] Anche se egli stesso lo spiega talora col verbo un po’ più specifico Bezeichen, designare.
[70] Carnap 1947/1976, cap II, §§ 25-26.
[71] Per i motivi esposti sopra.
[72] Meinong direbbe un oggetto incompleto
[73] Nonostante egli critichi l’idea di Frege di indicare il valore di verità come Bedeutung degli enunciati: Carnap 1947/1976, pp. 193-4. Evidentemente, egli ritiene che non il valore di verità non risulti plausibile come nominato (quello che per lui è il Bedeutung di Frege), ma risulti plausibile come estensione dell’enunciato.
[74] Vedremo in seguito (problema di Meinong) che si può evitare di dire che si riferiscono a fatti meramente possibili.
[75] Non della quale: per essa ci sono il nome e gli aggettivi che si riferiscono ad essa
[76] Carnap 1952.
[77] Marconi 1999:24
[78] Austin, “Come fare cose con le parole”. Vedi Lycan 2000, cap. 12, Marconi 1999, pp.79 sgg.
[79] V. Lycan 2000 pp. 31 sgg.
[80] Vedi Lycan 2000 cap. 3.
[81] Cfr. Lycan 2000, p.68.
[82] Putnam
[83] Vedi ad es. Kuhn,
[84] Saul Kripke, “Nome e necessità”, cit., pp. 95 ss.
[85]
P. Casalegno, “Filosofia del linguaggio.
Un’introduzione”,
[86] Saul Kripke, “Nome e necessità”, cit., p. 98.
[87] Cfr. E. Napoli: il sistema fido-fido, il sistema del cartellino, è l’unico possibile per i nomi “primitivi”