Mario Alai

Appunti del corso di filosofia del Linguaggio 2010-2011

Il significato e la sua determinazione attorno a metà del Novecento

Obiettivi formativi:

Con Frege e il Tractatus di Wittgenstein si afferma all’inizio del ‘900 una concezione bipolare e verocondizionale del significato, poi formalizzata da Carnap in termini di estensione e intensione. Ma come si fissa il significato? Cioè, come il linguaggio si connette al mondo da un lato e alla mente dall’altro? I Nepositivisti risposero in termini di esperienze di verifica. Ma il verificazionismo per un verso consentiva di riferirsi solo a stati di cose osservabili, e per un altro presupponeva il riduzionismo. Criticando quest’ultimo, Quine rigettava dunque  il concetto di intensione, concludendo a una radicale indeterminatezza del significato. Nelle Ricerche Filosofiche Wittgenstein propone l’idea alternativa che il significato sia fissato dall’uso. Essa consente di analizzare i significati nei loro contesti concreti con precisione senza precedenti, ma incontra a sua volta seri problemi se intesa come tesi sulla natura del significato.

Lo studio di queste tematiche e la lettura di alcuni dei testi più classici introdurranno al pensiero di Quine e del “secondo” Wittgenstein, gli autori che più hanno influenzato la filosofia del linguaggio nella seconda metà del XX secolo. In tal modo il corso mira anche a familiarizzare gli studenti con lo stile argomentativo formale e rigoroso della “filosofia “analitica”. E’ pertanto raccomandabile frequentare le lezioni dall’inizio, attivamente e regolarmente. Chi non fosse in grado di frequentare può ugualmente preparare l’esame sui testi indicati, ma serve un’ attenta applicazione, nonché attitudine allo studio autonomo, all’analisi e al pensiero astratto.

Programma del corso:
La doppia dimensione del significato: da Frege a Carnap. Semantica verocondizionale e descrizioni di stato. Sostituibilità, modalità, controfattuali. Senso, colore, forza. Il verificazionismo e i suoi problemi. Quine: critica dell’analiticità e dell’intensione; traduzione radicale; relatività ontologica e inscrutabilità del riferimento; obiezioni. Le Ricerche Filosofiche: uso e comprensione, uso e riferimento; giochi linguistici; somiglianze di famiglia; seguire una regola; linguaggio privato; linguaggio psicologico; il vedere;    problemi del significato come uso.

Testi di studio:

Selezione dagli autori

1. P. Casalegno et al., Filosofia del linguaggio, a cura di A. Icona e E. Paganini, Raffaello Cortina, 2003.

 2. W.V.O. Quine, “Due dogmi dell’empirismo”, (nell’antologia (1) o in W.V. Quine, Da un punto di vista logico, Raffaello Cortina).

 3. W.V.O. Quine “Relatività ontologica”, (nell’antologia (1) o in W.V.  Quine, La relatività ontologica e altri saggi, Armando Editore, 1986).

4. W.V.O. Quine, Parola e oggetto, Il Saggiatore 1970, cap. II (brani indicati a lezione).

5. L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, 1967 (parti indicate a lezione).

Manuali

6. P. Casalegno, Filosofia del linguaggio. Un’introduzione, Carocci, 1998, cap. 9.

7. W. Lycan, Filosofia del linguaggio, Cortina Editore, 2002, cap. 6, 8.

8. C. Penco, Introduzione alla filosofia del linguaggio, Laterza, Roma-Bari, 2004, cap. 6, 9, 13

9. D. Marconi, La filosofia del linguaggio. Da Frege ai giorni nostri, UTET, 1999, pp. 49-55, 62-72, 86-96.

10. P. Casalegno, Brevissima Introduzione alla filosofia del linguaggio, Carocci 2001.

11. M. Pérez de Laborda, Introduzione alla filosofia analitica, EDUSC 2007.

12. E. Picardi, Linguaggio e analisi filosofica. Elementi di filosofia del linguaggio, Patron, Bologna, 1992.

Modalità di accertamento:

Prova orale (o scritta, facoltativa, al preappello). Programma:

 (A) Frequentanti: argomenti trattati a lezione e testi 2-5. Per un approfondimento (facoltativo) è possibile usare le parti indicate dei testi 6-9. (B) Non frequentanti: un saggio a scelta dall’antologia (1) e i testi 9 e 10 per intero. In alternativa, oltre a un saggio dall’antologia (1), i testi 8 e 10 (interi), oppure 7 (pp. 1-199),  o 11 (intero), o 12 (intero). Oppure ancora: : testi 2-9  (solo parti indicate) (C) Reiterazioni: se frequentanti programma (A), se non frequentanti tutta l’antologia (1). (D) Per l’esame da 12 crediti: programma (A) o (B) più tutta l’antologia (1). (E) Programma per 5 crediti: i frequentanti possono omettere il testo 4, i non frequentanti un capitolo del manuale prescelto.

 

 


INTRODUZIONE

 

Solitamente si capisce al volo quel che si dice, senza riflessione

 

Ma a volte nel discutere di problemi più delicati il linguaggio sembra diventare uno strumento

- non abbastanza preciso (come un pennello troppo grosso per certe sfumature)

- o che non sappiamo maneggiare bene (come una smerigliatrice che ci sfugge di mano)

- o di cui non conosciamo l’uso adatto (come che usa un seghetto da legno per il metallo o diluisce lo smalto con acqua)

 

Allora bisogna chiarirsi su

-    quel che è il linguaggio

-    come funziona in generale

-    quali sono gli usi e i significati corretti dei termini, ecc.

→ molte discussioni filosofiche diventano discussioni sul linguaggio,

e spesso diventano filosofia del linguaggio

 

Es.: Platone e Aristotele: filosofia essenzialmente come analisi dei significati di molte parole “chiave” (di ‘giusto’, “bello”, “vero”, ‘causa’ ecc.)

 

Bacone, Locke, ecc.: ruolo della filosofia nell’eliminare gli ostacoli epistemologici causati dalle confusioni linguistiche e dalle imprecisioni del linguaggio (termini privi di riferimento, ecc.)

 

Svolta linguistica” dell’inizio del ‘900[1] :

 

- filosofia analitica (cioè filosofia come analisi concettuale: Frege, Wittgenstein, Russell, Ayer, Austin …Quine)

- neopositivismo (circolo di Vienna e di Berlino: Schlick, Neurath, Carnap, Hempel –

- fenomenologia, esistenzialismo, ermeneutica, strutturalismo, scienze umane …

 

Tutti i problemi filosofici (metafisici, antropologici, epistemologici, etici, ecc.) sono problemi linguistici!

-         Eccessivo!!! Vi sono anche questioni non linguistiche (ma ontologiche, epistemologiche, etiche, ecc.)

-    Ma con una parte di verità

 

La filosofia del linguaggio è tuttora:

-         un’avventura stimolante: il capire è fine a sé stesso

-         un importante strumento di analisi filosofica e consapevolezza culturale

 

Filosofia del linguaggio dei filosofi analitici

Cos’è il linguaggio? Un insieme di parole

Cosa sono le parole?

– segni grafici (token)

No: tipi di segni grafici!

-    anche suoni! O meglio, tipi di suoni!

‘cane’ in alfabeto latino, in Braille, pronunciato: è la stessa:

una sequenza ordinata di fonemi o delle loro rappresentazioni grafiche.

-    brupertong: non è una parola

una sequenza ordinata di fonemi o delle loro rappresentazioni grafiche dotata di significato.

        Inoltre:

-    “carlo approfonditamente tra rosso”: un insieme di parole alla rinfusa non è un linguaggio

-    Linguaggio = un insieme di frasi

-    Frase = insieme di parole dotato di significato

 

Nozione chiave per capire il linguaggio è quella di significato

→ per la filosofia del significato è centrale lo studio della semantica (=del significato)

 

Suddivisione ormai classica (Peirce, Morris …):

3 settori della filosofia del linguaggio: Sintassi, semantica, pragmatica

 

Sintassi:

Il linguaggio è un sistema di segni: quali sono le strutture rilevanti di questo sistema? I rapporti formali tra le parti? modi corretti di ordinare tra loro le parole, di comporre e scomporre espressioni in pratica comprende: grammatica, sintassi (in senso stretto), logica.

 

Semantica:

Le parole hanno dei significati:

cos’è il significato?

(più o meno) ha a che fare col fatto che le parole

simboleggiano cose       ed      esprimono pensieri

(doppia dimensione del significato: ontologica e logica)

(significato come relazione linguaggio-mondo e linguaggio-mente)

 

Come questo è possibile?

a)     come il linguaggio si connette al mondo?

         Che tipo di rapporti esistono tra parole e pensieri e parole e cose?

b)    Come il linguaggio si connette ai pensieri? (“prima di parlare collegare il cervello”)

        Che significa comprendere i significati delle parole di un linguaggio?

 

E poi:

quali espressioni hanno significato e quali no?

quale significato ha ciascuna espressione?

 

La moderna filosofia del linguaggio nasce con Frege, Russell e Wittgenstein, a cavallo tra ‘800 e 900.

Ma Wittgenstein: ineffabilità della semantica;

neopositivisti molto interessati alla filosofia del linguaggio: forte cautela sulla semantica (a) non c’erano ancora gli strumenti tecnici (b) prevaleva il timore che parlare di rapporti tra linguaggio e mondo fosse metafisica, e parlare di rapporti tra linguaggio e soggettività fosse psicologia)

→ solo sintassi

 

Poi da Tarski (Il concetto di verità nei linguaggi formalizzati, 1935) e Carnap (lavori negli anni ’30 e ’40, fino a Meaning and Necessity, 1947 ….) ha iniziato a esser studiata ed è divenuta sempre più importante, anche per la filosofia della scienza ecc..

 

Pragmatica: Noi usiamo il linguaggio. In quali modi? In che rapporto sta con le nostre azioni?

Inizialmente non si pensava fossero problemi filosofici, ma pratici.

Lo diventano dalla pubblicazione delle Ricerche Filosofiche di Wittgenstein in poi

 

IL PROBLEMA DEI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA[2]

 

NUMERI: Naturali – razionali – irrazionali (o reali) – irreali

 

Dio fece i numeri naturali; tutto il resto è opera dell'uomo” (Leopold Kronecker)

 

specie i reali (analisi matematica) necessari per la fisica

Newton, Leibniz

Introdotti intuitivamente: analogia con la continuità delle curve geometriche

Weierstrass, Dedekind, Cantor, Kronecker: aritmetizzazione (deduzione rigorosa dalla teoria dei numeri naturali)

 

A questo punto:

1) Si può dare una assiomatizzazione (es.: Elementi di Euclide) dell’aritmetica, sottraendola al carattere intuitivo per darle forma rigorosa?

2) Si può dare una definizione rigorosa del concetto di numero naturale?

3) Di che natura sono le verità aritmetiche?

- analitiche a priori (es.: nessuno scapolo è sposato). Ma se così, perché sono tanto utili ?

- sintetiche. ma allora sono anche a posteriori ?

- Platoniche? 

 

Rispondendo si sarebbe dato un solido fondamento a tutta la matematica!

 

Giuseppe Peano (1852-1932): notazione simbolica adeguata; sistema assiomatico (5 assiomi, 3 simboli primitivi, non interpretati: sistema logico, o sintattico.

Se si interpretano i 3 primitivi: zero, numero naturale, successore, diventa un sistema aritmetico:

- Risponde a (1)

 

Gottlob Frege (1848-1925)[3]

 

Per affrontare tali problemi riprende il programma di Leibniz:

- Characteristica (come Peano, il cui lavoro viene molto migliorato col Begriffsschrift, 1879)

- Calculus ratiocinator (già in parte elaborato da Boole e De Morgan). Il loro lavoro viene completato:

 

i. analisi della proposizione:[4]

-     non più soggetto-predicato (Giovanni ama Rita, Rita è amata da Giovanni: = proposizione, ≠ soggetto predicato), ma

-     funzione–argomento:

 

Funzione = relazione in cui a ogni argomento corrisponde 1 solo valore (ma non viceversa) Es: operazioni aritmetiche; scale di misura; funzioni sociali (es.: preside della facoltà di __ ) ecc. ecc.

            

Gli oggetti “insaturi” (es.: ‘…ama…’; ‘… è uomo’, ecc.) sono funzioni da oggetti saturi (argomenti) a oggetti insaturi (valori).

Come manichini, che vanno “rivestiti”:

 

             ‘… è uomo’ : funzione {oggetti → V/F} es.:  Carlo→V; Torino→F

             ‘ama’ : funzione {coppie ordinate → V/F}

 

(il manichino può esser rivestito/completato in maniera corretta/scorretta; bella/brutta (vera/falsa).

 

ii. assiomatizza la logica:[5]

- introduzione dei quantificatori con cui si formalizza la logica dei predicati,

- introduce il segno di identità come ulteriore operatore logico

- costruzione del sistema assiomatico distinguendo:

- termini primitivi / definiti

- assiomi / teoremi (es.: geometria)

- regole di definizione (di termini derivati da termini primitivi)

- regole d’inferenza (es.: Modus Ponens)

 

In tal modo

-    definisce il concetto di numero in termini logici e insiemistici:

numero= insieme degli insiemi equinumerosi

-    0 = insieme degli insiemi vuoti

-    1 = insieme degli insiemi equinumerosi a { 0 }

-    2 = insieme degli insiemi equinumerosi a {0, 1}

-    Ecc.

 

(perché insieme di insiemi? Platone: che cosa c’e’ di comune ai molti? Es.: tre pere e tre mele non sono la stessa cosa. Ma hanno in comune (anche con ogni altro gruppo di tre) la stessa cosa: il numero)

 

Quindi, oltre a perfezionare la risposta di Peano a (1)  con una miglior assiomatizzazione dell’aritmetica, risponde a (2), di conseguenza a (3): le verità matematiche sono verità logico-insiemistiche (logicismo)

 

Ma: la logica stessa non si basa su altro che sulle strutture sintattiche e semantiche del linguaggio, che dunque Frege è portato ad approfondire per chiarire questi problemi di filosofia della matematica

            

 

Inoltre, Frege (anche se non in modo esplicito) accompagna all’analisi sintattica del linguaggio un’analisi semantica,

intesa come la determinazione di come il valore di verità degli enunciati è determinato in funzione dei loro componenti (termini o enunciati elementari - cioè come assegnazione di un’interpretazione nell’usuale senso dei logici)[6].

Una semantica così intesa a lui sarebbe bastata, per i suoi fini di logico; ma egli aveva anche un interesse filosofico, che lo porta ad andare oltre, fornendo una semantica completa, ove si occupa del significato (che distingue in senso e tono: vedi sotto), e del riferimento (il riferimento non è da lui considerato parte del significato, in quanto si può comprendere un’espressione senza conoscerne il riferimento)[7]

Frege pertanto compie riflessioni che consentono di attribuire a lui (oltre alla nascita della logica contemporanea) anche la nascita della filosofa del linguaggio ( e in particolare della semantica)  contemporanea

 

Idee di Frege che sono rimaste come parte del “paradigma dominante” del Novecento[8]:

 

- Bipolarismo semantico: senso e referente                            (vedi sotto)

 

- Senso degli enunciati: condizioni di verità                          (vedi sotto)

→ Wittgenstein e neopositivisti (ma già Aristotele): hanno senso solo le proposizioni  (quelle che possono essere V o F)

 

- Composizionalità del significato: chiave per la plasticità del linguaggio (v. sotto)

 

- Distinzione tra l’atto del pensare e i suoi contenuti oggettivi (antipsicologismo, o “espulsione dei pensieri e dei significati dalla mente”) (v. sotto)

 

-    Ricorso a un linguaggio ideale o artificiale (come quello dei sistemi logici)

per evitare le vaghezze, imprecisione, ecc del linguaggio comune

(ricorso che sarà accettato dal primo Wittgenstein e dai neopositivisti,

rigettato dal Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche e dalla filosofia del linguaggio comune)

 

Russell e Whitehead Principia Matematica (1910-1913): realizzano quel che Frege ha mostrato esser possibile: costruiscono un sistema, che assiomatizza  l’aritmetica su basi logiche

 

Resta la domanda: se le verità matematiche sono verità logiche, che verità sono quelle logiche ???

Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus (1921-1922) risponde:

sono tautologie (né empiriche, né platoniche).

 

 

A. teoria referenziale ingenua del significato[9]

 

Riprendiamo la domanda iniziale: cos’è il significato?

 

le parole stanno per qualcosa, simboleggiano qualcosa, denominano qualcosa

→ significato = l'oggetto per cui la parola sta

 

Un esempio:

S. Agostino, Confessioni I, 8 (cit. in Wittgenstein, Ricerche Filosofiche)[10]

Dall'infanzia … passai dunque nella fanciullezza... Del modo come appresi a parlare mi resi conto solo più tardi. Non mi ammaestrarono gli anziani, suggerendomi le parole con un insegnamento metodico, come poco dopo per la lettura e la scrittura; ma fui io stesso il mio maestro … : quando i circostanti chiamavano con un certo nome un certo oggetto e si accostavano all'oggetto designato, io li osservavo e m'imprimevo nella mente il fatto che, volendo designare quell'oggetto, lo chiamavano con quel suono. Che quella fosse la loro intenzione, lo arguivo dal movimento del corpo, linguaggio, per così dire, comune di natura a tutte le genti e parlato col volto, con i cenni degli occhi, con i gesti degli arti e con quelle emissioni di voce, che rivelano la condizione dell'animo cupido, pago, ostile o avverso. Così, udendo le parole ricorrere sempre a un dato posto nella varietà delle frasi, e udendole di frequente, riuscivo gradatamente a capire quali oggetti designassero, finché io pure cominciavo a usarle, dopo aver piegato la bocca ai loro suoni, per esprimere i miei desideri..

 

Nomi: simboleggiano oggetti

Aggettivi: simboleggiano proprietà

Verbi: simboleggiano azioni

Ecc.

 

Problemi:

 

1) termini sincategorematici: ‘e’, ‘ma’, ‘perché’, ‘anche’, non …

hanno significato ma non stanno per oggetti

 

Soluzione parziale: non hanno significato in sé compiuto

- si e no: li comprendiamo, li traduciamo, anche in isolamento … ma non stanno per oggetti!

 

2) Enunciati: hanno significato ma non stanno per oggetti

 

Soluzione (a): il loro significato non è che la somma dei significati dei loro componenti (ossia, l’insieme degli oggetti a cui si riferiscono i termini che lo compongono)

no:         - il cacciatore insegue il leone

- il leone insegue il cacciatore

Dunque, c’è anche una struttura! Ma non è un oggetto!

 

Soluzione (b): stanno per fatti (o stati di cose)

 

i fatti (= componenti + struttura) (Wittgenstein, Tractatus: i componenti non sono infiniti, ci sono dei semplici assoluti)

 

- E gli enunciati negativi? – stanno per fatti negativi – ne esistono ???

             Forse si;  oppure:

             dicono che i corrispondenti enunciati positivi sono falsi

 

- Enunciati falsi, o fantastici? – stanno per fatti possibili (= stati di cose) ??? - molto dubbio!

 

- cosa sono i fatti? Non certo oggetti! (es.: ci sono milioni di fatti su questo tavolo!!! Inoltre variano secondo come li descrivo, il linguaggio che uso, ecc. Es.: il fatto che la penna è sopra il tavolo; il fatto che il tavolo sostiene la penna, i.f.c. la penna è appoggiata sul tavolo; i.f.c. la mia penna è sul tavolo ….)

- in alternativa: esiste un unico grande fatto (paradossale!)

 

-    In realtà i Fatti non sono altro che l’ombra degli enunciati: per quanti enunciati formulo, tanti fatti ci sono (sono pleonastici)

 

-    No: ‘la penna è sul tavolo’, ‘the pen is on the table’ ‘la plume est sur la table’:

 

-    lo stesso “pensiero”! Allora: i fatti sono l’ombra dei “pensieri”! Dunque

 

Soluzione (c): gli enunciati non stanno per fatti ma per “pensieri”

-     può essere, ma:

 

Frege: cosa s’intende per “pensiero”? Es: luna al cannocchiale

        Es.: concetto: penna vs. atto mentale: penna

        proposizione ‘la penna è sul tavolo’ vs. atto mentale ‘la penna è sul tavolo’

 

Il linguaggio è intersoggettivo: gli enunciati stanno a pensieri come proposizioni, non come atti mentali

Idem per gli oggetti matematici, logici, ecc.

La psicologia non ci dice nulla di interessante sui significati del linguaggio e sulla logica e matematica

 

(ecco un primo chiarimento sui rapporti parola-pensieri: ne esistono due tipi (logici e psicologici), e la parola ha rapporto con entrambi, ma … entrambi direttamente o con l’uno per mezzo dell’altro? E quale?

- Questo per il realista. Per il nominalista non ci sono pensieri, solo parole e oggetti (v. Quine: Parola e oggetto). Per il concettualista solo parole e atti mentali

 

® Frege (assieme a Husserl) dà inizio all’

Antipsicologismo del Novecento, recepito dal Neopositivismo logico, ecc.:

la filosofia non come analisi psicologica, ma come analisi logica (=non di oggetti mentali, ma astratti (realista), oppure di segni concreti (nominalista))

carattere comune alla filosofia analitica.

Solo oggi sta mutando qualcosa: filosofia del linguaggio e scienze cognitive[11]

 

dunque:

soluzione (d): gli enunciati stanno per proposizioni

 

problemi:

-     oggetti metafisicamente dubbi

-     non sono entità concrete, ma astratte. Non può valere l’idea del significato come riferimento a oggetti del mondo! → si abbandona il monismo semantico!

 

3) termini vuoti (Pegaso)

-    risposta analoga: significato =  un’idea (o “pensiero”, o concetto, o simili)

 

4) Espressioni che simboleggiano lo stesso oggetto, ma hanno ¹ significato:

Es.: il professore di epistemologia - il professore di filosofia del linguaggio

        Espero -  Fosforo, ecc.

- risposta analoga: significato =  un’idea (o pensiero, o concetto, o simili)

 

un aspetto particolare di questo problema:

 

(5) Frege:  informatività dell’identità: [12]

Cominciare a leggere a casa: Sinn un Bedeutung

 

(i) La regina d’Inghilterra è (=) Elisabetta II

 

perché è vera? Perché l’espressione a destra e quella a sinistra hanno per significato la stessa persona.  Ma allora sono come  A=A

-No, A=A non è informativo, mentre (i) si ®  è come A=B

- No: sarebbe falsa

 

Risposta: designano lo stesso oggetto ma lo designano in modi diversi (ne dicono cose diverse, esprimono su di esso idee diverse)

 

un altro aspetto particolare di questo problema:

 

(6) fallimenti della sostituibilità:

se due termini hanno lo stesso significato, posso usare l’uno o l’altro, e non cambia nulla, no?

Es.: se sostituisco un termine dentro un enunciato vero/falso con uno di = significato, l’enunciato deve restare vero/ falso (Principio di sostituibilità salva veritate)

Es.:

Walter Scott era scozzese”: VERO / “L’autore di Waverley era scozzese”: VERO

Tuttavia:

“Re Giorgio IV desiderava sapere se Walter Scott fosse l’autore di Waverley”: VERO

“Re Giorgio IV desiderava sapere se l’autore di Waverley fosse l’autore di Waverley”: FALSO!

 

COME MAI?

Perciò Frege ripropone una

 

CONCEZIONE BIDIMENSIONALE[13]   DEL SIGNIFICATO

che peraltro molti hanno anticipato, sin dall’antichità:

 

il significato a volte è un oggetto, a volte una “nozione” ( = pensiero, concetto o proposizione), a volte entrambi:

 

Stoici:    

 

lektòn (= ciò che è detto)

 

 

nome             oggetto

Peirce: triade semiotica[14]

 

                   idea

 

 

        segno                oggetto

 

L’idea che esprime e le cose a cui si riferisce: doppia dimensione del significato:

 

- referenziale: c’è un oggetto nel mondo che l’espressione designa, o a cui si riferisce

- nozionale: c’è qualcosa che l’espressione ci comunica e noi comprendiamo quando comprendiamo il linguaggio: nozione, idea o pensiero

 

(significato = rapporto  linguaggio-pensiero/informazione + rapporto linguaggio-mondo).

 

Un’idea non nuova nella storia della filosofia:

Nella storia della filosofia quelli che abbiamo chiamato ‘nozione’ e ‘oggetto’, dimensione nozionale / referenziale, sono stati caratterizzati e chiamati in modi diversi:

 

Dimensione

Porfirio, Arnauld e Nicole (Logica di Port-Royal)

Scolastici, C.I. Lewis[15],

Carnap[16]

Mill

Frege

Carnap (traducendo  Frege)

Quine, altri

nozionale: dell’Idea

Compren-sione

Intensione

Conno-tazione

Sinn

(senso)

Senso

Significato

referenziale:dell’oggetto

estensione

estensione

Denota-zione

Bedeutung (significato)

Nominato

 

Referente[17]

 

-    N.B.: attenti alle confusioni terminologiche!

-    come detto sopra, noi adotteremo: significato = dimensione nozionale + dimensione referenziale)

 

NB: in realtà  queste coppie, che spesso si tende a identificare o sovrapporre, non fotografano esattamente la stessa dicotomia.

             Ci sono infatti diversi modi in cui si può intendere sia

- l’idea espressa: (concetto astratto o platonico, idea psicologica, pensiero, giudizio...) sia

- le cose cui ci si riferisce (oggetti, o anche proprietà, insiemi, fatti, stati di cose …),

e tra l’altro non tutti questi modi sono rappresentati da (tutte) le distinzioni appena introdotte.

Inoltre, dal momento che questa doppia dimensione ha un valore del tutto generale, si presume giustamente che si applichi a ogni forma di espressione dotata di significato, e dunque non solo a termini (nomi, aggettivi, verbi, interi enunciati). Ma si vede come il modo in cui questi diversi tipi di espressione si riferiscono alle cose è diverso, e non tutti i concetti sopra elencati si applicano correttamente ai diversi modi di riferirsi

Ma su questi dettagli non ci addentriamo .

            

Le coppie[18]

intensione (= intentio, ciò che si intende, o si pensa) – estensione (= extentio, l’estensione di applicazione dell’espressione),

comprensione (= i caratteri che il concetto comprende, o quel che il parlante comprende di un’espressione) – estensione

connotazione (= il modo di denotare, di contrassegnare) - denotazione (= quel che l’espressione contrassegna, notifica,  designa),

 

sono quasi concordemente spiegate da vari degli autori che le propongono come la contrapposizione tra  il concetto (o insieme di concetti) espresso, e l’ insieme delle cose di cui l’espressione è vera, o a cui questo concetto/insieme di concetti si applica:

 

ad es.,

per  il termine ‘uomo’,

intensione/comprensione/connotazione sarebbe il concetto di uomo, 

ossia l’insieme di proprietà e relazioni che caratterizzano un uomo,

o le proprietà e relazioni comprese nel concetto di uomo,

oppure l’insieme di concetti ‘essenziali’ o che bastano a definire l’uomo, per es., la coppia di concetti animale e razionale, o bipede e implume;

 

l’estensione/denotazione sarebbe invece l’insieme degli uomini.

Es.: Nove vs. il numero dei pianeti: ¹  intensioni, = estensione (1 stesso oggetto);

Fosforo (= Stella del mattino) vs. Vespero (= Stella della sera): idem

 

Carnap[19]:

-     ricostruisce in modo rigoroso questa dicotomia in termini di teoria dei modelli

-     sostiene che la dicotomia di Frege non coincide con questa

 

Leggere a casa “Sinn und Bedeutung”

Frege:

Tutti i generi di espressione hanno un

Bedeutung (“significato”, cioè per Frege l’oggetto di cui l’espressione è un nome, ciò che essa significa: noi diremmo l’oggetto designato o denotato, o il referente: piano referenziale)

E un Sinn (= senso): Frege lo definisce come

- il modo in cui l’espressione indica il suo oggetto, o Bedeutung,  il suo modo di denominare,

e talora  come

- ciò che un parlante competente della lingua comprende quando la sente (piano nozionale), ossia, per gli enunciati,  un gedanke, ( = pensiero, o proposizione (carattere pubblico e intersoggettivo)[20]

 

es.:

- Mio cognato; il fratello di mia moglie; lo zio di mio figlio: stesso Bedeutung, dato o descritto in ¹ modi:  ¹ sensi

- Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II: due modi di denominare, un solo denominato

 

Ci sono due idee del riferimento all’opera negli scritti di Frege, concetti che egli usa in modo complementare ma  non sempre si armonizzano: riferimento come interpretazione, e referente come ruolo semantico (contributo dell’espressione al VdV delle espressioni in cui compare) e riferimento come relazione di denominazione(quest’ultimo ha a che fare col suo realismo, contrapposto all’idealismo imperante: il linguaggio parla di oggetti del mondo esterno. In realtà quest’ultima non è indispensabile, e funziona bene solo per i nomi: solo con grande fatica si può adattare alle espressioni incomplete, e ancor meno agli enunciati. (vedi anche Dummett 1973, 190 sgg., 199-203: Dummett mostra che però in frege esse sono complementari, non si può tenere l’una senza l’altra); 409 sgg, 426 sgg. e altrove. Anche Carnap respinge il ‘metodo della denominazione’ di Frege)

 

(1) Termini particolari = nomi propri: ‘Monte Bianco’, ‘Giuseppe Garibaldi’;

 

Bedeutung: l’oggetto: il Monte Bianco, la persona G.G.

Sinn:

(a) il concetto individuale, l’idea astratta di quell’oggetto; normalmente si ritiene che sia sinonimo ad una qualche descrizione (definita), ad esempio:

‘oro’ = il metallo prezioso giallo e incorruttibile

‘Obama’ = politico di pelle nera che ha vinto l’elezione a presidente USA

‘Monte bianco’ = La montagna alta 4810 m. ricoperta di ghiacci che si trova tra Courmayeur e Chamonix ….);

- ma qual è l’idea connessa, il concetto espresso da essi? Sono infinite possibili idee o concetti!!!

Infatti J.S. Mill: nessuna intensione: è solo un ‘cartellino’ (come il numero del detenuto)

→ riprenderemo sotto la discussione

Tuttavia non è affatto necessario pensare il Sinn come una descrizione:

esso è semplicemente

(b)  il modo di indicare il referente

Frege fa l’esempio di un viaggiatore che scopre una montagna da sud, e la chiama Afla, e uno da nord e la chiama Ateb, e queste due nomi non sono affatto sinonimi di descrizioni; però ci vorranno ricerche empiriche per scoprire che le due montagne sono la stessa, i due nomi sono comunque due diverse “strade” per identificare il referente.[21]

 

 

(2) Termini generali (= predicati = aggettivi, verbi e nomi comuni):

 

Bedeutung:

nel modo più immediato di concepirlo sarebbe l’ insieme che ne forma l’estensione.

Es.:

‘Uomo’: insieme degli uomini

‘rosso’: insieme delle cose rosse

‘correre’: insieme degli atti del correre

Ma Fregelo concepisce come un “concetto”, inteso come un particolare tipo di funzione. Ma è un dettaglio tecnico secondario, l’idea filosofica di fondo non è molto diversa

Infatti: Frege sostituisce l’analisi soggetto/predicato

(variabilità del linguaggio comune: attivo-passivo)

con funzione/argomento: vedi sopra !!!

 

Bedeutung (=referente) di ‘uomo’ : è una funzione oggetti → V/F

(dunque, in pratica, l’insieme degli oggetti di cui ‘uomo’ è vero!)

 

Bedeutung (=referente) di ‘ama’ : è una funzione coppie ordinate → V/F

(dunque, in pratica, l’insieme delle coppie ordinate di oggetti in cui il primo ama il secondo)

 (Frege chiama tali funzioni ‘concetto’, ma non sono concetti nel senso più comune della parola)

(Comunque, una funzione è un insieme di coppie:  l’insieme degli oggetti o coppie che danno valore V: e se prendiamo solo le coppie che hanno valore F, l’insieme degli oggetti che ne sono gli argomenti non è altro, di nuovo, che l’estensione del predicato!)

 

Sinn: per Frege, il modo di indicare il referente E’ compatibile, e sensato, pensare a una

proprietà, o un insieme di proprietà, o un genere, oppure  l’idea o concetto di esse:

es.: ‘rosso’: la proprietà o l’idea del rosso;

‘uomo’: la proprietà di essere umano, o il genere umano, o il concetto di uomo, o l’idea di essere animale razionale, o bipede implume, o essere intelligente mortale, ecc.

 

(3) Enunciati

Sinn:

un Gedanke (pensiero),  (enunciati dichiarativi)

o qualcosa che sta sullo stesso piano (comandi, domande, ecc.)[22] (Possiamo pensarla come

una proposizione, intesa come oggetto astratto, o platonico: non l’atto del pensare, ma il suo contenuto: metafora della luna e del cannocchiale);

 

Una proposizione può essere espressa con diversa “forza”:  

 

Es.: la proposizione  <Carlo corre>, o *il correre di Carlo*

può essere

- asserita: che Carlo corre (un Gedanke,  o pensiero, asserzione, o giudizio);

o

- domandata; se Carlo corre (una domanda);

o

- comandata: che Carlo corra (un comando),

ecc. : esclamazione, lamento, benedizione, maledizione, ecc.

 

Ciò che è asserito, domandato, comandato, ecc., è dunque il senso degli enunciati

 

- che cos’è un pensiero?

A volte (non sempre) dice che è il pensiero che le condizioni di verità dell’enunciato sono soddisfatte (= che la proposizione è vera)

(senso come c.d.v.: patrimonio del paradigma dominante)[23].

 

(Wittgenstein lo afferma chiaramente : Tractatus 1.8: capire il senso di un enunciato è capire che accade se è vero): es.: capire ‘the house is on fire’

 

Come Frege ha una concezione oggettiva del senso (luna e cannocchiale),

così l’ha della verità [24]:

il Teorema di Pitagora è sempre stato vero, anche prima che Pitagora lo pensasse.

 

Bedeutung:

- abbiamo trovato difficoltà a identificarlo, ma Frege: ogni parte del discorso deve avere sia Sinn che Bedeutung (esattamente (Dummett 1973, 181): ogni “unità logica”: perché deve contribuire alla determinazione del VdV delle espressioni in cui compare)

 

Dummett 1973, 180 sgg.: perché mai un enunciato dovrebbe avere un referente? Non è come un nome, che sta per qualcosa, o un predicato, che sta per una proprietà. Ma ha un referente nel senso in cui lo intende Frege, ossia (come si è detto all’inizio) come ruolo semantico, come ciò per mezzo di cui  l’espressione concorre a determinare il VdV delle espressioni di cui fa parte (il punto di vista della “semantica standard per un linguaggio quantificato”).

Io: da questo punto di vista, è solo ovvio che sia il VdV!!!

Dummett (1973, 181 sgg.): Tuttavia, perché mai pensare al referente dell’enunciato sul modello del referente del nome? Frege chiarisce che il senso in cui un’espressione incompleta (come un predicato) ha referente è solo analogo al senso in cui un’espressione completa (un nome) ce l’ha: tra i due referenti c’è proprio una differenza di livello! Tuttavia, un enunciato è un’espressione completa, proprio come i nomi! Ma chi dice che tutte le espressioni complete debbano avere lo stesso tipo di referente? Dunque, una volta scelti i VdV come referenti, non ci sarebbe stato alcun bisogno di considerarli come oggetti (183). Il fatto è che

“The identification of truth-values as the referents of sentences, taken together with the thesis that truth-values are objects, led to a great sim­plification in Frege's ontology, at the price of a highly implausible analysis of language. Sentences being only a special case of complex proper names, and truth-values only a special case of objects, it follows that predicates and relational expressions are only a special case of functional expressions (unary and binary respectively), and concepts and relations only a special case of functions: concepts and relations are, in fact, just those functions, of one or two arguments, whose values are always truth-values. The doctrine that every function must be defined far every object (to avoid the occurrence of proper names without a reference) now yields the result that, not only must a sense always be provided far inserting any name wherever some name may meaningfully go, but for inserting a sentence in any such place as well. It now becomes a requirement upon a properly constructed language, not merely that if, far example, it contains both numerals and the predicate '_ is green', a sense must be provided for '5 is green', but also that a sense must be provided for '(5=2+4) is green' as well. It is tragic that a thinker who achieved the first really penetrating analysis of the structure of our language should have found himself driven into such absurdities. It is not, of course, that there is anything formally wrong with imposing such a require­ment upon a language, although, as we shall see, the assimilation of sentences to proper names did have a fatal effect upon Frege's theory of meaning. It is just that Frege's earlier departures from the forms of natural language ­in particular, his notation far generality-were founded upon deep insights into the workings of language; whereas this ludicrous deviation is prompted by no necessity, but is a gratuitous blunder” (183-4).

             Il principio di composizionalità, e la scelta di considerare I VdV come referenti, obbligano a Frege a stabilire che ogni enunciato in cui ricorre un nome vuoto è privo di VdV, invece che semplicemente avente un VdV intermedio (con tavole di verità per cui l’enunciato atomico pur essendo né V né F può rendere V o F (o intermedi) quelli di cui fa parte (185).

 

Frege: il Bedeutung (referente) dell’enunciato è il suo valore di verità, poiché:

 

(1) siamo interessati al Bedeutung solo quando siamo interessati al valore di verità. Es.: non ci interessa sapere se Ulisse esiste (= se c’è un referente) fin che non ci chiediamo se il racconto di Omero è vero o falso

 

(2) Principio di composizionalità (che spiega la plasticità del linguaggio)[25] :

come si comprendono frasi complesse mai sentite prima?

Espressioni complesse si compongono da espressioni più semplici

→ i loro significato (senso/ Bedeutung) si compone di (meglio: è funzione del) senso/referente delle espressioni componenti

 

→ il significato (senso / Bedeutung) dell’enunciato è funzione del significato (senso / Bedeutung) dei termini che lo compongono

 

cioè: due enunciati composti da termini con lo stesso senso/Bedeutung hanno lo stesso senso/ Bedeutung.

Se cambio anche uno solo dei sensi/ Bedeutung dei componenti cambia anche quello dell’enunciato. Es.:

1) “i docenti di questa Università sono saggi”

2) “I professori di questo Ateneo sono saggi”: = senso, = Bedeutung

3) “I professori dell’Università di Urbino sono saggi” : = Bedeutung, ¹ senso

4) “I professori dell’Università di Roma sono saggi”: ¹ Bedeutung, ¹ senso

5) “I bidelli dell’Università di Urbino sono saggi”: ¹ Bedeutung, ¹ senso

 

 “I … dell’Università di Urbino sono saggi”  è una funzione che quando prende come argomento il senso di ‘professori’ dà come valore il senso della (4), quando prende come argomento il senso di ‘bidelli’ dà come valore il senso della (5), ecc.

 

Ora:

i componenti dell’enunciato sono :

nome:  ha come Bedeutung un oggetto O

predicato: ha come Bedeutung un “concetto” = funzione F (oggetti®VdV)

 

® enunciato: ha per referente qualcosa composto da (meglio: che è funzione di)

un concetto F e un oggetto O                 

 

Ma che cos’è che è funzione  di oggetti e concetti? Ossia:

qual è il valore della funzione che ha per argomento le coppie {oggetto, funzione}?

Ossia: cosa ottieni quando accoppi una funzione F e un oggetto o?

I valori di verità !

→ il referente di un enunciato è un VdV!

 

In altri termini: guarda l’esempio sopra:

che cos’è che resta identico se restano identici i Bedeutung dei singoli termini,

e cambia se cambiano i Bedeutung dei singoli termini? Il valore di verità!

 

Dunque, l’enunciato è il nome di un V.d.V.

(poiché Frege pensa sempre il rapporto termine-Bedeutung come nome-oggetto).

 

(In più: Se c’è qualcosa di cui si può dire che l’enunciato sia vero, e quindi che sia la sua estensione, è il mondo.

Se è falso, non è vero di nulla, quindi la sua estensione è il nulla;

→ l’estensione dell’enunciato può essere il tutto o il nulla: e ciò non differisce molto dal dire che è il vero o il falso).

 

Problemi che Frege riconosce e affronta:

(1) alcuni enunciati non sono né veri né falsi: interrogativi, prescrittivi, ecc.

Dunque, essi posseggono un Sinn, ma non un Bedeutung

(il loro Sinn non è un pensiero, che è quello espresso dagli enunciati dichiarativi, ma è qualcosa che sta sullo stesso piano: S&B p.29. Oppure: il loro Sinn è un pensiero, lo stesso di quello espresso dal corrispondente enunciato dichiarativo[26]. Dunque, anche i termini che li compongono non hanno il loro Bedeutung ordinario, ma quello indiretto (S6B 29)

Esattamente come anche nomi (‘Polifemo’) e predicati (‘entrare nell’iperspazio’) possono avere un senso ma non un Bedeutung

 

(2) Molti enunciati subordinati

(i) hanno un VdV, ma questo non è il loro Bedeutung,

(e viceversa: hanno un Bedeutung, ma questo non è un VdV)

Infatti il VdV del periodo di cui fanno parte non è funzione del loro VdV, né del Bedeutung dei termini che li compongono.

Oppure:

(ii) non l’hanno proprio, perché non esprimono un pensiero (come nel caso (1), o

(iii) non esprimono un pensiero intero, o

(iv) non esprimono un solo pensiero

Anche in questi casi, non sono sostituibili con altre dotate di un = vdv

 

 Esempi:

 

(i): hanno un vdv ma non è il loro Bedeutung:

- “Copernico credeva che la Terra si muovesse”: Vero

- “Copernico credeva che le orbite dei pianeti fossero cerchi”: Vero, anche se un componente V è sostituito da uno F

 

Ciò accade perché essi non esprimono un pensiero, ma i loro Sinn sono come “parti” di un pensiero complesso, che è espresso dall’intero periodo: un po’ come dei nomi, che non esprimono un pensiero, ma il cui Sinn contribuisce a costituire il pensiero (Sinn) espresso dall’enunciato

(infatti, in sintassi le si chiamano frasi “oggettive” o “soggettive”, a seconda dei casi: funzionano come soggetto, o complemento oggetto: es.:…)

 

Ciò vale per:

 

a)   discorsi indiretti (e anche quelli diretti, in modo analogo):

vedi esempio sopra:

non hanno il Bedeutung ordinario (il VdV), ma un Bedeutung “indiretto”, costituito dal  loro senso ordinario: parlano del pensiero di Copernico

Anche  il loro senso è indiretto: non quello solito, ma quello espresso dall’enunciato: “Il pensiero che …”

 

Per lo stesso motivo, anche i singoli termini posti in essi hanno Bedeutung indiretti (il loro senso ordinario) e sensi indiretti. Es.:

             “Lois Lane sa che Superman è fortissimo”: vero

             “Lois Lane sa che Clark Kent è fortissimo”: falso

Perché ‘Superman’ e ‘Clark Kent’ in questo contesto non hanno per Bedeutung (non si riferiscono a) una persona, bensì a un concetto.

 

Ecco perché fallisce la sostituibilità!

 

 (ii): non hanno vdv perché non esprimono un pensiero

 

b)  Subordinate imperative

Idem: il loro Bedeutung è il loro senso ordinario (un ordine, una preghiera, ecc.)

 

c)   Relative sostantivali

Es: “Chi scoprì la forma ellittica delle orbite dei pianeti morì povero”:

hanno per Bedeutung un oggetto (Keplero)

 

d)  Avverbiali e attributivi:

“La radice quadrata di 4 che è minore di due” = “la radice quadrata negativa di 4”: equivale a un aggettivo

“Vai dove ti porta il cuore!” = “vai !” Equivale a un avverbio

 

 (iii) subordinate che non hanno vdv in quanto non esprimono un pensiero ma solo parte di un pensiero

 

e)        condizionali come:

“se un atleta si dopa, viene squalificato”:

nessuno dei due enunciati parla di un oggetto determinato: quale atleta si dopa? boh? Quello che viene squalificato! Si, ma quale atleta viene squalificato? Boh? Quello che si dopa. Ma quale …?

 → nessuno dei due enunciati (antecedente e conseguente) esprime un pensiero.

Il solo pensiero espresso è quello complessivo: ogni atleta dopato è squalificato

 

Idem:

 “se il Sole è nel Tropico del Cancro, nell’emisfero settentrionale abbiamo il giorno più lungo”:

nessuno dei due parla di un particolare momento di tempo

(ma assieme parlano di tutti i momenti in cui il Sole è nel T.d.C.)

 

Viceversa hanno un loro VdV subordinate come:

 

“Napoleone, che era piuttosto basso, nacque in Corsica”: sono come due coordinate

Idem: “Benché sia povero è onesto”

 

(iv) subordinate che esprimono un pensiero più parte di un altro:

(a) “Napoleone, che riconobbe il pericolo sul fianco destro, guidò la guardia contro la posizione nemica”:

 

-Napoleone riconobbe il pericolo sul fianco destro

- Napoleone guidò la guardia contro la posizione nemica

- Napoleone guidò la guardia ecc. proprio perché riconobbe il pericolo ecc.

 

Infatti non si può sostituire:

(a’) “Napoleone, che aveva allora 45 anni, guidò la guardia contro la posizione nemica

 

Altri esempi:

“Bebel si illude che …”

“ Dopo che lo Schleswig-Holstein …”

“Poiché il ghiaccio …”

 

 

Obiezioni mie:

- i valori di verità non sono certo oggetti (enti facenti parte del mondo esterno) [27]

- né gli enunciati sono nomi!

 

inoltre

-  Paradosso: tutti gli enunciati veri hanno lo stesso referente, idem quelli falsi.

 

E’ paradossale, ovviamente, in quanto è ovvio che enunciati diversi ma ugualmente veri come

- ‘Bologna è in Emilia’

- ‘La zucchero è dolce’

descrivono (e dunque si riferiscono ad) aspetti di realtà molto diversi,

hanno corrispettivi referenziali diversi

 

Infatti:  la conclusione (c) del ragionamento di Frege non è obbligata

(fallacia dell’affermazione del conseguente: è come dire: L’assassino zoppicava dal piede destro; il postino zoppica dal piede destro; dunque, l’assassino è il postino): 

 

dati due insiemi di valori, vi sono molte funzioni diverse che hanno tali valori come argomenti:

l’assistenza agli studenti è funzione di 1) reddito 2) profitto

 

ma

una funzione ha come valori solo: assegnazione di una borsa / nessuna borsa.

un’altra: borsa piena / borsa parziale / alloggio / esenzione dalle tasse / nulla.

 

idem:  

Frege dice che il VdV è il Bedeutung dell’enunciato in quanto è funzione dei Bedeutung dei suoi componenti. Tuttavia:

è vero che una funzione dei Bedeutung dei componenti di un enunciato (un oggetto e un concetto) è il valore di verità,

MA ce ne sono anche altre!

Anche il fatto descritto dall’enunciato lo è:

infatti può cambiare quando cambiano i Bedeutung, resta sempre  identico quando questi restano identici: 

“I professori di questo Ateneo sono saggi”

 “I professori dell’Università di Urbino sono sapienti” :

   hanno gli stessi Bedeutung, e dunque descrivono lo stesso fatto!

 

“I bidelli dell’Università di Urbino sono saggi” ha Bedeutung diversi, infatti è falso!

 

→ Un modo molto plausibile di caratterizzare questi specifici referenti di enunciati diversi è di identificarli coi fatti.

            

Per quanto la nozione di fatto sollevi alcuni seri problemi filosofici, e per questo sia stata rigettata da alcuni, tali problemi non sono necessariamente insolubili (come si è visto sopra discutendo la teoria referenziale del significato).

In sintesi:

-     enunciati falsi: sono privi di referente, come i nomi vuoti[28]

-     enunciati negativi: o si ammettono fatti negativi, o li si interpretano come l’asserzione della falsità del corrispondente enunciato affermativo

-     i fatti anche solo su questo tavolo sono infiniti:

     si, ma anche tutti gli oggetti astratti (proprietà, insiemi, ecc.) lo sono, ma non sono eliminabili

-     fatti come doppione delle proposizioni:

     Si, per forza: infatti sono formati coi concetti, di cui consistono anche le proposizioni: i fatti sono identificati dalle proposizioni. 

Ma hanno potere causale, le proposizioni no.

 

Infatti, per quanto non abbiamo qui lo spazio di approfondire tale discussione, da molti filosofi l’appello ai fatti è considerato del tutto legittimo.

 

NB: Dal punto di vista di Frege l’idea del Bedeutung come VdV non è così paradossale, in quanto il Bedeutung per lui dev’essere semplicemente il contributo dell’espressione alla determinazione del VdV delle espressioni in cui essa ricorre (a lui in quanto logico interessa ultimamente solo questo). Ebbene, in tutti i casi in cui per lui il VdV costituisce il Bedeutung (esclusi dunque i contesti obliqui) non c’è altro, oltre ad esso, che conti per la determinazione del VdV degli enunciati complessi in cui l’enunciato in questione ricorre.

 

Forza e colore

Come già detto, Frege si rende conto che vi sono anche altre due dimensioni del significato di un’espressione, oltre a referente e senso (v. “Sinn und Bedeutung”):

- il “colore”, cioè il contenuto emotivo, valutativo, ecc. che comporta. Es.:

‘poliziotto’ / ‘sbirro’,

‘pentito’/‘infame’,

‘capanna’ / barcca

‘mangiare’ / ‘nutrirsi’ / ‘abbuffarsi’

‘puttana’ / ‘prostituta’ / ‘bella di giorno’

ecc.

 

- la “forza”: come si è visto, l’ enunciato “Carlo corre” può esser usato per asserire, domandare, ordinare, esclamare, ecc.

 

tuttavia vedremo che

- il “colore” può esser riassorbito nella dimensione nozionale: è uno dei vari modi in cui può variare il Sinn, ossia il modo di indicare il Bedeutung.

 

- se ci interessiamo alla verità delle cose che diciamo (e questo solo interessa a chi si occupa di logica, come Frege), ci interessa un unico tipo di “forza”, quella assertiva

 

Noi,  per brevità e generalità, usiamo i termini:

NOZIONE:  quando vogliamo indicare genericamente qualunque elemento sulla dimensione nozionale (intensione, comprensione, connotazione, senso, ecc.)

REFERENTE: quando vogliamo indicare genericamente qualunque elemento sulla dimensione referenziale (estensione, denotazione, nominato, Bedeutung, ecc.)

SIGNIFICATO: l’insieme delle due dimensioni (nozione+referente)

 

N.B.:  se è giusto pensare al significato delle espressioni come doppio rapporto con una nozione espressa da esse e compresa da noi, e con un referente che esse hanno nel mondo, è preferibile utilizzare il termine ‘significatonon solo per la nozione (come Quine) o per il referente (come fa Frege - Bedeutung significa precisamente significato),

ma per il complesso dei rapporti che l’espressione intrattiene (con idee e/o cose) su entrambi i piani, più o meno come suggerisce Putnam[29].

 

 

Col bipolarismo semantico si risolvono i problemi di cui sopra[30]:

 

Anzitutto quello da cui siamo partiti:

(1) quel è il significato dei termini sincategorematici: se anche non hanno un referente, esprimono almeno una nozione, per quanto vaga (es. di congiunzione, di negazione, ecc.)

 

(2) quel è il significato degli enunciati: esprimono una nozione (pensiero, o proposizione) e si riferiscono a fatti (Frege: valori di verità)

 

(3) quel è il significato delle espressioni vuote: non hanno un referente, ma hanno una nozione

 

D’altra parte,

è plausibile anche sostenere (Mill, Kripke)[31] che alcune espressioni, come i nomi propri, non sono associate ad alcuna idea, ma stanno unicamente per un oggetto. E siccome si può ammettere che anche tali espressioni abbiano un significato, può essere una buona soluzione quella di considerare il significato come consistente della coppia  idea/oggetto  quando l’espressione sta per entrambe, o anche di uno solo dei suoi membri quando l’altro sia assente.

 

(4) espressioni con stesso oggetto di riferimento ma ¹ significato:

la differenza di significato deriva dalla differenza della nozione espressa, dalla diversa nozione dell’oggetto, o diverso modo di pensarlo;

es.: Bush / Il presidente degli Stati Uniti

 

(5) informatività dell’identità:

 

Soluzione: sono come A=A per l’oggetto, come A=B per la nozione

i) Elisabetta II è la regina d’Inghilterra

è vero perché le due espressioni che lo compongono stanno per lo stesso oggetto,

ma è anche informativo perché esse esprimono sensi diversi, che designano in modo diverso, sicché è possibile che sia noto l’uno e non l’altro.   

 

(6) fallimenti della sostituibilità:

 

Come si è visto, la soluzione è:

Vi sono casi in cui per sostituire un termine con un altro non basta che abbia lo stesso oggetto di riferimento, ma anche che esprima la stessa nozione.

 

Per la precisione, questo vale nei casi di

 

-    modalità (è necessario/possibile/giusto/educato, ecc …che )

in cui il discorso verte non sull’oggetto, ma sulla nozione, sul particolare modo in cui è pensato: il gedanke, o senso (Frege) (o  intensione: Carnap) del termine.

 

-    Discorso indiretto, e più in genere “attitudine preposizionale” (Carlo dice che / sa che / crede che / desidera che / … ecc.)

        in cui il discorso verte non sull’oggetto stesso, ma su quel che si dice (pensa, desidera, ecc.)  di esso (cioè sul senso del termine, sul modo in cui l’oggetto è caratterizzato o l’intensione è espressa )

 

- è necessario che  9> 7 

- è necessariamente vero che 9> 7 

- necessariamente 9> 7 

vs.

- è necessario che,  (è) necessariamente (vero che) il numero dei pianeti > 7 

 

- è educato dire “ciao!” al mio amico

vs.

- è educato dire “ciao!” al presidente del tribunale

(il presidente del tribunale è mio amico)

 

-    Carletto sa che 3 è dispari

Vs.

Carletto sa che la radice3 di 81 è dispari

 

Però:

e infatti non sempre basta l’identità di intensione, talora serve quella più forte di senso:

- Nei contesti modali, in cui è in questione il contenuto logico dei concetti, è sufficiente l’identità di intensione:

- nei contesti di attitudine proposizionale, in cui sono in questione i pensieri dei soggetti, è necessaria l’identità di senso (che Carnap caratterizza come isomorfismo intenzionale):

(tutta questa discussione viene sviluppata più oltre parlando di Carnap)

 

Esempi:

1. Necessariamente 9 è dispari               (9 //  ½ √100 + 22) : vale la sostituzione

2. Giovanni sa che 9 è dispari                (9 //  ½ √100 + 22) : non vale la sostituzione

3. Necessariamente il nonno materno dei miei eventuali figli è padre di mia moglie: sempre vero

4. Giovanni sa che mio suocero è padre di mia moglie : non sempre vero

In realtà, Benson Mates ha segnalato che nemmeno l’identità di senso (o isomorfismo intenzionale) è sufficiente a mantenere la sostituibilità in certi contesti[32]:

Per es., potrebbe esser vero che

5. Giovanni sa che quell’uomo è un poliziotto,

ma falso che

6. Giovanni sa che quell’uomo è uno sbirro

(se Giovanni non conosce la sinonimia di ‘poliziotto’ e ‘sbirro’) Eppure 5. e 6. hanno lo stesso senso (sono intenzionalmente isomorfi).

 

Andrea Bonomi ha allora suggerito che  la sostituibilità vale nei contesti di attitudine preposizionale solo per espressioni che siano sinonime (nella nostra terminologia abbiano la stessa connotazione) nell’idioletto del soggetto dell’attitudine[33].

 

Come Frege formula questa soluzione:

-     ogni espressione è “nome” di un referente ed ha un senso (Carnap: “metodo di denominazione”)

-     nei contesti obliqui, però non denomina più il suo referente ordinario, ma il suo senso ordinario[34]

(sarebbe come dire che in quei contesti in effetti non si parla di oggetti, ma di pensieri dei soggetti, o modi di descrizione dell’oggetto).

Dunque,  il referente delle espressioni subordinate in contesto obliquo o modale diventa il suo senso ordinario (cioè, il pensiero).

Questa tesi è praticamente obbligata per Frege, in quanto, come si è visto, egli crede che

(i) il VdV sia funzione dei referenti delle espressioni componenti,

e siccome

(ii) nei contesti obliqui e modali il VdV è evidentemente funzione dei sensi, ne segue che

(iii) il referente nei contesti obliqui e modali devono essere i sensi.

 

→ tutto pare funzionare, il principio di sostituibilità vale, si ottengono i risultati intuitivi:

es.:       Giorgio IV si chiede se Scott sia l’autore di Waverley

 

‘L’autore di Waverley’ non si può sostituire con ‘Scott’ (Giorgio IV si chiede se Scott sia Scott), che è ontologicamente identico, ma si può sostituire con ‘chi ha scritto Waverley’, (Giorgio IV si chiede se Scott sia chi ha scritto Waverley), che è logicamente identico.

 

Obiezioni a questa sistemazione:

La soluzione di Frege non è del tutto soddisfacente, per almeno 2 motivi:

1. in quanto vien meno al principio normalmente valido che il referente delle espressioni non cambia col contesto del discorso.

2. In particolare, è strano dire che nei contesti obliqui il nome ha per referente il suo senso: ovviamente (1) «Pia crede che la stella della sera sia un pianeta» non significa che Pia crede che il senso di ‘la stella della sera’ sia un pianeta. E non significa nemmeno che Pia crede che il senso di ‘la stella della sera’ includa come sua componente il senso di ‘pianeta’: chi non abbia studiato filosofia non può avere credenze del genere. La credenza di Pia riguarda in realtà un oggetto e una sua proprietà,  non dei concetti.

Infatti “la stella della sera”, anche in questo contesto, si riferisce a un oggetto (Venere) non a un senso. Solo che «Pia crede che la stella della sera sia un pianeta» può essere inteso sia in senso trasparente che opaco (riportando il punto di vista interno di Pia: in questo secondo caso, il riferimento è pur sempre all’oggetto, ma può essere mediato da un solo senso, quello noto a Pia., affinché si mantenga la verità dell’enunciato: in effetti, in tal caso il discorso indiretto viene interpretato come discorso diretto.  

Sempre in questo secondo caso, chi afferma (1) non compie asserzioni su Venere, ma solo su uno stato nozionale di Pia, su una proposizione da essa creduta. In questo senso ha ragione Frege:  che la subordinata non compie asserzioni, i suoi termini non si riferiscono all’oggetto, nel senso che non contribuiscono ad un’asserzione su di esso.  Neppure però si può dire che vertono sul loro senso ordinario, perché tanto meno viene fatta un’asserzione sul senso dei termini, al massimo su quello dell’intera subordinata.

Perciò per quanto riguarda i termini bisogna semplicemente dire che il VdV dell’intero enunciato è funzione del loro senso (o più precisamente, nozione).

Infatti, anche il senso in cui Frege ha ragione non contrasta con l’approccio di Carnap: un conto è dire che i termini esprimono una loro nozione e hanno un loro referente, sempre quello, e un altro è dire se vengono usati per compiere asserzioni (=esprimere pensieri) sul loro referente, oppure no.

                Infatti, Carnap non parla di due tesi diverse, ma di due metodi!

 

Vedremo che anche Carnap[35] ha rivolto alla soluzione di Frege tre critiche, che tuttavia non mi paiono corrette.

 

Il problema del valore di verità degli enunciati vuoti

 

Per Frege il VdV dell’enunciato è funzione del referente dei termini. Che succede quando nell’enunciato ricorrono termini vuoti?

Manca! (se per fare la torta ci vogliono uova, farina e zucchero, se manca la farina, manca anche la torta). Es.:  

 

(1) L’attuale re di Francia è calvo

Non è vero né falso!

Problemi:

- Cade il 3° escluso.

Ma non è gravissimo! Anche in altri casi, es.:

“Sara ha i capelli rossi”; “a Biancaneve piaceva la cipolla”; ecc. 

 

- in certi casi pare controintuitivo:

(2) Odisseo approdò a Itaca

In un certo senso può esser considerato V (come contrapposto a  “Odisseo approdò a Manhattan” che è F)

 

Neppure funziona per

(31) La montagna d’oro  esiste

(41) Odisseo esiste,

(32) La montagna d’oro non esiste

(42) Odisseo non esiste,

 

Frege non affronta esplicitamente questo problema, in quanto per lui l’avere nomi e descrizioni definite (espressioni referenziali) prive di referente è un difetto del linguaggio comune, che non esisterebbe in un linguaggio logicamente corretto[36]. Tuttavia alcuni suoi spunti offrono dei possibili trattamenti alternativi:

a)   è possibile assegnare convenzionalmente un referente ai termini che ne sono privi (ad es. il numero 0[37]),

oppure (come suggerisce Linsky 1976 p. 107 sulle linee di Frege 1893 § 11),

b)  una descrizione vuota può avere come referente il concetto (nel senso di Frege) da cui essa è formata (o in modo non dissimile, la classe di cose a cui essa si riferisce, in tali casi dunque la classe vuota); ma, a parte l’artificiosità dell’espediente (rimarcata da Russell[38]), questo non renderebbe conto di verità intuitive, come quella che la montagna d’oro è un oggetto materiale, Odisseo è una persona.

Inoltre, che dire degli enunciati esistenziali negativi, come (32) e (42)?

Certo, non sarebbe vero affermare che la classe vuota o lo zero non esistono.

Tuttavia, tenendo conto della concezione di Frege dei quantificatori come funzioni di secondo livello, Linsky mostra che

c) per Frege quella che si presenta come affermazione di esistenza o non esistenza di un oggetto è in effetti l’affermazione che una certa classe è vuota o non lo è, che un certo concetto ha o no delle istanze:  (32) significa dunque che la classe delle montagne d’oro è vuota, o che nulla risponde al concetto di montagna d’oro, e (42) che nulla corrisponde al concetto di Odisseo (o non esiste nulla che sia Odisseo) e viceversa per (31) e (41)  [in sostanza, dunque, con un trattamento analogo alle descrizioni di Russell, come vedremo]

 

Ma anche tale soluzione ha dei difetti:

    - è molto artificiosa

    - un bambino può credere (32) e (42), senza saper nulla di classi, concetti o istanze

Sulle soluzioni adottate da Frege per questi problemi vedi anche Carnap 1947/1976, p. 62 sgg.

 

Tali problemi sono risolti da  C.I. Lewis e Alexius  Meinong con la tesi che ci sono degli oggetti che non esistono:

(Odisseo, la Montagna d’oro, ecc.,) e sono i referenti dei rispettivi nomi.

 Principio di libertà di assunzione: per ogni insieme di proprietà c’è un oggetto che gode tutte tali proprietà

Ma: che significa esserci senza esistere?[39]

 

Invece Bertrand Russell da questi problemi prende spunto per proporre la sua teoria delle descrizioni, che elimina il senso, lascia solo il referente,

 

(31) La montagna d’oro  esiste:

Esiste un x tale che: x è una montagna e x è d’oro

$x(Mx & Ox): FALSO: OK!

 

(41) Odisseo esiste,

$x[Ox] : FALSO: OK!

 

(32) La montagna d’oro non esiste:

Non esiste un x tale che: x è una montagna e x è d’oro

Ø $x[Mx & Ox]:  VERO, OK!

 

(42) Odisseo non esiste,

Ø $x[Ox] : VERO, OK!

Tuttavia, per (1) e (2) dà risultati controintuitivi:

 

(1)L’attuale re di Francia è calvo

diventa

Esiste un x tale che: x è re di francia oggi; qualunque altro y che sia re di francia oggi non è altri che x[ossia: x è l’unico attuale re di francia]; x è calvo

 $x[RFx & "y (RFy→ y=x) & Cx],

che è falso.

Ma si direbbe che (1) non lo sia: sarebbe falso solo se l’attuale re di Francia fosse chiomato, ma non lo è: Frege spiega (S&B pp.30-31) che l’esistenza di Keplero (dell’attuale re di Francia) è presupposta, non affermata!

Idem,

(2)Odisseo approdò a Itaca

sarebbe falso se non fosse approdato, o approdato altrove: ma non è né approdato né non approdato.

Il problema non è dunque di semplice soluzione!

Ripresa insieme di Sinn und Bedeutung

 

FORME SOFISTICATE DI TEORIA REFERENZIALE DEL SIGNIFICATO (MONISMO SEMANTICO) : Russell

 

Empirismo, atomismo logico e monismo semantico[40].

 

1913 (Theory of knowledge) 1914 (Our knowledge of the external world)

Anche in seguito alle discussioni con Wittgenstein, e servendosi della teoria delle descrizioni,  Russell elabora l’atomismo logico:

Empirismo: tutta la conoscenza ci viene dall’esperienza:

vi sono cose che conosciamo per esperienza diretta by acquaintance: dati sensoriali e universali (proprietà e relazioni) “semplici”; altre cose che conosciamo per descrizione by description (componendo ciò che conosciamo direttamente): oggetti fisici, proprietà complesse, ecc.

 

La teoria delle descrizioni mostra appunto che le parole si riferiscono solo a entità semplici (dati sensoriali e proprietà semplici), noti per esperienza diretta.

Tutti i nomi, descrizioni e predicati che stanno per oggetti o proprietà  complessi, noti per descrizione, si possono analizzare in (sono ‘costruzioni logiche’ da) espressioni che si riferiscono a entità semplici:

predicati elementari (‘rosso’, ‘precedente’), e pronomi indicativi (‘io’, ‘questo’, ‘quello’, ecc.)

 

La frase atomica tipica:

(17) questo (dato sensoriale) è rosso,

(18) questo (dato sensoriale) e quello sono contemporanei’

E tutti gli enunciati ‘molecolari’ su oggetti complessi si possono analizzare in

(sono ‘costruzioni logiche’ da) enunciati ‘atomici’ che riguardano oggetti semplici.

 

Infatti: possiamo apprendere il significato di certe espressioni definendole per mezzo di altre; e magari anche queste ultime possono esser state apprese definendole, e così via. Ma non possiamo andare all’infinito: ci saranno espressioni atomiche, non definibili in termini di altre.[41]

 

 

NB:

la cosa si spiega abbastanza bene (anche tenendo conto delle successive critiche di Wittgenstein): quel che i nomi atomici denotano devono essere oggetti o proprietà semplici, almeno per noi: non avendo i termini per definire i loro nomi, cioè per descriverli, per forza di cose li dobbiamo apprendere per ostensione (per es., si dice un nome, e si indica un oggetto, significando che quello è l’oggetto simboleggiato da quel nome), e quindi come un tutto unico indivisibile, e denotarli con un nome semplice

 

Monismo semantico:

 

WITTGENSTEIN – IL TRACTATUS

 

Abbiamo visto (con qualche problema) cos’è il referente di un’espressione.

Ma che cos’è il senso?

Frege: spiegazioni vaghe o metaforiche:

c)il modo con cui l’espressione dà il referente

d)    il pensiero

e)Il senso di un enunciato è il pensiero che le sue condizioni di verità sono soddisfatte (1893, § 32); ma altre volte sembra ammettere che 2 enunciati possano avere CdV = ma sensi ≠[42].

 

Lo sviluppo definitivo della concezione verocondizionale del senso, che rimarrà come patrimonio del “paradigma dominante” si deve a Wittgenstein nel Logisch-Philosophische Abhandlung (1921), o Tractatus Logico-Philosophicus (1922) .

 

Qui egli riprende anche l’atomismo logico e concezione referenziale del significato dei nomi di Russell.

 

BIOGRAFIA[43] : Genio e “disadattato”

Nasce a Vienna il 26 aprile 1889, ottavo e ultimo figlio di un ricchissimo industriale di origini ebraiche.

Conosce da vicino la vivace vita intellettuale dell'Austria fin de siècle: Johannes Brahms è un assiduo frequentatore di casa Wittgenstein; Ravel scriverà il concerto per pianoforte in D maggiore per sola mano sinistra per il fratello Paul, pianista ma divenuto invalido nella prima guerra mondiale; Klimt dipinge la sorella Margarethe, ecc.

1908 Studia ingegneria a Berlino e aeronautica a Manchester

1911 si interessa a problemi di fondamenti della matematica e va a parlare con Frege

Su suggerimento di Frege va da Russell a Cambridge: ‘volevo chiederle se sono un perfetto idiota’. Inizia a studiare con Russell.

Dopo un anno e mezzo, va a vivere in una capanno di legno costruitasi da se stesso in Norvegia.

I Guerra Mondiale: si arruola volontario nell'esercito austriaco, è catturato dagli italiani e internato nel campo di Cassino.

Qui completa il Logisch-philosophische Abhandlung , che sarà pubblicato nel ‘21 in tedesco, nel ’22 in inglese, con introduzione di Russell.

Abbandona la filosofia: l’unica sua preoccupazione è “come essere buono” e trovare il senso della vita.

Cede tutta la sua eredità ai fratelli.

1920- 1926 maestro elementare in un paesino della bassa Austria.

1926 giardiniere presso un convento di frati ospitalieri.

Progetta insieme a Paul Engelmann, una casa per sua sorella Gretl (visitabile).

Conosce Moritz Schlick e altri esponenti del futuro Circolo di Vienna e riprende ad interessarsi allo studio della filosofia.

Nonostante il Circolo di Vienna consideri il Tractatus come un testo base per le proprie concezioni, egli non aderisce al movimento, e concorda con loro solo in parte. Inoltre, egli è ormai insoddisfatto di molte idee del Tractatus, e sta cercando nuove soluzioni a molti dei problemi che vi erano discussi.

1929 torna a Cambridge dove il 18 giugno consegue il titolo di Doctor of Philosophy discutendo il Tractatus con Moore e Russell.

1930-1936 insegna a più riprese a Cambridge, nasce la su filosofia del secondo periodo ( Libro blu e Libro marrone, appunti di lezione degli allievi).

1936–1937 in Norvegia, inizia a lavorare alle Ricerche filosofiche e le Osservazioni sui fondamenti della matematica (pubblicate postume).

1938 ottiene la cittadinanza inglese.

1939 succede a G.E. Moore come Professor of Philosophy a Cambridge

1941-1944, infermiere volontario in vari ospedali in Inghilterra.

1944 riprende le sue lezioni, interessandosi sempre più a temi di filosofia della psicologia.

Lascia di nuovo l’insegnamento, trascorre lunghi periodi in Irlanda

1947 dà le dimissioni

1949 gli viene diagnosticato un cancro.

Legge Farbenlehre di Goethe, e scrive le Osservazioni sui colori.

Lavora alle Ricerche filosofiche e a Sulla certezza

Muore a Cambridge il 29 aprile 1951.

 

Nel Tractatus Wittgenstein tenta di rispondere ad alcuni dei problemi che abbiamo visto esser restati in sospeso:

- visto che le verità matematiche sono verità logiche (Frege), che genere di verità sono quelle logiche?

Sono verità che hanno a che fare con la forma delle proposizioni!

- Dunque qual è la forma delle proposizioni?

- E più basilarmente, la natura del linguaggio?

Emerge che il linguaggio è raffigurazione dei fatti, e le verità logiche sono tautologie.

 

Ne segue anche che i problemi dell’etica e del senso della vita sono qualcosa di cui non si può parlare,

ma che si mostra nel linguaggio stesso e nella vita,

e la filosofia non contiene dottrine, non insegna nulla (tesi fatta poi propria dal Neopositivismo)

Essa è il tentativo di spiegare cose che non si possono spiegare;

tale tentativo fallisce, ma col suo fallimento ci aiuta a liberarci da confusioni ed errori linguistici, e appunto a non cercar di dire quel che non si può dire.

La filosofia serve solo a liberarci dagli errori filosofici.

 

Metafisica

Il mondo è la totalità dei fatti;

un fatto è il sussistere di uno stato di cose;

uno stato di cose è un nesso di oggetti.

 

gli oggetti sono:

- semplici, senza parti,

- complessi, composti di oggetti semplici

 

Anche i fatti: elementari e complessi

– quindi il mondo si può pensare come fatto di oggetti atomici connessi tra loro in vari modi   (atomismo metafisico)

 

La natura degli oggetti è tale che ciascuno deve/può stare in certi nessi con certi altri oggetti. Es.:  

- una macchia deve essere connessa a un colore, a una superficie, a una posizione, a uno stato di moto/quiete;

- un suono a un’altezza, a un timbro, a una durata …;

- un pezzo di lego ad un colore, ad una forma, ad altri pezzi di lego … ;

- un insegnante a degli studenti, a dei colleghi, a un programma, a un’università, ecc.

 

Perciò dato un oggetto sono dati altri oggetti e dei fatti; e dati questi altri ancora, ecc.:

dato un oggetto è dato il mondo (come per Leibniz).

 

Quali sono gli oggetti atomici?

(evidentemente, nessuno degli oggetti più comuni. Ma probabilmente nemmeno protoni, neutroni, ecc.)

Wittgenstein non lo sa – e nemmeno gli interessa! Che esistano lo deduce dal funzionamento del linguaggio. Infatti …

 

Concezione raffigurativa

Noi ci facciamo immagini dei fatti. Un’immagine è un fatto composto di segni.

 I segni simboleggiano gli oggetti e le relazioni tra di loro raffigurano le relazioni tra gli oggetti.

Così l’immagine raffigura il fatto. Es.: modellino di incidente

 

- Relazioni preservate (“form der abbildung-raffigurazione)

- relazioni non preservate (form der darstellung-rappresentazione):

 

dipendono dal tipo di raffigurazione:

Le foto preservano: colori, proiezione bidimensionale / non dimensioni, terza dimensione

Una statua in marmo: preserva: relazioni tridimensionali / non i colori

 

Le proposizioni sono immagini, in cui (a differenza di un modellino) le relazioni tra i segni non sono le stesse che tra gli oggetti:

     nessuna relazione di primo livello è preservata.

Solo relazioni tra relazioni (relazioni di II livello):  hanno la stessa struttura dei fatti che rappresentano.

Es.:

        nel fatto che Giovanni ama Laura, l’oggetto amare sta in una certa relazione a Giovanni e in un’altra a Laura (essere esercitato da, essere subito da), per cui Laura sta in una certa relazione a Giovanni ecc.

        nella proposizione ‘Giovanni ama Laura’ la parola ama’ sta nella relazione dopo alla parola ‘Giovanni’ e nella relazione prima alla parola ‘Laura’, ecc.:

        la relazione dopo simboleggia la relazione esercitato da, ecc.

ma anche nello stato di cose per cui Carlo odia Daniela tra Carlo e odiare c’e’ la relazione ‘è esercitato da’ e ‘è subito da’, e nelle rispettiva proposizione a queste relazioni corrispondono di nuovo le relazioni spaziale di stare prima e di stare dopo.

Dunque,

alla stessa relazione di II livello nello stato di cose (es.: esercitato da / subito da) corrisponde la stessa relazione spaziale nella proposizione (es.: prima / dopo).

 

Cioè, a relazioni identiche nello stato di cose corrispondono relazioni identiche nel linguaggio: il linguaggio condivide con la realtà le relazioni di identità tra relazioni, cioè una pura struttura logica.

Es.:

per descrivere una casa che sta in mezzo a una quercia e un pino (relazione spaziale) non dico:

“quercia, casa, pino”,

ma :

     “La casa sta tra la quercia e il pino”,

oppure:

     “la casa sta a destra del pino e a sinistra della quercia”.

 

La struttura che la proposizione ha in comune con lo stato di cose, è la forma logica. In tal modo la proposizione raffigura lo stato di cose

 

La proposizione è un’immagine proprio nel senso che alcune relazioni (quelle di secondo livello, che costituiscono la struttura logica) sono preservate, per cui la rappresentazione linguistica non è puramente simbolica, ma almeno in parte iconica, raffigurativa.

            Wittgenstein ha appunto il merito di averci mostrato che questo minimo di iconicità deve esserci. Il motivo è che per quanto si possa simboleggiare certe relazioni per mezzo di parole, non si potrebbe comprendere quel che tali parole dicono senza afferrare le relazioni di secondo livello che esistono tra tali parole. (queste potrebbero esser simboleggiate, ma poi bisognerebbe comprendere le relazioni tra i nuovi simboli, ecc.)[44]

 

La proposizione vera è quella che raffigura (= corrisponde a) un fatto (= stato di cose esistente);

La proposizione falsa non raffigura alcun fatto (ma uno stato di cose non esistente):

→ concezione corrispondentistica della verità

→ terzo escluso: ogni proposizione è determinatamente vera o falsa

 

Nel linguaggio ordinario possono esserci nomi di cose inesistenti,

e si capisce lo stesso quel che significano, perché in realtà sono costruzioni logiche (come aveva spiegato Russell: es.: ‘Polifemo’)

 

Ma nel linguaggio ideale analizzato in atomi logici, a un nome deve sempre corrispondere qualcosa, perché altrimenti la proposizione non avrebbe senso:

es.: ‘questo è rosso’: magari è falsa, questo è verde: ma il rosso esiste!

     ‘questo è sorro’: priva di senso perché il sorro non esiste

 

!!! : vi sono degli oggetti - quelli nominati dai nomi atomici - che esistono necessariamente e sono semplici (atomici):

se non vi fossero oggetti semplici le proposizioni si potrebbero analizzare all’infinito, e non sarebbero determinatamente vere o false:  atomismo logico

 

2.221 Ciò che l'immagine rappresenta è il proprio senso.

4.022 La proposizione mostra il suo senso. La proposizione mostra come stan le cose, se essa è vera. E dice che le cose stan cosi.

 

- dunque, senso = quel che accade se la proposizione è vera = lo stato di cose descritto

Ecco la concezione verofunzionale del senso!

 

Dunque: I nomi non hanno senso (essendo gli oggetti semplici, non ci sono caratteristiche da poter descrivere).

Invece le proposizioni hanno un senso

(costituito dalle sue CdV, cioè dalla classe degli stati di cose che la renderebbero vera. Gli stati di cose sono affini ai fatti che io suggerivo come referenti. Ma non sono referenti, non sono cioè parti del mondo: infatti hanno un senso anche le proposizioni false, quelle che descrivono uno stato di case inesistente)

 

Le proposizioni complesse sono funzioni di verità di quelle atomiche:

Wittgenstein “inventa” le tavole di verità.

Esempi: …

 

Le verità della logica sono tautologie:

-    quelle la cui forma è vera su ogni riga

-    quelle vere qualunque cosa accada (qualunque valore si attribuisca alle proposizioni elementari)

 

le particelle logiche (connettivi, quantificatori, identità) non aggiungono nulla, non hanno significato

 

Dunque la logica non è accesso a un regno platonico di verità d’ordine superiore: è solo capire il buon funzionamento del linguaggio.

 

Le tavole sono la chiave per comprendere composizionalmente le CdV -  e dunque il senso – degli enunciati complessi a partire da quelli semplici

 

Ineffabilità e filosofia

La forma logica di una proposizione atomica (a) si mostra dicendo la proposizione (a),  ma non la si descrive  con (a):

per descrivere la forma logica di (a) ci vuole un’altra proposizione (b), costituita da segni che si riferiscono alle relazioni che compongono (a), e relazioni (più basilari) tra quei segni.

Se poi voglio descrivere la forma logica di (b) ci vuole una proposizione (c), ecc.

Dunque la forma logica del linguaggio in generale non si può descrivere, è ineffabile

 

Sembra una dottrina strana:

- perché non possono esistere dei meta-segni per le relazioni tra segni atomici?

- forse risente del divieto di autoreferenzialità della teoria dei tipi?

 

Forse Wittgenstein pensa che una volta allargato il linguaggio a delle meta-proposizioni, non potrei descrivere la forma logica di queste nuove meta-proposizioni, a meno di un nuovo allargamento con espressioni meta-meta-sintattiche, e così via all’infinito. Comunque, resterebbe sempre un livello al quale la forma logica non sarebbe descritta.

 

-          Tuttavia, si direbbe che non è necessario che tra i meta-segni che simboleggiano le relazioni logiche esistano relazioni diverse da quelle che esistono tra i segni del linguaggio oggetto:tra i meta-segni potrebbero sussistere le stesse relazioni che  sussistono tra i segni atomici ordinari:

 

Es.: «‘ama’ sta a destra di ‘Luigi’ e a sinistra di ‘Anna’»,

e poi:

« ‘sta a destra di’ sta a destra di ‘‘ama’’ e a sinistra di ‘‘Luigi’’»

Ecc. In tal modo, possiamo comprendere qualunque livello di meta-discorso.

Infatti, la sintassi, il discorso sulle forme logiche, di fatto è stato ampiamente sviluppato, nonostante il divieto di Wittgenstein, dai Neopositivisti e da altri filosofi.

 

Dunque la filosofia (contra Russell) non può essere una analisi della forma logica delle proposizioni.

inoltre:

- La Teoria dei tipi è nonsenso (= non ha un senso. Non significa che sia errata o impossibile! Vedi antologia)

- L’assioma dell’infinito è assurdo: la logica non può basarsi su fatti contingenti

 

Non può nemmeno essere una descrizione di fatti, perché questa è la scienza.

 

Ma sappiamo che possono essere vere o false, e dunque possono avere un senso,

solo le proposizioni che descrivono fatti: quelle della scienza naturale

4.11 La totalità delle proposizioni vere è la scienza naturale tut­ta.
 
Dunque la filosofia non ha senso !!!

Anche le proposizioni dell’etica, estetica, ecc., che vorrebbero parlare di valori, di valutazione, non hanno senso.

 

Il mistico è che il mondo è, non come è.

Dunque anche il mistico non si può descrivere con proposizioni sensate.

 

(si spiega perché W. sia spesso stato tentato di abbandonare la filosofia! A lui interessava l’etica e il mistico!)

 

Allora la filosofia non è scienza, e non può essere né logica, né etica, estetica, metafisica, ecc. E’ un’attività (di chiarificazione):

 

 

4.112 Scopo della filosofia è la chiarificazione logica dei pensieri. La filosofia è non una dottrina, ma un'attività.

Un'opera filosofica consta essenzialmente d'illustrazioni. Risultato della filosofia non sono «proposizioni filosofi­che », ma il chiarirsi di proposizioni.

La filosofia deve chiarire e delimitare nettamente i pensie­ri che altrimenti, direi, sarebbero torbidi e indistinti.

NB: Questa idea resterà centrale anche nella Ricerche filosofiche.

E le proposizioni del Tractatus? Anch’esse sono senza senso – ma utili!

 

6.54   Le mie proposizioni illustrano cosi: colui che mi compren­de, infine le riconosce insensate, se è salito per esse - su esse - oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v'è salito.)

Egli deve superare queste proposizioni; allora vede retta­mente il mondo.

7.     Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

(conclusione simile a Kant)

 

Dunque, un’idea presente in Frege, e sviluppata nel Tractatus, è che il senso è dato dalle CdV. Ma sorgono due gruppi di problemi:

 

(A) Come si connette a ciascuna espressione il suo significato (= referente+nozione)? Cosa fa sì che (a) ‘snow is white’ significhi che la neve è bianca, e non che il sole scotta? E (b) come faccio io a scoprirlo?

Dare le CDV nel mondo attuale equivale a dare il riferimento, e viceversa;

e (come vedremo) dare le CDV in tutti i MMPP equivale a dare la nozione (più precisamente l’intensione), e viceversa: ma che cosa fissa il riferimento? Es.: che cosa determina in quali condizioni “Stefano Pivato è in Urbino” è vera? O viceversa: che cosa fissa il riferimento di ‘Stefano Pivato’ e di ‘Urbino’?

 

Il Tractatus lascia questi problemi da parte.

Ad essi rispondono in diversi modi i neopositivisti, Quine, e le Ricerche Filosofiche del ‘secondo’ Wittgenstein.

 

(B)

1) le CdV sono sostanzialmente determinate dai referenti → si direbbe:

(a) riferimento determina CdV (b) CdV determina la nozione (intensione) → (c) riferimento determina nozione

Invece no! Es.: ‘La stella della sera è molto luminosa’ e ‘la stella del mattino è molto luminosa’ hanno = CdV, ma esprimono ≠ pensieri!

Come mai?

In particolare:

 

2) perché fallisce la sostituzione nei contesti obliqui? 

Perché l’identità di senso è più stretta di quella di referente, e necessaria in tali contesti? (Frege: perché hanno il referente obliquo: ma che significa? Perché? Critiche di Carnap)

 

3) quali sono le CdV delle modalità? (perché differisce “P” e “necessariamente P”?)

La modalità è guardata con sospetto dagli empiristi, ha un sapore metafisico: eppure è necessaria, anche nella scienza!

 

4) Quali sono le CdV del condizionale ordinario (implicazione) e dei controfattuali? Perché

i) Se io sono presidente degli USA, qui siamo a Urbino

è del tutto OK in logica (vedi tavole di verità: condizionale materiale) ma suona bizzarro e non ha VdV nel discorso ordinario (implicazione) ?

E perché invece

ii) Se io sono presidente degli USA mia moglie è First Lady

e

iii) Se io fossi presidente degli USA mia moglie sarebbe First Lady

sono equivalenti nella logica delle tavole, ma non nel discorso ordinario, nel quale (ii) è insensato, e (iii) sensato e vero?

 

5) come si spiega la necessità delle verità analitiche, ma non tautologiche (ossia non ‘logiche’ nel senso del Tractatus? Es.:

i) Se Aldo è scapolo, Aldo è maschio

non è tautologica.

 

Anche a queste domande il Tractatus non risponde[45].

Una serie di risposte le offrirà Carnap.

 

Iniziamo col

PROBLEMA (A): Come si connette a ciascuna espressione il suo significato?

 

Utilizzo e interpretazione del Tractatus nel Neopositivismo

Aggiungere note a margine sul testo 2008-9

I neopositivisti (circolo di Vienna, Circolo di Berlino…) desideravano

render conto del valore della conoscenza scientifica, e in particolare della componente matematica, fortissima nella scienza contemporanea), senza venir meno al loro empirismo.

 

Trovano la soluzione nella riduzione della matematica alla logica, e della logica alle tautologie: nessun platonismo, le verità matematiche sono analitiche (= vuote), l’empirismo è salvo!

 

Desideravano

distinguere nettamente la scienza dalla filosofia, distinguere tra modi corretti e modi scorretti di fare filosofia:

in particolare, criticare la metafisica attaccandone il metodo, non i contenuti ! (come aveva fatto Kant)

 

Trovano soluzioni nel Tractatus: 

la scienza è fatta dalle proposizioni sensate (descrittive);

la filosofia è fatta da etica, estetica, metafisica (che vorrebbero trasmettere valori o il senso della vita), non sensate.

Un ruolo corretto per la filosofia: non un insieme di verità, ma un’attività.

 

qui però non seguono Wittgenstein:

l’attività di analisi dei significati e delle strutture linguistiche è sensata!

E’ possibile per mezzo di proposizioni analitiche.

 

Verificazionismo semantico

 

Viene ripresa anche l’idea di Wittgenstein che il senso di una proposizione consiste nelle sue condizioni di verità,

 

ma resta la domanda:

che cosa fa si che un enunciato abbia certe CdV piuttosto che certe altre, un termine certi referenti piuttosto che certi altri, un certo senso piuttosto che un certo altro?

 

E la risposta che danno a questa domanda  non può che esser determinata dal loro empirismo:

le nostre asserzioni non possono che derivare il loro contenuto dall’osservazione!

 

Alcuni termini vengono fissati per definizione:

es. ‘scapolo’ = ‘maschio adulto non sposato’;

‘università’: ‘istituzione nella quale si studia … ecc.’

ma non si può andare all’infinito! E i termini ‘primitivi’?

 

(a) S. Agostino: ostensivamente

Ma: ad alcune espressioni (costanti logiche ecc.) non corrisponde nessun oggetto: dunque, non possono essere apprese per ostensione

- inoltre, come Wittgenstein si accorgerà nelle Ricerche Filosofiche,  l’ostensione è radicalmente ambigua;

infatti, “solo nel contesto dell’enunciato un termine ha significato” (= riferimento)

 

(b) associando gli enunciati atomici a condizioni osservabili, che diventano le loro CdV, e astraendo il significato dei termini da quello degli enunciati. Esempio:

 

tuo on valkoinen

tuo on valkoinen

tuo on valkoinen

tuo on musta

tuo on musta

tuo on musta

Paperi on valkoinen

Pöytä on valkoinen

ecc.

 

Quindi le CdV sono sempre stati di cose osservabili:

dunque, il senso degli enunciati, il loro contenuto, consiste sempre in possibili osservazioni, risultati sperimentali, ecc.

Se abbiamo l’impressione che parte del contenuto sia non osservabile, questo è un errore.

Es.: l’affermazione

        “Giove quando si adira si forgia dei fulmini e li scaglia sulla terra”

 non dice altro che le cose che normalmente si vedono: nuvole, vento, scariche elettriche, ecc.

Una teoria atomica non dice null’altro se non le cose che si possono osservare sperimentalmente in certi contesti sperimentali, o anche nella vita ordinaria (centrali atomiche, bombe atomiche, ecc.)

Es.: ‘è decaduto un atomo’ = c’è stato un click nel contatore Geiger (o una nuova schermata su un terminale, ecc.)

 

Se poi ci sono asserzioni che non hanno alcun contenuto osservabile, queste sono del tutto prive di senso:

“al di là e al di sopra dei fenomeni dei fulmini osservabili, c’è proprio Giove con la sua ira”

-    “Ma Egli si manifesta in altri modi osservabili?”

-    “no, Giove è invisibile agli umani!”

 

“al di là e al di sopra delle osservazioni sperimentali, l’atomo ha proprio quelle proprietà invisibili descritte dalla teoria”

Anche questa è una pseudo proposizione, metafisica, priva di senso: Mach

 

Dunque, le CdV devono essere osservabili: decidibili osservativamente:

di un enunciato bisogna poter decidere con la sola osservazione se è vero o no:

verità e verificabilità devono coincidere.

 

La metafisica e le sue confusioni e inconcludenti discussioni nascono proprio dal pretendere di parlare di cose a cui non corrispondono contenuti osservabili

Essa pertanto non è falsa, ma priva di senso (come diceva il Tractatus)

 

Inizialmente Schlick, Carnap[46] e altri neopositivisti riprendono la tradizione empiristica del fenomenismo:

un’idea nata nel XVII secolo, con Cartesio e Locke, sviluppata poi da Berkeley, Hume, Schlick, Mach, Russell:

        i significati delle nostre espressioni vengono dalle nostre idee

        ma le idee vengono dalle sensazioni  

        → i significati sono dati dalle sensazioni

 

gli oggetti materiali d’ogni giorno non sono a rigore osservabili:

illusioni, errori percettivi, Genio Maligno ….ecc. → teoria della percezione indiretta

 

Pertanto,

dato che il significato di quel che diciamo può consistere solo in dati osservabili,

i significati di quel che diciamo possono essere solo sensazioni:

c’è una mela sul tavolo = ho una sensazione visiva rossa di forma pressoché circolare, una sensazione tattile liscia e rotonda 

 

Ma come fece notare Neurath in un famoso dibattito con Schlick, il fenomenismo è assai imbarazzante, non ci consente di costruire nessuna conoscenza del mondo esterno – in particolare nessuna scienza come normalmente la intendiamo.

Così verso metà anni ’30 anche Schlick e Carnap[47] passarono al fisicalismo:

osservo direttamente gli oggetti: la mela ecc.:

le condizioni di verità (dunque il significato!) coincidono con la serie delle possibili operazioni di verifica,

ossia delle possibili osservazioni che confermano l’enunciato

 

-NB: osservazioni possibili, non solo reali!

Es.: altra faccia della Luna (lettura di “Significato e verificazione”)

 

Antimetafisica:

In tal modo viene eliminata  la possibilità di una metafisica come tentativo di affermare verità dotate di senso descrittivo su fatti non osservabili (Dio, anima, Mondo, realismo/idealismo, ecc.):

 

Gli enunciati della metafisica non potrebbero esser verificati né falsificati da alcuna osservazione,

dunque non hanno significato descrittivo!

(al massimo, significato emotivo, etico, ecc.: quelle cose di cui per il Tractatus non si può parlare)

 

Es.: Realismo/idealismo:  la montagna di Carnap[48]

 

Così si possono rigettare tutte le tesi metafisiche senza nemmeno “sporcarsi le mani” a discuterle per dimostrare che sono false: sono insignificanti!

 

Si ottiene anche un criterio di demarcazione tra scienza e non-scienza (= metafisica, superstizione, arte, ecc.):

es.: Mach e lo spazio assoluto

(ma anche: gli atomi!)

 

Dunque la risposta neopositivista alla domanda

(A) Come si connette a ciascuna espressione il suo signficato (referente+nozione) ? Cosa fa sì che (a) ‘snow is white’ significhi che la neve è bianca, e non che il sole scotta? E (b) come faccio io a scoprirlo?

È: con l’osservazione; poiché il significato è dato da CdV, e queste sono osservabili dunque sono  condizioni di verificazione

 

Problemi ed evoluzione del verificazionismo

 

1) (come si è visto) la versione fenomenista è assai implausibile (ed è stata abbandonata).

 

2) Ma anche il fiscalismo ha problemi:

nessun enunciato fisicalistico è mai verificabile in senso definitivo

(come spiega Neurath polemizzando con Schlick, poi Popper, ecc.):

anche un enunciato singolare ha infinite conseguenze, che possono non verificarsi, falsificandolo.

Così, al posto della verificabilità/falsificabilità definitiva,

Schlick finisce per accettare la confermabilità/disconfermabilità reversibile,

 

(Addirittura Wittgenstein mostra, nelle Ricerche Filosofiche, che perfino gli enunciati fenomenistici sono rivedibili, se hanno un qualche contenuto)

 

(3) I neopositivisti si accorsero poi che

il significato di molti termini scientifici non osservativi, per come li usiamo di fatto anche nella scienza, non è del tutto riconducibile a termini osservativi (i primi non sono completamente definibili in base ai secondi): Es.:

-         Carnap (1936): termini disposizionali; misure frazionarie;

-         Wittgenstein, Ricerche:  estensioni infinite (‘+2’);

-         Hempel (1958): un termine teorico (‘massa’; ‘carica elettrica’, ecc.) compare in un numero aperto, potenzialmente infinto di leggi scientifiche: il suo significato non è dato da solo alcune di esse o dalle osservazioni che le confermano

 

Dunque gli enunciati non osservativi parlano davvero di entità non osservabili:

hanno effetti osservabili, ma quel che diciamo non si riduce agli effetti!

Pertanto

una definizione completa dei termini teorici che si riferiscono a entità non osservabili non è possibile:

possiamo usare proficuamente enunciati e termini il cui significato non “possediamo” a pieno, ma che scopriremo pian piano in futuro, col progredire della ricerca.

(Vedremo che su questa osservazione convergono sia le teorie dell’uso, sia le teorie del riferimento diretto)

 

→ Il verificazionismo non può più essere una concezione del significato, perché non dà tutto il significato.

 

Così Hempel, Carnap e altri passano

dalla verificabilità come natura del significato

alla controllabilità (= confermabilità-disconfermabilità) come criterio di significanza:

perché un enunciato sia significante un suo controllo empirico (fallibile: non una verificazione definitiva) dev’essere possibile almeno in alcune circostanze

(Carnap, Testability & Meaning, 1936. Forse, in parte, anche Schlick, S&V, 1936):

dev’essere almeno possibile indicare esperienze che aumentano o diminuiscono la sua probabilità  (Quine, Due dogmi § 6).

 

in altri termini:

il significato non consiste nelle procedure di verifica o di conferma;

ma se l’enunciato ha un significato, devono esserci procedure di conferma!

Se non ci sono è segno che non è significante

 

Si ha così un verificazionismo molto liberalizzato, di cui un esempio è

Schlick, “significato e verificazione” (1936)

Un verificazionismo molto liberalizzato:

-     significato = CdV = uso = metodo di verificazione

-     verificazione: anche non definitiva: basta una conferma

-     verificazione: anche indiretta (per mezzo delle leggi scientifiche – a loro volta confermate direttamente)

-     significanza = possibilità logica di verificazione: possibilità di immaginare (non psicologisticamente: almeno descrivere) una verificazione

 

→ diventano verificabili o falsificabili proposizioni

§ sull’altra faccia della Luna (se ci si andasse)

§ su particelle microfisiche (in base agli effetti osservabili)

§ “Ogni cosa ha appena raddoppiato la sua grandezza” (la sua negazione si deduce dalle leggi scientifiche confermate);

§ “L’universo ha iniziato a esistere più di 5 minuti fa” (la sua negazione si deduce dalle leggi scientifiche confermate);

§ sulla sopravvivenza alla morte, fantasmi, ecc. (in base a possibili effetti osservabili)

§ su Dio (in base a possibili effetti osservabili)

 

Ma non è chiaro se sia ancora una teoria del significato, o semplicemente della significanza:

il loro significato si riduce ai sintomi osservabili? il contenuto inosservabile sparisce?

es.: teoria sui virus; credenze su Dio; ecc.

sembra che sia una teoria del significato, in quanto a p. 83 (riga 1)  dice che la verificabilità è condizione necessaria e sufficiente del significato

 

Restano inverificabili e privi di significato:

-     teorie empiricamente equivalenti

-     eternità dell’anima, infinità dell’universo … (anche la matematica? Ma non fa problema, è analitica)

-     un universo parallelo che non interagisca col nostro

 

Paradosso della domanda: “Cos’è il significato?”

Rispondere ripetendo

Rispondere traducendo

Rispondere mostrando l’uso = mostrando quando è vera = mostrando quando è verificata

→ significato = metodo o condizioni di verificazione

(tutto quel che eccede la verificazione viene tagliato via dal significato)

Ecc.

 

Obiezioni che sopravvivono alla liberalizzazione:

 

(4) Quine, olismo semantico: il significato di ogni enunciato è indistricabilmente connesso a quello di ogni altro. Poiché in qualunque condizione osservabile un enunciato dato può essere ritenuto o vero o falso, a seconda degli altri enunciati ritenuti veri (tesi Duhem-Quine) non esistono condizioni ben definite di verificazione per un enunciato (Lettura: “Due dogmi dell’empirismo”, §§ 5-6).

 

Analizzeremo questa obiezione discutendo di Quine,  ma osserveremo che non è decisiva.

 

Nella seconda metà del ‘900 Michael Dummett respinge l’olismo di Quine: gli enunciati che hanno questa rilevanza sulla verità di un enunciato dato sono molti, ma limitati di numero, costituiscono un’area limitata del linguaggio.

Così ripropone il verificazionismo liberalizzato (asseribilità, non verificabilità),

ma inteso come teoria del significato, non solo della significanza:

quando parliamo asseriamo solo fatti epistemici.

 

(problema dell’acquisizione e della manifestazione: le CdV, ossia i significati, i contenuti delle mie espressioni devono essere condizioni mostrabili e osservabili): non è necessario che si possa riconoscere quando un enunciato è vero (senza possibilità d’errore), ma solo quando è asseribile, ossia (nell’uso corrente) è giustificato asserirlo, nonostante possa in seguito risultare errato o esser ritrattato. (Le condizioni di asseribilità variano per il tipo di enunciati: quotidiani, delle scienze umane, delle scienze fisiche, delle scienze formali, ecc.).

Resta comunque che le nostre espressioni parlano solo di fatti epistemici (le condizioni di asseribilità), non di fatti oggettivi. 

 

(NB: dato che l’asseribilità non è conclusiva,

questa diventa in effetti una teoria del significato come uso (vedi sotto!),

che è un’eredità del Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche).

 

(il verificazionismo di Dummett è in un certo senso radicalizzato: vale anche per gli enunciati osservativi, “all the way down”: come spiega Putnam, per Dummett  il significato non si dà in termini di fatti osservabili oggettivi, ma sempre di condizioni epistemiche: gli enunciati non parlano di fatti fisici, e nemmeno di fatti mentali – le sensazioni: è pur sempre uno stato di cose del mondo che io abbia o non abbia una data sensazione - ma solo di stati epistemici : stati normativi: è corretto per me asserire …

Dunque: non : “c’è una mela sul tavolo”, né “ho una sensazione di rotondo, rosso, un certo profumo, ecc.; ma semplicemente:  è asseribile che c’è una mela sul tavolo)

Si potrebbe avanzare a Dummett la seguente obiezione: lo stesso enunciato (es.: (G) ‘c’è un gatto sul tappeto al tempo t’) può risultare asseribile al tempo t, e non più asseribile al tempo t’. Ma se le CdV coincidono con le cd asseribilità, ne segue che l’enunciato sarà vero a t, e non più vero a t’. Questo è contrario al nostro concetto di verità (esattamente come l’interpretazione verificazionistica del linguaggio è contraria all’interpretazione intuitiva).

Si può ovviare (Peirce, Putnam) identificando le CdV con cd asseribilità ideali (al limite ideale della ricerca). Ma tali condizioni da un alto vengono a coincidere con condizioni oggettive, e dall’altro, proprio per questo, non sono più osservabili: in tal modo, dunque, si viene meno alla motivazione fondamentale del verificazionismo, ritornando in effetti a una concezione verocondizionale in senso realistico del significato.

Tuttavia l’obiezione è erronea alla base: nella semantica di Dummett l’enunciato (G) significa in effetti ‘E’ asseribile al tempo t che c’è un gatto sul tappeto al tempo t’, e ciò resta vero in eterno

Ma anche la versione di Dummett va incontro alle seguenti obiezioni:

 

(5) nessuna espressione significa quel che sembra! (non ha significato oggettivo, ma soggettivo):

 

‘Il libro è sul tavolo’ significa in realtà che

- si possono avere certe sensazioni visive, tattili, ecc. (versione fenomenistica)

Oppure che

- ponendomi in certe posizioni posso vedere un libro, toccare un libro, ecc. (versione fisicalistica)

Oppure che

- è asseribile che il libro è sul tavolo (cioè che le condizioni generali attorno a me sono tali che è giustificato per me asserire che il libro è sul tavolo (versione di Dummett)

 

‘… elettrone …’ significa in realtà che

- si possono avere certe sensazioni visive, tattili, ecc. (versione fenomenistica)

Oppure che

- predisponendo un certo apparato sperimentale, in certe condizioni certi indici assumeranno una certa posizione, ecc. (versione fisicalistica)

Oppure che

- è asseribile che ‘ … elettrone …’ (versione di Dummett)

 

A noi sembra di star parlando di oggetti, invece parliamo solo di nostre condizioni epistemiche!

Noi crediamo di parlare di Dio, in effetti parliamo solo dei suoi eventuali effetti osservabili. Ecc.

Ma allora nessuno di noi comprende il vero significato delle espressioni della propria lingua !!!

- assurdo! (in quanto il significato non può essere altro che quello che il parlante competente comprende)

 

Coppie di asserzioni come:

-          “Dio esiste, ma agisce e si manifesta solo tramite cause ed effetti naturali”

-          “Dio non esiste, esistono solo cause ed effetti  naturali”

 

hanno lo stesso significato! … ma a noi pare di no!

 

(6)

Se il verificazionismo è vero, è inesprimibile: chi lo esprime dovrebbe dire cosa c’è di errato nella posizione verocondizionale, ma così facendo si contraddice:

 

infatti egli ci dice:

« ‘l’elettrone è stato assorbito’ non significa che l’elettrone è stato assorbito, ma … vari tipi di sensazioni»

 

(invece, qualunque cosa significhi, ‘l’elettrone è stato assorbito’ non significa che l’elettrone è stato assorbito)

In altre parole, il verificazionista non sa come esprimere la sua tesi:

egli sostiene che tutto il ns. linguaggio ha un’interpretazione verificazionistica,

ma avrebbe bisogno (e fa finta che) quella parte che usa come metalinguaggio avesse interpretazione realistica

 

Replica:

il verificazionista non si contraddice, non dice così, ma dice

« ‘l’elettrone è stato assorbito’ significa che l’elettrone è stato assorbito, cioè vari tipi di sensazioni»

 

Controreplica

Il problema allora si pone così:

 

per noi ha senso dire:

«l’elettrone potrebbe esser stato assorbito anche se non fosse asseribile che l’elettrone è stato assorbito»

«‘l’elettrone è stato assorbito’ potrebbe esser vero anche se non fosse asseribile»[49]

Invece per il verificazionista ciò non ha senso

 

Cioè, noi distinguiamo esplicitamente CdV da cd verificazione.

Idem:

noi usiamo il terzo escluso, che se vale il verificazionismo non dovrebbe mai essere utilizzabile.

Dunque, il nostro uso non è verificazionistico

 

(7) Lycan[50]

Il verificazionismo risolve automaticamente e surrettiziamente dispute antiche filosofiche [nel senso che le riduce a pseudo-dispute, le rende insignificanti]:

-          esiste un mondo esterno (o solo percezioni interne)? (versione fenomenistica)

-          Esistono altre menti (o solo automi comportamentistici)? (versione fisicalistica)

-          Esistono oggetti non osservabili (o solo quelli osservabili)? (versione fisicalistica)

 

(8) (Lycan, obiezione 4)

Se il verificazionista ha ragione, anche la dottrina verificazionistica, per non essere

(i) insensata, dev’essere

- o (ii) empiricamente verificabile

- o (iii) analitica: cioè, o 

(iiia) esprime la definizione corretta di un concetto preesistente, oppure

(iiib) introduce per stipulazione il significato di un concetto nuovo

 

Ma:

(i)             Wittgenstein: la scala che si butta. Ma è accettabile ???

(ii)           Obiezioni:

1. Presuppone che conosciamo i significati indipendentemente dalle CdVz (contraddicendo la dottrina);

2. su quali dati si baserebbe la verifica? Dizionari? (lo smentirebbero, non danno significati verificazionistici) Nostre intuizioni? (di nuovo, lo smentiscono!)

(iii)          Obiezioni:

(iiia): è una definizione fedele, che cattura il significato di ‘significato’. Davvero? Non è tautologico nel modo di «’scapolo’ significa ‘uomo non sposato’»

(iiib): Hempel: stipulazione sul significato di ‘significato’. Ma: quello di significato non è un concetto nuovo, il significato è un fenomeno preesistente.

 

(9)

Se il verificazionismo fosse vero non si farebbero errori se non occasionali e limitati: se tutto ciò che diciamo è verificabile, se tutto il contenuto delle nostre asserzioni è osservabile, solo raramente diremmo cose non di fatto verificate (aspetteremmo a dire di averle verificate). Ma sia nella scienza che nel discorso comune ci accorgiamo di frequenti e anche errori radicali. Ciò dimostra che nella scienza spesso facciamo asserzioni su entità, processi, ecc., non osservabili

- forse no: si fanno asserzioni su entità osservabili in linea di principio ma non in pratica

 

 

(10) vedremo con Quine che c’è anche un’indeterminatezza del riferimento dei termini: anche se fossero esattamente determinabili le cd verificazione (o CdV) degli enunciati da queste non si può astrarre univocamente il significato dei termini.

 

Resta da rispondere alla domanda di base:

se il ns. linguaggio ha CdV, ossia significati, che vanno oltre le cd verificazione,

come sono state apprese tali CdV, tali significati,

dato che per l’apprendimento non abbiamo a disposizione altro che l’esperienza?

 

Risposta:

vi sono espressioni del linguaggio che si apprendono con l’osservazione,

ma operando da sole o in composizione portano al di là di essa,

e ci permettono di trascenderla,

di prendere le distanze dalla nostra specifica posizione epistemica:

‘non’, ‘più … di’, ‘meno … di’, e, appunto, il principio del terzo escluso.

Es.:

più piccolo di quel che posso vedere

più grande di quel che si potrebbe misurare

E’ confermato che P, eppure non-P

Credo che P e non P

 

Principio del terzo escluso:

o P o non-P : uno dei due deve essere vero!

es.:

(1) l’atomo è decaduto o l’atomo non è decaduto: uno dei due deve essere vero!

 

violato in vari casi:

- termini vuoti

(2) Renzo Tramaglino era nato di sabato o Renzo Tramaglino non era nato di sabato:

nessuno dei due è vero

-    verificazionismo:

se ‘l’atomo è decaduto’ significasse che è verificato (ho una prova) che l’atomo è decaduto’

e

‘l’atomo non è decaduto’ significasse che è verificato (ho una prova) che l’atomo non è decaduto

Potrebbero essere entrambi falsi → non varrebbe il terzo escluso

 

Il fatto che usiamo e asseriamo il terzo escluso mostra che ai nostri termini diamo un significato che va al di là della verificazione.

 

 

Gruppo di problemi (B)

CARNAP

Autobiografia intellettuale:[51] Carnap apprende da Tarski (1936: “Der Wahrheitsbegriff in den formalisierten Sprachen”) che è possibile discutere non solo della sintassi di un linguaggio (e dunque della verità logica)

ma anche della sua semantica (e dunque della verità fattuale):

serve un metalinguaggio in cui compaiano, oltre i nomi delle espressioni del linguaggio oggetto, anche gli enunciati del linguaggio oggetto (o una loro traduzione), in modo da poter parlare dei rapporti tra le espressioni e i fatti, e di quel tipo di rapporto tra espressioni e fatti che è la verità.

        Carnap sviluppa allora un simile metodo, basandosi sul lavoro di Tarski, e a partire da esso introduce l’analisi semantica in termini di intensione ed estensione, alternativa a quella di Frege in termini Sinn e Bedeutung (metodo di denominazione).

       

Mirando a render conto della necessità logica in termini semantici,

si ispira all’idea di Leibniz che la verità necessaria è quella che vale in tutti i mondi possibili, e a quella di Wittgenstein che una tautologia vale per tutte le possibili distribuzioni dei valori di verità delle proposizioni elementari.

 

Sviluppa perciò un’interpretazione delle verità logiche basata sulle descrizioni di stato, che formalizza e generalizza le idee di Wittgenstein,

e stabilisce dunque definitivamente la distinzione tra verità sintetiche (o fattuali) e analitiche (o linguistiche, che includono quelle logiche), tanto importante per l’epistemologia dell’Empirismo Logico.

        Quine e Tarski obietteranno che non c’è una differenza netta, al massimo di grado, tra verità sintetiche e analitiche, fattuali e linguistiche;

Quine obietterà che è impossibile offrire un resoconto scientifico della nozione di intensione e sinonimia in un linguaggio naturale, e Carnap proverà a rispondere in “Meaning and Synonymy in Natural Languages” (1955).

 

Il modo in cui Carnap sviluppa l’idea del significato come dato dalle CdV, rispondendo nel contempo ai problemi (1) e seguenti, è questo:

Il significato è dato dalle CdV non solo nel mondo attuale, ma in tutti i mondi possibili (o meglio, in tutte le possibili descrizioni di un mondo: descrizioni di stato).

 

Es.:

‘Carlo osserva la Stella del mattino’ e ‘Carlo osserva la Stella della sera’

sono veri nelle stesse condizioni nel mondo attuale,  ma in diverse condizioni in altri MMPP: → hanno = referente ma ≠ nozione, e dunque ≠ significato (= nozione+referente)

 

Allo stesso modo, i termini ‘Stella del Mattino, ‘Stella della sera’ si riferiscono allo stesso oggetto nel mondo attuale, ma a diversi oggetti in diversi MMPP

 

Pertanto non sono sostituibili salva veritate in tutti i MMPP, dunque,

hanno un diverso significato,

contribuiscono in modo diverso al significato globale dell’enunciato

 

Gli enunciati ‘Carlo è scapolo’, e ‘Carlo è un maschio adulto non sposato’

hanno = CdV in tutti i MMPP → hanno = significato.

Idem i termini componenti: “Scapolo’ e ‘Maschio adulto non sposato’

danno lo stesso contributo al vdv dell’enunciato (sono sostituibili salva veritate) in tutti i MMPP.

 

Intensione

Il senso è più stretto

La sostituibilità nelle att. proposizionali richiede il senso

 

Ecco allora la risposta alla domanda (1):

il riferimento (nel mondo attuale) determina solo le CdV nel mondo attuale,

ma non determina né il riferimento né le CdV nei vari MMPP:

e solo queste determinano la nozione!

 

Tuttavia: non possiamo considerare i mondi diversi dal nostro come mondi reali, da esplorare per sapere quali sono possibili e quali no! (Kripke: non sono esplorati, ma stipulati[52]).

Quel che possiamo fare è fare una descrizione completa di un mondo (come con le diverse righe delle tavole di verità),

e se non contiene contraddizioni (es.: oggi è giovedì e oggi non è giovedì) è possibile, altrimenti no (NB: svolta linguistica)

 

In concreto, nemmeno la descrizione completa di un mondo si può fare (sarebbe infinita): ci accontentiamo di una descrizione che impieghi tutti i termini del ns. linguaggio (finiti): una descrizione di stato: DS

Carnap costruisce un esempio semplificato:

supponiamo un linguaggio che contenga solo 2 nomi e 4 predicati monadici (esprimenti proprietà) e 1 predicato diadico (esprimente una relazione):

 

Lettura di R. Carnap, Significato e necessità, cap. I, §§ 1-6, 9, 11, 13-15

 

Regole di designazione:

s = Walter Scott

w = il libro Waverley

H = umano

R = animale razionale

I = implume per natura

B = bipede

A = autore di

 

Postulato di significato:[53]

‘umano’ significa ‘animale razionale’

 

Proposizione atomica: 1 predicato monadico e 1 nome, o 1 predicato diadico e 2 nomi:

in tutto sono 4 + 4 + 2 = 10.

DS: per ogni proposizione atomica, o lei stessa o la sua negazione.

Es.:

- Hs & Rs & Is & Bs & ⌐Hw & ⌐Rw & ⌐Iw & ⌐Bw & As,w & ⌐Aw,s

(mondo reale)

- Hs & Rs & Is & Bs & ⌐Hw & ⌐Rw & ⌐Iw & ⌐Bw & ⌐As,w & ⌐Aw,s

- Ecc.

(in tutto sono 210;

ognuna di queste descrive un mondo possibile, eccetto  quelle contenenti:

 Hs&⌐Rs;

⌐Hs&Rs;  

Hw&⌐Rw;

⌐Hw&Rw.

 

Regole di verità per proposizioni atomiche (la base della def. di verità di Tarski)

Xy è vera se e solo se y ha la proprietà X

Xy,z è vera se e solo se y ha la relazione X a z

 

Regole di verità per proposizioni molecolari (= tavole di verità)

α è vera sse è α falsa

α&β vera sse α è vera e β è vera

αvβ è vera sse almeno una tra α e β è vera

α→β è vera sse α è vera e β è vera, oppure α è falsa

α≡β è vera sse α e β sono entrambe vere o entrambe false

 

L-concetti

α è L-vera sse α è vera in tutte le DS (del ns. linguaggio)

Es.:

Hw v ⌐ Hw 

Hw→Hw

Hw→(Hw v Iw)

Hs→Rs  (per il postulato di signifícato)

Rs→Hs  (per il postulato di signifícato)

Ecc.

 

NB: questo risponde alla domanda (5): ‘Hs→Rs’  è L-vera, ossia logicamente necessaria, ossia vale in tutti i MMPP pur non essendo una tautologia (una verità logica nel senso del Tractatus) in virtù del postulato di significato:

come direbbe Kripke, abbiamo postulato che non esistono MMPP in cui gli uomini non siano animali razionali. Es.: ‘essere zio o nonno’ e ‘avere nipoti’ sono equivalenti per postulato di significato.

 

α è L-falsa se ‘⌐α’ è L-vera

α L-implica β sse ‘αβ è L-vera

α è L-equivalente a β sse ‘αβ’ è L-vera

α è L-determinata sse è L-vera o L-falsa

 

α è una verità fattuale sse non è L-determinata

Es: che tutti gli esseri umani sono bipedi implumi e viceversa è una verità di fatto, ma non logica:

Hs≡(B∙Is); Hw≡(B∙Iw),

Ossia (x)[Hx≡(B∙Ix)]

 

Equivalenza e L-equivalenza di designatori

a≡b sse a=b, ossia se sono lo stesso individuo (es.: Espero, Fosforo)

 

P≡Q sse (x)(Px→Qx), ossia se di fatto valgono degli stessi individui

Es.: di fatto, H≡B∙I

 

a è L-equivalente a b sse ‘ab’ è L-vera

(ossia vale in tutte la DS: es.: Vespero e Stella della Sera si, Obama e Il presidente degli USA no)

P è L-equivalente a Q sse ‘PQ’ è L-vera

(es.: H e R lo sono (vedi postulato di significato), H e B∙I non lo sono)

 

Dunque, L-equivalenza significa aver lo stesso significato, nel senso di stessa intensione (oltre che stesso riferimento).

Estensione ed intensione

Estensione è ciò che hanno in comune i designatori equivalenti,

intensione ciò che hanno in comune i designatori L-equivalenti

 

Es.: nomi:[54]

‘Espero’ (=‘Stella-della-sera) ‘Fosforo’ (= ‘stella-del-mattino’) hanno la stessa estensione: un oggetto (Venere)

Nel ns. mondo sono lo stesso pianeta, in altri potrebbero esser diversi (non hanno lo stesso significato)

‘Espero’ ‘Stella della Sera’ hanno la stessa intensione = un concetto individuale:

in nessuna DS (o MP) potrebbero designare oggetti diversi (hanno lo stesso significato)

 

Es. Predicati

Renato

cordato

 

‘Umano’, ‘bipede implume’ stessa estensione: la classe degli uomini (che nel ns. mondo è identica a quella dei bipedi implumi)

‘Umano’, ‘animale razionale’: sono ≡ in tutte le DS ( i MMPP): hanno la  stessa intensione, cioè designano la stessa proprietà

 

Es. enunciati[55]

Essere equivalenti è avere lo stesso vdv (nel mondo attuale), cioè la stessa estensione

 

Dunque, estensione = vdv

(è la stessa soluzione di Frege, ma più plausibile, dato che l’estensione non è l’oggetto denominato o descritto dall’enunciato)

 

Intensione è ciò che hanno in comune enunciati L-equivalenti, cioè una proposizione[56]

 

Carnap qui[57] si pone il problema: e gli enunciati falsi? Certo che non stanno coi fatti nello stesso rapporto di quelli veri: come fanno ad aver signficato? [non si può dire che hanno una nozione anche se non hanno un referente: perché ce l’hanno il referente, il vdv. Il punto è: che cosa costituisce la nozione, se non è un fatto descritto?] E risponde: anche se all’enunciato così com’è composto non corrisponde un fatto (es.: ‘Hw’) , ai suoi componenti singoli (‘H’ e ‘w’) corrispondono oggetti, dopo di che l’intensione è data all’enunciato da tali oggetti e dal modo di composizione dell’enunciato stesso. [si potrebbe obiettare che a ‘L’unicorno è un ippogrifo’ non corrispondono nemmeno i singoli oggetti. Ma ‘unicorno’ e ‘ippogrifo’ ricevono significato per composizione da termini più primitivi (cavallo, corno, grifone, …) a cui un oggetto corrisponde. Si torna così alla giusta idea di Russell che vi sono dei termini primitivi che non possono esser vuoti, per i quali nozione e referente coincidono. Ma è chiaro che questi possono anche esser pochissimi].

 

Descrizioni definite: nei casi non esista un (unico) oggetto che le soddisfa segue il metodo di Frege (scelta convenzionale di un oggetto), non quello di Russell.

 

§ 11: SOSTITUIBILITA’

 

Un’espressione α  è estensionale rispetto a una sua parte β sse β può esser sostituita in essa salva veritate con espressioni della stessa estensione: in altri termini, sse α parla del mondo attuale.

Un’espressione α è intensionale rispetto a una sua parte β sse β può esser sostituita in essa salva veritate solo con espressioni della stessa intensione: in altri termini, sse parla di tutte le DS (o MMPP).

 

Es.: Contesti modali

‘Espero è un pianeta’ è estensionale rispetto a ‘Espero’

‘Il numero dei pianeti è pari’ è estensionale rispetto a ‘il numero dei pianeti’

invece

Necessariamente 9 è dispari’ è intensionale rispetto a ‘9’

 

Questo risponde alla domanda (3):

le CdV delle modalità riguardano le DS (o MMPP):

necessario = vero in tutte,

possibile = vero in alcune (anche se magari non in quella che descrive il nostro mondo)

E risponde alla domanda (2):

non sono sostituibili quelle espressioni che non sono equivalenti in tutte le DS (o MMPP), ossia che non sono L-equivalenti, ossia non hanno la medesima intensione

 

‘Michelle è la First Lady’ è estensionale rispetto a ‘Michelle’

Ma

‘Necessariamente la moglie del presidente USA è la first Lady’ è intenzionale rispetto a ‘La moglie del Presidente USA’

 

‘Se tu sai giocare a calcio io sono il Papa’ è estensionale rispetto a ‘io sono il Papa’

(lo posso sostituire con ogni enunciato con lo stesso valore di verità: es., ‘io sono Che Guevara’).

ma

‘Se io fossi il Vicario di Cristo io sarei il Papa’ è intensionale rispetto a ‘io sarei il Papa’

(es.: ‘io sarei Che Guevara’ vs.: ‘io sarei il vescovo di Roma’

(n.b.: anche i controfattuali sono contesti “obliqui”)

 

Questo spiega la differenza del condizionale materiale e di quello stretto, o ordinario

 

 

 

Abbiamo così la risposta alla domanda (4):

il condizionale materiale richiede solo che nel mondo attuale non sia vero l’antecedente e falso il conseguente. Es.:

        i) ‘Se io sono presidente degli USA, qui siamo a Urbino’

È vero perché nel mondo attuale è vero il  conseguente, e

        ii) ‘Se io sono Presidente degli USA, Urbino è in Antartide’

è vero perché nel mondo attuale è falso l’antecedente

 

L’implicazione (o condizionale stretto, o ordinario) richiede che in nessuna DS (o MMPP) sia vero l’antecedente e falso il conseguente. Es.:

        ‘Se Aldo è scapolo, Aldo è maschio’

Oltre ai mondi o DS logicamente possibili ci sono anche quelli fisicamente possibili, giuridicamente possibili, ecc., e il condizionale ordinario si applica anche a tutti questi:

 

‘Se la temperatura scende sotto zero l’acqua ghiaccia’

‘Se firmo un contrato ho l’obbligo di rispettarlo’

 

Idem per i controfattuali: sono condizionali che pur avendo un antecedente falso nella DS del mondo attuale, hanno il conseguente vero in tutte le DS (MMPP) in cui l’antecedente sia vero. Es.:

        ii) Se io fossi presidente degli USA mia moglie sarebbe First Lady

È vero, ma

        iv) Se io fossi Presidente degli USA Urbino sarebbe in Antartide

è falso, perché ci sono DS in cui io sono Presidente USA ma Urbino non è in Antartide

 

Contesti proposizionali (principali che reggono una proposizione)

        ‘Giovanni crede che 9 è dispari’

non è estensionale rispetto a ‘9’:

es. se Giovanni non sa qual è il numero dei pianeti è falso che

        ‘Giovanni crede che il numero dei pianeti è dispari’.

Altro esempio:

        Giorgio IV si chiedeva se Scott fosse l’autore di Waverley

 

- ma non è nemmeno intensionale: anche se

        ‘Giovanni sa che 9 è dispari’

è vero,

        ‘Giovanni sa che (√100+42+17)/3 è dispari’

può esser falso (se Giovanni non conosce potenze e radici), anche se

        ‘(√100+42+17)/3’

ha la stessa intensione di ‘9’

 

 

Soluzione di Carnap:

Nei contesti preposizionali si possono sostituire solo espressioni che siano

intensionalmente isomorfe[58] = stessa intensione e stessa struttura

es.: non sono intenzionalmente isomorfi:

        ‘mio suocero è anziano’ – ‘il padre di mia moglie è vecchio’

Invece lo sono:

        ‘il babbo della mia consorte è anziano’ – ‘il padre di mia moglie è vecchio’

 

Secondo Carnap l’isomorfismo intenzionale è ciò che Frege intende per senso:

infatti due espressioni intenzionalmente isomorfe non hanno solo la stessa intensione (cioè lo stesso contenuto nozionale),

ma lo stesso modo particolare di esprimere quel contenuto:

un individuo sa esprimerlo in un modo, ma non in un altro.

Infatti mentre le modalità riguardano ciò che vale in tutte la DS (MMPP), le attitudini preposizionali riguardano il mondo del pensiero di una persona.

Dunque, pur con le sue differenze, il metodo “dell’intensione/estensione” di Carnap arriva a risultati simili a quello “di denominazione” (Sinn/Bedeutung) di Frege.

 

In realtà, Benson Mates ha segnalato che nemmeno l’identità di senso (o isomorfismo intenzionale) è sufficiente a mantenere la sostituibilità in certi contesti[59]:

Per es., potrebbe esser vero che

             ‘Giovanni sa che ‘il padre di mia moglie è vecchio’

ma falso che

             ‘Giovanni sa che il babbo della mia consorte è anziano’

Potrebbe esser vero che  

             ‘Giovanni sa che quell’uomo è un poliziotto’,

ma falso che

             ‘Giovanni sa che quell’uomo è uno sbirro’

(se Giovanni non conosce la sinonimia di ‘moglie’ e ‘consorte’, ‘poliziotto’ e ‘sbirro’).

 Eppure hanno lo stesso senso (sono intenzionalmente isomorfi).

 

Andrea Bonomi ha allora suggerito che  la sostituibilità vale nei contesti di attitudine preposizionale solo per espressioni che siano sinonime (nella nostra terminologia abbiano la stessa intensione) nell’idioletto del soggetto dell’attitudine[60].

 

Anche la sofisticata analisi tecnica condotta da Carnap per mezzo della nozione di descrizione di stato e delle nozioni connesse[61] riproduce sostanzialmente la stessa  dicotomia, esplicando

l’intensione come contenuto informativo comune a quelle espressioni che sono logicamente equivalenti (e quindi, in sostanza, come il contenuto logico dell’espressione, ovvero, quell’informazione che chiunque conosca (fino in fondo) la lingua potrebbe trarre dall’ espressione in via puramente logica),

e

l’estensione come ciò che hanno in comune espressioni equivalenti.

 

Tuttavia Carnap, che costruisce il suo metodo semantico soprattutto ai fini della logica modale e della ricerca sui fondamenti della matematica, ed è molto attento alle implicazioni del problema del nominalismo sulle entità astratte,  impiega questa coppia in modo diverso da quello in cui li impiegheremo qui:

 

(1)              in primo luogo, egli sembra utilizzarli per marcare una contrapposizione tra piano delle entità astratte e piano delle entità concrete, più che una contrapposizione tra piano logico/ideale e piano ontologico, (o del pensiero e della realtà):  la proprietà che un predicato esprime, ad esempio, per lui ne costituisce l’intensione (e si pone quindi sul piano astratto)(con la conseguenza di cui al n. 3 qui sotto), mentre qui la considereremo come la sua denotazione (situandola dunque sul piano ontologico). 

(2)              Inoltre le sue finalità possono esser raggiunte con l’utilizzo di un minor numero di nozioni semantiche (intensione e isomorfismo intensionale (ossia senso) su un piano, ed estensione sull’altro) mentre quelle che qui ci proponiamo (di analizzare il concetto di significato delle espressioni linguistiche) suggeriscono di usare contemporaneamente diverse nozioni per distinguere vari  concetti alternativi (intensione, senso, connotazione, estensione, denominato, designato, ecc.).

(3)              Infine, le sue finalità consentono a  Carnap di considerare a tutti gli effetti equivalenti, e dunque caratterizzate da una medesima estensione ed intensione, espressioni come: ‘(è) rosso’, ‘il (colore) rosso’,  ‘la classe delle cose rosse’, che invece hanno significati ben diversi e quindi non sono affatto equivalenti dal nostro punto di vista[62].

 

Come si è accennato, anche Carnap[63] ha rivolto alla soluzione di Frege tre critiche, che tuttavia non mi paiono corrette: i) moltiplicazione dei nomi:

il senso ha un nome, il quale dunque ha il senso come referente[64], e qualcos’altro come senso; questo qualcos’altro a sua volta ha un nome, il quale ha un’altra cosa come senso, ecc.

 

Ma tale critica è errata: lo stesso problema si ripropone anche per l’ intensione e l’estensione: sia l’una che l’altra avranno un nome, che avrà (oltre all’estensione) un’intensione, e questa avrà un nome, ecc. In effetti, sorge ogni volta che per qualunque motivo costruiamo una gerarchia di metalinguaggi.

(Carnap evita questo problema solo con la già ricordata limitazione delle capacità espressive del linguaggio che egli considera, possibile per i fini che egli si propone, per cui non ammette nomi di intensioni né nomi di estensioni).

 

ii) moltiplicazione di referenti diversi per lo stesso nome:

es.:

John crede che è possibile che Bill  tema che Jane scopra che P

Carnap evidentemente pensa che la clausola relativa ‘che’ funzioni come le virgolette del discorso diretto, ossia

John crede che{è possibile che [Bill  tema che (Jane scopra che «P»)]}

Ma le virgolette del discorso diretto trasformano un’espressione nel suo nome. Per cui se il referente ordinario di ‘P’ è il valore di verità, e nel contesto del ‘che’ più interno (ossia nel contesto «»)  è il suo senso, l’espressione ‘«P»’ è il nome del senso di ‘P’, e ha per riferimento il nome del senso di ‘P’;  l’espressione ‘(Jane scopra che «P»)’ è il nome del nome del senso di ‘P’ (e quindi ha per referente in nome del nome del senso di ‘P’); ecc.

Per cui nel contesto ordinario il referente di ‘P’ è il suo valore di verità, ma nel contesto «» è il senso di ‘P’; nel contesto [] è il senso del nome del senso di ‘P’; nel contesto {}è il senso del nome del senso del nome del senso di ‘P’; ecc.

Ma: nel migliore dei casi questa è sostanzialmente l’obiezione 1. esposta all’inizio: è implausibile che il referente cambi col contesto.

Nel peggiore, è assai dubbia:

primo, perché è dubbio che in questi contesti via via più ampi si possa identificare un referente di ‘P’ autonomo dal contesto, come se fosse scritto direttamente: «P», («P»),  [(«P»)], {[(«P»)]}, ecc.

Secondo, perché anche se così fosse, questi diversi referenti non sono tutti referenti di ‘P’, ma appunto di espressioni diverse, ossia rispettivamente di «P», («P»),  [(«P»)], {[(«P»)]}, ecc.

                Nulla, in sostanza, vieta di pensare che i possibili referenti di un’espressione siano solo due: quello ordinario, nei contesti diretti, e il suo senso, in tutti i contesti obliqui e modali.

 

iii) Anche nella stessa occorrenza:

John sa che P:  due nominata diversi nella stessa occorrenza

(infatti = John crede che P,  e P)

(in realtà, sono due occorrenze diverse. Quindi nemmeno quest’obiezione pare corretta )

 

(b) Soluzione di Carnap:

 

intensione vs. estensione

 

sempre le stesse in tutte le occorrenze e i contesti;

solo, la sostituibilità salva veritate richiede

f)        identità di estensione in contesti diretti,

g)        -identità di intensione in contesti obliqui o modali

(per il motivo visto sopra: in contesti obliqui si parla di pensieri, non di cose)

 

(N.B.: funziona lo stesso se intendiamo ‘intensione’ e ‘estensione’ non alla Carnap,  come astratto/concreto, ma nel ns. modo, come  concetto del referente/referente)

 

Per le critiche (1) e (2) sopra esposte alla soluzione di Frege, questa soluzione si direbbe da preferirsi a quella.

Anch’essa ha però un difetto: in essa il valore di verità è normalmente funzione dei referenti, mentre  nei contesti obliqui e modali diventa funzione delle intensioni.

Essa perciò costringe ad abbandonare il principio semplice, generale, e anche intuitivamente plausibile che  il VdV è sempre funzione dei referenti, sostituendolo con due principi diversi

(e lasciando così anche il dubbio che magari in altri contesti non valgano altri principi ancora diversi).

Quindi: per Frege il VdV è sempre funzione del referente, ma questo cambia col contesto; per Carnap il referente è sempre identico, ma il VdV è funzione talora del referente, talora dell’intensione.

Vedremo più oltre (parlando del valore di verità degli enunciati vuoti) una terza soluzione che sembra meglio conciliare tutte le esigenze che sorgono in questi casi: il referente è sempre identico, e il VdV è funzione sempre dello stesso argomento, che però non è il referente ma l’intensione

Come si è detto, Carnap è consapevole che la coppia Sinn - Bedeutung di Frege è diversa dalla propria intensione-estensione:

1) il Bedeutung varia nei contesti obliqui, l’estensione no

2) la nozione di senso è più stretta di quella di intensione,

e infatti (come già detto sopra) non sempre basta l’identità di intensione, talora serve quella più forte di senso

In alcuni passi, Carnap sembra che non ne veda altre, e infatti sostiene che le due coppie finiscono per coincidere nei contesti diretti.

 

TIPOLOGIE DI NOZIONE (E DI REFERENTE)

Siamo ora in grado di cogliere meglio le differenze tra le varie tipologie di nozione (le varie sfumature del “modo di indicare il referente”, differenze che possono giustificare l’uso di una terminologia differenziata

(In seguito analizzeremo anche le diverse tipologie di referente per i diversi tipi di espressione).

 

Termini

con  uguale

NOZIONE

RefereNte

Contenuto cognitivo

Contenuto logico

Il papà di mia

moglie                nove

Connotazione

 

 

 

Senso

 

 

Comprensione

 

 

 

 

Intensione

 

 

 

 

 

 

 

Il babbo di mia

moglie         

 nine,      9

Il padre della  mia coniuge              neun

 

Mio suocero

Il numero dopo l’otto

 

 

Il nonno paterno dei miei figli                      3×√(16:4)+3

 

 

 

L’ex capo tecnico della SFIR      

    Il numero dei pianeti

 

 

 

 

Carlo

Nessuna?

Nessuno?

Nessuna?

Nessuna?

 

 

D’altra parte, a causa delle ambiguità del linguaggio ordinario

(che Frege ipotizza di eliminare)

ci sono anche termini con diverse nozioni: ma in tal caso hanno diversi referenti:

 

es.: bachelor:       - baccelliere – insieme dei baccelliere

                                               - scapolo – insieme degli scapoli

Venere:                         - la dea

                                       - il pianeta

 

1) Anzitutto osserviamo la particolare relazione che (in genere) sussiste tra nozione e referente:

 

-  la nozione è logicamente, informativamente + forte del referente,

- la nozione determina il referente e non viceversa, il referente è funzione (relazione molti-uno) della nozione  e non viceversa:

cioè:

lo stesso referente può essere indicato in modi diversi, identificato con nozioni diverse (o così si direbbe: v. Kripke, non sempre è così)

 

2) Inoltre:

la stessa espressione esprime contemporaneamente diversi livelli di nozioni, più o meno forti  

Usiamo le varie denominazioni usualmente impiegate quasi come sinonimi per evidenziare diverse nozioni, di forza crescente, nell’ambito della dimensione nozionale:

referente → intensione → comprensione → senso → connotazione

 

(I)

Il presidente del consiglio italiano - l’ex presidente dell’IRI e della Commissione europea:

identico referente ma contenuto informativo completamente diverso:

= referente, ≠ intensione

 

(II)

9 - Ö 81 - quadrato di 3 - [2+½ √3 (1/3∙24)]x 3

Mio suocero - colui che sarebbe mio padre se mia moglie fosse mia sorella - nonno materno dei miei (eventuali) figli;

 

hanno la stessa intensione  (nel senso di Carnap)

(contenuto informativo esplicito o implicito dell’espressione)

(contenuto informativo dell’espressione in base alle sole convenzioni linguistiche, a prescindere da conoscenze fattuali, quell’informazione che chiunque conosca (fino in fondo) la lingua potrebbe trarre dall’ espressione in via puramente logica).

 

Abbiamo già veduto la caratterizzazione rigorosa dell’intensione data da Carnap: hanno la stessa intensione gli enunciati che sono veri esattamente negli stessi mondi possibili

 

Ma hanno significati diversi:

il contenuto informativo è “dato” in modi diversi (Frege),

si ricava attraverso percorsi intellettuali diversi,

utilizzando concetti diversi

Così diversi che qualcuno che conosca la lingua ma sia lento o incapace a ragionare o non conosce la logica potrebbe non immediatamente capire che indicano lo stesso oggetto[65].

Diciamo allora che hanno lo stesso referente e la stessa intensione, ma una diversa comprensione.

 

(III) Invece:

mio suocero - il padre di mia moglie;

‘prostituta’ - donna da marciapiedi’ - ‘donna che offre sesso a pagamento’

 

offrono immediatamente la medesima informazione a chiunque conosca le definizioni e le convenzioni linguistiche, anche senza uso della logica:

Col termine ‘comprensione’ indichiamo dunque una proprietà più forte dell’intensione, che tali espressioni hanno in comune;

diremo dunque che esse hanno (non solo la stessa estensione, la stessa intensione, ma anche) la stessa comprensione,

Tuttavia queste espressioni esprimono la loro comune comprensione (e anche intensione  e referente) in modi diversi, con espressioni di struttura diversa che richiamano concetti diversi. Diciamo allora che hanno, nell’accezione di Frege, un diverso senso (cioè, un diverso modo di “dare” il referente, l’intensione e la comprensione)

 

(IV) In cosa consiste esattamente allora avere lo stesso senso?

Se desideriamo precisare l’uso di questo concetto rispetto a quello in parte vago fattone da Frege, possiamo accettare convenzionalmente  la proposta di Carnap[66]:

avere lo stesso senso è essere intensionalmente isomorfi: avere la stessa struttura con componenti di uguale intensione.

Es.:  il padre della mia sposa; il babbo di mia moglie

 

(V) Tuttavia se diciamo:

- prostituta - puttana

- poliziotto - sbirro

questi hanno (la stessa estensione, intensione, comprensione, e senso) ma un significato leggermente diverso, sul piano logico, in quanto espressioni che esprimono contenuti (o “connotati” emotivi diversi (Frege: hanno un “colore” (dummett: tono) diverso). Potremmo dunque utilizzare il termine ‘connotazione’, che nel linguaggio comune è spesso usato in tal modo, per indicare ciò in cui differisce il significato di espressioni che non differisce per estensione, intensione, né comprensione.

 

possiamo concludere che esiste una gerarchia:

 

connotazione → senso → comprensione → intensione → referente

in cui ogni elemento precedente determina i seguenti, ma non viceversa

(cioè: se ha = connotazione ha anche = senso, ma non viceversa. Ecc.)

 

I concetti semantici di questa gerarchia si applicano a tutti i tipi di espressione, che possiamo raggruppare in:  espressioni individuali ( nomi propri o descrizioni definite), espressioni universali (nomi comuni, predicati, descrizioni indefinite), enunciati.

 

Lasciamo per il momento in sospeso una questione dibattuta di cui ci occuperemo più oltre: se i nomi propri abbiano intensione/comprensione/senso/ connotazione oppure solo referente.

 



Espressioni con lo stesso

Espressioni individuali*

Espressioni universali**

enunciati

Referente

Carlo – mio suocero

Suocero – padre della moglie

Carlo è gioviale - Mio suocero è gioviale

Intensione

(commutabili per sviluppo logico)

Il padre di mia moglie

Il nonno materno dei miei (eventuali) figli

padre della propria moglie

nonno materno dei propri (eventuali) figli

Il padre di mia moglie è gioviale / Il nonno materno dei miei (eventuali) figli è gioviale

Comprensione

(commutabili per so-stituzione di sinonimi)

Mio suocero

Il padre di mia moglie

Suocero

Padre della propria moglie

Mio suocero è gioviale

Il padre di mia moglie è gioviale

Senso

(commutabili per isomorfismo intenzionale)

Il padre di mia moglie / Il padre della mia sposa

 

Padre di mia moglie

Padre della mia sposa

Il padre di mia moglie è gioviale

Il padre della mia sposa è gioviale

Il poliziotto che mi ha arrestato/ lo sbirro che mi ha pizzicato

 Poliziotto / sbirro

arrestare/ pizzicato

Il poliziotto che mi ha arrestato/ lo sbirro che mi ha pizzicato

Connotazione

(commutabili per sostituzione di sinonimi di = colore)

 

Sbirro / piedipiatti

Lo sbirro che mi ha pizzicato / Il piedipiatti che mi ha pizzicato

 

*Espressioni individuali: si applicano a 1 solo individuo (per volta): nomi propri; descrizioni definite; deittici (io; tu; questo; qui …)

**Espressioni universali: si applicano a molti individui contemporaneamente: nomi comuni, aggettivi, verbi, relazioni, descrizioni indefinite

N.B.: L’intensione è

- un concetto individuale per i designatori particolari,

- un concetto universale (il concetto di una proprietà o un genere)[67] per le espressioni universali

- un pensiero o giudizio o proposizione per gli enunciati. (Se volessimo ulteriormente sfruttare le risorse terminologiche disponibili stipulando per esse nuovi sensi tecnici, potremmo forse chiamare l’intensione di un enunciato ‘proposizione’, la sua comprensione ‘giudizio’, il suo senso ‘pensiero’[68], la sua connotazione ‘….’?)

Esempi.

 

Invece

comprensione/senso/connotazione sono piuttosto modi di esprimere un certo concetto o giudizio

 

infine

3)

DIMENSIONE REFERENZIALE

 

Osserveremo ora che anche sul versante referenziale le varie coppie non sono del tutto sovrapponibili, ossia che referente, denotazione/denotato, estensione, ecc. non sono esattamente la stessa cosa, e in più, che non ogni tipo di espressione possiede tutti questi elementi.

 

Contrariamente alla dottrina di Frege secondo cui il riferimento è sempre una relazione nome-nominato, le cose non stanno così (vedi anche Dummett 1973, 409 sgg e altrove)

 

Controparte ontologica in generale: il referente

 

1) Nomi propri

Ovviamente i nomi propri hanno come referente

(se ne hanno affatto: parrebbe infatti che non sempre ne abbiano: per esempio, parrebbe che ‘Pegaso’ non stia per alcunché. Ma riprenderemo in seguito questo problema)

 l’oggetto di cui sono il nome, ossia che essi denominano: essi hanno dunque un nominato: vale a dire un referente unico, che viene posto nella frase in posizione di soggetto o di complemento oggetto.

I nomi propri non sono solo quelli di persona, di luogo e simili, ma anche quelli che denominano unicamente: di proprietà, di genere, di classe, ecc. (‘il rosso’, ‘l’uomo’, la classe dei cavalli’ …).

             Se per estensione intendiamo, come si è detto sopra, la classe di cose a cui un’espressione si applica, i nomi propri hanno pure (per quanto in senso un po’ banale) un’estensione, costituita da un singolo elemento. Possiamo dunque parlare del referente, del nominato o dell’estensione di un nome proprio.

 L’intensione (posto che vi sia, una questione che abbiamo rimandato a più avanti), come si è detto, è un concetto universale

             Tuttavia è chiaro che non tutti i tipi di espressioni denominano e hanno denominati. Perciò è difficile accettare l’identificazione fatta da Carnap del Bedeutung fregeano col nominato, in quanto il concetto di Bedeutung (letteralmente: significato) è un concetto assai generico, che Frege intende come  appartenente ad ogni genere di espressione (nomi, predicati, enunciati, ecc.)[69]. Esso sarà dunque più naturalmente identificabile col referente (che qui intendiamo come concetto generale per ogni correlato di tipo ontologico).

 

2) Aggettivi e verbi

Non hanno un denominato, ma un’estensione: Es.: ‘rosso’ in ‘il fuoco è rosso’ non denomina alcunché. Tuttavia si applica, è vero di, o si estende a,  (l’insieme di) tutte le cose rosse, che possiamo dunque chiamare la sua estensione.

 (Naturalmente non bisogna confondere l’aggettivo ‘rosso’ (es in ‘il fuoco è rosso’) con il nome proprio di colore ‘il rosso’ (es. in ‘il rosso mi piace’). Il secondo ovviamente possiede un nominato, il colore o proprietà rosso, il primo no).

(Se insistessimo a  voler attribuire un nominato all’aggettivo ‘rosso’, questo sarebbe la proprietà (il colore) rosso, e quindi

- coinciderebbe con il nominatum di un altro termine: il nome corrispondente (‘[il] rosso’), e sarebbe un doppione;

- e comunque, sarebbe diverso dall’estensione: il nominato sarebbe una proprietà, e l’estensione invece un insieme di oggetti: ciò conferma che nominatum ed estensione sono concetti diversi).

(Carnap[70] segnala che se ai termini generali vogliamo assegnare un nominato, è incerto se esso debba essere una classe o una proprietà. Egli invece propone di considerare la classe come estensione, e la proprietà come intensione (proprio perché, come si è detto, con la distinzione intensione/estensione egli ha in realtà di mira la distinzione entità astratte/concrete), e questo è un altro motivo per cui la coppia Sinn-Bedeutung, che egli interpreta come senso-nominato, sarebbe diversa dalla coppia intensione/estensione. Di fatto, credo, questa interpretazione di Carnap non è esatta (per il motivo detto al precedente § 1), ma resta vero che il concetto di denominazione è inappropriato a questo genere di espressioni).

L’aggettivo ‘rosso’ ha comunque qualcosa a che fare con quella proprietà che è il colore rosso, nel senso che è quella che l’aggettivo attribuisce al soggetto, essa è dunque in qualche modo un suo referente, pur non essendo il suo denominato. Potremmo forse usare per questo tipo di riferimento il concetto di denotazione, e dire che la proprietà è il suo denotato.

Un aggettivo o un verbo hanno dunque due distinti referenti: un’estensione e un denotato. L’intensione, come si è detto, è un concetto universale, il concetto del loro denotato.

(Potrebbe sorgere il sospetto che una proprietà e il suo concetto siano la stessa cosa, ma così non è: un oggetto è reso visibile dal colore che esso possiede, non dal concetto di tale colore)

 

Espressione

Corrispettivo sul piano logico

Corrispettivo  sul piano ontologico

Nome proprio : ‘il rosso’

concetto del colore rosso

Il colore rosso: è un nominato

Aggettivo: ‘[è] rosso’

Concetto del colore rosso.  Coincide con l’intensione del nome

-Tutte le cose rosse: è un’estensione

- il colore rosso: è un denotato. Coincide col nominato del nome

Nome proprio: ‘insieme delle cose rosse’

Il concetto di insieme delle cose rosse

L’insieme delle cose rosse: è un nominato

Forse non meraviglia che l’intensione dell’aggettivo coincida con l’intensione del corrispondente nome, e il suo denotato con il nominato di esso:  dopo tutto, essi sono comunque espressi dallo stesso termine.

 

Tutto ciò vale anche per i

3)       nomi comuni:

 

Un nome comune come ‘cavallo’ può essere usato come predicato, come ‘rosso’, (l’unica differenza è che necessita dell’articolo) ma anche come soggetto, (sempre con l’aiuto dell’articolo, oppure anche di aggettivi, come ‘questo’ ecc. Questo potrebbe far pensare che mentre nella funzione di predicato il nome comune non denomina nulla

 

(per es., in:

1.‘Ribot è un cavallo’

‘Ribot’ denomina, ma ‘cavallo’ no,

 

possa denominare almeno quando sta nella funzione di soggetto, come in 

 

2.‘I cavalli sono quadrupedi’

3.‘Laggiù c’è un cavallo’

 

Si potrebbe  suggerire:

- in 2. denomina i singoli cavalli. Ma non è possibile, perché tale nome non distinguerebbe l’uno dall’altro, mentre un nome deve denominare in maniera univoca.

Oppure:

- denomina la classe dei cavalli, ossia, nominatum ed estensione coincidono.

Ma è un’approssimazione abbastanza grossolana: 

1. non dice che Ribot è la classe dei cavalli, né 2. che la classe dei cavalli è un quadrupede.

 

h)                   Certo, si possono parafrasare:

1’. Ribot appartiene alla classe dei cavalli;

2’. la classe dei cavalli è una sottoclasse dei quella dei quadrupedi;

3’. laggiù c’è un membro della classe dei cavalli;

 

i)                     O forse meglio:

1’’. Ribot appartiene al genere dei cavalli;

2’’. gli appartenenti al genere dei cavalli sono quadrupedi;

3’’. laggiù c’è un appartenente al genere dei cavalli;

 

( - genere vuol dire la stessa cosa di classe?

No, classe è solo un insieme di elementi, genere non è tanto un particolare insieme di elementi, quanto l’insieme di tutti gli elementi contraddistinti da certe caratteristiche in quanto contraddistinti da esse. In questo senso il nominatum di ‘cavallo’ sarebbe qualcosa tra la sua estensione (la classe dei cavalli) e la sua intensione (l’insieme delle caratteristiche distintive dei cavalli). ).

 

In ogni caso si vede che 1’’, 2’’, 3’’. non esprimono la stessa idea di 1., 2., 3.: hanno la stessa intensione, ma non lo stesso senso[71].

Infatti:

- il genere dei cavalli è il nominatum dell’espressione ‘il genere dei cavalli’,

- la classe dei cavalli è il nominatum dell’espressione ‘la classe dei cavalli’,

 

mentre ‘cavallo’ è un termine che non denomina affatto, ma ha per estensione i

cavalli,

 

NB: In

4.‘Il cavallo è un mammifero’

‘il cavallo’ ha funzione di nome proprio di genere, non più di nome comune, e quindi ha come nominato il genere dei cavalli.

 

DUNQUE:

quando il nome comune ‘cavallo’ è usato come predicato, si comporta proprio come ‘rosso’, e possiamo creare una tabella analoga, confrontandolo coi rispettivi nomi proprio del corrispondente genere e della corrispondente classe:

 

Espressione

Piano logico

Piano ontologico

Nome proprio: ‘il cavallo’

es.: ‘il cavallo è un mammifero’

concetto del genere cavallo

Il genere cavallo: è un nominato

Nome comune: ‘cavallo’

(usato come predicato: es.: ‘questo è un cavallo’)

Concetto di cavallo (= insieme dei concetti delle proprietà essenziali)  E’ imparentato ma non coincide con il concetto del nome proprio: il genere non è l’insieme delle proprietà essenziali,  ma  l’insieme degli individui in quanto contraddistinto dalle proprietà essenziali)

- Tutti i cavalli: è un’estensione

- proprietà (= insieme delle proprietà essenziali): è un denotato. E’ imparentato ma non coincide con il nominato del nome proprio: il genere non è l’insieme delle proprietà essenziali,  ma  l’insieme degli individui in quanto contraddistinto dalle proprietà essenziali)

Nome proprio: ‘insieme dei cavalli’

Il concetto di insieme dei cavalli

L’insieme dei cavalli: è un nominato

 

A differenza di aggettivi e verbi, però, i nomi comuni possono essere usati anche come soggetto, pur senza diventare nome del genere.

In tal caso

A seconda dei suoi diversi usi viene a riferirsi, volta a volta diversi oggetti:

j)                un singolo animale, anche se non ben identificato[72] (‘laggiù c’è un cavallo’),

k)              tutti e ciascuno i singoli cavalli (che è qualcosa di diverso dalla classe dei cavalli) (‘i cavalli sono mammiferi’), pur senza distinguerli l’uno dall’altro come farebbe un nome proprio

l)                un singolo animale ben identificato: ‘questo cavallo’; il cavallo [di cui parliamo] è bello

 

Se dico ‘Baiano è un cavallo della mia scuderia’, ‘cavallo’ sta in posizione di soggetto, non predicato, in quanto è come se dicessi:

‘Baiano è identico con un certo cavallo della mia scuderia’,

e anche qui designa un ben preciso animale (che però muta da un uso all’altro).

 

Possiamo chiamare ‘designare’ questo riferirsi volta a volta a oggetti particolari diversi,  e dunque possiamo distinguere tre tipi di referente che i nomi comuni possono avere, chiamandoli  l’estensione, il denotato (quando usati come soggetto) e il designato (quando usati come predicato).

 

anche

4)            deittici

(pronomi come ‘io’, ‘tu’, ‘noi’, ‘questo’, ‘quelli’ … e avverbi come ‘ora’, ‘qui’, ‘talora’, ecc.)

hanno un designato. Essi non hanno propriamente estensione, in quanto potenzialmente si applicano a tutto, e volta a volta a un solo individuo o classe.

(forse alcuni di essi hanno un denotato (es.: quelli: la proprietà di essere numerosi e lontani da chi parla) (?)

 

(N.B.: pronomi come quelli possessivi (il mio, ) e altri non designano alcunché, in quanto in realtà sono anafore, da un punto di vista logico aggettivi col sostantivo sottinteso, e ciò che designa è la descrizione risultante)

 

5) descrizioni

Descrizioni definite: ‘il decimo pianeta del sistema solare’

Ha un denotato (la proprietà di essere il decimo pianeta del s. solare) un’estensione (di 1 o 0 membri) e forse (se esiste) un referente che non è né un nominato né un designato, perché non cambia da un contesto all’altro.

Altre descrizioni definite (quelle composte con deittici) hanno invece il designato:

‘il più bel cavallo di questa scuderia’

In effetti, il designato si ha sempre con quelle particelle ‘funzionali’ che sono i deittici e l’articolo indeterminativo)

Descrizioni indefinite: ‘un cavallo marrone veloce’: ha:

- denotato (la proprietà di essere cavallo, marrone e veloce)

- estensione (la classe dei cavalli marroni veloci)

- designato (quando è usato come soggetto o complemento: ‘un cavallo marrone veloce venne verso di me’; ‘mi fu dato un cavallo marrone veloce’)

 

6) Enunciati:

 

Si potrebbe suggerire  che denominano un fatto, ma non è così: 

 

il nome non solo è ciò che si riferisce univocamente a un singolo oggetto,

ma anche ciò che lo rappresenta in posizione di soggetto nella predicazione.

 

Invece non dico: “il fuoco è rosso è una fortuna”, come “Giovanni è alto”. Tutt’al più posso trasformare l’enunciato in nome (nome di fatto) con il che, e così permettergli di ottenere un nominato: “che il fuoco sia rosso è una fortuna”.

 

D’altra parte l’enunciato non  ha estensione (oggetti di cui è vero o a cui si applica, in quanto è vero di tutto o di niente, e si applica a tutto o niente)

né designati (oggetti cui si applica volta a volta contingentemente, nell’ambito di una più vasta estensione)

né denotati (proprietà che attribuisce: sono semmai i suoi componenti (nomi, predicati, descrizioni) che svolgono tali funzioni e hanno tali tipi di referente.

 

Frege sostiene che ha un Bedeutung (che Carnap interpreta come nominato, ma dovrebbe esser interpretato più genericamente come un referente),

e che questo è il suo valore di verità,  in quanto:

 

(a) Frege: Principio di composizionalità:

il significato (senso / Bedeutung) dell’enunciato è funzione del significato (senso / Bedeutung) delle sue parti.

Es.:       L’insegnante di logica è magro

             Il docente di logica è magro                                      

Se due enunciati sono composti da termini che hanno lo stesso senso, anche essi hanno lo stesso senso (esprimono lo stesso “pensiero”)

Lo stesso sarà per il Bedeutung!

 

Inoltre

(b) Osserviamo che il valore di verità di un enunciato è funzione dei referenti (nominati, estensioni, designati …) dei suoi componenti:

Es.:

una frase vera resta tale fin che cambio i suoi termini con altri di ≠ intensione, senso, ecc., ma di = referente.

Cessa di esserlo se li sostituisco con altri di referente ≠:

 

Il Monte Bianco                                                                                     è alto 4810 m.         Vero

Le Mont Blanc                                                                                                                                  V

Il Monte chiamato un tempo in Savoia ‘Mont Maudit’                                       V

Il monte più alto d’Europa                                                                                                V

Il Monte Rosa                                                                                                                                   Falso

 

Pertanto

(c) si può considerare il valore di verità come il referente dell’enunciato.

 

(In più: Se c’è qualcosa di cui si può dire che l’enunciato sia vero, e quindi che sia la sua estensione, è il mondo.

Se è falso, non è vero di nulla, quindi la sua estensione è il nulla;

→ l’estensione dell’enunciato può essere il tutto o il nulla: e ciò non differisce molto dal dire che è il vero o il falso).

 

(d) Anche Carnap attribuisce un’estensione all’enunciato, identificandola col valore di verità, in quanto definisce l’estensione come ciò che enunciati equivalenti (ossia di uguale valore di verità) hanno in comune[73].

 

Tuttavia questa scelta ha per conseguenza un serio

 

Paradosso: tutti gli enunciati veri hanno lo stesso referente, idem quelli falsi.

 

Questo è paradossale, ovviamente, in quanto risulta immediatamente chiaro che enunciati diversi ma ugualmente veri come

- ‘Bologna è in Emilia’

- ‘La zucchero è dolce’

Descrivono (e dunque hanno come corrispettivi ontologici, si riferiscono ad) aspetti di realtà molto diversi.

 

Il modo più plausibile di caratterizzare questi specifici referenti di enunciati diversi è di identificarli coi fatti.

            

Per quanto la nozione di fatto sollevi alcuni seri problemi filosofici, e per questo sia stata rigettata da alcuni, tali problemi non sono necessariamente insolubili (come si è visto sopra discutendo la teoria referenziale del significato).

In sintesi:

m) enunciati falsi: sono privi di referente, come i nomi vuoti[74]

n)  enunciati negativi: o si ammettono fatti negativi, o li si interpretano come l’asserzione della falsità del corrispondente enunciato affermativo

o)  i fatti anche solo su questo tavolo sono infiniti: si, ma anche tutti gli oggetti astratti hanno tale caratteristica, eppure non sono eliminabili

p)  fatti come doppione delle proposizioni. Si, per forza: infatti …. Ma hanno potere causale, le proposizioni no.

Infatti, per quanto non abbiamo qui lo spazio di approfondire tale discussione, da molti filosofi l’appello ai fatti è considerato del tutto legittimo.

 

N:B:  la conclusione (c) del ragionamento di Frege non è obbligata (fallacia dell’affermazione del conseguente): 

il valore di verità di un enunciato non è l’unica cosa che sia funzione dei referenti dei suoi componenti: anche il fatto descritto lo è: ad es.,

- Il Monte Bianco è alto 4810 m.

- Il monte più alto d’Europa è alto 4810 m.

descrivono lo stesso fatto.

(si tratta della fallacia dell’affermazione del conseguente)

 

Ovviamente, il fatto non è né il nominato né il designato né l’estensione dell’enunciato: potremmo chiamarlo il contenuto di esso, o semplicemente indicarlo genericamente come il suo referente specifico.

Si può allora anche mantenere l’idea del valore di verità come estensione, ma tenendo presente che l’estensione non è il più specifico referente possibile per un enunciato.

 

In sintesi

Non tutti i tipi di espressione hanno gli stessi tipi di referente:

 

I nomi propri hanno un nominato:  un oggetto a cui il termine si riferisce in esclusiva e  che rappresenta l’oggetto come soggetto o complemento nella predicazione

 

Le espressioni universali (aggettivi, verbi, nomi comuni) hanno

(a) un’estensione: una classe di  oggetti dei quali[75] il termine è vero o si applica, 

(b) un denotato: una proprietà o genere che essi assegnano al soggetto di cui sono predicati, e

(c) un designato (lo specifico oggetto a cui l’espressione si applica nel contesto, contingentemente: es.: questo o quello specifico cavallo. Lo hanno però solo i nomi comuni, poiché solo essi si possono accompagnare con deittici o articoli indeterminativi)

 

 

Anche le descrizioni indefinite hanno estensione, denotato e designato; Le descrizioni definite hanno estensione, denotato e un referente che è una via di mezzo tra nominato e designato; i deittci hanno un designato, ma né estensione né denotato.

 

Gli enunciati hanno un contenuto (il fatto che essi asseriscono o descrivono – non che denominano né designano!), e in più una sorta di estensione: il valore di verità.

 

 

Dunque Carnap, mentre in Testability and Meaning (1936) ha “liberalizzato” o superato il verificazionismo stretto del primo neopositivismo, in Meaning and Necessity  (1947) ha formalizzato con precisione la nozione chiave di significato e analiticità richiesta dall’epistemologia del neopositivismo. A questa nozione obietta però Quine.

 

W.V.O. QUINE (1908-2000)

Allievo di Carnap, ma influenzato anche dal pragmatismo americano. Filosofo della scienza e della logica, come filosofo del linguaggio è forse il più influente del Novecento a parte Frege, Russell Wittgenstein. Ma a differenza di loro ha operato fino alla fine del secolo. Sicuramente, dunque il più influente della seconda metà del secolo.

 

Come si è visto, Carnap definisce le intensioni in base alle DS possibili. Ma quali DS siano possibili dipende da un lato dalla logica (impossibili le contraddizioni) e dall’altro dai postulati di significato[76] (impossibili DS che violano i postulati di significato, ossia che contraddicono enunciati analitici). In sostanza, dunque, l’idea di fondo è che siano i postulati di significato a fissare le intensioni, e dunque gli enunciati analitici. In sostanza, tali postulati sarebbero le definizioni che noi diamo dei termini del linguaggio, fissandone le intensioni. Ad esempio, uno di tali postulati può essere quello che definisce ‘scapolo’ come ‘maschio adulto non sposato’. Ciò posto, che tutti gli scapoli siano maschi, o che tutti gli scapoli siano non sposati, diventa vero per definizione, o vero in base ai soli significati delle parole, cioè analitico. Tutte le verità non fissate dai postulati di significato saranno invece sintetiche.

 

        Ma Quine sostiene che la nozione di analiticità non può esser definita chiarita in modo soddisfacente, e dunque ((è priva di senso)) e pertanto la distinzione analitico-sintetico non esiste o non ha senso((come il quadrato rotondo, o altre nozioni dichiarate prive di senso al modo dei neopositivisti))

 

“Due dogmi dell’empirismo”

§ 1

Analitico = vero in virtù del significato

Significato

- non è il denotato

- è l’essenza (Aristotele) o intensione (Carnap).

- Ma sono entità oscure, possiamo abbandonarle:  non dimostrato!

- Quel che possiamo voler dire sui significati si riduce a: aver lo stesso significato, esser vero in virtù del significato [e esser significante !]

 

Analitico = verità logica (=vera in tute le DS) + verità logiche con sostituzione di sinonimi

 

(( Ma che significa sinonimo? – ha lo stesso significato – può esser sostituito salva analiticità.

3 nozioni interdefinibili! ))

 

§ 2

Analitico = vero per definzione. Ma:

i)  definizioni lessicali e definizioni esplicative: si basano si sinonimie preesistenti → non chiariscono la sinonimia

ii) definzione stipulativi (introduzione di nuovi termini) : si, è un caso di sinonimia

[e allora? Perché non potremmo considerare tutti gli esempi standard come derivanti da un antecedente stipulazione ? es. scapolo = m.a.n.s.: adesso è def. lessicale, ma un tempo fu stipulativi!]

§ 3

Sinonimo = sostituibile salva veritate

- no: Tutti gli animali con cuore sono animali con cuore /// animali con rene

- OK solo con: Necessariamente Tutti gli animali con cuore sono animali con cuore

(cfr: tutti gli scapoli sono scapoli /m.a.n.s.)

Ma: non possiamo tollerare un termine come “necessariamanente”:

((è oscuro, metafisico; oppure definibile tramite ‘analitico’  → siamo daccapo))

- 4° termine interdefinibile!

 

§ 4

Analitico = fissato come analitico dalle regole semantiche

- circolare!

Analitico = fissato come vero dalle regole semantiche

- ma che significa ‘regole semantiche’? Che cosa distingue alcune regole di L come semantiche? Che cosa distingue alcune verità di L come analitiche? Es.: cosa distingue alcune verità della geometria come postulati? 5° termine interdefinibile!

 

Es.: ‘Tutti i cigni sono bianchi’ è vero (chi lo negasse non capirebbe il significato di ‘neve’) ‘Nessuno scapolo è sposato’: idem: che differenza c’è? Come fai a dire che la prima è sintetica, la seconda analitica?

No! Le regole semantiche sono le uniche che fissano la verità di certi enunciati. ‘Tutti i cigni sono bianchi’ potrebbe risultare falso (lo è risultato!). Oppure posso decidere che non lo diventi mai, allora è analitico!

 

Alla domanda: Che cosa distingue alcune verità di L come analitiche? Si potrebbe rispondere: l’esser parte di una lista che ha come titolo “regole semantiche di L”

- ma questo significa definire “analitico-per-L”, non “analitico per L” con L variabile: ossia: si continua a non spiegare che significa ‘analitico’

Ogni enunciato (“Bruto uccise Cesare”) è vero tanto per il linguaggio quanto per la realtà. Ma ciò non significa che sia possibile isolare due componenti di tale verità, una fattuale e una linguistica.

 

§ 5

Neopositivismo: Significato = metodo di verifica

Sinonimo = ha lo stesso metodo di verifica

- presuppone il riduzionismo (II dogma):

(a) radicale: riducibile a dati sensoriali: tentato da Carnap e fallito

(b) attenuato: a ogni asserto corrisponde un unico campo di eventi sensoriali ciascuno dei quali ne aumenterebbe la probabilità (e viceversa per diminuirebbe): che un asserto possa esser confermato o smentito in isolamento:

→ Analitico = confermato data qualunque esperienza

 

Ma il II dogma è falso! L’unità di significato empirico non è l’enunciato (Frege), ma l’intera scienza):

 

in qualunque condizione osservabile un enunciato dato può essere ritenuto o vero o falso, a seconda degli altri enunciati ritenuti veri (tesi Duhem-quine) non esistono condizioni ben definite di verificazione per un enunciato (“Due dogmi dell’empirismo”, §§ 5-6).

 

Ne segue l’olismo semantico: il significato di ogni enunciato è indistricabilmente connesso a quello di ogni altro.

 

Es.: “tutti i cigni sono bianchi”

Significato = Cd verificazione: tutte le condizioni in cui si vede un cigno bianco, si sente riferire di un cigno bianco, ecc.

Escluse: tutte le situazioni in cui vedo un cigno nero, si riferisce di un cigno nero, ecc.

Invece: tali situazioni sono compatibili con l’enunciato (rientrano nelle sue cd verifica)  se credo che:

-         quel certo animale nero non è in realtà un cigno

-         è un falso, artificiale

-         sto avendo un’allucinzione

-         il cigno è stato dipinto

-         ecc.

Esempi scientifici:

Tesi Duhem: es.:

Newton: ipotesi corpuscolare (+ altre ipotesi sull’interazione tra corpuscoli e mezzi) → Indice di rifrazione = V2/V1 . Arago: → + veloce nell’acqua che nell’aria

Foucoult: smentita sperimentale. Ma non smentisce l’ipotesi corpuscolare!

 

Legge di gravità:

l’orbita anomala O di un pianeta è una delle condizioni di falsificzione

i) se ammetto un nuovo pianeta P  O non falsifica più, diventa condizione di verificazione

ii)                Falsificatore di P: mancata osservazione

iii)              No se postulo una nube di polveri …

 

Quine: qualunque enunciato si può falsificare o salvare a oltranza data qualunque esperienza!

 

In pratica, qualunque situazione osservabile può rientrare nelle cd verificazione:

allora l’enunciato significherebbe tutto o nulla:

la concezione verificazionistica del significato si svuota.

 

→ Non ha senso considerarne alcuni sintetici (= falsificabili) e altri analitici (=non falsificabili)

 

Ma si può rispondere: 

è vero, potenzialmente ogni condizione osservabile è una condizione in cui potrei accettare un dato enunciato,

ma non ogni condizione osservabile di fatto è una condizione in cui accetto quell’enunciato: dipende dalle credenze collaterali che di fatto ho.

In altri termini, poiché il ritenere vero o meno un enunciato dipende anche dalle altre mie credenze, possiamo ricostruire il significato verificazionisticamente relativizzando le condizioni di verificazione alle credenze collaterali: il significato non sarà un insieme di possibili osservazioni, ma un insieme di insiemi di possibili osservazioni: l’insieme delle possibili osservazioni che lo verificano dato un certo insieme di altre credenze, quello delle osservazioni che lo verificano dato un diverso insieme di altre credenze, ecc.

 

(in altri termini,  il significato non è più un insieme di condizioni osservabili, ma una funzione dalle credenze di sfondo a insiemi di condizioni osservabili)

 

In altri termini, il contenuto di un enunciato è proprio ciò che fa sì che io sia portato a ritenerlo vero in certe condizioni osservabili, dato un certo insieme di altre credenze; in altre condizioni osservabili, dato un diverso insieme di altre credenze; ecc.

L’importante è che un enunciato ha significato se, dato qualunque insieme di credenze collaterali,  ci sono ben precise condizioni osservabili in cui lo si ritiene vero ed altre in cui lo si ritiene falso.

 

Analitici sono gli enunciati che sono disposto a mantenere veri qualunque cosa osservi per qualunque insieme di altri enunciati io ritenga veri,

(a patto di non cambiare i significati delle parole, ossia di non respingere altri enunciati analitici)

 

Oppure: posso avere delle regole che dicono: questo enunciato è vero, punto. Senza porsi il problema di controlli empirici. Quelle sono le regole semantiche, quegli enunciati sono analitici. Quelli che decido di tener veri succeda quel che succeda.

 

Quine (dove?): ma questa è una decisione che può esser mutata

  OK, anche l’analiticità non è eterna, è pro tempore.

 

§ 6

Scienza totale come campo di forza o rete: il contenuto empirico si diffonde ovunque, anche al centro, le influenze reciproche sono pervasive: olismo

 

Ma dove è che dice che l’essere un postulato di significato è un carattere transitivo? Forse in una replica a Carnap?

Questo sarebbe ammettere che una componente linguistica si può distinguere, ma solo relativamente a un momento di tempo, dunque non esistono enunciati che in quanto tali siano analitici o sintetici

 

“Relatività ontologica”, Parola e oggetto (II, 7,12)

L’idea che la nozione di analiticità – e dunque di significato, o intensione, sia spuria, è confermata anche dal seguente problema:

 

se pure per ipotesi fosse possibile isolare le Condizioni di verità (o di verificazione) di un enunciato in isolamento, da questo non si potrebbero astrarre in modo univoco i significati (sia intensioni che riferimenti) dei singoli termini:

è il concetto della relatività ontologica, argomentato coll’esperimento mentale della traduzione radicale

Alla domanda

(A) Come si connette a ciascuna espressione il suo signficato (referente+nozione) ? Cosa fa sì che (a) ‘snow is white’ significhi che la neve è bianca, e non che il sole scotta? E (b) come faccio io a scoprirlo?

Quine risponde: il modo in cui si usano le parole; e ciò significa le disposizioni al comportamento verbale osservabile (comportamentismo): come si impara una lingua? Non parola per parola ostensivamente:

radicale ambiguità dell’ostensione. Frege: l’unità del significato è l’enunciato

Bensì osservando quali sono le condizioni (non di verità, non di verificazione, ma) di assenso:

da quelle ricavando il  significato dell’enunciato, e da quello per astrazione il significato delle parole

Comportamentismo: non esiste un contenitore ( la mente) che abbia dentro idee, pensieri, sentimenti, significati. Esiste solo il comportamento

Dunque (Dewey), non ci sono dei significati ben definiti al di là dei comportamenti

Se il comportamento non ci mostra significati ben definiti, questi non esistono

 

Es.: traduzione radicale: Gavagai:

coniglio? Parti non separate di coniglio? Stadio temporale di coniglio?

 

Domanda: è questo uno o sono tanti? È sempre lo stesso o sono diversi?

Risposta: Da oba Gavagai!

‘Da oba’: che significa?

Ecc.: olismo!

Massima pratica: 1 solo termine per un oggetto duraturo e che si muove solidale su uno sfondo. Ma e’ una scelta!

“una permutazione massiccia e ingegnosa di queste denotazioni potrebbe ancora render conto di tutte le disposizioni a parlare esistenti” (di tutti i comportamenti verbali).

 

NB: dunque il problema non riguarda solo l’intensione (vedi 2 dogmi), ma si riflette immediatamente sul riferimento, che delle due sembrava essere la cosa “solida”.

[per forza: il significato determina il riferimento. Dunque …]

 

Tutto ciò si applica anche all’interpretazioni dei nostri compatrioti! Che intendono dire con ‘coniglio’?

L’interpretazione omofonica è pratica e naturale, ma a volte il principio di carità può farci propendere per un’interpretazione diversa [non dà esempi specifici, però!]

 

Allora il riferimento non ha senso?

Si, ma solo relativamente a un sistema di coordinate (riferimento degli indicali, dell’identità, dei numerali, ecc.), rispetto a un linguaggio di sfondo:

“’Coniglio’ davvero si riferisce ai conigli?”

iv)              “In quale senso di ‘conigli’?”

 

[Perfetto, che ‘coniglio’ si riferisca ai conigli resta un truismo: ma non sappiamo cosa sono i conigli! Quine sembra dunque concludere con un radicale scetticismo su come il linguaggio si connette al mondo, sulla determinatezza dei significati e dunque dei  riferimenti.

 

Alla domanda

(A) Come si connette a ciascuna espressione il suo signficato (referente+nozione) ? Cosa fa sì che (a) ‘snow is white’ significhi che la neve è bianca, e non che il sole scotta? E (b) come faccio io a scoprirlo?

posta dopo la discussione sul Tractatus, Quine risponde dunque in modo parzialmente negativo: questa connessione sarebbe offerta dalle disposizioni al comportamento verbale osservabile (dai significati-stimolo), ma solo in modo radicalmente impreciso!

 

Ma nota le possibili obiezioni:

1)     Ai 2 dogmi: di per sé il fatto che non si esca dalla interdefinibilità di intensione/sinonimia/analiticità non rende le nozioni coinvolte meno valide: vedi tanti esempi analoghi.

Quine in realtà le critica perché non sono definibili nei termini che lui ritiene decisivi (quelli comportamentistici e sensoriali): ma perché dovremmo farci dettare da lui le regole del gioco?

 

2) alla relatività ontologica: i manuali di traduzione alternativa sono davvero alternativi? Cambia davvero qualcosa sapere se si parla di conigli o pezzi non separati di coniglio? Dopo tutto, non ha profondamente ragione Frege a dire che la vera unità di significato è l’enunciato, e non il singolo termine? L’ indeterminazione del riferimento ha solo un margine di oscillazione ristretto, non arriva a minacciare i valori di verità degli enunciati!

 

Vediamo comunque se sono possibili altre strategie per connettere il linguaggio al mondo e al pensiero in modo determinato.

 

Una possibile alternativa allo scetticismo semantico di Quine?

dopo tutto, anche se fosse vero che il significato è indeterminato, c’è un ben preciso uso che noi facciamo delle parole: non potrebbe allora il significato essere semplicemente il modo di usarle?

E questo sarebbe anche un modo alternativo di rispondere alla domanda

 

(A) Come si connette a ciascuna espressione il suo signficato (referente+nozione) ? Cosa fa sì che (a) ‘snow is white’ significhi che la neve è bianca, e non che il sole scotta? E (b) come faccio io a scoprirlo?

 

(in realtà, vedremo, è solo questo)

 

E’ la strada indicata da

 

WITTGENSTEIN – LE RICERCHE FILOSOFICHE

 

Dopo l’abbandono della filosofia, c’è la ripresa delle discussioni col circolo di Vienna, poi il ritorno a Cambridge, e nuove discussioni col Tractatus.

Anni ’30: dubbi e problemi sulle tesi del Tractatus.

 

In particolare:

-         come si connettono i segni alle cose (nel Tractatus era messo tra parentesi: problema psicologico)

-         Davvero la raffigurazione è l’essenza del linguaggio? (il gesto di Sraffa)

-         Davvero la struttura della proposizione è come descritta nel Tractatus?

 

Prima pensa a una nuova edizione integrata e corretta del Tractatus, poi invece man mano (anni ’40) prende forma un’opera nuova e in buona parte alternativa.

Ricerche Filosofiche pubblicate nel 1953 per la redazione di Anscombe, Rhees e von Wright.

 

Forma e struttura dell’opera: …

 

Contenuti

 

Ci sono altri usi oltre la raffigurazione!   (affermare, domandare, auspicare …),  ma …

il contenuto raffigurativo è la base: es.: porta aperta (proposizione: immagine)

- la porta è aperta (forza dichiarativa)

- La porta è aperta? (forza interrogativa)

- Aprite la porta! (forza prescrittiva)

… Ecc.

 

Si, ma: gesto di Sraffa: modi di comunicazione (anche linguistica) non raffigurativi

 

Come si legano i nomi agli oggetti? 

(il simbolo non si lega per sua natura all’oggetto)

Ostensivamente! S. Agostino  (non c’è altro modo)

 

Ma:

muratori: è l’essere usato in un certo modo che lega il nome al “suo” oggetto!

l’ostensione è radicalmente ambigua, se non dentro un uso consolidato:

 

es.:  - tuo on poyta

        - tuo on musta

        - tuo on suuri

 

Quando si mostra la luna lo stolto guarda il dito.  Lo stolto è chi è fuori da una certa pratica condivisa (gioco linguistico, o forma di vita)

 

La corrispondenza è fissata da una regola … ma: vedi sotto i problemi sulle regole!

 

Forme di vita

Il linguaggio non è che un aspetto di un’attività complessa (che ha le sue regole, i suoi “usi e costumi”, ecc,) come l’attività dei muratori (o l’attività degli esquimesi pescatori di foche, o l’attività degli antropofagi, ecc.): forme di vita:

solo sapendosi muovere in questa attività si po’ afferrare l’uso del linguaggio

e solo conoscendo l’uso del linguaggio si afferrano i riferimenti dei nomi e il contenuto raffigurativo (se e quando ve ne sono!)

 

(a)  ogni uso del linguaggio ha la sua collocazione naturale in certe attività umane (commercio, guerra, religione …)

(b) certi usi non sarebbero possibili se non ci fossero certe attività non linguistiche: il linguaggio del dolore se gli uomini non esprimessero il dolore

(c)  La  comprensione stessa del linguaggio non è qualcosa di sottostante, di mentale, ecc., ma è una pratica concreta

        (→ vedi sotto: comprendere i significati; seguire una regola)

 

Significato come uso

Dunque l’uso è il significato, fissa il senso degli enunciati e il riferimento dei nomi

 

- Vale ancora che il senso sono le condizioni di verità, ma dire ciò è vuoto se non conosco il significato del (mio) linguaggio:

‘Lumi on valkoinen’ è vero sse la neve è bianca

e che significa ‘la neve è bianca’? significa che la neve è bianca …

 

- Esiste ancora l’uso raffigurativo, ma “come un quadro in una galleria”

 

Non sono più le proprietà formali degli oggetti a determinare le regole della grammatica, ma viceversa.

 

Giochi linguistici

Vi sono molti possibili usi del linguaggio, molti possibili giochi linguistici

 

(a) Come i giochi, il linguaggio è anzitutto una attività,

     non necessariamente una raffigurazione:

- battaglia navale raffigura (?)

- scacchi: raffigurano ? – forse … ma il ‘significato’ del Re non è ciò che raffigura, ma il suo   uso, le regole che seguo nel muoverlo

-calcio: non raffigura

 

(b) i giochi non hanno una forma generale, una “grammatica” unica:

la forma di certi giochi è

- una squadra contro l’altra – ma non tutti

- io contro la natura (solitari) – ma non tutti

- regolati da regole: certi giochi di bambini non lo sono … ecc.

 

(c) i giochi non hanno un unico possibile oggetto:

non sono necessariamente mirati a vincere: gioco delle bambole

non sono necessariamente mirati a divertirsi: roulette russa

non sono necessariamente disinteressati: roulette, scommesse

ecc.

 

così il linguaggio può mirare a ..

Informare, consolare, far ridere, processare, far poesie, pregare …

 

Somiglianze di famiglia

Non c’è un singolo carattere comune a tutti i giochi / linguaggi , ma…

Come le fibre di una corda

 

L’invenzione di un nuovo tipo di concetto: il concetto aperto.

 

linguaggio: non esiste la forma generale della proposizione, il linguaggio ideale

così pure: non esistono oggetti assolutamente semplici: cosa è semplice e cosa complesso dipende dal gioco che si gioca

 

Come comprendiamo i significati?

Esattamente come comprendiamo un tipo di uso, o una forma di vita: con la pratica

 

Il comprendere non è mentalistico

Entità mentali (immagini, sensazioni, ecc.): segni come gli altri (vedi concettualismo medievale)

Per essi sorge lo stesso problema che per i segni ‘esterni’: cosa li lega agli oggetti?

→ non possiamo dire: il segno-parola è legato al riferimento da un pensiero o immagine mentale; perché bisogna poi sapere che cosa lega questa all’oggetto

 

Esempio chiave: seguire [= comprendendola] una regola

Es.: se non so che significa ‘aggiungi 1’:  1, 2, … quando ha capito?

-    Quando si accende una lampadina in testa? E se non si “accende” nulla?

- quando sa andare avanti da solo!

 

Cosa garantisce che uno segua la successione giusta? Che non succeda 2000, 2014, 2014 …?

Nulla! “qui la mia vanga urta la roccia”. O meglio: nulla, tranne la pratica stessa.

        [in realtà: i sottomoduli computazionali del cervello]

[Un’ampia letteratura interpretativa.

L’interpretazione scettica di Kripke: nulla del tutto garantisce. Anzi:

non esiste una prosecuzione “giusta”: è solo un’abitudine socialmente consolidata.

→ diventa analogo al nuovo enigma dell’induzione di Goodman:

perché non si verificano mai errori del genere? (ponti che crollano, ecc.)?

→ serve il realismo sugli universali]

 

Afferrare i significati è afferrare le regole d’uso, la “grammatica” delle espressioni

 

Corollario1: non c’è un linguaggio “privato”

Non c’è linguaggio senza pratica, la pratica è sociale … dunque …

Robinson Crusoe: può inventare un linguaggio nuovo per tenere il diario.

Ma non saprebbe come fare se fosse cresciuto da solo nell’isola deserta.

(cfr.: Itard e il selvaggio dell’Aveyron)

Inoltre:

il suo nuovo linguaggio “privato” deve aver delle regole ben precise, che fissano l’uso corretto dei suoni  e dei segni, altrimenti non sarebbe un linguaggio, ma un borbottio privo di senso

Inoltre ci devono essere dei criteri oggettivi di correttezza nell’uso del linguaggio

altrimenti non ci sarebbe differenza tra quando Robinson segue una regola e quando semplicemente gli sembra di seguire una regola,

tra quando usa correttamente una parola e quando semplicemente gli sembra di usarla correttamente:

e di nuovo, non sarebbe più un linguaggio

→ dev’esser possibile a un altro (Venerdì?) controllare la correttezza del suo uso

→ quindi un altro deve poter esser in grado di decifrare il suo linguaggio: capirlo

Dunque:

→ è possibile un linguaggio privato nel senso che ha regole stabilite da me e note (al momento) solo a me.

Non nel senso che non potrebbe in linea di principio esser compreso solo da me!

 

Corollario2: la grammatica del linguaggio psicologico

Normalmente pensiamo che i nostri stati interni possano esser conosciuti solo da noi

→ il linguaggio che parla di essi può esser compreso solo da noi ?

 

 

Digressione: il comportamentismo

- La psicologia scientifica di inizio secolo, le ricerche di Pavolov, Skinner, ecc.: accoppiamento di stimoli (riflessi condizionati) e condizionamento delle risposte: si fa tutto dall’esterno

- il tentativo neopositivistico di ridurre ogni conoscenza ai dati sensoriali,

- il fiscalismo (sempre dei neopositivisti): esiste solo la realtà fisica

→ gli stati ‘interni’ ridotti a stati esterni: disposizioni al comportamento

 

Perché non è vero: - super spartano - spettri invertiti

 

→ resta vero che abbiamo una conoscenza privilegiata sugli stati interni!

 

E il linguaggio psicologico?

- non può connettersi a tali stati direttamente – non solo perché

(a)  lo capirei io solo e non mi permetterebbe di comunicare con gli altri, ma

(b) soprattutto perché non ci sarebbero criteri oggettivi di correttezza (v. sopra)

→ si connette agli stati interni per mezzo di criteri esterni !!!

Il bambino piccolo non impara da solo a parlare dei propri stati interni

(‘ho mal di denti’), ma dagli altri !!!

- sono gli altri a dirgli che ha mal di denti, quando ricorrono i criteri esterni (gonfiore, smorfie del volto, lamenti, ecc.)

- Allora lui capisce che ‘mal di denti’ significa gonfiore, smorfie, lamenti, ecc.?

No! (così direbbero i comportamentisti).

Capisce che significa quello stato interno (a volte dirà ‘ho mal di denti’ anche senza aver gonfiore, fare smorfie, lamentarsi, ecc.)

Allo stesso tempo, impara a parlare del mal di denti degli altri quando vede i criteri esterni.

Ma sa che si parla di una cosa simile al proprio stato interno,

e sa che un altro potrebbe aver mal di denti anche senza mostrare i criteri esterni

Dunque:

Wittgenstein non è comportamentista: gli stati interni esistono e noi ne parliamo.

I criteri non sono una definizione (valgono in generale, occasionalmente possono fallire)

 

Il linguaggio ordinario

Il linguaggio ordinario non è più un linguaggio fuorviante o almeno travestito (Russell, Tractatus), ma

è costituito da una seri di usi del linguaggio che sono perfettamente a posto così come stanno,

ciascuno con una sua “grammatica”,  

che va compresa per evitare errori filosofici

(qui resta identico il ruolo della filosofia).

 

Es.: la grammatica del ‘vedere’

 

Dalle Ricerche prende avvio la corrente dell’analisi del linguaggio ordinario (Austin), specialmente la scuola di Oxford (VEDI SOTTO)

 

Inoltre anche il verificazionismo liberalizzato/radicalizzato di dummett confluisce nelle teorie dell’uso (vedi sopra)

 

pER UNA RISPOSTA AI PROBLEMI SU COSA FISSA IL SIGNIFICATO:

come si comprende e si manifesta il senso di enunciati non osservativi?

- composizionalmente: ‘non osservabile’;   ‘più grande / piccolo di’;

- uso del terzo escluso:

(es.: parlando di valori di precisione non misurabile

disposizioni psicologiche, verità matematiche non dimostrate,

ipotesi fisiche non controllabili, ecc.)

 

 

Come si fissa il significato?

a questo riposndono le teorie dell’uso  e la teoria psicologistica di Grice, che non sono appunto tanto teorie della natura del significato, ma di come esso si fissa. vedi Lycan, e vedi appunti vecchi, II parte

 

 

AUSTIN E LA LEZIONE DELLE RICERCHE FILOSOFICHE

 

La pragmatica

Un primo accenno di teoria degli atti linguistici è in Frege:

un conto è afferrare un enunciato, un conto è asserirlo: diversa forza[77]

 

Il linguaggio è una forma di espressione

(come le espressioni facciali, i gesti, i disegni, i simboli …)

Si possono esprimere:

-sentimenti (gioia, dolore, desiderio, …) (con esclamazioni, lamenti, ecc.)

- domande – ordini – promesse – descrizioni ecc.

 

le descrizioni: l’area più vasta. Inoltre:

per mezzo di descrizioni si esprimono anche altre cose: desideri, sentimenti, ordini, domande, ecc.

Ordini e domande implicano sempre anche descrizioni. Sentimenti non sempre: Urrah! Oh, no!

 

Il significato di un’espressione è anzitutto[78] la

 

forza locutiva: il tipo di cosa che si esprime (Sentimenti (gioia, disappunto …); ordini, … descrizioni).

 

Poi per alcune espressioni la

forza illocutiva: per mezzo di un’espressione si compie un’azione: (Austin: “Fare cose con le parole”)

 

es.:

- Urrah! Forza illocutiva: Nessuna

- ‘vieni qui’: esprime un comando: forza illocutiva comanda

- ‘quel cane è feroce’: esprime una descrizione: forza illocutiva: spaventa; oppure: mette in guardia; oppure….

 

Es.:  

“tu chiudi la porta”

"chiudi la porta!"

“tu chiudi la porta?”

Hanno la stessa forza locutiva esprimono lo stesso contenuto, ossia proposizione:

esprime la proposizione che tu chiuda la porta, o del chiudere la porta da parte tua.

Però hanno 3 diverse forse allocutive

 

In alcuni casi anche la

forza perlocutiva: ottiene un effetto.

Es.: ‘quel cane è feroce’:        forza locutiva: esprime una descrizione.

forza illocutiva: spaventa

forza perlocutiva: l’ascoltatore ne viene spaventato

 

La Pragamtica si occupa di tutto quel che si fa col linguaggio in questi modi.

 

Poi, per molte espressioni, c’è un significato più specifico (la forza locutiva si specifica):

-     quale specifico sentimento (comando, ecc.) si esprime

-     quale specifica descrizione si fa.

-     Ecc.

 

 

E. Monismo semantico debole

Ossia: il monismo semantico applicato solo a un ristretto insieme di termini (nomi propri e affini)

 

J.S. Mill:

i nomi propri non hanno senso (‘Giovanni Bianchi’ non descrive nulla, non fa che identificare una persona.  Uno che comprenda il linguaggio (i sensi) udendo pronunciare tale nome non riceve nessuna informazione su Giovanni Bianchi (non afferra alcun senso). Il nome serve solo a individuare la persona (riferimento). I nomi non hanno dunque funzione descrittiva, ma solo referenziale.

 

Keith Donnellan[79] fa osservare che una descrizione

(non solo non implica sempre un’asserzione esistenziale, come si è visto con Strawson a proposito del re di Francia ma)

può svolgere con successo una funzione referenziale pur presupponendo il falso:

non sempre  l’inesistenza dell’oggetto descritto toglie valore di verità all’enunciato in cui la descrizione ricorre:

 

L’uomo laggiù con il Martini è il professore di logica  (ha un wisky)

 

L’uomo laggiù è basso (in realtà è una roccia)

 

Non è indispensabile che ci sia un oggetto che ha tutti i caratteri della descrizione. Basta che ce ne sia uno che ha i caratteri “salienti” 

- quali sono? Vago!

 

Dunque, una descrizione può svolgere un ruolo prevalentemente referenziale, e assai poco descrittivo.

L’uso referenziale si distingue dall’uso attributivo  mediante il seguente esempio:

 

“L’assassino di Smith è pazzo”

 

Descrittivismo

Dunque: quelli che sono grammaticalmente considerati nomi propri, per Frege hanno un senso (sostanzialmente coincidente con una descrizione), e per Russell sono in effetti una descrizione (che, abbiamo visto, svolge più o meno la funzione del senso di Frege): essi hanno dunque un significato eminentemente descrittivo, di modo che il loro referente coincide con l’oggetto di cui la rispettiva descrizione è vera (se ve n’è uno. Se non ve n’è nessuno, il referente manca).

             Chiamiamo questa “concezione descrittiva dei nomi propri” [80]

(si noti dunque che Russell e Frege divergono in quanto l’uno è bipolarista e l’altro monista semantico, ma concordano nell’essere entrambi descrittivisti)

 

Al contrario, abbiamo visto che per Mill i nomi propri non hanno funzione descrittiva, ma solo referenziale,

e per Donnellan perfino una descrizione può non aver funzione descrittiva, ma referenziale.

Ciò vale anche per Kripke e Putnam:

 

Saul Kripke (Naming and Necessity, 1972):

A  ‘Giovanni Bianchi’ non è associata nessuna descrizione

 

Oppure: anche dove ci sono, sono del tutto contingenti, non costituiscono il senso (= qualcosa che è un errore linguistico negare, qualcosa che fissa il riferimento;

tali descrizioni non sono il modo in cui ci è dato il riferimento):

 

- Il significato di un termine è lo stesso per tutti i parlanti. Ma per ciascun parlante ci possono essere descrizioni diverse associate a un nome proprio: perciò, nessuna di esse costituisce il significato del nome

 

es.:

“il mio amico che …” ; “mio fratello  maggiore”; “l’uomo che ho incontrato ieri a mensa e …”

Es.:

Aristotele: il figlio del medico Nicomaco, il discepolo di Platone, l’autore della Fisica, della Metafisica …”

 

- Anche Aristotele non avesse scritto la fisica, o non fosse stato discepolo di Platone, la descrizione che associamo al nome sarebbe a rigore falsa di lui, eppure il nome si riferirebbe sempre a lui.

Altrimenti, ‘Aristotele ha scritto la Fisica’ sarebbe analitica!

 

Come negli esempi di Donnellan (l’uomo col Martini), riusciamo a fissare il riferimento, anche  se la descrizione di cui siamo in possesso è falsa.

 

Replica di Searle: teoria del Cluster

Il significato è costituito da un certo agglomerato di descrizioni dai contorni un po’ vaghi. Perché il termine si riferisca a qualcuno basta che di lui sia vera la maggior parte di quelle descrizioni.

 

- Controbiezione di Kripke:

anche se tutte le notizie fossero false:

Aristotele; Giona. Ecc.

 

Ma com’è possibile riferirsi a qualcuno così lontano del tempo di cui non abbiamo nessuna notizia esatta?

 

Teoria storico – causale del riferimento  (Lycan cap. 4):

tutto ciò è possibile perché il riferimento non è dato da una descrizione, ma da una catena causale

 

- inizia col battesimo e si trasmette grazie all’intenzione di chi apprende il nome di riferirsi alla persona a cui si riferisce chi lo insegna

 

- garantisce una relazione fisica con l’oggetto di riferimento

 

→ non c’è senso, ma solo referente

(più precisamente, trattandosi di nomi, è un nominato)

 

(oppure: il “senso” (cioè, il modo in cui è dato il referente) è la catena causale!

- ma è un ‘senso’ in un senso molto diverso da quello di Frege!)

 

Tuttavia:

Per un certo verso, si può sostenere che anche in questo caso il riferimento è fissato da una descrizione. Ma si tratta di una descrizione ostensiva:

a.“quello a cui la persona che mi ha insegnato il nome intende riferirsi”

b.         “Questo bambino qui che ora battezzo”

 

 

Inoltre, si può sostenere che l’avere un riferimento diretto non è tanto nella natura intrinseca dei nomi propri, quanto nel modo in cui il parlante intende usarli, nel significato che intende dar loro: il parlante può intenderli come sinonimi di una descrizione ostensiva del tipo appena detto, oppure di una descrizione del genere ordinario)

 

Il riferimento (ossia il modo di riferirsi) dei nomi propri è diretto

 

Dunque, è rigido:

Nomi milliani o con riferimento rigido : si riferiscono allo stesso individuo in tutti i mondi possibili:

es. George Bush jr.

 

Descrizioni, o nomi a riferimento flessibile: si riferiscono a individui diversi in diversi mondi possibili.

Es: Il 43° presidente degli Stati Uniti

 

Problema:

come faccio a sapere se un individuo è lo stesso in ogni mondo possibile, se in ogni mondo gli si applicano descrizioni diverse?

Risposta:

Ci dev’essere qualche descrizione ‘essenziale’ sempre vera: Kripke reintroduce l’essenzialismo platonico-aristotelico.

Leibniz avrebbe detto altrimenti: tutte le caratteristiche sono essenziali, quindi non c’è reidentificabiltà tra i mondi possibili.

Ma: un po’ di essenzialismo ha senso: ha senso direi cosa avrei fatto io in altre circostanze! Infatti

Kripke: i mm. pp. sono postulati, non scoperti!

Vale a dire: non è che esplorando tutti i mmpp scopriamo le essenze, ma fissando certi caratteri come essenziali distinguiamo tra mondi possibili e mondi non possibili.

Es.: un mondo in cui George Bush non sia presidente degli Stati uniti è possibile; uno in cui non sia George Bush non è possibile.

- che significa essere George Bush? (forse avere un certo DNA, o essere il figlio di certi genitori: queste sarebbero le proprietà ‘essenziali’)

 

NB.: ci sono nomi con riferimento rigido anche se  non diretto: ‘triangolo’, ‘tre’[81].

Perché? Perché i loro oggetti, essendo astratti, non possono stare all’inizio di una catena storico-causale; devono quindi essere introdotti da una descrizione, e il loro referente dev’essere fissato da essa. Questa descrizione è dunque un senso alla Frege. Essa funziona come le descrizioni usate attributivamente di Donnellan.

D’altra parte, trattandosi di oggetti astratti, essi sono completamente definiti dalla descrizione che ne diamo (il loro essere coincide con la loro essenza). Pertanto, la descrizione non può che cogliere lo stesso oggetto in ogni mondo possibile.

 

Troviamo conferma che vi sono in genere due modi possibili di usare i nomi, di dar loro significato: dare solo riferimento, fissato direttamente e quindi rigido, o dare un senso alla Frege, che fissa un riferimento flessibile.

 

Putnam:

a)        anche i nomi di generi naturali sono (o meglio, possono funzionare come) nomi propri!

→ a riferimento rigido:

 

-  ‘acqua’ si riferiva ad H2O anche prima della chimica moderna: era “il genere di quel liquido lì”, prima ancora che “liquido incolore, insapore …” :

- ‘oro’, ecc.

(in questo caso, l’essenza è la formula chimica)

 

Normalmente si dà per scontato che:     

- il senso fissa il riferimento (vedi sopra: il senso è più forte del riferimento)

- il senso sta nella testa

 

Controesempio:

Terra Gemella: = descrizioni, ≠ riferimento.

→ O il senso non determina il riferimento(contro le intuizioni più comuni),

o il senso non è quello che sta nella testa:

 

Vale la seconda: significato= {descrizioni (stereotipi) + riferimento}

Dunque, “meanings just aren’t in the head”[82]

 

→ conseguenze sulla filosofia della scienza:

es.: ‘massa’[83]  :       teoria descrizionista → antirealismo

                               teoria storico-causale → realismo

 

PERO’:

(a)

Come si è visto,  il referente è comunque fissato da una descrizione, solo che è estensiva: es.: “questo bambino”; “chiamo quest’isola Hispaniola”

 

Oppure:

 

“Chiamo l’entità nascosta responsabile per questo determinato effetto (trasmissione genetica) ‘gene’” (Mendel)

anche in questo caso la descrizione utilizza un’ostensione ‘questo’, e si ricollega al referente tramite una relazione causale (“ciò che causa questo effetto”)

 

due tipi: ostensione all’origine, e catena causale fino all’utente; ostensione dell’utente e catena causale fino all’origine)

 

(b)  in un certo senso esiste anche ciò che il parlante comprende quando sente il termine, ciò che sta nella sua testa:

 

è indispensabile a descrivere e spiegare molta della psicologia del parlante

 

es.: desideri + credenze motivano / spiegano azioni

desidero mangiare; credo che ci sia cibo nella credenza → apro la credenza

desidero bere; credo che ci sia acqua nella credenza → apro la credenza

 

- ma solo nella componente interna. Es.:

desidero bere; sento dire: “c’è H2O nella credenza” (ignoro la chimica → non credo che ci sia acqua) → non apro la credenza

 

→ 2 componenti del significato:

b)       esterna, ampia (fuori della testa)

c)        interna, stretta (dentro la testa)

es.: un Gemelliano: in senso interno crede di bere dell’acqua

                                               in senso esterno crede di bere dell’XYZ

“Tizio-gemelliano mi ha detto di prendere dell’acqua” (riferisce in modo opaco, riferisce il contenuto nozionale o interno)

“Tizio-gemelliano mi ha detto di prendere dell’XYZ” (riferisce in modo trasparente, riferisce  il contenuto referenziale o esterno)

 

di me, ignorante di chimica, si può dire (in senso opaco o nozionale o interno ) che  non credo di bere dell’ H2O,

ma in senso trasparente o referenziale o esterno si.

 

es.:       Colombo credeva che Cuba fosse vicina all’Islanda

             Colombo credeva che l’isola di Fidel Castro fosse vicina all’Islanda

 

Idem: Aristotele sapeva che l’ H2O è insapore incolore e inodore

 

Putnam (“The Meaning of ‘Meaning’”):

Significato = (stereotipi [comp.interna, descrizione] + riferimento [comp. interna,])

 

[ Problema: anche nomi di generi “artificiali”: ‘coltello’, ‘seggiola’ … sono nomi propri?

             - Si:

di fatto sono un genere unitario, con l’ostensione lo si può catturare.

Inoltre,  abbiamo visto che anche i nomi di proprietà (non i corrispondenti predicati) sono nomi propri: denominano un’unica entità e non hanno un senso distinto dal riferimento

             - No:

Essendo generi artificiali, non hanno confini naturalmente ben delimitati; la presa dell’ostensione va sfumando dai casi tipici ai borderline.

Conta come un X tutto ciò che risponde alla nostra descrizione degli X

Si:

c’è una pratica sociale che li lega come genere: indicando un esemplare si riesce comunque a far presa su tutto il genere

???]

 

Conseguenze metafisico / epistemologiche:

Normalmente: verità {necessarie = a priori = analitiche}

Es.: ‘nessuno scapolo è sposato’

Invece:

Necessità: = non può non essere.

                               concetto Metafisico – legato al riferimento (trasparente, de re)

A priori:  = Noto indipendentemente dall’esperienza.

                               concetto Epistemologico – legato alle ns. informazioni

Analiticità: = vero in virtù del significato

                concetto. Semantico – legato alle descrizioni associate (opaco, de dicto)

Dunque:

verità necessarie a posteriori: es.: ‘acqua = H2O’; ‘Espero=Fosforo’; 

verità contingenti a priori: metro = lunghezza del campione di Sevres

            

- Sono anche analitiche? Si se il significato è inteso come stereotipi+riferimento. No se è inteso solo come descrizione

 

Asserti di identità[84]

La tesi secondo cui i nomi sono designatori rigidi porta ad una conseguenza: un enunciato di identità come “N è M”, con N e M nomi, o è necessariamente vero o è necessariamente falso. N e M denotano nel mondo reale lo stesso oggetto X. Essendo questi nomi designatori rigidi, denotano in qualsiasi mondo possibile sempre lo stesso oggetto X. Visto che N e M denotano sempre lo stesso oggetto, “N è M” è necessariamente vero. Mentre, se si dimostra che “N è M” è falso, allora è necessariamente falso.
Prendendo l’esempio di Frege “Fosforo è Espero”, risulta che, essendo l’enunciato vero, dovrebbe essere necessariamente vero. Ma è plausibile questo asserto? Frege sottolinea il “valore conoscitivo”[85] dell’enunciato, per cui la verità di questo è conoscibile solo su base empirica, non a priori.
Le osservazioni empiriche avrebbero potuto dare un risultato diverso da quello che effettivamente hanno dato e allora avremmo potuto inferire che l’enunciato era falso, il che significa che non è necessariamente vero. Ciò dovrebbe essere sufficiente a dimostrare la scorrettezza del ragionamento di Kripke.
“In primo luogo è vero che qualcuno potrebbe usare il nome “Cicerone” per riferirsi a Cicerone e il nome “Tullio” di nuovo per riferirsi a Cicerone, e non sapere che Cicerone è Tullio. Sembra quindi che noi non sappiamo necessariamente a priori che un asserto di identità tra nomi è vero. Non segue da ciò che l’asserto così espresso, se è vero, è contingente.”[86] Ma Kripke ripete che ciò si basa su convinzioni errate, e ribadisce, quindi, che bisogna estirpare la confusione, assai diffusa tra i filosofi, tra il necessario e l’a priori; egli nega il fatto che, se non si può conoscere qualcosa mediante un ragionamento a priori, allora debba trattarsi (direi necessariamente) di una verità contingente. Il fatto che la verità della frase “Espero è Fosforo” sia accertata empiricamente e che quindi non si tratti di una verità a priori, non significa che non si possa parlare di necessità.
Esistono veramente circostanze in cui Espero non è Fosforo? Immaginiamo che qualcuno osservando due stelle differenti le chiami una Espero, l’altra Fosforo. Sembra quindi che l’asserto di identità non sia necessario. Ma essendo, per Kripke, i nomi Espero e Fosforo designatori rigidi, essi si riferiscono sempre, in ogni mondo possibile, al pianeta Venere. E il pianeta Venere è sempre il pianeta Venere, indipendentemente da ciò che qualsiasi soggetto possa dire rispetto quei nomi: è possibile che il parlante non abbia mai indicato Venere con quei nomi, o forse solo in una delle due occasioni, al mattino o alla sera, ma Espero rimane Fosforo. Anche nel caso in cui, in un determinato mondo possibile, quei nomi non indichino ciò di cui di fatto sono nomi, sarebbe ancora un’identità necessaria, seppur a posteriori.
Si sarebbe potuto scoprire che Espero e Fosforo fossero due corpi celesti differenti, ma utilizzando i nomi come stiamo facendo ora, possiamo dire che sono lo stesso oggetto e quindi in nessun altro mondo possibile possono essere differenti. Indicando di fatto lo stesso corpo, i due nomi non possono designare nessun altro corpo in nessun mondo possibile (parte della tesi di Gatti.)
Precisazione mia: . Per chiarire fino in fondo questo fatto, bisogna spiegare che la frase “un designatore rigido (es. ‘Vespero’) si riferisce allo stesso oggetto in tutti i MMPP” è ambigua. Non vuol dire che in tutti i MMPP gli abitanti lo usano per riferirsi allo stesso oggetto (Venere) a cui ci riferiamo anche noi  : perché naturalmente ci sono MMPP in cui gli abitanti lo usano per riferirsi a Giove, altri in cui lo usano per riferirsi a Berlusconi, ecc. Vuol dire invece, che gli abitanti di un qualsiasi mondo possibile, una volta che usano ‘Vespero’ per riferirsi all’oggetto X quando parlano delle cose del loro mondo (cioe’, di come stanno le cose di fatto), automaticamente lo usano per riferirsi all’oggetto X anche quando parlano delle cose di altri mondi possibili (cioè, di come potrebbero stare le cose). Noi per esempio con ‘Vespero’ ci riferiamo al pianeta Venere reale, ma se parlassimo di pianeti possibili, di come potrebbe esser fatto il sistema solare, anche in quel caso ci riferiremmo a Venere. Dunque, un asserto di identità se vero nel mio mondo è necessariamente vero nel mio mondo. Ma può essere contemporaneamente falso in un altro mondo, e allora sara’ necessariamente falso in quel mondo 

 

Problemi e critiche a Mill-Kripke-Putnam (cfr. Lycan) (vedi anche Tesi di Danilo Gatti)

Dummett contesta la loro tesi in (1973), pp. 97-sgg, e  11-151: per lui, che segue Frege, il senso è il modo in cui i parlanti identificano il referente di un termine, nell’uso: se uno associa a un termine una certa descrizione, e uno un altro, per essi il termine ha due sensi diversi. Ma appena si scopre che il referente è identico, le due descrizioni diventano modi equivalenti di identificare il referente, e dunque parte di uno stesso senso: il nome acquista il medesimo senso per entrambi (p.101): cosi’ per nomi propri di persone, luoghi, ecc., nomi di generi naturali, ecc. Cita anche wittgenstein nelle ricerche, sull’esempio di Mosè, che propone una cluster description theory: dovremmo dire ‘Mosè non esistè’ se scoprissimo che non esiste nessuno a cui si applica la maggior parte delle descrizioni solite.

 

1) catene causali inappropriate. Es.:Napoleone è all’inizio della catena causale che porta a chiamre il mio cane ‘Napoleone’. Ma l’intenzione del battezzatore è di denominare il cane, non l’Imperatore

 

2) Catene causali spostate:

- Gareth Evans: ‘Madagascar’ cambiato da Marco Polo.

- Jack scambiato nella culla.

- S. Nicola – Santa Claus

 

3) Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il problema dei

Termini vuoti ? E anzitutto, come si fa a denominare gli oggetti inesistenti?

 

 (i) Kripke ammette che i nomi di enti fantastici (Pegaso, ecc.) sono introdotti per mezzo di descrizioni. Ovviamente, tali descrizioni non sono ciò che fissa il riferimento, dato che esso non esiste. Servono però a dar senso e valore di verità a enunciati che contengono tali termini, sia perché enunciati esistenziali affermativi o negativi, da analizzare alla Russell (“Non Ex (x è un cavallo alato … ecc.)”, sia perché esprimenti verità concettuali, nel modo in cui si è visto sopra (‘Sherlock Holmes era perspicace’ ecc.)

 

Trovo scritto in un biglietto “Lamberto Fumagalli” e dico:

 (ii) “Lamberto Fumagalli non esiste”:  Come fa a esser vera e sensata ?

C’è una descrizione associata? Parrebbe forse di no, ma …

 

- come minimo i parlanti che sanno distinguere nomi (e cognomi) propri di persona associano al termine una descrizione tipo “un individuo maschio chiamato ‘Lamberto Fumagalli’”. E anch’essa pur non essendo il senso in accezione fregeana, basta a costruirla come sopra.

 

Dunque il problema si risolve

resta però che certi nomi (come ‘Pegaso’) sono introdotti mediante descrizioni, e sono inscindibilmente connessi ad esse, perché non esiste un riferimento reale. Non sono stati introdotti con ostensioni o catene causali!

Idem per ‘Lamberto Fumagalli’, anche se la descrizione associata è di tipo diverso.

 

Una descrizione è quasi sempre associata al nome, ma non sempre è ciò che fissa il referente.

→ Per certi nomi sembra valere l’approccio non descrittivista di Kripke, per altri quello descrittivista di Frege e Russell !!!

 

 

4) Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il problema dell’

Informatività dell’identità ?

 

(iii) La Regina d’Inghilterra è Elisabetta II

anche se ‘Elisabetta II’ non ha un senso, l’identità ci dice che la descrizione ‘La regina d’Inghilterra’ vale del riferimento di ‘Elisabetta II’

(+ o – come per Russell)

 

(iv) Cicerone è Marco Tullio

 

Anche se nessun dei due ha un senso nell’accezione fregeana,

(a) c’è la componente interna, o comunque le descrizioni che il soggetto associa rispettivamente ai due termini (anche se non le consideriamo il senso dei due termini).

(b) Il soggetto non sa che i due termini hanno la stesso riferimento: la componente interna non gli rende palese la componente esterna. Allora

(c) L’identità dice che il riferimento dei due termini è lo stesso; o aiuta a chiarire la componente esterna.

 

5) Eliminando la dicotomia senso/riferimento come si risolve il problema della

 Sostituibilità in contesti obliqui ?

 

Si era detto che:

 

nei casi in cui Carletto non sa che la descrizione ‘la radice di 81’ si riferisce al 3 e che Cicerone si chiamava Marco Tullio, falliscono le sostituzioni:

 

Carletto sa che 3 è dispari  /  Carletto sa che la radice di 81 è dispari

Carletto sa che Cicerone denunciò Catilina / Carletto sa che Marco Tullio denunciò Catilina

 

Colombo pensava che Cuba fosse vicina all’Islanda  / Isola di Fidel  Castro

 

Inoltre fallisce

Necessariamente 9 > 7 / necessariamente il numero dei pianeti > 7

 

Tuttavia, se i nomi hanno solo un referente, e nessun senso, dovrebbero essere sempre sostituibili: sarebbe come A=A

 

Kripke ingoia il rospo: la sostituibilità vale!!!

 

Giusto, nel senso “trasparente”: Carletto, Colombo, davvero sanno di quella che è la radice di 81 / l’isola di Castro, che …

 

Però, c’è anche il senso “opaco”, ed è il più intuitivo:

quando vogliamo riferire quel che è nella loro testa!

Carletto / Colombo sa: “…….”

 

P. es.:

- Carletto conosce il riferimento di ‘Cicerone’ nel senso che sa che è l’uomo a cui Tacito ecc. si riferisce;

- conosce il riferimento di ‘Marco Tullio’ nel senso che sa che è l’uomo cui Svetonio ecc. si riferisce.

- I due di fatto sono lo stesso uomo. Ma lui non lo sa.

Dunque:

quanto a componente interna ignora l’identità e non vale la sostituibilità.

Quanto a componente esterna lui sa che Marco Tullio denunciò Catilina, in quanto lui sa che Cicerone lo denunciò, e con ‘Marco Tullio’ in effetti lui si riferisce a Cicerone (anche se non sa di riferirsi a lui).

 

Dunque:

se il discorso indiretto (o attribuzione di attitudine proposizionale) vuole esprimere l’aspetto interno del pensiero di Carletto, non vale la sostituibilità;

se vuole esprimere l’aspetto esterno (ciò che lui sa senza esserne consapevole, ma noi sappiamo che sa) vale la sostituibilità:

 

→ Servono entrambe le componenti interna e esterna!

 I nomi hanno riferimento diretto, ma anche descrizioni associate!

 

Lo stesso vale per i nostri pensieri: possiamo darne una caratterizzazione ‘interna’, o ‘pura’ e una ‘esterna’, o ‘impura’

 

Idem:

necessariamente) 9 > 7  /  necessariamente il numero dei pianeti > 7 

- E’ vero che  quello che di fatto è il numero dei pianeti è necessariamente  > 7

(senso esterno, trasparente, referenziale di ‘numero dei pianeti’) : esiste sostituibilità

 

Ma è anche falso che

Il numero dei pianeti in quanto così identificato è necessariamente  > 7

(senso interno, opaco, attributivo: il nome qui ha una descrizione associata, un senso, e la sostituibilità non vale)

 

6) perché solo i nomi propri, a differenza di ogni altra espressione, non hanno senso?

(cioè, un senso ordinario: in quanto si è visto che ha un senso ‘ostensivo’ (la persona c cui si riferisce colui da cui ho appreso il nome) e pure un senso ‘essenziale’ anche se ignoto: un certo DNA)

 

(risposta: forse perché, sono quei termini primitivi che, come pensa Russell, devono essere appresi ostensivamente, senza i quali non se ne potrebbe apprendere nessuno descrittivamente)

 

7) Anche i nomi propri di proprietà  sono appresi in modo diretto. Eppure si è visto che hanno un senso: il concetto della proprietà (mentre la proprietà stessa è il referente). Esiste qualcosa del genere per i nomi propri di persona, luogo, ecc.?

 

(risponderemo: Forse si: come il concetto del rosso deve essersi formato nella mente del parlante perché questi sappia reidentificare il rosso quando lo incontra nuovamente, così una certa rappresentazione di Luigi deve essere  presente nella mente di chi battezza, o di chi sente battezzare: “Questo bambino si chiama Luigi”)

 

8) Come mai di fatto molti nomi propri sono inizialmente descrizioni definite o aggettivi, quindi dotati di senso, che poi diventano puri “cartellini”: es.: ‘Raffaele’ = medicina di Dio; ‘Ermanno’ = (l’) uomo libero, ‘Malatesta’, ecc.?

 

- proprio perché decido di usarli così: forse perché il loro senso mi piace, o mi pare richiamo aspetti del nominato

 

9) In che senso ‘Nevica sul Cervino’ e ‘nevica sul Matterhorn’ sono diversi, come mai danno luogo a comprensioni diverse, ecc.? (E. Picardi 1999, p. 64)

 

- si ricollega al problema di Mates sulla sostitutività: uno può sapere che senso ha una parola, e non sapere che senso ha un’altra parola, anche se hanno lo stesso senso!

Sono gradi parziali di competenza linguistica.

 

Per riassumere quanto detto fin qui  e per meglio chiarire i problemi che affliggono sia il bipolarismo (Frege, Carnap) che il monismo semantico (Mill, Russell, Kripke), sia l’approccio descrittivista di Frege-Russell, che quello non descrittivista di Mill-Kripke, consideriamo il seguente

“mito”:

 

F. MITO

Stadio 1

Nasce la società umana

I primi uomini introducono un linguaggio indicandosi l’un l’altro oggetti, proprietà e relazioni, e associando a ciascuno un certo suono scelto convenzionalmente.

Quando per ogni oggetto particolare si usa un suono diverso, questo è un nome proprio.

 

Questi termini

d)           hanno un riferimento diretto : sono un ‘cartellino’

e)           non sono associati a descrizioni (anche perché finché questi termini non sono stati introdotti le descrizioni non sono possibili)

f)            non hanno un senso/intensione distinto dal nominatum.

(in questo senso, sono tutti come nomi propri di Kripke-Putnam o nomi logicamente propri di Russell).[87]

g)           Tuttavia

è chiaro che i soggetti devono poter reidentificare il nominatum attraverso le sue diverse presentazioni,  e distinguerlo dagli altri oggetti, proprietà o relazioni.

Ciò avviene naturalmente in base a caratteristiche salienti (per cui i soggetti non hanno ancora nomi) che utilizzano, inconsciamente,  nell’identificazione.

Queste caratteristiche salienti, più o meno comuni per i diversi parlanti, che consentono di identificare i membri dell’estensione sono, come direbbe Frege, modo in cui è data l’estensione, o un embrionale concetto dell’entità in questione. Sono dunque,  una sorta di senso o intensione implicita del nome, da cui emergeranno in seguito intensione, senso e gli altri corrispettivi logici propriamente detti.

Non lo sono ancora, e non fungono da definizione del nome, in quanto:

- non ci sono ancora termini per formulare tale definizione,

- il possesso di tali proprietà potrebbe essere contingente.

 

(NB: anche ‘questo’, ‘quello’, ‘qui’, ‘ora’, hanno questa “intensione implicita”. Allora ha ragione Frege che, da un certo punto di vista, tutte le espressioni hanno un senso)

 

Stadio 2

Quando lo stesso suono si usa per oggetti diversi, invece, questo funziona come un predicato, anzitutto come un aggettivo primitivo, per proprietà “atomiche”, ad es.: ‘rosso’.

- nome proprio:  si associa sempre all’ostensione dello stesso oggetto

- ‘rosso’:  si associa sempre all’ostensione della stessa proprietà.

funziona un po’ come un nome proprio,

(infatti in seguito può trasformarsi nel nome astratto corrispondente, che è un nome proprio di proprietà o genere).

Ma: il predicato non ha un nominatum

bensì ha volta a volta dei referenti, che sono i diversi oggetti  cui si applica,  e in tal senso possiede un’estensione: la insieme dei possibili referenti.

 

Anche questi predicati primitivi si applicano direttamente, per ostensione e catena causale (sono cartellini) e sono rigidi (come i nomi di genere naturale per Putnam).

             Anche qui per reidentificare la proprietà o relazione

il parlante deve averne una implicita rappresentazione mentale, ossia un embrionale concetto, che poi diverrà il senso/intensione dell’aggettivo

 

Stadio 3

Si introducono ostensivamente,  allo stesso modo, predicati primitivi per i generi (nomi comuni):

ogni volta che vedo una pecora, la indico  e dico “pecora”, e se ne vedo più d’una le indico insieme dicendo “pecore”:  è un nome per il genere:

h)           indica qualunque animale dello stesso genere.

i)           Ma deve esser in qualche modo comprensibile cos’è essere dello stesso genere.

→ Ci dev’essere un’idea vaga e implicita  di descrizione: lanosa, di una certa forma, ecc.

- Può essere inespressa (potrei introdurre ‘pecora’ prima di introdurre ‘lanosa’, ‘forma’, ecc. )

- il possesso di tali caratteristiche può non risultare analitico

(es.: essere un animale terrestre per i mammiferi)

 (“intensione (o senso) implicita”)

 

Idem per i nomi comuni di proprietà: ‘colore’, ‘suono’, ‘sapore’ …

 

Stadio 4

Uno stesso nome primitivo viene usato come nome proprio di diverse persone (‘es.: ‘Luigi’)

Emerge dunque una caratteristica di questo termine, al di là del nominatum: di essere un nome di persona, maschile.  Una sorta di intensione  non completa.

 

Ugualmente, nomi diversi ma distinguibilmente simili vengono introdotti come nomi propri di uno stesso tipo di entità: 

(bellezza, grandezza, dolcezza … Inglese, Francese, Islandese …)

 

Anche qui, emerge una loro caratteristica (nome di proprietà, di lingua …)

che costituisce un’intensione implicita e incompleta.

 

→ posso usare ‘Luigi’ o ‘Lamberto Fumagalli’ in un racconto fittizio,

anche senza collegarlo a nessuna descrizione,

perché comunque il termine possiede un riconoscibile ruolo linguistico

 

insomma ha intensione senza avere un’estensione.

(ossia non ha un nominatum nel mondo attuale. Ovvio che lo ha nei MMPP: infatti ha un’intensione, che gli assegna una certa estensione in ciascun MP).

 

Ecco l’origine di alcuni termini vuoti.

 

Stadio 5

Dopo che sono stati introdotti nei modi precedenti vari nomi propri, nomi comuni e aggettivi primitivi, usando alcuni di questi posso:

 

- assegnare ostensivamente come nome a un oggetto o proprietà un termine o una combinazione di termini primitivi già esistenti, che in qualche modo portano con sé nel nuovo ruolo il loro significato primitivo: 

chiamo questo cane ‘pallino’

chiamo quella stella ‘stella della sera’

chiamo questa pianta ‘grano turco’.

 

Non intende essere una descrizione dell’oggetto: è una descrizione usata come nome;

essa porta con sé il suo senso originario, che tuttavia non è inteso come vera dell’oggetto;

la sua associazione al nome è labile, una suggestione o una connotazione;

 

Es.: ‘insalata russa’ non comporta la presunzione che quella salsa sia effettivamente di origine russa.

Posso anche

- esplicitare in una descrizione le caratteristiche salienti di cui già mi servivo per identificare il referente di un nome primitivo (es. ‘pecora’, ‘acqua’)

(es.: ‘quadrupede, lanoso … ecc.’; ‘liquido inodore incolore insapore che riempie fiumi e laghi…’)

(caratteristiche per ciascuna delle quali nel frattempo sono stati introdotti termini primitivi che le identificano).

Tuttavia anche qui il riferimento è ancora diretto, per cui l’intensione non costituisce una definizione:  se si scopre che nulla corrisponde alla descrizione

es. “i cigni sono uccelli bianchi dal lungo collo’

Se si scopre che vi sono cigni neri, il termine ‘cigno’ continua a riferirsi al medesimo genere naturale.

→ tali proprietà sono più un insieme di “stereotipi” che una definizione.

 

Iniziamo dunque ad avere un’intensione esplicita intesa come contenuto informativo associato al nome, in aggiunta al referente;

ma essa non è ciò che fissa il riferimento, che continua a essere diretto.

 

Stadio 6

Usando i termini primitivi

a)       Descrivo personaggi, luoghi, oggetti di fantasia  e

introduco un nome come abbreviazione della descrizione definita:

‘Polifemo’: “Il gigante con un solo occhio …. ecc.”

‘Ippogrifo’: “Il cavallo alato … ecc.”

 

→ Il nome ha un’intensione vera e propria (il concetto complesso espresso dalla descrizione), e nessun referente.

L’intensione è completa ed esplicita:

j)    possiedo i termini per articolarla

k)   è una definizione

l)    il termine funziona in modo puramente descrittivo

 

b)       Descrivo entità che non conosco direttamente (che suppongo o ipotizzo esistere) In altri termini,

mi interesso (per motivi pratici, o teoretici) a una certa proprietà complessa,

e suppongo o ipotizzo che sia istanziata in un’entità:

Es.: ‘L’uomo più ricco del mondo’

Es.: ‘La montagna d’oro’

Es.: ‘Un maggiolino tutto matto’

 

c)     A queste entità ipotizzate posso anche dare un nome:

Es.: ‘Dio’ (“ciò di cui nulla può pensarsi di maggiore”);

Es.: ‘Eldorado’ “la grande città india tutta d’oro sconosciuta ai bianchi”

Es.: ‘Gene’: “ciò che è responsabile per la trasmissione dei caratteri genetici”

Es.: ‘atomo’: ‘La particella materiale più piccola e indivisibile’

Es.: ‘Jack lo squartatore’: l’autore di certi efferati delitti noti a Scotland Yard

 

- La descrizione ha un’intensione (il concetto complesso che essa esprime),

- se esiste un’unica entità che le corrisponde si riferisce ad essa.

- Il riferimento è indiretto,

ma può essere sia flessibile (de dicto) che rigido (de re):

es.:

        se intendo parlare dell’uomo più ricco del mondo in quanto uomo più ricco del mondo (de dicto) si riferisce a diversi individui nei diversi mondi possibili.

        Se intendo parlare dell’uomo che di fatto (in questo mondo reale) è il più ricco del mondo (de re), si riferisce sempre allo stesso individuo in tutti i mondi possibili, anche in quelli in cui non è il più ricco d(i qu)el mondo.

 

d) nome primitivo ‘cicer’ (cece) → nuovo nome proprio ‘Cicerone’,

(denota  Marco Tullio a causa di un neo)

Il nome non ha intensione, ma si porta dietro un certo contenuto descrittivo

(uomo con un neo), che non definisce il referente: ha riferimento diretto.

                Poi: proverbiale eloquenza di Cicerone:

il nome diventa sinonimo di una descrizione:

‘qualcuno che illustra con eloquenza le bellezze di un luogo’:

acquista un’intensione

il riferimento da diretto e rigido (de re) diventa indiretto e flessibile (de dicto):

il nome si applica a tutti e solo coloro di cui è vera la descrizione.

 

Un altro esempio:

 

Enrico Fermi sta cercando un elemento con una determinata formula atomica.

Ne scopre uno che crede abbia quella struttura e lo chiama “Ausonio”

(nome nuovo ma derivante dal nome di una primitiva popolazione italica

→ ha già un vago significato descrittivo: ‘elemento italico’.

Ma non è un’intensione: ha solo il referente: il nuovo elemento.

In seguito:

In realtà il nuovo elemento in realtà ha un’altra formula, ma il nome rimane.

Quando si scopre l’elemento che ha davvero la formula in questione lo si chiama “Esperio” (si porta dietro un significato simile: Italia)

→ ‘Ausonio’ è stato usato con riferimento diretto:

non era legato alla formula (né al vago contenuto descrittivo precedente).

Se si fosse mantenuto il nome legato alla definizione, avrebbe avuto un riferimento flessibile (v. Picardi).

 

e)       Dopo aver introdotto termini per quelle proprietà semplici (bianco, lanoso, … ) in base a cui fin dall’inizio inconsapevolmente identificavamo l’estensione di predicati primitivi come ‘pecora’, ‘pesce’, ecc.,  già allo stadio (5) le avevamo  usate  per caratterizzare il genere pecora, pesce, ecc., (introducendo in qualche modo una sorta di senso per i rispettivi nomi, che non era ancora una definizione).

        Ora però vogliamo codificare e rendere esatto l’uso dei predicati ‘pecora’, ‘pesce’, ecc.:

fissiamo una lista esatta delle proprietà semplici che identificano il genere:

il termine si applica a tutti e solo gli individui che le possiedono. 

→ l’intensione embrionale e implicita è divenuta esplicita mediante una vera e propria definizione.

 

Es.: ‘pesce’: forse originariamente includeva triglie, tonni, balene e delfini

ma ora la definizione rigorosa li esclude.

 

Così il riferimento da rigido diventa flessibile?

Non necessariamente:

nella scienza è più comune continuare a riferirsi genere individuato direttamente, che a qualunque cosa possegga quelle proprietà:

si ammette che in passato ci si riferiva allo stesso genere pur descrivendolo con  proprietà in parte errate, o non necessarie

(domani si potrebbe scoprire lo stesso delle proprietà attuali).

In tal caso, la definizione si comporta più come definitio rei, che è fattuale e dunque può risultare errata, che come definiito nominis, che è convenzionale.

 

Invece ‘rosso’ e simili:

la proprietà che esprimono è abbastanza “semplice”

(date le nostre abilità percettive, le nostre necessità pratiche, ecc.)

da non richiedere e/o permettere una individuazione consapevole ed esplicita delle sotto-caratteristiche (sfumature che compongono il rosso porpora, carminio, ecc.).

Dunque:

- nel linguaggio comune: non introduciamo termini per le sotto-caratteristiche

→ restano termini primitivi (stadio 2), con riferimento diretto e intensione solo implicita (il concetto della proprietà denotata).

 

- in un linguaggio tecnico (della pittura, della moda, ecc.) o scientifico (es., analisi fisica dei colori)

Può servire definire esplicitamente il rosso

∙ tramite le tinte che lo compongono

∙ tramite proprietà non osservabili fisicamente legate ad esso (lunghezza d’onda) (se sono state riconosciute e denominate dopo l’introduzione di ‘rosso’)

 

→ possono essere o denfinitio nominis, che fissa il riferimento, che dunque diventa indiretto, o definitio rei, che non fissa il riferimento, che resta rigido).

 

In tutti questi casi,

- abbiamo intensione (senso, connotazione, comprensione) ben distinta dal riferimento

- può esserci intensione (senso, ecc.) senza riferimento

- inoltre il riferimento può diventare indiretto e flessibile.

 

Dunque:

in momenti distinti e successivi, un’espressione può acquistare:

- intensione implicita - caratterizzazione esplicita, in forma di stereotipi - definzione - riferimento flessibile.

 

Se questa intensione esplicita può essere espressa da descrizioni diverse

(se esistono le risorse linguistiche per farlo),

a seconda che queste descrizioni siano più o meno simili tra loro, condivideranno, oltre all’intensione, anche la comprensione, il senso o la connotazione

(es.: ‘poliziotto’, ‘agente di pubblica sicurezza’, ‘membro della Polizia di Stato’, ‘sbirro’, ecc.)

 

In realtà

In realtà il linguaggio nasce olisticamente e contemporaneamente

forse non ci fu mai uno stato di natura con solo i termini primitivi dei primi stadi.

 

I rapporti di precedenza e successione che qui sono stati esposti come rapporti cronologici sono tutt’al più concettuali.

 

Però il mito insegna che:

 

- Il monismo semantico è corretto nel senso che per i termini primitivi non c’è un’intensione (senso, ecc.) esplicita e completa,

le risorse linguistiche con cui in seguito posso costruire descrizioni e quindi intensioni sono sempre, in origine, termini puramente referenziali.

 

- Il bipolarismo semantico è corretto nella misura in cui un’intensione almeno embrionale e implicita esiste sempre, e poi diventa esplicita quando da un lato

a)      sono interessato, oltre che a riferirmi agli enti, a descriverli,

(analizzarne le proprietà, o indagare certi agglomerati di proprietà, esemplificati o no, e dall’altro

b)      posseggo le risorse linguistiche per farlo.

 

-    La teoria non descrittivista del riferimento è vera per i termini primitivi,

             ai primi stadi, e resta vera per molti termini anche agli stadi successivi.

 

-    la teoria descrittivista è corretta per

-    molti termini agli stadi posteriori,

-    i termini primitivi, nel senso che il riferimento diretto presuppone comunque un’intensione implicita che permette la reidentificazione dell’oggetto o del genere nelle successive applicazioni del termine.

 

Un caso particolare e limite: nomi o descrizioni per enti inesistenti:

possono funzionare esclusivamente in modo descrittivo, e non referenziale.

             Un altro caso : nomi per enti di cui non ho conoscenza diretta: essi hanno per forza di cose un’intensione, in quanto il riferimento deve avvenire tramite di essa; ma possono funzionare sia in modo referenziale che descrittivo,

a seconda dell’interesse che ho e dell’uso che intendo farne.

             Anche la descrizione associata a un nome che ne esprime l’intensione,

può funzionare sia descrittivamente (“il fattore responsabile della trasmissione genetica avrebbe potuto non esser fatto di DNA”)

sia referenzialmente (“il fattore della trasmissione genetica è per sua natura costituito di DNA”)

             Idem tutte le descrizioni che non esprimono l’intensione di un nome proprio:

 (“il Presidente degli S.U. ha un grande potere”), (“il Presidente degli S.U. è texano”).

 

→ dal momento in cui esiste sia un referente sia un’intensione esplicita

dipende dai parlanti usare un termine con riferimento diretto o indiretto;

             E molti termini (es. quelli di cui si danno definizioni scientifiche) si trovano in posizione intermedia.

 

Sulla possibilità che il significato sia originariamente referenziale (in accordo con Agostino e contro Witggenstein ) vedi la tesi di dottorato di alberto gualandi: l’occhio, la mano e la voce

 

DUBBI E QUESTIONI APERTE

dunque,  termini come

(a)‘Luigi’ ‘Lamberto’, e

(b) ‘bellezza’, ‘grandezza’, ecc. hanno una sorta di senso/intensione generico (<nome proprio di persona maschile>, <nome di proprietà>, ecc). 

Allora sorge la seguente

 

Domanda:  

i nomi di proprietà (b) hanno anche un senso/intensione specifico proprio. E quelli di persona (a)?

 

Risposta (1): no. Infatti il nominatum dei termini (b), è una proprietà, e dunque esiste il concetto di tale proprietà, che funge da intensione del nome. Invece il nominatum dei termini (a) è un particolare, e non esistono concetti individuali

 

Risposta (2): si, perché  comunque c’è un concetto individuale di ciascuna persona, che sarà il senso/intensione del suo nome.

 

Dubbio:

Davvero esiste il concetto di un particolare?

Di quali sua caratteristiche si compone? Quelle essenziali? Quali sono? O di tutte? Ma sono infinite!

In realtà tutte le proprietà dei particolari sono contingenti, quindi non costituiscono un concetto di essi!

Infatti: Un concetto non è intrinsecamente universale?

Inoltre:

per esser competenti di una lingua, per comprenderne i significati, è necessario conoscere i sensi/intensioni di tutti i suoi termini.

Ma certamente della maggior parte dei nomi di persona non conosciamo il senso/intensione:

→ tali nomi non hanno senso/intensione!

 

Replica:

Lo hanno. Però sono praticamente infiniti di numero (tanti quante le persone),

quindi conoscerli tutti non può essere un requisito per la competenza linguistica.

Invece lo è per i nomi di proprietà, generi, ecc., che sono in numero assai più  limitato.

 

In effetti

Si potrebbe dire che i termini che funzionano a riferimento diretto hanno ben 2 tipi di descrizione associata: quella ‘di superficie’, nota ai parlanti (‘questo liquido’; ‘questo bambino’; ‘il liquido a cui tutti i miei compatrioti (e in particolare gli esperti) si riferiscono con il termine ‘acqua’; ‘il bambino a cui suo padre si è riferito col nome ‘aristotele’’)

E una “di profondità”, nota a nessuno o ad alcuni “esperti”, costituita dai criteri di identità (‘H20’; il DNA individuale? O i genitori e la data di nascita? O la maggioranza ponderata di tutte le proprietà dell’individuo? )

 



[1] Carlo Penco, 2000; R. Rorty, La svolta linguistica, Garzanti.

[2] Vedi Gargani 1973, I, 1; Alai 1998, pp. 14.15.

[3] Vedi Penco 2004, cap. 2.

[4] Vedi Frege 1891

[5] Grundgesetze

[6] Dummett 1973, 81-82.89-90.

[7] Ibid, 83-4

[8] Vedi Marconi 1999: 15-16.

[9] Lycan 2000, pp. 5 sgg.

[10] Casalegno et al. (cur.) Filosofia del linguaggio

[11] Vedi A. Parternoster, Mente e linguaggio; Marconi, cap.3.

[12] Frege 1892/2003, pp.18-19

[13] Per Kaplan e Perry addirittura tridimensionale: estensione, carattere e contenuto (cfr. C. Bianchi, “Io”)

[14] Penco 2004, cap. 5; Casalegno (1997),  cap. 2; Casalegno (2003) cap. 1.

[15] SIGNIFICATO E NECESSITÀ p.108

[16] Carnap Meaning and necessity (1947) 101 sg; passim.

[17] Spesso lo si chiama ‘riferimento’, ma si tratta di un’imprecisione: referente è l’oggetto a cui ci si riferisce, riferimento è l’azione del riferirsi.

[18] Cfr. Abbagnano, dizionario di filosofia, voci corrispondenti

[19] Meaning and Necessity

[20] (Frege 1892). Ma talora lo indica anche, e in quindi come l’ intensione.

[21] (Frege: Wissenschaftilcher Briefwechsel, 128 (80), Nachgelassene Schriften,  1969, 242 (224-5):  Dummett 1973, 97-98).

[22] Frege 1892/2003, p.29

[23] Marconi 1999: 23-24.

[24] Marconi 1999: 24

[25] Frege, Logiche untersuchungen, 1923,, tr it Ricerche logiche, 1988, p. 99; Casalegno 1997, p. 43.

[26] Casalegno 1997 p. 33 e riferimenti ivi  citati)

[27] (Dummett 1973, 412-413)

[28] Vedremo in seguito (problema di Meinong) che si può evitare di dire che si riferiscono a fatti meramente possibili.

[29] In “Il significato di ‘significato’”.

[30] Per alcuni di questi vedi Frege (1892)

[31] Come ad esempio J.S. Mill e Kripke. Su questo torneremo ampiamente più oltre.

[32] Mates 1950; Casalegno1997, pp. 155-157; Marconi 1999 pp. 113-4.

[33] In ‘dire che si crede’, in Bonomi 1983a: cit. in Casalegno 1997, p.156.

[34] “Senso e significato”, p. 20.

[35] Meaning and Necessity, cap. 3, § 30. Vedi appunti vecchi

[36] Frege 1892/2003, pp. 31-32; Linsky 1976 p. 112. Dummett critica la tesi di Frege che un enunciato vuoto risulti privo di verità, e renda privi di verità anche quelli di cui diventi un componente,  proprio perché lo costringe a considerare un difetto del linguaggio naturale quello di avere nomi vuoti (1973, p166, e cap. 12)

[37] Ibid.,

[38] Russell 1905/1984, 185

[39] Vedi anche Carnap 1947/1976, cap. I, § 16.

[40] Vedi Russell 1905/1985 p. 179-180; Russell 1911, Russell 1918, p. 209.

[41] Due possibili critiche: il processo di definizione può essere finito ma circolare, tutto si impara per mezzo di tutto; l’ostensione non può essere il meccanismo basilare di apprendimento dei significati : ricerche filosofiche)

[42] Casalegno 1992, 25-27.

[44] Vedi Alai 1981.

[45] Così come nemmeno spiega la semantica dei quantificatori. Vedi Casalegno 1997,  115-117

[46] Quest’ultimo solo con una sorta di preferenza pragmatica rispetto alla tesi opposta fisicalistica: fenomenismo e fiscalismo sono per lui non due tesi ma due diversi possibili linguaggi.

[47] Di nuovo, considerandolo solo preferibile.

[48] Carnap 1932/1969

[49] Vedi Putnam 1978, pp.108-109.

[50] Lycan 2002, p. 150, obiezione 3.

[51] Carnap 1963, § 10

[52] Kripke 1972, 1980.

[53] Carnap userà questa terminologia in Carnap 1952, dove sviluppa esplicitamente la sua idea, in risposta a Quine 1951. Qui dice semplicemente: “Si suppone che  … ‘essere umano’ e ‘animale razionale’ significhino la stessa cosa: Carnap 1947/1976, p. 14.

[54] Carnap 1947/1976, cap. I § 9.

[55] Carnap usa il termine ‘proposizione’ per l’entità linguistica che oggi normalmente si chiama enunciato, e ‘concetto proprosizionale’ per l’entità extralingusitica astratta che è il contenuto di un enunciato, e oggi si chiama normalmente proposizione (per un chiarimento di questi concetti, vedi Volpe 2005, cap.2). Seguiamo qui l’usanza attuale “traducendo” la sua terminologia in quella contemporanea.

[56] Vedi nota precedente

[57] 1947/1976 pp. 53-57.

[58] Carnap 1947/1976, p. 56.

[59] Mates 1950; Casalegno1997, pp. 155-157; Marconi 1999 pp. 113-4.

[60] In ‘dire che si crede’, in Bonomi 1983a: cit. in Casalegno 1997, p.156.

[61] (1947)

[62] Perciò egli può proporre una notazione in cui non esistono nomi di classi e nomi di proprietà, ma solo un unico tipo di termini generali, che hanno la classe come estensione e la proprietà come intensione, e mostra (Carnap 1947/1976 § 27) che con tale notazione è possibile definire i concetti della matematica. Vedi per contrasto la sua critica dei metodi che comportano termini diversi per estensioni e intensioni: ibid., p. 228..

[63] Meaning and Necessity, cap. 3, § 30.

[64] Ricordiamo comunque che Carnap interpreta il Bedeutung di Frege come nominato, e noi in modo più generico come referente

[65] Vedi Significato e necessità p.105-107: si può avere = intensione e diverso struttura intensionale, ossia senso

[66] Ma anche di C.I. Lewis: v. Significato e necessità  pp.101 sgg.

[67] Piuttosto che direttamente una proprietà o un genere, come si è detto, che restano invece sul piano ontologico.

[68] Cioè Gedanke, secondo la terminologia esatta di Frege (1892).

[69] Anche se egli stesso lo spiega talora col verbo  un po’ più specifico Bezeichen, designare.

[70] Carnap 1947/1976, cap II, §§ 25-26.

[71] Per i motivi esposti sopra.

[72] Meinong direbbe un oggetto incompleto

[73] Nonostante egli critichi l’idea di Frege di indicare il valore di verità come Bedeutung degli enunciati: Carnap 1947/1976, pp. 193-4. Evidentemente, egli ritiene che non il valore di verità non risulti plausibile come nominato (quello che per lui è il Bedeutung di Frege), ma risulti plausibile come estensione dell’enunciato.

[74] Vedremo in seguito (problema di Meinong) che si può evitare di dire che si riferiscono a fatti meramente possibili.

[75] Non della quale: per essa ci sono il nome e gli aggettivi che si riferiscono ad essa

[76] Carnap 1952.

[77] Marconi 1999:24

[78] Austin, “Come fare cose con le parole”. Vedi Lycan 2000, cap. 12, Marconi 1999, pp.79 sgg.

[79] V. Lycan 2000 pp. 31 sgg.

[80] Vedi Lycan 2000 cap. 3.

[81] Cfr. Lycan 2000, p.68.

[82] Putnam

[83] Vedi ad es. Kuhn, La Struttura delle rivoluzioni scientifiche, cap. IX, 1962/1969, p.130

[84] Saul Kripke, “Nome e necessità”, cit., pp. 95 ss.

[85] P. Casalegno, “Filosofia del linguaggio. Un’introduzione”, La Nuova Italia Scientifica, Urbino, 1997, p. 236.

[86] Saul Kripke, “Nome e necessità”, cit., p. 98.

[87] Cfr. E. Napoli: il sistema fido-fido, il sistema del cartellino, è l’unico possibile per i nomi “primitivi”