Seminario “Ideologia, verità e
politica”. Secondo incontro (Urbino, 6 giugno 2008)
Fabio Frosini. Commento a
Zaira
Vieira, Althusser et Marx: le statut des
catégories
1. Il testo è un’appassionata critica ad Althusser in ordine al modo di leggere Marx. O più precisamente, è un’appassionata critica ad un testo di Althusser in ordine al modo di leggere un testo di Marx: una critica a Sur la dialectique matérialiste (De l’inégalité des origines), scritto nell’aprile maggio 1963 e pubblicato nell’agosto dello stesso anno, insieme ad alcuni passaggi di Lire le Capital, in ordine al modo di leggere la Einleitung del 1857.
La critica verte sostanzialmente su due punti, uno generale e l’altro specifico:
a) in generale, l’approccio di Althusser a Marx è epistemologico, mentre quello di Marx è ontologico.
b) nello specifico, Althusser propone una lettura errata del metodo esposto nella Einleitung, perché le tre “Generalità” di cui parla il francese non sono epistemologiche ma ontologiche: non vi è cioè passaggio da un’ideologia data (Generalità I) mediante una teoria scientifica (Generalità II: “teoria”) a una conoscenza scientifica (Generalità III), ma vi è, mediante un processo di astrazione, passaggio da un concreto caotico, ma già “pensato”, a un concreto ordinato e scientificamente costruito, laddove questi tre momenti sono tutti dominati da un «soggetto reale», che è la «produzione reale», che “regola” il lavoro dell’astrazione e la costruzione dell’architettura categoriale.
Insomma quello di Marx non è un problema riguardante la conoscenza, dunque la modalità della mediazione tra astratto e concreto, per cui si avrebbe bisogno di una “teoria”; ma un problema relativo al modo in cui il pensiero (l’architettonica delle categorie) possa meglio riflettere la struttura ontologica del reale (del soggetto reale “produzione materiale”). Tale soggetto reale è già riflesso in qualche modo nelle categorie da cui Marx prende le mosse, cioè nelle categorie dell’economia politica (della scienza attuale), ma si tratta appunto di ricostruire quell’articolazione di categorie, per rendere questa corrispondenza attuale, dominante all’interno del pensiero. Per rendere cioè il pensiero, un pensiero di quel soggetto reale:
Ce qui est fondamental pour Marx ici ce n’est pas
«le moyen» ou «la théorie» ou «les concepts» choisis – ceux-ci sont déjà en jeu et ne
différent pas des abstractions elles-mêmes – mais bien plutôt le
fait que ce «chemin de la pensée» corresponde, ait son fondement dans le
concret réel (sott. mie).
Abbiamo dunque una dicotomia tra un approccio epistemologico e uno ontologico, e in sede di discussione è ovvio ricordare un punto ai miei occhi metodologicamente centrale: che se l’approccio epistemologico deriva ad Althusser da un preciso sfondo culturale francese, sui limiti del quale egli stesso ha per primo successivamente richiamato l’attenzione, quello ontologico deriva qui da un privilegiamento della lettura lukacsiana (citazioni dell’Ontologia tornano in nota), che occorrerebbe anzitutto giustificare.
2. Ma lascio da parte questo appunto, e mi concentro su di un altro piano di discussione: quello degli effetti o dell’efficacia. Quali effetti produce l’approccio epistemologico? Anzitutto, e sia pure in modo del tutto insoddisfacente, esso rende per lo meno visibile la dicotomia verità/ideologia, in questo testo althusseriano assimilata, è vero, razionalisticamente a quella verità/errore, ma comunque posta al centro stesso della “teoria”, il cui lavoro consiste appunto nel demarcare una dall’altra. Dire infatti che la Generalità I è ideologia, implica un lavoro teorico sulle condizioni alle quali si può parlare di scienza, ciò che porta con sé, necessariamente, a ben vedere (e Althusser lo vide assai presto), un’ulteriore conseguenza: pensare il rapporto della “scienza-verità” con la “politica-ideologia”.
Cosa è infatti “ideologia”? È “solamente” un modo parziale di pensare i nessi oggettivi, o, proprio in quanto è tutto questo, è una potenza pratica, politica, nel senso che porta ad espressione un preciso “angolo visuale” (Labriola)? E la scienza, è essa un modo più oggettivo di pensare i nessi, o questa “oggettività” o “verità” ha o si pensa debba avere un’efficacia politica? ‒ non solo: è impensabile nella sua stessa genesi indipendentemente dalla politica, nel senso che, nel caso del “lavoro di rottura” (Per Marx, trad. it. di F. Madonia, Roma, Editori Riuniti, 19742, p. 169n.) realizzato da Marx sulla sua coscienza filosofica, quella rottura non è potuta accadere nella teoria ma, come Althusser in un altro testo della stessa raccolta (Sur le jeune Marx (Quéstions de théorie), 1961) vede molto bene, richiede «una logica dell’esperienza effettiva e dell’emergenza reale, [...] una logica dell’irruzione della storia reale nell’ideologia stessa» (Per Marx, trad. it., p. 64), che renda visibile come Marx incontrasse ad un certo punto, al di qua di Hegel, gli scrittori di politica e di economia, e, al di là del mito neo-hegeliano, la realtà della Francia.
Qui tocchiamo un aspetto centrale
del modo in cui Althusser legge Marx, guarda caso prima e dopo il testo che
Vieira esamina. In Pour Marx infatti c’è uno stacco tra i saggi fino al
3. Ho dunque alcuni dubbi sul modo in cui il tema “verità-ideologia-politica” è stato ritagliato dentro Althusser, individuando un momento (dallo stesso autore definito teoreticistico) in lui assai secondario, e anzi trascurando dentro di esso alcuni aspetti che avrebbero potuto offrire un appiglio alla nostra discussione seminariale. Come ho detto, il piano dell’efficacia avrebbe potuto mettere in evidenza la presenza della problematica dell’ideologia (e della politica) dentro quella della verità (e della scienza), dando luogo a sviluppi stimolanti.
Questi sviluppi vorrei indicarli brevemente, riferendomi allo statuto scientifico dell’economia politica. Scrive Vieira:
La théorie et les concepts intéressent bien entendu aussi dans le sens que les abstractions doivent être celles centrales, doivent être tout d’abord les catégories les plus importantes de la société représentée et – comme il le dit dans les Théories sur la plus-value – que l’articulation soit faite tout d’abord entre ces abstractions essentielles (cors. mio).
Questa è a suo avviso la modalità corretta di pensare la reale, cioè la vera articolazione delle categorie. Non si tratta di criticare delle astrazioni in un lavoro teorico, ma di riordinarle in modo che riflettano meglio il loro fondamento reale. Ma questo riordinamento deve partire già dalle categorie “più importanti”.
Ora, mi domando cosa voglia dire
“più importanti”: più importanti a che proposito? E per chi? Credo che a questa
domanda Vieira potrebbe rispondere: più importanti per la cosa stessa. Dunque, esiste una struttura del soggetto reale
“produzione materiale”, e questa struttura è quella della logica dialettica. Leggo ancora:
Et c’est justement ça tout le travail de Marx:
celui de montrer que les représentations les plus immédiates ne sont pas celles
qui doivent constituer le paramètre de la pensée. Ce paramètre est pour lui le réel en
ce qu’il a de plus fondamental (dans son essence cachée) et dans sa
constitution ontologique même, c’est-à-dire en ce qu’il est hors-pensée
(cors. mio).
L’approccio ontologico ha dunque anch’esso una sua efficacia: quella di distinguere essenza e fenomeno, realtà e coscienza, scienza e ideologia. L’economia politica scopre le leggi nascoste di funzionamento della produzione: fa uso di una distinzione di molteplicità dei traffici e semplicità delle leggi, distinzione che le permette di attingere il piano dell’astrazione. La critica di Marx possiede, in più, la consapevolezza che solo con la dialettica questa logica dell’essenza può essere identificata con il movimento storico, dando luogo alla formulazione dell’astrazione determinata.
È lo schema indicato da Marx due anni più tardi nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica, un testo, a differenza dell’altro, pubblicato. Lì, com’è noto, l’economia politica è detta “anatomia della società civile” e si distingue nettamente coscienza e realtà. Su questa base, la “critica” lavora, ricostruendo dialetticamente le categorie in modo da mostrarne la storicità.
4. Tutto si tiene, o almeno sembra. Basta infatti domandarsi cosa sia propriamente l’economia politica, da cui le categorie “importanti” vengono tratte, cioè quale sia il suo statuto di verità, per individuare immediatamente la presenza al suo interno di una deformazione ideologica (dunque politica!), che è ciò che appunto rende necessario la critica. E la critica, a sua volta, da cosa ricava il suo statuto di verità, se esso non scaturisce precisamente dal mettere la politica al centro del suo modo di leggere l’economia politica? L’eternizzazione delle categorie scientifiche è infatti un’espressione degli interessi della classe dominante.
L’economia politica ha del resto per Marx uno statuto ambiguo: alle volte è scienza, perché scopre le leggi di movimento nascoste della società civile, ma al contempo non lo è, perché eternizza questi rapporti. Alle volte è invece una spudorata e piatta apologetica. La “critica”, a sua volta, sembra talvolta essere un lavoro di decostruzione infinita dell’economia politica in quanto ideologia, come si adombra nella Postfazione alla II edizione del Capitale, dove Marx dà una lettura tutta politica della dialettica (essa «è critica e rivoluzionaria per essenza»); ma per lo più essa scade a una nuova scuola economica, un’economia marxista appunto, e di nuovo, in quanto tale, può paradossalmente (in quanto si pone dentro lo spazio dei saperi positivi) dare luogo a una lettura o rilettura di sé come “ideologia”, in senso nuovo, e per certi versi fatale: “ideologia proletaria”, “scienza proletaria”, “economia proletaria”, “chimica proletaria” ecc. Il seguito è troppo noto per tornarci sopra (e pensiamo sopratutto, di nuovo, all’efficacia politica di queste formule).
5. Vorrei da ultimo fare un riferimento alla dialettica e, di nuovo, al suo statuto scientifico, ideologico e politico. A partire dalla Introduzione del 1857, e quindi nel Capitale, la verità è garantita dallo schema dialettico, cioè dalla totalità come compresenza degli opposti nella teoria come “scienza”. Ma anteriormente le cose stanno in tutt’altro modo. Dall’Introduzione del ’44 almeno fino alle Lotte di classe in Francia, con aggiustamenti importanti che però non mettono in questione l’essenziale, il carattere non ideologico del comunismo non è garantito dal possesso di una scienza. Esso non è proprio “garantito”, ma “prodotto” continuamente dal fatto che il “teorico” comunista non vuole esprimere e sintetizzare il “l’angolo visuale” di un ceto particolare, ma della dissoluzione in atto di qualsiasi ceto; e quindi compie un gesto inaudito dal punto di vista della “teoria”, in quanto, in una sola mossa, rovescia la “teoria” in “critica” (ma questo l’avevano già fatto i suoi amici Linkshegelianer) e sposta la critica dentro la politica reale, di massa, subordinando così qualsiasi scoperta di “verità” da parte sua alla sua capacità di essere all’altezza di una realtà pensata come “movimento reale”. La realtà ha il primato sulla teoria (su questo sono perfettamente d’accordo con Zaira), ma, almeno in questo Marx (fino alle Lotte di clsse in Francia) la realtà va pensata come movimento reale, cioè movimento strutturato, non flusso indistinto, ma movimento in cui essenza e fenomeno (se proprio vogliamo usare questa coppia) si definiscono in modo completamente diverso, come parzialità che si spaccia per totalità e parzialità che dissolve praticamente la totalità, ricostituendola. E quindi essenza e fenomeno sono intrecciati sempre con la politica e l’ideologia, e la produzione della verità è un fatto politico-pratico.
Il problema è allora ripensare Marx, che non è homo unius libri, anche se Engels l’ha presentato così. Ripensare Marx nella natura del suo pensiero: è un’ontologia, sono d’accordo, ma un’ontologia che nasce dalla e si intreccia con la politica, non dalla ricerca della “scienza”. E che anche quando “passa” (dopo la catastrofe del 1848) alla scienza, non può evitare che, come si è visto a proposito delle nozioni di critica e di dialettica, la parzialità necessaria della politica ritorni fuori.