Università
degli Studi di Urbino “Carlo Bo” - facoltà di lettere e filosofia
CORSO
DI LAUREA IN FILOSOFIA - ISTITUTO
DI FILOSOFIA
Strumenti per la didattica
collana di testi e materiali per le lezioni curata da Paola
Belpassi e Paolo Taroni
Augusto Illuminati
Strumenti per la didattica
Lezioni
su Tocqueville
giugno 2004
© Copyright Augusto
Illuminati
e-mail: p.taroni@libero.it
Università degli Studi di
Urbino “Carlo Bo”
Facoltà di Lettere e
Filosofia
Corso di Laurea in
Filosofia
Istituto di Filosofia
http://www.uniurb.it/Filosofia/index.htm
Augusto Illuminati
Lezioni
su Tocqueville
Indice
Lezione
1 pag. 3
Lezione
2 pag. 11
Lezione
3 pag. 17
Lezione
4 pag. 19
Lezione
5 pag. 22
Lezione
6 pag. 27
Lezione
7 pag. 30
LEZIONE
1
Vorrei
cominciare con una riflessione apparentemente strana: perché il referente
letterario dell'incubo individuale e collettivo è correntemente in Europa Il processo di F. Kafka e negli Stati
Uniti It di S. King?
Probabilmente
ciò corrisponde a due diversi modi di immaginare il rapporto fra stato e
società, a una differente definizione, per l'Europa e per gli Stati Uniti tanto
dello stato quanto del sociale. Tocqueville segnala profeticamente, nella prima
metà del secolo scorso, la specificità dell'esperienza federale americana, i
suoi riflessi nella vita sociale e culturale, l'effetto molto diverso sui
bianchi, sugli indiani e sui neri. Direi anzi che il problema razziale negli
S.U. è quello che per primo colpisce Tocqueville. I quaderni del Voyage aux États-Unis (1831-1832, Oeuvres complètes, V, Paris 1957, trad.
it. Viaggio
negli Stati Uniti, Torino 1990,
ed. Einaudi, cui si riferiscono pagine e citazioni, d'ora in poi abbreviato V), che risalgono al 1831-32,
contengono già tutto il materiale relativo e anzi molto di più di quanto stia
nella prima e seconda parte del suo capolavoro, De la Démocratie en Amérique, che come è noto sono rispettivamente
del 1835 e 1840 (O.C., cit., I, Paris
1951, trad. it. La democrazia in America, Milano 1982 e 1992, ed. Rizzoli, cui
si riferiscono pagine e citazioni, d'ora in poi abbreviato D). Si tratta di intuizioni assai lungimiranti e ben conosciute,
che prefigurano tutta la dinamica della guerra civile, della segregazione
razziale e perfino dei conflitti attuali. Tuttavia non è questo l'argomento
principale del nostro discorso. E' ancora inutile aggiungere che molte delle
considerazioni di Tocqueville sugli S.U. sono ovviamente superate, magari
proprio grazie al successo di alcune tendenze già colte allo stato iniziale: il
rafforzamento del potere esecutivo, la differenziazione delle ricchezze, la
conquista dell'ovest e la fine della disponibilità illimitata di terre, la
sovrapposizione incessante di ondate immigratorie dall'Europa e dall'America
Latina. Anche la forte enfasi sull'eguaglianza delle condizioni degli Americani
rispetto al vecchio mondo europeo e sulla novità della democrazia risente
naturalmente di preoccupazioni politiche contingenti, appartiene al cauto
progressismo dell'autore all'epoca della monarchia di luglio. Il «terrore quasi
religioso» con cui Tocqueville nell'introduzione a D parla dell'eguaglianza è relativo a una fase molto datata della
cultura liberale, mentre invece la discussione sulla "tirannia della
maggioranza", nel secondo libro di D,
ha un forte rilievo contemporaneo.
Cominciamo
dunque direttamente da D I, 2, dove
si discute sull'origine degli anglo-americani e l'influenza che essa ha avuto
sul loro avvenire.
[da «un'osservazione sulla quale avremo
occasione di ritornare» a «far trionfare un'idea»,
pp. 43-45]
Tema
già anticipato in un'intervista con Mr Sparks del 29 settembre 1831 (V, quaderni 2-3), in cui
l'interlocutore afferma: «Credo che la nostra origine spieghi meglio di
qualsiasi cosa il nostro governo e i nostri costumi. Siamo arrivati qui
repubblicani e religiosi entusiasti. Ci siamo trovati abbandonati a noi stessi,
dimenticati da tutti in quest'angolo del mondo. Quasi tutte le comunità, anche
in America, hanno iniziato in un punto nel quale era concentrato il governo per
poi svilupparsi intorno a questo punto centrale. Invece i nostri padri hanno
fondato la comunità prima dello Stato. Plymouth, Salem, Charleston esistevano
prima che si potesse dire che era in funzione un governo del Massachusetts,
esse si sono unite soltanto più tardi mediante un atto di spontanea volontà»
(pp. 51-52). O per dirla con un altro intervistato, Mr Lieber, «L'idea di
un'autorità preesistente a quella degli interessati non sfiora la mente di
nessuno; il popolo ha la repubblica fin nel midollo delle ossa» (22 settembre
1831, p. 47). Vedete come il nucleo germinale delle idee di Tocqueville risalga
a dichiarazioni di un campione culturale medio e vi si associno strettamente
temi che saranno trattati separatamente in questo e nel capitolo V
(sull'amministrazione locale).
Il tratto fondamentale è che gli americani hanno
conosciuto un inizio assoluto e che
questo inizio si è localizzato nella dimensione della piccola comunità.
L'eguaglianza inerente alla condizione di emigrati proscritti, per di più a
causa di una religiosità democratico-egualitaria, si mantiene essenzialmente
sulla base della comunità, isolata dalle altre e dal paese di accoglienza,
lontana dalla madrepatria. Laddove l'emigrazione invece è stata pilotata da
elementi aristocratici e supportata dagli schiavi si generano condizioni
sociali e politiche non tanto diverse da quelle europee (cioè feudali), come è
accaduto negli stati meridionali degli S.U. Diverse anche le motivazioni
dell'emigrazione: pratiche per le colonie di sfruttamento mediante piantagioni
nel sud, ideali per le colonie di popolamento del nord.
Sulla
cultura dell'immigrazione puritana in America e sugli effetti dell'ideologia
religiosa sulla struttura costituzionale esiste un saggio famoso di Perry
Miller, The New England Mind. The
Seventeenth Century (Cambridge, Mass., 1939, trad. it. Lo spirito della Nuova Inghilterra, Bologna 1962, ed. il Mulino),
che nel gruppo finale di capitoli (13-16) ricostruisce in dettaglio il rapporto
fra patto divino e patto politico. Esiste in particolare una tendenza, del
tutto marginale nel mondo protestante europeo ma assolutamente dominante fra i
colonizzatori del New England, che si chiama proprio teologia del patto o teologia
federale. Questo orientamento cerca di correggere, con un patto della
Grazia, il rigido predestinazionismo calvinistico, scartando nello stesso tempo
pericolose soluzioni "eretiche" quali l'Armianismo (che faceva
dipendere l'efficacia della Grazia dalla volontà dell'uomo e reintroduceva
tendenzialmente un merito delle opere) e l'Antinomismo (che privilegiava
l'estasi della certezza rispetto alla condotta, quasi rinnovando il libertinismo
di certe sette gnostiche che permettevano tutto agli "pneumatici"). I
teologi federali sostenevano che esisteva un vero e proprio contratto, dello
stesso tipo di quelli che intercorrono fra uomini d'affari, fra Dio e gli
uomini, che naturalmente entrambe le parti sono tenute a osservare. La sola
differenza è che il patto ordinario sorge per volontà dei contraenti, mentre
questo speciale patto divino nasce per autonoma iniziativa e benevola (ma
vincolante) concessione di Dio. Mentre l'uomo, considerato come parte della
creazione, è sottomesso al volere assoluto del Creatore (e dunque
imperscrutabilmente predestinato), l'uomo considerato in quanto parte razionale
della creazione sta anche in un rapporto contrattuale con Dio. Dio non ha
obblighi verso le sue creature, può distruggerle o dannarle senza rendere alcun
conto, ma lo stesso Dio si è volontariamente legato le mani con gli uomini in
quanto contraenti del patto e si è obbligato a redimerli e glorificarli. La
rottura da parte di Adamo del patto primitivo con Dio è un delitto (sul modello
della violazione del contratto), di cui i suoi discendenti sono corresponsabili
(come gli eredi di un debitore), non una corruzione insanabile o una malattia
ereditaria. Tanto è vero che Dio stringe un secondo patto con Abramo (Genesi, 17); le promesse fatte in
quell'occasione al popolo ebraico vengono considerate equivalenti a un
autentico contratto, a una chiave per interpretare la storia umana. La
difficile conciliazione fra onnipotenza divina e vincoli contrattuali è
ottenuta attribuendo a Dio l'iniziativa del contratto. L'uomo sta sempre sotto
la spada della punizione per la violazione del primo patto (il cosiddetto
"peccato originario"), ma Dio dimostra la sua infinita misericordia
nel secondo patto; in principio la volontà dell'uomo resta impotente e la
grazia divina irresistibile, in pratica l'uomo che accetta il patto fa della
fede un'opera e una condotta conseguente acquisendo un diritto alla redenzione.
Il proposito di obbedire al patto salva. La santità è il risultato di un
programma di osservanza contrattuale, uno status
legale non un destino o un rapimento estatico. La teologia federale trasforma
Dio da signore feudale in benevola guida costituzionale dei suoi figli
smarriti, tendenzialmente nell'Essere Supremo di Newton e dei deisti; la
dottrina del contratto combina la fede puritana con gli elementi più avanzati
della loro cultura e con gli interessi sociali della borghesia che
complessivamente rappresentano. L'enfasi sul contratto è infine essenziale
nella battaglia contro gli Stuart che sono simultaneamente persecutori
religiosi e sovrani assolutisti e teorici dell'Assolutismo.
Il
patto con Abramo non è l'ultimo. Dio rinnova frequentemente patti e promesse,
segnatamente in occasione dell'Esodo e del lungo percorso desertico dall'Egitto
alla Terra Promessa. Non a caso i puritani chiamavano "Libro del
Patto" il Deuteronomio (che
letteralmente è il libro della seconda legge –quella mosaica). Lo stesso
rapporto trinitario è immaginato contrattualmente; in particolare la redenzione
è il frutto di un patto fra il Padre e Cristo, rafforzando l'alleanza con gli
uomini mediante un accordo preliminare di Dio con se stesso. I riflessi della
teologia federale sulle forme politiche adottate dai Puritani esuli volontari nel
New England sono evidenti. Afferma P. Miller (op. cit., cap. 17):
«Se la
salvezza dell'anima fosse stata distribuita secondo una ferrea legge di
necessità, se gli uomini fossero stati predestinati da un rigido fato,
l'assolutismo avrebbe inevitabilmente regnato nell'ordinamento civile; un
contratto volontario non poteva essere negoziato da automi, né una società
civile essere composta di schiavi. Dio voleva che la Sua volontà fosse compiuta
in cielo come in terra e; creando negli uomini la facoltà dell'anima razionale,
trattando ragionevolmente con loro attraverso i mezzi e i contratti, aveva
rivelato a sufficienza la Sua volontà. Se Egli non chiedeva agli uomini di
obbedire neppure alle Sue leggi senza prima assicurarsi del loro consenso, se
si degnava di fornir loro ragioni di assenso e di indicare il loro vantaggio,
certo nessun potere terreno aveva alcun diritto assoluto alla sottomissione dei
sudditi».
Quando
il reverendo J. Winthrop espone a bordo dell'Arbella il programma della migrazione, nel 1630, constata che
«nessun benessere comune può essere fondato se non sul libero consenso» e si
richiama esplicitamente alle immagini dei libri dell'Esodo e del Deuteronomio
per descrivere la liberazione dei Puritani dalla schiavitù egizia degli Stuart
e l'ingresso nella Terra Promessa e per descrivere se stesso quale un nuovo
Mosè. Il Massachusetts sarebbe stato organizzato, sul modello biblico, con una
serie di patti dei singoli cittadini fra di loro e con il signore
(rappresentato dal clero), secondo impegni tanto teologici quanto sociali: una
comunità democratica di santi. Naturalmente in questa impostazione erano
presenti molti elementi autoritari –non a caso nei decenni successivi vi
saranno aspri scontri fra le tendenze democratiche della base e il dirigismo
etico e politico dei maggiorenti, sostenuti proprio dall'autorità di Winthrop–
ma in complesso si era compiuto un sostanziale passo in avanti politico
dimostrando praticamente che era possibile obbedire alle leggi civili e ai
Dieci Comandamenti non solo per la loro giustezza intrinseca ma per libero
consenso. Il potere coercitivo delle nuove autorità non derivava da conquista o
da diritto divino, ma si esprimeva in giudici che dovevano garantire
l'osservanza di un contratto liberamente stipulato.
Naturalmente
uno stato di giusti e di santi non risponde facilmente alle aspettative, è
tipicamente soggetto a rilassamento e alterazione. Nella Controversia fra Dio e la Nuova Inghilterra del 1662 M.
Wigglesworth immagina il monarca della creazione disperarsi per la rovina della
sua comunità prediletta: erano questi gli uomini che al Suo comando avevano
abbandonato le loro antiche dimore per seguirlo nel deserto? Risuona qui
un'evidente affinità fra i Puritani e gli Ebrei dell'Esodo, anch'essi proclivi
a lamentarsi della durezza del viaggio, a rimpiangere gli agi perduti e
soprattutto a ricadere nella corruzione. L'intera nazione americana, così ogni
suo singolo componente, è legata a Dio dal contratto e rischia di incorrere
nella sventura se liberamente lo trasgredisce.
E' sua colpa se al di là del legittimo perseguimento della prosperità scivola
nel lusso e nel vizio. Il discorso non vale egualmente per tutte le comunità,
ma solo per quelle che sono state fondate con una ragionata deliberazione. La
sottoscrizione del contratto sta nella scelta dell'emigrazione,
nell'accettazione esplicita di una missione divina. In questi termini si tratta
di scelte e responsabilità etiche e civili, non di una legge ciclica per cui
ogni comunità è destinata ad ascesa e decadenza oppure di un'inevitabile
connessione fra prosperità e corruzione. Diversamente dagli altri popoli, gli
abitanti della Nuova Inghilterra potevano essere esortati alla fedeltà a Dio in
nome della prosperità, anzi avrebbero ottenuto la prosperità soltanto restando
fedeli a Dio e al contratto con Lui concluso. In caso contrario sarebbero
incorsi in calamità e massacri. Era così preparata la strada non solo
all'autonomizzazione laica di forme costituzionali, ma anche ai contenuti
politici ed economici, alla giustificazione dell'espansione territoriale e
dello sviluppo commerciale. Ricordiamo che tutto questo è possibile perché c'è
stata una fondazione, uno strappo e
un nuovo inizio.
Il
richiamo biblico di una comunità di emigranti e di fondatori è in primo luogo
l'Esodo. Quel racconto è stato sempre allegoria di ogni forma di salvezza
individuale e collettiva dai Padri della Chiesa in poi, anzi luogo comune
dell'allegoria in sé, come risulta da Dante, Epistola XIII a Cangrande della Scala.
L'insistenza
dei coloni del New England sull'Esodo è un caso particolare di un'ampia
tradizione che è stata esemplarmente studiata in uno snello libriccino di
Michael Walzer, Exodus and Revolution
(New York 1985, trad. it. Esodo e
rivoluzione, Milano 1986, ed. Feltrinelli). Egli legge nell'Esodo il
modello sacro di tutti i progetti secolari di rivoluzione e documenta questo
processo dalla Riforma e particolarmente dal puritanesimo del XVII secolo fino
alla Lunga Marcia, ai movimenti neri contemporanei e alla teologia della liberazione.
Il lato interessante della questione non sta nel solito discorso sulla
secolarizzazione della storia sacra in mito del progresso o utopia
rivoluzionaria (come lo conosciamo da Löwith, Voegelin e Del Noce) ma nel fatto
che in alcuni casi l'ispirazione religiosa agisce senza un'esplicita
secolarizzazione, appare come un'applicazione diretta dei comandamenti divini o
del modello scritturale. Vale la pena di ricostruire il discorso molto
articolato di Walzer, per vedere in seguito come si attagli all'esperienza
americana.
Il
radicalismo politico e religioso si è costantemente nutrito di riferimenti e
citazioni dell'Esodo, dei Numeri e del Deuteronomio. Lo utilizzano largamente Müntzer e Calvino, Knox e
Cromwell. Nel 1776 Franklin propone per il sigillo degli Stati Uniti Mosè con
il bastone alzato mentre l'esercito egiziano annegava in mare. Jefferson
preferiva invece un'immagine più pacifica: la colonna degli Israeliti che
marciava nel deserto guidata dalla colonna di fuoco e di fumo di Dio. Moses Hess
e occasionalmente Marx applicano l'allegoria al movimento socialista e Lincoln
Steffens traccia un elaborato riscontro con la dottrina leninista della
rivoluzione e dell'organizzazione. Inutile dire la centralità dell'Esodo per il
pensiero sionista; Exodus à la
nave-simbolo del viaggio di rientro in Palestina.
La storia narrata dalla Bibbia è l'opposto di
un viaggio circolare, di una peripezia che si conclude con il ritorno, secondo
il modello classico dell'Odissea
(questo è un tema su cui ha molto insistito anche la filosofia di Lévinas). E'
invece un viaggio unidirezionale, senza ritorno, che anzi ha orrore del
ritorno. Canaan , luogo d'arrivo, è esattamente l'opposto dell'Egitto, luogo di
partenza. Con il che si dà anche una struttura lineare al tempo e alla storia,
in opposizione alla forma ciclica della tradizione classica. Esodo e Redenzione
(che i cristiani, a partire da Agostino, interpretano come attuazione
spirituale della prefigurazione materiale dell'esodo) sono i paradigmi del
tempo storico moderno e progressivo, come già Löwith aveva spiegato. Tutto vi
accade una volta sola e a partire da quegli eventi non c'è ritorno (o soltanto
un ritorno peccaminoso, una nostalgia "controrivoluzionaria"). Chi
giunge al termine del viaggio non è più lo stesso che era partito, si è
interiormente trasformato grazie all'esperienza del viaggio, grazie al deserto
che ha attraversato. Non c'è ad accoglierlo né Penelope né Argo. E' l'opposto,
ovviamente, anche del contemporaneo "turista per caso".
D'altra
parte Canaan è una terra promessa non in sé, ma solo perché l'Egitto è una casa
di schiavitù. La redenzione mantiene, tanto in ebraico quanto in latino, il
riferimento originario all'affrancamento dello schiavo, al ri-acquisto della
libertà (con la possibilità di interpretarlo allegoricamente come "libertà
dal peccato"). Si tratta però di un affrancamento collettivo, non
individuale quale era possibile anche nel mondo greco e romano. Per questo
l'Esodo è riferimento comune per i movimenti di liberazione nazionale e (in
concorrenza con la rivolta di Spartaco) per il movimento operaio. La fuga dalla
schiavitù rappresenta anche una sconfitta della tirannia e infatti Franklin
proponeva per motto del citato sigillo americano la bella frase: «La resistenza
al tiranno è obbedienza a Dio». La casa di schiavitù è però spesso anche casa
di abbondanza. Gli Ebrei nel deserto "mormoravano" perché
rimpiangevano quando stavano in Egitto seduti davanti alle "pentole di
carne". In ogni rivoluzione emerge – umanissima ma controrivoluzionaria–
la stanchezza per la lotta e la nostalgia dei tempi di prima. Ogni volta un
Mosè dovrà combattere duramente contro queste tendenze e ricordare lo scopo
finale. Anche in questo l'Esodo è un paradigma delle rivoluzioni moderne. La
fuga materiale dall'Egitto (l'atto della rivoluzione) è veloce e completo, la
presa di distanza spirituale e politica è lenta, composta di passi avanti e
indietro. Insomma, è difficile costruire l'uomo rivoluzionario nella famosa
"fase di transizione".
La "lunga marcia" nel deserto è
un'operazione pedagogica, occasionalmente rafforzata con drastiche
"purghe" (il termine fu escogitato dai Puritani, con riferimento alle
promesse di un secondo Esodo fatte da Ezechiele agli ebrei esuli a Babilonia).
La più famosa di queste purghe fu l'ordine di Dio a Mosè (ma tanto Machiavelli,
nei Discorsi, quanto alcuni rabbini
lo ritennero un trucco di Mosè per scaricare in alto l'odiosità della
decisione) di uccidere gran parte degli adoratori del vitello d'oro. Mosè
naturalmente non poteva agire da solo ma si fece aiutare dalla tribù di Levi,
l'unica rimasta integralmente fedele al Dio unico, che non si era lasciata
tentare dal ritorno di fiamma dell'idolatria. In cambio di questa fedeltà e
della gestione della strage i discendenti dei Leviti ebbero a lungo il
monopolio del sacerdozio. E' facile osservare in questo episodio il paradigma
non solo dell'avanguardia rivoluzionaria, ma del rivoluzionario professionale e
della sua trasformazione in burocrate. Se l'uccisione da parte di Mosè del sorvegliante
egiziano che aveva maltrattato gli Ebrei era stata la prima giustificazione
della violenza rivoluzionaria, la repressione cruenta dei ricaduti
nell'idolatria fu la giustificazione prima per la persecuzione degli eretici,
più tardi per le purghe contro i dissidenti e i contras di tutti i tipi. L. Steffens non esitava a parlare, nel
caso di Mosè, di "terrore rosso"! Ma anche M. Buber riconosceva
l'inevitabilità di un'imposizione coercitiva, dall'esterno, della libertà per
un popolo abituato alla schiavitù. Dopo l'episodio del vitello d'oro Mosè e il
sacro tabernacolo si spostano fuori dell'accampamento. Solitudine del capo.
Comunque all'interno delle interpretazioni
dell'Esodo c'è spazio per letture tanto gradualistiche quanto rivoluzionarie, lo
sterminio degli idolatri e dei nemici è più o meno enfatizzato, gli Ebrei
riluttano alla disciplina eppure lentamente si abituano alla libertà e al
coraggio. In ogni caso il paradosso dell'Esodo e di tutte le lotte di
liberazione di cui è paradigma è che il popolo aspira ardentemente ad andarsene
dall'Egitto e insieme rilutta, desidera la libertà e insieme vuole sfuggirle,
chiede leggi e disciplina ma poi le trova troppo gravose. Gli Israeliti
immediatamente dopo la liberazione dal Faraone si trovano, come osservava
Spinoza, nello stato di libertà naturale; questo però non può essere durevole e
deve dunque dar luogo a qualche forma di patto. L'alleanza fra Dio e Israele è
un atto di fondazione che trasforma
un'organizzazione tribale in nazione cosciente. Il racconto dell'Esodo lascia
impunite le mormorazioni prima del
patto e le reprime duramente dopo.
Ciò significa che è la volontà popolare, non la volontà di Dio a fornire la
giustificazione ultima delle purghe. L'alleanza, che vincola il popolo e lo espone
alla repressione non è una delega incondizionata (il popolo ascolta prima
attentamente i dieci comandamenti e secondo alcune versioni l'intera Torah) e decide liberamente, individuo
per individuo (come nel voto non mediato e disinteressato del Contratto sociale russoiano), tanto che
alcuni rabbini parlavano di 603.550 alleanze dei singoli maschi con Dio, altri
moltiplicavano ognuno di questi impegni a sua volta per 603.550, essendosi
ciascuno impegnato anche con tutti gli altri. Il patto di unione si identifica
con quello di sottomissione. Tutti i cittadini sono eguali fra di loro e
parimenti corresponsabili del patto con Dio, dunque sono essi (e non i
sacerdoti) che succedono a Mosè come insegnanti della Legge e garanti della
continuità dell'alleanza. Si capisce come la teologia puritana dell'Alleanza
fosse in contraddizione tanto con una delega assolutistica quanto con la
dottrina della predestinazione. La ripetizione esplicita della cerimonia del
Sinai avviene molte volte –basti ricordare il Mayflower Compact, lo Scottish
National Covenant, il Solemn League and Covenant del 1643, il Puritan Army's
Agreement of the People e le allusioni contenute nelle costituzioni degli stati
americani fra il 1780 e il 1790– e sempre con un netto esito repubblicano.
Canaan,
dunque, è l'opposto dell'Egitto. Inoltre è terra promessa non nel senso di
immediata soddisfazione di tutti i bisogni e speranze, ma nel senso che essa,
un a volta occupata, resta sempre "promessa", potenziale, finché le
leggi non saranno completamente osservate. Solo per i giusti scorreranno latte
e miele (comunque lo si interpreti, materialisticamente o spiritualmente); non
basta arrivare a Canaan ma bisogna anche viverci rettamente. Walzer esemplifica
qui addirittura con un richiamo alla distinzione leniniana fra coscienza
economicistica e coscienza politica, fra massa dei lavoratori e avanguardia.
Anche i Puritani, che pure inizialmente avevano sostenuto il sacerdozio
universale dei membri della comunità, presto si rassegnarono a proporre un
ruolo dirigente e pedagogico per l'avanguardia. Naturalmente l'avanguardia, da
Cromwell a Robespierre, è interessata direttamente a rendersi necessaria
alzando lo standard della santità in modo tale che sia poco praticabile a
livello di massa.
E' importante tuttavia osservare (qui Walzer polemizza esplicitamente con Talmon e implicitamente con Popper, per i quali qualsiasi radicalismo è utopico, messianico e totalitario) che restiamo sempre, con varianti gradualistiche o estremizzanti, al di qua del messianismo, che, in seguito al fallimento di un Esodo, lo rinvia a un remoto futuro apocalittico. Le varie politiche dell'Esodo fin qui descritte non attendono la trasformazione di un mondo in rovina da parte di Dio, ma comunque operano più o meno radicalmente per una sua trasformazione contingente e concreta. Canaan non è l'Eden , la Terra Promessa è soltanto una terra un po' migliore dell'Egitto. Tanto nel pensiero ebraico quanto in quello cristiano c'è una forte resistenza al messianismo e la tendenza piuttosto a interpretare il Regno come regno terreno, luogo ancora di compromesso politico. Perfino l'avvento del Messia non comporta necessariamente la fine della storia: per Mosè Maimonide «il mondo seguirà il suo solito corso», per Walter Benjamin sarà un cambiamento essenziale ma quasi impercettibile. In ogni caso, per usare le parole di Walzer (a chiusura del cap. 4), «la storia dell'Esodo fornì ai suoi lettori un'alternativa all'Apocalisse, una cornice letteraria all'interno della quale era possibile discutere di oppressione e affrancamento in termini terreni. Suggerì –e suggerisce ancor oggi– la possibilità di un grande giorno che non sia l'Ultimo Giorno». E ancora: «paragonato con il messianismo politico, l'Esodo invita a una politica moderata e prudente. Paragonato con il vecchio tipo di lotta sociale, o con la più comune passività e rassegnazione degli oppressi, invita a una politica rivoluzionaria». Su questi motivi torneremo comunque nell'ultima lezione, riproponendo il tema come esodo dalla società del lavoro. Per ora torniamo alle applicazioni americane.
LEZIONE
2
Lo
strappo dell'esodo, l'attraversamento del deserto come scena primaria segnano
radicalmente l'esperienza americana, ripetono a vari livelli il momento della
fondazione. In una brillante divulgazione letteraria Jean Baudrillard (Amérique, Paris 1986, trad. it. Milano
1987, ed. Feltrinelli) parla dell'America come "iperrealtà", la
definisce «utopia vissuta fin dall'inizio come realizzata». Dal punto di vista
di chi è giunto in America (il pellegrino della Mayflower come il turista moderno) «l'Europa è semplicemente
scomparsa». Viceversa, chi torni in aereo da Los Angeles a Parigi atterra di
colpo nel XIX secolo. Baudrillard rilegge così Tocqueville:
«Ciò
che in Europa era rimasto esoterismo critico e religioso si trasforma, nel
Nuovo Continente, in esoterismo pragmatico grazie a una scossa brusca, o a un
colpo di scena, quello dell'esilio geografico che ricalca, nei Padri Fondatori
del XVII secolo, l'esilio volontario dell'uomo nella propria coscienza. Tutti i
princìpi americani rispondono a questo duplice movimento di approfondimento
della legge morale nelle coscienze, di radicalizzazione dell'esigenza utopica
che è sempre stata quella delle sette, e di materializzazione immediata di
questa utopia nel lavoro, nei costumi e nello stile di vita. Atterrare in
America è, ancora oggi, atterrare in questa "religione" del modo di
vivere di cui parlava Tocqueville».
Mentre
in Europa la scena primitiva, dal 1789, è la politica e la storia, in America
resta la sfera utopica e morale: «l'America è la versione originale della
modernità, noi ne siamo la versione doppiata o dotata di sottotitoli. L'America
esorcizza la questione dell'origine, non ha il culto dell'origine né il mito
dell'autenticità, non ha un passato né una verità fondatrice. Non avendo
conosciuto l'accumulazione primitiva del tempo, vive in una perenne attualità,
e non avendo conosciuto l'accumulazione lenta e secolare del principio di
verità, vive nella simulazione perpetua, nella perenne attualità dei segni
[...] L'America non ha problemi di identità e il potere futuro è in mano ai
popoli senza origine, senza identità».
Naturalmente
si possono muovere molte obiezioni a questo assunto. L'America ha una precisa
identità fondazionale e si pone il problema dell'identità in vari modi; il suo
rapporto con l'accumulazione della verità è evidentissimo nella cultura
puritana. A maggior ragione si potrebbe negare che il Giappone, che per
Baudrillard è ancora più moderno dell'America, sia senza storia e senza
identità culturale! Però è vero che si tratta di una cultura non storicistica,
immediatamente religiosa, senza le trasformazioni "secolari" delle
categorie teologiche in miti dell'origine e del progresso che caratterizzano la
cultura europea, senza il trasferimento sacrale dei poteri di Dio allo stato e
alla legge. E' assente anche il pathos
dell'autentico, che ovviamente costituisce in Europa una difesa dalla
modernizzazione, il complemento della sua versione "doppiata".
L'America
è dunque "l'utopia realizzata", iperreale proprio perché non c'è
scarto fra realtà e immaginazione, essere e dover-essere. Il nuovo mondo mette
in pratica l'ideale il vecchio aveva coltivato come fine ultimo e segretamente
impossibile. Agli europei manca di conseguenza il "candore" e
"l'incultura" degli americani, una forza che può essere soltanto
parodiata. Peggio: gli europei vivono nella malinconia e nel risentimento
dell'utopia non realizzata, nella coscienza infelice della modernità, nella
miseria di un nazionalismo mediocre e di un razzismo da quattro soldi, mentre
gli americani conoscono un autentico decentramento dell'esperienza politica, la
grandiosità del conflitto e della mescolanza delle razze. Superfluo ricordare
qui come Baudrillard utilizzi disinvoltamente alcuni temi nietzschiani: la
forza del non-storico, il risentimento. L'America diventa il teatro del
"grande stile", dell'estremo materialismo e del trionfo complementare
dell'immaginario, della tecnica e dello spettacolo.
Gli
europei trasformano il materiale in idea, gli americani rendono materiali le
idee e perfino l'inconscio, riducono tutto alla fatticità del fatto, cioè alla simulazione, accettano senza rimorsi la
sfida della quantità (che noi esorcizziamo come inautentica). Il XIX secolo
sociale e filosofico (storicismo, socialismo ecc.) non ha mai varcato l'oceano,
al di là del quale è sopravvissuto piuttosto l'orientamento pragmatico e
utopistico del XVIII secolo. Come aveva intuito Tocqueville, lo spirito
dell'America risiede nel suo modo di vivere, in una rivoluzione morale che
instaura la legittimità pratica dello stile di vita. La salvezza non dipende
più dal divino o dallo stato, ma dall'organizzazione pratica ideale (che
beninteso trova espressione adeguata anche nella setta religiosa); i "costumi"
prevalgono sull'universale astratto del diritto. Per questo l'esaltazione della
legge va di pari passo con il riconoscimento del valore della disobbedienza,
mentre in Europa il culto rituale della legge si accompagna al culto rituale
della trasgressione. L'eguaglianza in America è data per scontata, al punto che
la cameriera nel bar non pensa minimamente ad affettarla, come ridicolmente
succede in Francia: in America non c'è stile piccolo-borghese.
«La
grande lezione di tutto questo è che la libertà e l'eguaglianza, così come la
disinvoltura e l'eleganza non esistono che date in partenza. E' questo il colpo
di scena democratico: l'eguaglianza é all'inizio e non alla fine. Ciò sancisce
la differenza fra democrazia ed egualitarismo: la democrazia presuppone
l'eguaglianza all'inizio, l'egualitarismo la presuppone alla fine». La
modernità radicale è indifferenza e simulazione, trionfo paradisiaco del
deserto, della non-storia, della deterritorializzazione e della
neutralizzazione del politico e del sociale. Sotto la solita canzone
apocalittica baudrillardiana il nucleo di verità sta nella complementarità di
deserto e fondazione, che però si comprende molto meglio attraverso l'allegoria
dell'Esodo. La distanza fra Egitto e Canaan resta invalicabile: ritorno alle
origini è accettare lo sradicamento. L'incessante rinnovo edilizio che rende
desueti e fa demolire non solo i grattacieli fine secolo di Sullivan a Chicago
ma anche i manufatti degli anni '50 e '60 è l'equivalente della festa della
capanne ebraica, il ricordo della dimora nel deserto, la re-azione della wilderness sulle costruzioni provvisorie
del colono. Anche le osservazioni sulla fine della politica e del culto del
sociale potrebbero essere recuperate quale interruzione del mito politico, un
tema sul quale torneremo in seguito per mostrare come il "lato
cattivo" dell'americanismo sia in realtà il lato da cui avanza la storia.
Un più
sobrio discorso sulla fondazione è contenuto in On Revolution (1963, trad. it. Sulla
rivoluzione, Milano 1983, ed. Comunità) di Hannah Arendt, uno dei suoi
libri più fraintesi, che tratta con grande acutezza il tema della
fondazione. Arendt riprende l'idea antica dell'eguaglianza come isonomia, cioè parità di condizione
politica e non necessariamente sociale, decisione "artificiale" di
essere eguali nella sfera pubblica malgrado la diversità delle posizioni
private, in opposizione all'idea "moderna" di una libertà ed
eguaglianza innate negli uomini e inerenti proprio alla loro privatezza.
Nell'esperienza rivoluzionaria del XVIII secolo, che era innanzi tutto
coscienza della capacità umana di cominciare qualcosa di nuovo, la strada della
rivoluzione americana e quella della rivoluzione francese si divaricano
radicalmente. Mentre gli americani,
favoriti dalla mancanza di povertà di massa e da una precedente esperienza di
autogoverno, riponevano la sede del potere non in un "popolo"
naturalistico ma in una Costituzione artificiale e tutta politica, in un organo
non dotato di volontà propria ma solo soggetto a interpretazione ed
emendamento, i francesi, che dovevano fronteggiare un ancien régime ancora aggressivo ed erano afflitti da spaventose
diseguaglianze e miserie, enfatizzarono il ruolo guida del popolo, della volonté générale gestita da un'élite sollecita del bene del popolo.
La russoiana "compassione" e l'altrettanto russoiana volontà generale
"rettamente" intesa generarono la tipica dialettica (hegeliana) di
virtù e terrore, l'implicazione inestricabile di conflitto sociale e illibertà
politica che avrebbe condotto dall'estremismo rivoluzionario all'assolutismo
napoleonico. Arendt non sopravaluta l'efficacia dei richiami biblici nei primi
patti costituzionali americani, tende piuttosto (cfr. cap. IV) a pensare che
sono state le circostanze oggettive dello strappo dal vecchio mondo e delle
terribili difficoltà di un nuovo insediamento in un paese selvaggio e
sconosciuto a far loro riscoprire la "grammatica elementare"
dell'azione politica: la promessa di un aiuto reciproco e la costruzione di una
sfera pubblica. Lo stato sociale, che per i rivoluzionari francesi era la fonte
di tutti i mali (come metafora delle società reali di ancien régime ), per gli immigrati nel New England era la forma
obbligata di sopravvivenza, l'unico modo ragionevole, con o senza assistenza
divina, di salvarsi dal male e dal peccato. Vincoli comuni e reciproche
promesse sono la base dell'esperienza del colonizzatore, della sua capacità di
costruire un mondo. Ecco già una
formulazione più accettabile della differenza fra utopia risentita e utopia realizzata!
La grammatica dell'azione e la sintassi del potere confluiscono nell'atto della
fondazione, che verrà riproposta nella seconda grande crisi dei coloni (dopo
quella dello sbarco): il conflitto con la madrepatria inglese. I "Padri
Fondatori" collegarono in modo ambiguo il principio del consenso (che di
per sé esclude il riferimento a un assoluto trascendente) e la loro fede
illuministica e deistica, che traspare nell'autoevidenza delle verità cui si fa
cenno nella Dichiarazione di indipendenza e nel preambolo alla Costituzione. E'
però importante che «all'America fu risparmiata la maschera più grossolana e
più pericolosa che l'assoluto abbia mai assunto nella sfera politica, la
maschera della nazione». Aggiungiamo subito qui un commento. Patria è una
Costituzione, non una razza e neppure una lingua, anzi è proprio una way of life: Coca Cola, per fortuna, non sangue!
Ciò
che operò questa salvezza non fu però il richiamo deistico all'autoevidenza, ma
l'atto stesso della fondazione. Ciò che assicurò la stabilità della nuova
repubblica (e naturalmente l'inverosimile longevità della Costituzione
americana rispetto a quelle succedutesi in Europa) fu l'autorità insita
nell'atto stesso della fondazione piuttosto che la fede in un Legislatore
immortale e la dubbia autoevidenza delle verità della Dichiarazione; di qui
anche la "venerazione" della Costituzione. L'assoluto che garantisce
il sistema politico non è Dio o l'eticità sostanziale dello stato, ma l'atto
stesso del cominciare per cui i costituenti si autodefiniscono "padri
fondatori" (in schietto stile romano). Mentre i giacobini si travestono
neoclassicamente da antichi romani (e sappiamo da Marx e Benjamin l'importanza
e l'equivocità dell'operazione ), gli americani svelano la totale contemporaneità
della fondazione: eccola qui, la stiamo facendo. Anche i costituenti hanno i
loro "miti di fondazione" e i loro testi sacri– l'Esodo e l'Eneide–, ma entrambi, guarda caso!, sono racconti di fondazione di
nuove sedi con una rottura irreversibile con il passato. Interruzioni del mito,
appunto. Non si deve tornare in Egitto o si può tornare in Asia solo per
riconquistarla. La rivoluzione era lo iato fra la fine e il principio, fra il
"non più" e il "non ancora". Tale mito viene però reso assolutamente
contemporaneo: non solo la liberazione dagli inglesi, ma la Frontiera rinnova
l'Esodo, ogni marcia a ovest (e, s'intende, ogni strage di "idolatri"
indiani) ripeteva le peripezie di Israele. Si opera uno spostamento d'accento
decisivo: « Comunque stiano le cose, o comunque stessero in passato, quando gli
americani decisero di modificare il verso virgiliano, trasformando il magnus ordo saeclorum in novus ordo saeclorum , con questo
riconobbero che non si trattava più di fondare "Roma di nuovo", ma di
fondare "una Roma nuova"; che il filo di continuità che legava la
politica occidentale alla fondazione della città eterna era spezzato e non
poteva più essere rinnovato». Marx aveva scritto che mentre i giacobini si
erano mascherati da antichi romani, i proletari non avrebbero avuto questo
bisogno; per Arendt l'operazione era stata già compiuta dai costituenti
americani.
Il
libro si presta facilmente a letture liberal-democratiche; perfino le critiche
agli S.U. contemporanei, estraniatisi dai processi rivoluzionari mondiali proprio
per la peculiarità della loro rivoluzione e quindi propensi ad appoggiare per
ignoranza e paura i più corrotti regimi controrivoluzionari, sono inserite in
un rimpianto aristocratico per i tempi in cui l'immigrazione dall'Europa e le
tensioni razziali non avevano corrotto "socialmente" il
disinteressato spirito civico delle origini. Per quanto l'ultima parte, con la
sua appassionata critica dei partiti e l'esaltazione dei piccoli gruppi e delle
comunità di base, abbia costituito un importante punto di riferimento per il
'68 americano, non siamo certo in presenza di un capolavoro assoluto come The Human Condition ; tuttavia per
quello che ci interessa il tema della fondazione e dell'inizio (che come sapete
l'autrice immagina in analogia alla "nascita" fisica, simbolo della
contingenza e della pluralità degli uomini) è posto con grande chiarezza.
Tornando
dopo questo lungo giro a Tocqueville osserviamo in primo luogo che l'idea di un
inizio assoluto si trova già in V ,
secondo le immagini della tabula rasa o
della carta bianca che ricorrono
sistematicamente in tutte le proclamazioni pedagogiche rivoluzionarie, da Lenin
al Benjamin di Povertà ed esperienza
e a certe famose frasi di Mao Tse-tung. «Vi sono mille ragioni che concorrono a
far accettare dagli Stati Uniti la libertà repubblicana, ma poche sono
sufficienti a spiegarne il motivo. Si dice che negli Stati Uniti la società è
stata costituita su una "tabula rasa". Non ci sono né vincitori né
vinti né plebei né nobili. Non esistono pregiudizi di nascita né di
professione». Con questa osservazione del 14 gennaio 1832 si apre il quaderno
E, p. 261. In un'annotazione del giorno precedente (quaderni tascabili 4 e 5,
p. 191), a proposito della coerenza logica delle istituzioni, aveva scritto che
gli americani si intendevano così bene perché «hanno potuto costruire il loro
edificio sociale su una tabula rasa»
(il discorso potrebbe essere riproposto oggi a proposito dell'uniformità di
base del modo di vita e del paesaggio umano – si veda ancora Turista per caso ). Riprenderemo il tema
a proposito dell'eguaglianza.
Nel quaderno alfabetico A, sezione C (estate
1832, p. 197), una digressione sul "carattere nazionale degli
americani" si apre constatandone, come si manterrà quasi letteralmente in D, l'irrequietezza di fondo, raddoppiata da quella dello scenario
naturale: «le leggi variano in continuazione, i magistrati si succedono uno
dopo l'altro, i sistemi di amministrazione si alternano di volta in volta, la
natura stessa cambia più rapidamente dell'uomo. Per una strana inversione
dell'ordine naturale delle cose, è la natura che sembra in movimento e l'uomo
immobile. [...] Non vi è paese al mondo dove l'uomo affronti con maggiore
fiducia l'avvenire, dove senta con più orgoglio di poter plasmare l'universo a
suo piacimento. E' un atteggiamento naturale che può essere paragonato soltanto
a quello che determinò la scoperta del Nuovo Mondo, tre secoli fa. Si può dire,
in effetti, che l'America è stata scoperta una seconda volta». L'instabilità,
in questo contesto di continua "nascita", non è un fastidio o un
motivo di angoscia, ma la fonte di prodigi sempre rinnovati; il cambiamento è
percepito come lo stato naturale e positivo dell'uomo. In un altro passo molto
significativo, il diario di viaggio nella regione dei grandi laghi, nella wilderness, del Michigan, iniziato il 1 agosto 1831, dopo aver lamentato
la scomparsa del popolo indiano osserva che «negli stessi luoghi e al suo posto
un'altra razza aumenta di numero con una rapidità ancora più stupefacente. Per
opera sua le foreste vengono abbattute, gli
acquitrini prosciugati. Laghi vasti come mari, fiumi immensi contrastano invano
la sua marcia trionfale. I deserti si trasformano in villaggi, i villaggi in
città. Testimone quotidiano di simili meraviglie, l'americano non vede in
questo niente di stupefacente. La distruzione incredibile, la crescita ancora
più sorprendente gli sembrano il normale procedere degli avvenimenti del mondo,
al quale ci si abitua come all'ordine immutabile della natura». Il tono è già
quello dell'elogio marxiano delle imprese borghesi nel Manifesto del 1848.
La
stessa democrazia o spirito repubblicano non si fa apprezzare per la regolarità
metodica dell'amministrazione, ma perché è immagine della vita (quaderno
tascabile 3, Filadelfia 25 ottobre 1831): «la libertà non compie ciascuna delle
sue imprese con la stessa perfezione del dispotismo intelligente, ma alla lunga
produce di più. Non sempre e in tutte le circostanze fornisce ai popoli un
governo più abile e più perfetto, ma diffonde in tutto il corpo sociale
un'attività, una forza, un'energia che non esistono senza di essa e che danno
vita a cose meravigliose». Tocqueville tratta le categorie politiche come forme
di vita, istituzioni entrate nel costume e produttive di comportamenti. Il luogo
della fondazione, dell'inizio è indicato topograficamente, è la comunità di
base, non lo stato e tanto meno la federazione. Scrive in D I, 2:
«Nella maggior parte delle nazioni europee
[...] in seno all'assemblea generale dei cittadini» (p. 52).
Constata
inoltre la compresenza della forma di vita repubblicana con quella religiosa,
secondo una peculiare divisione di sfere di influenza: in America la religione
conduce alla civiltà, l'osservanza delle leggi divine alla libertà. I fondatori
della Nuova Inghilterra erano ardenti settari e novatori esaltati, che
considerano immutabili le leggi divine e illimitatamente plasmabili le
istituzioni umane: «Così nel mondo
morale [...] di ogni autorità» (p. 55).
Siamo all'opposto della Santa Alleanza europea fra trono e altare. E del
resto negli stessi anni (1843) Marx si beffava, nella Judenfrage, dei discorsi romantici sullo "stato
cristiano" e vedeva nelle Costituzioni della Pennsylvania e del New
Hampshire buoni esempi di conciliazione della religione (in versione deistica)
con i diritti dell'uomo, esempi soprattutto di definizione del cittadino
astratto e dell'uomo della società civile – il citoyen e il bourgeois.
Anche
l'eguaglianza dei colonizzatori –eguaglianza non solo delle ricchezze ma anche
delle intelligenze, dato che la smania e la facilità di conseguire rapide
ricchezze distoglie da una lunga educazione intellettuale, così tipica invece
per una società aristocratica– favorisce il radicamento della sovranità
popolare nel costume, nella vita quotidiana: «In America il principio [...] questo paese è certamente l'America» (ib. , cap. 4, p. 65). E ancora, alla
fine dello stesso capitolo: [Vi sono
paesi [...] in lui» (p. 67).
Veniamo
ora al ruolo dei poteri locali, fulcro e luogo iniziale della
"fondazione". Qui sta anche la più rilevante differenza con i sistemi
europei, in particolare con la centralizzazione di tipo francese.
«L'America
ha sperimentato la libertà municipale prima della libertà pubblica. Noi abbiamo
fatto e facciamo ancora esattamente il contrario. Causando tutti i nostri mali,
vogliamo elevare una colonna cominciando dal capitello, essere maestri prima
che allievi». In questa annotazione del 14 gennaio 1831 (quaderni tascabili 4 e
5 di V, p. 192) sta già in nuce tutto il discorso sui poteri
municipali svolto nella Democrazia in
America. (D I, 5 e II, 7). Così
pure come da un'altra annotazione del 20 settembre 1831 (V, quaderni non alfabetici 2 e 3, p. 43) risulta evidente
l'interesse originariamente antropologico delle peculiarità politiche
americane: «Una delle conseguenze più felici dell'assenza di governo [...] è lo
sviluppo della forza di volontà individuale che ne è il risultato diretto.
Ciascun uomo impara a pensare, ad agire da solo senza contare sull'appoggio di
una forza estranea, che, per quanto diligente possa essere, non è mai in grado
di soddisfare tutte le esigenze sociali».
Tocqueville
decide dunque di cominciare la sua analisi dai poteri locali: «Esaminare l'Unione [...] di tutto il
resto» (p. 69). Segue (p. 70) il paragrafo "Il sistema comunale in
America" fino «alla superficie». Nel paragrafo "Poteri comunali nella
Nuova Inghilterra" i primi due capoversi e quello sui select men (pp. 71-73). Dal successivo il capoverso «In questa parte dell'Unione [...] allo spirito
del lettore» (p. 74) e l'ultimo. Nel paragrafo "Lo spirito comunale
nella N. I." il 2°, 5°, 6°, 7°, 8° capoverso e l'osservazione sulla scarsa
importanza della contea, organo questo sì puramente amministrativo e non forma
di vita e sede politica.
Lettura
della prima parte del paragrafo "L'amministrazione della Nuova
Inghilterra" (fino alla parte sui giudici di pace), con l'osservazione
finale molto rilevante, non solo per allora ma anche per i moderni sistemi
europei, che «solo il potere arbitrario [...]
lo si cerca nell'elezione» (p. 84). Brevi cenni sui poteri dello stato,
trattati in due sezioni specifiche. Il cuore del ragionamento è nel paragrafo
"Effetti politici del decentramento amministrativo negli Stati
Uniti", che viene letto pressoché integralmente.
Osservazioni
particolari:
1. accentramento "politico" e
"amministrativo"
(con riferimento alle note tesi sostenute in L'Ancien Régime et la Révolution, del
1856, per cui esiste una sostanziale continuità nel processo di concentrazione
illiberale del potere e soprattutto di quello amministrativo da Luigi XIV alla
rivoluzione francese e a Napoleone)
2. apparenza dell'anarchia ed effettiva autogestione
sociale
3. effetti politici
e non amministrativi del
decentramento.
Sulla
prevalenza dell'uniformità sociale e politica di fondo rispetto alla superficie
dell'uniformità amministrativa é fondamentale una pagina del già citato viaggio
in Michigan dell'agosto 1831 (V, pp.
371 sgg.):
«Quelli
che hanno viaggiato attraverso gli Stati Uniti troveranno la mia descrizione
straordinariamente emblematica della società americana, dove tutto è
contrastante e imprevedibile. Dovunque la più raffinata civiltà e la natura
abbandonata a se stessa sono presenti e si trovano in qualche modo a contatto,
cosa nemmeno immaginabile in Francia. [...] Immaginavo che un paese popolato in
modo incompleto e parziale come l'America dovesse presentare tutte le
condizioni di esistenza e offrire l'immagine della società a tutti i livelli.
L'America, secondo me, era dunque l'unico paese dove si potesse seguire passo
passo le trasformazioni che lo stato sociale impone agli uomini e dove fosse
possibile intravedere una specie di grande catena che di anello in anello scade
dal ricchissimo aristocratico che abita la città fino al selvaggio che si
rifugia nel deserto. E' là che, in poche parole, compresa fra alcuni gradi di
longitudine, credevo di trovare inquadrata la storia dell'intera umanità.
Niente corrispondeva a quanto avevo immaginato. Fra tutti i paesi del mondo,
l'America era il meno adatto a fornire il quadro che cercava. In America, più
ancora che in Europa, esiste un'unica società. Può essere ricca o povera, umile
o fastosa, commerciale o agricola, ma è composta dappertutto degli stessi
elementi. La livella di un'identica civiltà è passata su di essa. L'uomo che
avete lasciato nelle strade di New York lo ritrovate uguale in mezzo alla
solitudine più impenetrabile: stessi abiti, stesso animo, medesima lingua,
medesime abitudini, medesimi piaceri. Niente di rustico, di ingenuo, niente che
presupponga il deserto, niente nemmeno che assomigli ai nostri villaggi. E'
facile rendersi conto del perché di una simile situazione. Le parti di
territorio più anticamente e completamente popolate hanno raggiunto un alto
grado di civiltà, hanno assorbito un'istruzione profusa largamente mentre lo
spirito di eguaglianza stendeva una tinta di singolare uniformità sulle
abitudini della vita quotidiana. [...] Quelli che abitano luoghi isolati vi
sono arrivati ieri portando con sé i costumi, le idee le esigenze della
civiltà. [...] Entrate pure nella capanna che sembra l'asilo di tutte le
miserie e vi accorgerete che il proprietario indossa i vostri stessi abiti e
parla la lingua di città».
Non
diversa è l'esperienza di chi oggi arrivi in uno sperduto motel o nel centro
commerciale di una piccola cittadina americana. La straordinaria uniformità
dell'arredo urbano e dello stile di vita ha profondamente a che fare con un
elemento di eguaglianza, con la comune appartenenza agli effetti di una
"fondazione". La traversata del deserto –l'Oceano, la frontiera– ha
lasciato il segno.
LEZIONE 4
Un
secondo luogo di educazione democratica decentrata è il meccanismo giudiziario,
in particolare la giuria e la sua applicazione alla più quotidiana materia
civile. Questo tema è ancor più preminente nel Voyage del 1831-32, anche perché formalmente la spedizione era
stata finanziata a Tocqueville (e Beaumont) per studiare il sistema giuridico e
penitenziario americano. Già allora rilevava che la giuria è la più potente e
diretta applicazione del dogma della sovranità popolare, il popolo divenuto
giudice di ciò che è permesso o vietato nei confronti della società. La giuria
è un'istituzione eminentemente repubblicana (democratica o aristocratica
secondo il reclutamento dei giurati), diametralmente opposta a ogni
assolutismo, che à obbligato a distruggerla o sfigurarla. Tutto il quaderno F è
dedicato a questi temi. Tocqueville era rimasto molto colpito dal potere dei
giudici di interpretare e abolire la legge per non corrispondenza alla
Costituzione (un principio che si è affermato in Europa soltanto nel secondo
dopoguerra, per influenza americana, con varie forme di corti costituzionali).
L'autore non apprezza tanto i risultati tecnici della giuria (spesso inferiori
a quelli ottenibili con un tribunale professionale permanente), quanto quelli
politici, di educazione alla democrazia e di radicamento dello spirito
repubblicano e della sovranità popolare (cfr. anche II, 8). Analogo giudizio
vale per il diritto consuetudinario, il common
law anglo-americano, tecnicamente imperfetto e inferiore al diritto scritto
romano e continentale, che però ha storicamente favorito il dispotismo. Non è
un caso se le lamentele contro il diritto consuetudinario vengano, nella stessa
America, dal ceto degli avvocati e dei giudici professionali, la componente più
conservatrice e ostile ai cambiamenti.
Vediamo
rapidamente alcuni passi di D I, capitolo 6, "Il potere giudiziario negli
Stati Uniti e la sua azione nella società politica". Sui giudici: «La causa [...] incostituzionali» (p.
102). Questo configura virtualmente i giudici come gli arbitri ultimi dei
conflitti politici e sociali. Spetta infatti ai giudici (oltre che al corpo
elettorale) il controllo dei funzionari pubblici, che in Europa avveniva e in
parte ancor oggi avviene attraverso controlli gerarchici o istanze giudiziarie
e amministrative speciali (cfr. 2° paragrafo, inizio). Di qui anche la
tipologia del giudizio politico, per esempio dell'impeachment presidenziale, che mira caratteristicamente a «togliere
il potere a chi ne ha fatto cattivo uso e impedire che questa stessa persona ne
possa per l'avvenire essere investita» piuttosto che a punire in termini
giudiziari. In Europa si destituiscono i funzionari e si decapitano i re; negli
S.U. si puniscono giudizialmente i funzionari e si destituiscono i presidenti.
Si
delinea ora chiaramente il rapporto fra poteri locali (municipali e statali) e
potere federale, oggetto del cap. 8°, secondo paragrafo (p. 118): «Le attribuzioni [...] dalla costituzione»;
settimo paragrafo (pp. 124-125): «La
sovranità [...] governo nazionale», e «Tuttavia
entrambi [...] il potere dominante». Molto importante, per garantire la centralizzazione del potere, è il
rapporto diretto fra tribunali federali e cittadini, senza passare per
l'intermediario degli stati: cfr. paragrafo 17, p. 147 («Quanto all'azione [...] un individuo») e 20, pp. 154-155 («In America [...] esercito propri»; «Qui il
potere centrale [...] salvarono il paese»). Ne consegue singolarmente che
l'Unione è una grande repubblica quanto a estensione, ma una piccola per il
numero delle materie di sua competenza (le cose da allora naturalmente sono
cambiate), inoltre agisce direttamente sulla base, limitatamente a quelle
materie, senza gerarchie. Ciò rende straordinariamente compatto il corpo
sociale e politico e assicura la massima circolazione delle energie vitali.
L'unico pericolo nasce dal doppio sistema lavoro libero/schiavitù e qui
Tocqueville coglie assai bene le avvisaglie della futura guerra civile.
Terminata la quale, peraltro, il potere federale sarà rafforzato in
concomitanza anche con l'espansione imperialistica nell'area definita dalla
dottrina di Monroe.
Mentre
il I libro di D trattava delle
istituzioni e delle leggi, il II è dedicato al potere sovrano del popolo che
sta al di sopra delle istituzioni e fuori da tutte le forme. Alla democrazia
come forma di vita, potremmo dire. Più ancora che ai partiti (di cui si coglie
precocemente lo scarsa rilievo nella storia americana) l'interesse va alla
libertà assoluta di stampa, tutelata quanto quella religiosa e insieme priva di
quell'efficacia sovvertitrice che possiede nel vecchio continente. Cfr. II, 3°
(pp. 196-197): «Gli Stati Uniti non
hanno [...] comune presso di noi» e il capoverso finale dello stesso (p.
198). La mancanza di grandi schieramenti contrapposti, di blocchi antagonistici
di classe e di partiti programmatici centralizzati favorisce l'illimitato
sviluppo di associazioni. Queste costituiscono un freno alla tirannia della maggioranza (ossessione
di Tocqueville) e al monopolio delle cariche pubbliche garantito al vincitore
elettorale, cfr. nel primo paragrafo di II, 4 (p. 204) «Al nostro tempo [...] più temibile» e «Non si può nascondere [...] cospiratori».
La
discussione sui pregi, i difetti e i pericoli del suffragio universale è
significativa solo storicamente, mentre assai attuale è in II, 5 il paragrafo
dedicato ai "Pubblici funzionari sotto l'impero della democrazia
americana", che marca l'inesistenza di vere e proprie "carriere
politiche" e di cristallizzazioni di onori, privilegi e poteri, sia a
causa del principio elettivo sia per la scarsa attrattiva delle cariche
pubbliche, che dunque non danno luogo a un ceto
politico [cfr. specialmente pp. 212, 215-216, 217-218].
Il principale vantaggio del governo della democrazia sta nella riparabilità degli errori e nell'incoerenza delle posizioni di potere costituito (cfr. II, 6 primo paragrafo), nonché nella neutralizzazione del conflitto di classe e nel più diffuso rispetto per la legge, alla cui formazione i poveri sentono di partecipare (cfr. pp. 247-248). Ma soprattutto il corpo politico democratico è vivo, agitato da passioni e infinitamente più potente e produttivo di qualsiasi società regolata dal più intelligente dispotismo (cfr. 248-251).
Il
maggior rischio consiste invece nella possibilità di una tirannide della
maggioranza, descritta in II, 7,
terzo paragrafo e soprattutto quinto.
Gli ostacoli a questa possibile tirannide sono elencati nel successivo
II, 8, e sono costituiti essenzialmente dalla mancanza di accentramento
amministrativo, dalla libertà di stampa, dal ruolo del potere giudiziario e
dallo spirito conservativo del ceto giuridico (vero corrispondente
dell'aristocrazia continentale), dalla mancanza di una grande capitale (II, 9),
dalla sublimazione dell'irrequietezza sociale e delle passioni politiche in
industriosità, amore del guadagno e concorrenza commerciale (ib.).
Un
ruolo decisivo gioca infine la religione. Ma su questo è opportuno soffermarsi
specificamente, allargando il discorso a tutto il problema della
secolarizzazione nei due ambiti contrapposti Europa - Stati Uniti.
LEZIONE
5
D II, 9, paragrafo 4°: "La
religione considerata come istituzione politica: come essa contribuisce
potentemente alla conservazione della repubblica democratica in America".
Sinteticamente anticipato in un'annotazione
del 1 ottobre 1831 (V, quaderno
tascabile n. 3, p. 159): «Ne consegue che il cattolicesimo porta allo spirito
democratico? No. ma quei cattolici sono poveri e provengono quasi tutti da un
paese dove l'aristocrazia è protestante».
Notare
che rientra nel settore "costumi", ovvero «l'insieme delle idee di
cui si formano le abitudini dello spirito» e ancora «tutto lo stato morale e
intellettuale di un popolo». Altrimenti detto: la religione come tratto della
forma di vita. Ancora dal paragrafo successivo «Fino ad oggi [...] grandemente l'uso» (pp. 294-295). Del tutto
normale è che la pratica della religione sia allora sottomessa allo spirito
industriale che garantisce. Il ministro americano del culto è infatti definito,
in V, quaderno alfabetico A (27
agosto 1831, p. 200) «un imprenditore dell'industria religiosa». In parallelo
Tocqueville conia il termine di "industria letteraria" (titolo del
libro III di D, parte I, cap. 14).
Abbiamo
visto il ruolo che la religione assume nella "fondazione" dello
spirito repubblicano e poi nel suo mantenimento (cfr. anche libro III, parte I,
capitoli 2-8). Non c'è dubbio che questo ruolo si configura in termini diversi
dal lungo processo di secolarizzazione europeo culminato con le dottrine
filosofiche e giuridiche del XVIII e XIX secolo che trasferiscono tutti i
concetti teologici fondamentali in termini etico-politici e dotano lo stato
degli attributi divini di trascendenza e assolutezza. Si producono così due
figure: una morale autonoma repressiva delle inclinazioni e un ordinamento
storico evolutivo che procede verso il meglio grazie al sacrificio delle
pulsioni individuali e alla loro collisione concorrenziale. Un imponente commento
filosofico ha emarginato quasi integralmente la tradizione interpretativa
religiosa fissando il tratto d'unione fra le categorie nel comune riferimento
sostanziale alle forme successive di stato: prima nell'ideale astratto di stato
di diritto o volonté générale, poi
nella mediazione amministrativa concreta dello stato sociale, da ultimo nelle
funzioni taumaturgiche e pochissimo transitorie della dittatura del
proletariato. Politica o stato, comunque sacrificio della singolarità a qualche
Causa destinale.
Il
prezzo della compiuta secolarizzazione, che ha eliminato i riferimenti
eteronomi e integrato l'istanza morale alla sfera storico-politica, sta nella
trasfigurazione del ruolo dello stato borghese: da legittimazione borghese
rivoluzionaria del centralismo amministrativo per la tutela dei nuovi rapporti
di produzione a oggetto di culto superstizioso, altare per il sacrificio della
felicità immediata alla civilizzazione. Questa ideologia, volta innanzi tutto a
garantire l'obbedienza e il consenso dei ceti subalterni, finiva per investire,
con le debite eccezioni, l'intera società. Il senso di colpa, che nella cultura
giudaico-cristiana responsabilizzava l'individuo davanti a Dio e alla sua Legge
mediante la scissione in due della volontà, viene secolarizzato in riferimento
alla violenza sacralizzata dello stato. La volonté
générale dell'Io sociale è il luogo di imputazione dell'equivalenza
civiltà-repressione. In tal senso il Processo
di Kafka è emblematico e non solo per l'intervallo fra Sarajevo e Auschwitz:
destino è propriamente avvertire una mancanza nei riguardi della Legge.
Che
questo non si limiti alla coscienza infelice della borghesia ma coinvolga
profondamente la storia del movimento operaio può essere mostrato con un
apologo. Tutta una generazione di militanti di sinistra si è interrogata e
commossa davanti al dramma umano e politico dei rivoluzionari professionali
vittime dello stalinismo, che cadevano gridando ai plotoni di esecuzione «Viva
Stalin», convinti che la loro ingiusta condanna potesse indirettamente
contribuire alla difesa del socialismo contro la reazione fascista
internazionale. Situazione assolutamente contestuale a una filosofia della
storia provvidenziale, perfetta trama drammatica - come lo fu in effetti per
Koestler, Sartre e obliquamente anche per la prima versione della brechtiana Vita di Galileo. Negli stessi anni
tuttavia il teppista e incendiario capo delle SA berlinesi, Karl Ernst, quando
viene messo al muro dalle SS nella notte dei lunghi coltelli, muore gridando «Viva
Hitler». Opera qui la medesima dolorosa dialettica storica? E' difficile
differenziare tipologicamente i due casi, anche se l'episodio ci appare ancor
più come un grottesco equivoco. Nell'insieme i due episodi esemplificano
l'esasperato ideologismo degli anni '30, non soltanto nel senso di una fase
particolarmente dura dello scontro di classe, ma anche come conflitto armato
fra hegeliani di destra e di sinistra. Stesso spirito di sacrificio del
concreto immediato a una finalità storica superiore, identica accettazione di
un capo carismatico, condensazione vivente dell'epoca e del suo destino al di
là di errori e ingiustizie empiriche. Che lo spirito del mondo possa incarnarsi
in un individuo cui sacrificare la particolarità della vita e perfino la giustezza
della linea politica è la superstizione destinale che segna pateticamente
l'esperienza politico-filosofica europea e produce fantasticherie sulla
"fine della storia" dopo le relative disillusioni.
Che
non si tratti però di un'evoluzione obbligata sembra indicarlo il diverso
decorso dell'esperienza americana. Se all'inizio la storia americana sembra
procedere di pari passo, anzi anticipare quella europea nello sviluppo di una
rivoluzione borghese e nell'instaurazione di una democrazia liberale, appare ben
presto chiaro che il treno si avvia su binari completamente diversi.
L'espressione filosofica di questa diversità è essenzialmente negativa,
consiste in un'estrema sobrietà di elaborazione ideologica delle pratiche
politiche, nella rinuncia a teorizzare processi istituzionali e conflittuali
(come la guerra d'indipendenza, il consolidamento costituzionale e la guerra
civile) al di là dello stretto inevitabile per ragioni di propaganda. Da
Jefferson a Lincoln il discorso politico resta sul proprio terreno, al massimo
drappeggiato nella retorica d'occasione; è significativo che i teorici, sia
pure in questo senso limitato, siano per lo più politici o giuristi di
professione, raramente intellettuali indipendenti (fra le eccezioni Thoreau ed
Emerson) e tanto meno cattedratici, almeno fino a Sumner e Dewey. Resta sempre
valida l'osservazione con cui Tocqueville apre il III libro di D: «Credo che non ci sia nel mondo
civile un paese in cui ci si occupa di filosofia meno che negli Stati Uniti»
(p. 423). Con il che è anche evidente che la filosofia dominante vi sarà il
pragmatismo.
Il
momento pratico è talmente correlato alla teorizzazione che sembra trattenerne
l'espansione e generalizzazione. Ma una teoria politica debolmente
universalizzabile -basti pensare con quale understatement
venne trattata l'abolizione della schiavitù in tutta la prima fase della guerra
civile- non solo offre un'apparenza di povertà e di utilitarismo, ma
difficilmente si presta a diventare ideologia totalizzante. La macchina statale
resta, beninteso, oggetto di pretese, contese, pratiche corruttive e
spoliatorie, conflitto armato, ma non diventa un altare di culto per la teoria.
Ciò che del resto è congruo a una disposizione del potere in cui i confini fra
elemento federale, statale, locale (come sul piano economico fra iniziativa
oligopolistica e intervento pubblico) sono stabiliti pragmaticamente, con una
spiccata preferenza per la mediazione giudiziaria piuttosto che parlamentare o
amministrativa. Si sviluppa più un'ideologia giuridica (tendenzialmente
conservatrice) entro i limiti del common
law, che una filosofia da stato etico, come avviene altrove sulla base del
diritto romano e del Code Napoléon.
E'
anche molto significativo che la salvaguardia del pluralismo sociale nei
confronti dell'autorità centrale viene trattata in analogia alla tutela dei
gruppi religiosi, come risulta in un celebre passaggio del «Federalist» (n. 51, pp. 353-4
dell'edizione italiana a cura di G. Ambrosini, Pisa 1955): «Qui avviene infatti
che mentre tutta l'autorità proviene dalla Società e ad essa risponde, tale
Società è divisa in tante parti, e si compone di tanti diversi interessi e di
tante diverse categorie di cittadini, che i diritti degli individui, ovvero
della minoranza, non correranno seri rischi di venire ingiustamente sopraffatti
da una maggioranza. In regime di libertà, le garanzie dei diritti civili
saranno le stesse di quelle che salvaguardano i diritti religiosi. Qui si
identificheranno in una molteplicità di interessi e là in una molteplicità di
confessioni».
Minimalismo
e pragmatismo ideologico non richiedono una secolarizzazione troppo spinta.
Persistono anzi nell'opinione media sociale americana frammenti non
secolarizzati, per esempio dettami direttamente religiosi, anche se non
confessionali. Mancano tanto etiche autonome, prive di componenti
utilitaristiche o trascendentali, quanto giustificazione
"machiavelliche" della pratica politica; gli inganni ovviamente ci
sono ma vengono biasimati e severamente puniti quando li si scopre, inibendo così
ogni divisione teorica fra morale e politica. Il Watergate insegna. La tensione
irrefrenabile della moderna tradizione europea verso un equivalente generale
astratto di Dio cede qui il passo al cortocircuito fra estremi esiti pratici e
desueti valori religiosi; il successo è ancora, come nella prima
secolarizzazione calvinistica, segno evidente del favore divino e il
riferimento al Dio astratto fa da sottotitolo alla ricchezza astratta, alla sua
forma di moneta. In God we trust- sta
scritto sulle banconote. Quanto più significativo del gretto richiamo europeo
alle norme di legge che vietano la falsificazione!
La
secolarizzazione europea ha trasferito alla Legge e al suo apparato
antropomorfo il culto un tempo dovuta a Dio. Questo specifico tratto superstizioso
corrisponde al feticismo della società dei consumi e viene introiettato nella
colpevolizzazione dei comportamenti individuali subalterni. Politica e comunità
divengono miti. Nel modello americano di politica lo stato invece non è
ideologizzato. La più visibile risultante è la mancanza di rappresentazioni
partitiche o movimentistiche di interesse generale: il potere borghese e
l'organizzazione proletaria (riformista o anarco-sindacalista) hanno scelto
piuttosto di esprimersi corporativamente, per gruppi di popolazione e settori
geografici, per blocchi di interesse e leghe professionali (o degli esclusi,
come negli Iww o la prima Cio). La tradizione sezionalista della politica
americana si è complicata con l'afflusso degli immigrati e la necessità di rappresentare
e integrare nei diritti di cittadinanza le minoranze etniche e più recentemente
anche gruppi sessuali (donne, omosessuali). I due grandi partiti nazionali sono
sommatorie di rappresentanze a basso tono ideologico.
In
tale contesto si è affermato un tipo di azione politica minimalistica, volta al
conseguimento di vantaggi immediati senza ricaduta organizzativa costante –single-issue interest groups. La riduzione degli elementi
cultuali che circondano le funzioni statuali e il loro stesso decentramento
implicano comunque la formazione di un altro tipo di aura, quella spettacolare.
Alla superstizione della venerazione subentra l'imbonimento. Incubi e
ribellioni -come in It- esprimono
direttamente il sociale, senza passare attraverso le mediazioni dello stato,
sono l'astratto della tecnologia e dei comportamenti di massa, non l'astratto
della Legge.
Le
forme pragmatiche della competizione politica non ideologizzata, rafforzate
dalla pratica corrente della corruzione e dal conseguente disprezzo per la
dimensione politica, non sono state alla lunga sufficienti a governare
politicamente il sistema, che ha dovuto far ricorso in misura crescente alla
pubblicizzazione spettacolare dei candidati. Il fenomeno si è accentuato man
mano che si affacciavano alla scena della cittadinanza nuove leve di elettori
provenienti dai ceti medio- bassi e dalle minoranze etniche di recente
integrazione. Il denaro, che veniva un tempo impiegato per la corruzione
diretta degli eletti e degli elettori, è speso adesso per acquistare spazio nei
mezzi di comunicazione di massa e per costruire immagini fondate su elementi
politicamente irrilevanti ma rispondenti a stereotipi dell'inconscio
collettivo. All'ingenuità dell'ideologia politica ufficiale, che ripudia il
machiavellismo e richiede onestà e coerenza, viene a corrispondere quella delle
immagini da eroe televisivo: è il prezzo pagato per ridurre la sacralità dello
stato in un sistema di democrazia capitalistica.
Manca
inoltre negli Stati Uniti un nazionalismo nel turpe e sempre rinascente senso
europeo, in riferimento a identità etniche o ad appartenenze territoriali. Il
patriottismo e lo sciovinismo vi assumono invece un tratto classicamente
imperiale, di appartenenza a un way of
life, teoricamente accessibile a chiunque, come la cittadinanza romana -e
implicante, come quella, restrizioni e graduazioni. La coappartenenza all'etnia
e alla Federazione (per es. l'autocoscienza italo-americana, polacco-americana,
ecc.) può essere addirittura ipotizzata come veicolo di integrazione e
partecipazione (Walzer). L'ossessiva presenza della bandiera negli ambienti
pubblici e privati (non a caso neppure qui l'elemento statale è privilegiato!)
sposta su un piano scenografico quel patriottismo che nella più fosca
tradizione europea affonda nel sangue e nel suolo. Di conseguenza anche il
conflitto etnico lo è apertamente sui diritti civili e sociali e l'asprezza
sostanziale della discriminazione non è attualmente surdeterminata da misure
amministrative nazionali o "europee".
Comunque
negli ultimi due decenni, insieme alla crisi delle grandi ideologie politiche
totalizzanti, inevitabilmente anche in Europa hanno cominciato ad apparire,
intrecciandosi spesso in modo ripugnante ai vecchi difetti locali, le pratiche
più tipicamente americane dello spoil
system (nel frattempo mitigato nella patria d'origine) e della
spettacolarizzazione, peraltro con lo stesso stile grottescamente imitativo in
peggio che ha contrassegnato l'importazione di jeanserie e fast-food. La
tonalità provinciale non occulta tuttavia l'introduzione di un sostanziale
disturbo alle forme dominanti della gestione politica: alla lunga la
superstizione statalistica non è conciliabile con la spettacolarità
concorrenziale, che è altra cosa dall'uso monopolistico dei mezzi di comunicazione
per convalidare l'immagine di un dittatore. L'amalgama non tiene. Infatti la
spettacolarità è tutt'uno con la contingenza della linea politica, con
l'improvvisazione di issues, di
centralità ed emergenze inventate di volta in volta per conseguire un effetto
spendibile sul piano della comunicazione di massa; è qualcosa di inutilizzabile
per una ripresa coerente del "senso dello stato" (magari
"sociale") nell'accezione europea del termine.
LEZIONE
6
Sull'eguaglianza
americana come "forma di vita" e non mera categoria giuridica o
programma sociale. Il problema si pone sin dal primo contatto con l'America,
come risulta frequentemente da V.
Qualche esempio.
«L'eguaglianza è grandissima, meno grande
tuttavia di quanto possa sembrare a uno straniero. I modi che vi colpiscono
sono spesso una formula che non ha maggior valore di quanto ne abbia il vostro umilissimo servitore in calce
alle lettere. Qui bisogna essere gentili con tutti perché tutti hanno diritti
politici» (dichiarazione di Mr Livingstone, riportata nel quaderno in ordine
non alfabetico alla data 7. 6.1831, p. 6).
«L'eguaglianza
non esiste che sulla pubblica piazza. Il denaro crea nella società differenze
invalicabili. Un uomo di valore, qualunque sia la sua ricchezza, viene ricevuto
dappertutto, ma gli fanno sentire che non è ricco e si rifiutano di ricevere
sua moglie e i suoi figli» (dichiarazione di Mr Duponceau, dai quaderni non
alfabetici 2 e 3, in data 27. 10. 1831, p. 63).
«In
America regna un'incredibile eguaglianza esteriore
. Tutte le classi vengono a contatto reciproco continuamente senza che il
minimo segno denoti le diverse posizioni sociali. Tutti si scambiano strette di
mano. [...] L'ineguaglianza provocata dalla ricchezza e dall'educazione esiste
invece nella vita privata. Generalmente i più ricchi e i più illuminati vivono
fra loro, ma queste ineguaglianze non sono percepibili da uno straniero, anche
perché credo che siano meno sentite che da qualsiasi altra parte. Non ritengo
che esista una forma di lavoro degradante per chi l'esercita». (quaderno
alfabetico B, 17. 9. 1831, pp. 238-239). Si noti a questo riguardo che in D (III, parte II, 18°capitolo) si
specifica realisticamente che «l'eguaglianza non riabilita soltanto l'idea del
lavoro, ma rivaluta l'idea del lavoro che procura un lucro»! Infatti ciò che
l'aristocrazia disprezza non è il lavoro in sé, ma il lavoro in vista di un
profitto.
«La
relazione fra le diverse posizioni sociali in America è piuttosto difficile da
capire e gli stranieri di solito cadono in uno dei due errori: o credono che
negli Stati Uniti non esista nessuna differenza fra gli uomini eccetto quella
del merito personale oppure, colpiti dall'importanza che qui viene attribuita
alla ricchezza, sono indotti a pensare che in molte delle nostre monarchie
europee si goda di un'eguaglianza più completa. [...] Non si tratta
dell'eguaglianza davanti alla legge, che in America è completa e costituisce
non soltanto un diritto, ma un dato di fatto. Si può perfino dire che se la
diseguaglianza esiste da qualche altra parte, viene attuata nel mondo politico
un'ampia compensazione a favore delle classi medie e inferiori che, con gli
appellativi storici, ricoprono ormai quasi tutte le cariche elettive. Mi
riferisco all'eguaglianza nei rapporti della vita sociale, a quell'eguaglianza
che induce alcune persone a riunirsi negli stessi luoghi, a condividere idee e
passatempi, a frequentarsi con le famiglie». In questi casi, la differenza tra
Francia e Stati Uniti è che nel primo paese la selezione avviene in base prevalentemente
alla nascita, nel secondo in base a regole e circostanze variabili ma
soprattutto in base al denaro. Ciò costituisce un vantaggio per la democrazia e
l'eguaglianza, dato che contrariamente alla nascita e perfino al merito, il
denaro «non è durevole ed è alla portata di tutti». In conclusione «le
classificazioni sono stabilite dalle abitudini comuni, dall'educazione e
soprattutto dalla ricchezza, ma queste regole non sono assolute né inflessibili
né permanenti. Stabiliscono distinzioni passeggere e non formano classi sociali
propriamente dette, non attribuiscono nessuna superiorità nemmeno d'opinione a
nessun uomo rispetto a un altro, di modo che, anche se due persone non si
vedono mai negli stessi ambienti, quando s'incontrano sulla pubblica piazza si
guardano senza orgoglio e senza gelosia. In fondo si considerano eguali e lo
sono». E' piuttosto se si vanno a verificare i matrimoni che si tocca con mano
chi é considerato eguale a chi. Considerazione, aggiungiamo, valida ancor oggi
a proposito dell'eguaglianza razziale, che spesso è realizzata nella legge e in
molti aspetti del costume (molto meno, si sa, a livello economico e
professionale), ma non al punto da creare coppie miste, che sono più rare che
in Europa.
Naturalmente
si parla di eguaglianza all'interno dei soli maschi bianchi di prima
immigrazione. Il problema delle successive ondate migratorie non si pone ancora
e quello dei rapporti con indiani e neri è descritto a parte, già con molto
interesse in V e poi in D, nel lunghissimo e presago capitolo
10 che conclude il II libro ("Considerazioni sullo stato attuale e
sull'avvenire delle tre razze che abitano il territorio degli Stati
Uniti"). Nella spregiudicata analisi dei costumi e della relativa
emancipazione della donna americana (libro III, parte III, capitoli 8-12) non
una sola parola è dedicata al diritto di suffragio per le donne. L'eguaglianza
in questa accezione ristretta torna invece a essere trattata in vari luoghi dei
libri III e IV. Tocqueville esamina magistralmente gli effetti intellettuali
dell'eguaglianza vissuta come forma di vita e il ruolo dell'opinione pubblica,
che rischia di aggiungere all'onnipotenza politica della maggioranza un potere
di intimidazione mentale che porta i più al conformismo. L'opinione della
maggioranza sostituisce le fedi religiose (III, I, 2°) e schiaccia l'individuo
autonomo. Cfr. p. 430: «L'autorità
intellettuale [...] da un milione di braccia». Ancora più sottile è
l'effetto dell'eguaglianza sul modo di pensare, che predilige le idee generali
e le astrazioni sommarie, economicamente più utili per inquadrare
strumentalmente la complessità. Evidentemente a ciò corrisponde un'attitudine
più tecnica che riflessiva, una preferenza per la scienza applicata piuttosto
che pura. Cfr. ancora (III, I, 3°,
p. 434) «Gli uomini [...] poco tempo».
(III,
I, 4°, p. 435) «Benché gli americani
[...] si correggevano naturalmente».
(III,
I, 10°, p. 458) «In America la parte
[...] popoli democratici».
Restano due altri punti molto importanti: la
scoperta della nascita di una nuova aristocrazia industriale, sulla base non
della differenza di reddito ma della forma specifica di lavoro di fabbrica che
distrugge la personalità operaia (III,
II parte, 20°) e il rapporto fra eguaglianza e tendenze all'accentramento e
alla riduzione della libertà individuale, sul quale si insiste a lungo in tutta
la quarta parte del III Libro (cap. 2, p. 707, «Dopo l'idea [...] buon governo»; cap. 3, p. 713, «Si può dire [...] il governo naturale»; 4, p. 718, «Gli uomini che vivono [...] essi danno») e soprattutto nel
capitolo 6°, "Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni
democratiche". L'analisi, tragicamente pessimistica più che conservatrice,
culmina nella rapidissima predizione dell'apatia generale
come effetto ultimo dell'individualismo (nota I al Libro III, p. 754).
LEZIONE
7
I
termini "via europea" e "americana" parafrasano
un'espressione leniniana del 1907 (Il
programma agrario della socialdemocrazia russa nella prima rivoluzione del
1905-7, in Opere, vol. XIII), via
"prussiana" e "americana", in riferimento al tipo di
trasformazione dell'agricoltura. Non sarà l'ultimo accesso di
"americanismo" di Lenin, basti ricordare la sua fin troppo ingenua
identificazione di taylorismo e modernizzazione tecnica negli anni '20. La
frase, che contrappone nel passaggio dal latifondo alla produzione
capitalistica le figure dello Junker
reazionario e del farmer
rivoluzionario, riprende la polemica di Marx contro il riformismo dall'alto.
Marx non si era stancato di denunciare –da ultimo nella Critica del programma di Gotha– la superstizione statalistica che inquinava le forze rivoluzionarie
rendendole più timide e servili dello stesso radicalismo borghese di quei paesi
dove i residui feudali erano stati spazzati via. Non a caso allo statalismo "prussiano"
di Lassalle, filosoficamente fichtiano e politicamente bismarckiano, si
contrappone ripetutamente (anche in articoli d'occasione e nell'epistolario) la
brutale risolutezza del capitalismo sviluppato senza compromessi feudali, il
modello americano di quel self-working
farmer che non aveva voluto subire, a differenza dei gentiluomini di Wall
Street, l'arroganza dei sudisti (Marx a Engels, 1.7.1861). Nella IV sezione, a e b,
della Critica, Marx stronca la
rivendicazione dello stato "libero", affermando che non è affatto
compito degli operai, che si sono liberati dal gretto spirito di sudditanza,
rendere tale lo stato; la libertà consiste invece nella possibilità di
«cambiare lo stato da organo sovrapposto alla società in organo completamente
sottomesso ad essa», dato che le sue forme sono più o meno libere «nella misura
in cui limitano la libertà dello stato». Segno infallibile di superstizione
statalistica è lo spacciare come rivendicazione comunista quello che gli Stati
Uniti hanno realizzato praticamente come repubblica democratica borghese. La
contrapposizione tra fantasticherie prussiane subalterne e pratiche americane
ritorna nei due casi esemplari del sistema educativo e della libertà di
coscienza. Nel primo caso Marx addirittura si schiera contro l'educazione popolare da parte dello stato (anzi, è
quest'ultimo che deve essere "educato molto severamente" dal popolo),
consentendo al massimo la nomina di ispettori statali in liberi istituti di
educazione (all'americana); nel secondo afferma che un partito operaio non
dovrebbe limitarsi ad auspicare la tolleranza di ogni possibile culto, né tanto
meno assumere a valore la libertà di coscienza, ma difendere la pratica (già
realizzata nel capitalismo avanzato statunitense): «ognuno deve soddisfare le sue
esigenze religiose quanto quelle corporee senza che la polizia vi metta il
naso».
Nella
brutale paradossalità della proposta c'è la consapevolezza di quanto il
movimento operaio tedesco ed europeo siano "impestati" di
superstizione statalistica. L'idea, ben presto abbandonata, di trasferire
l'Internazionale negli Stati Uniti, è un'alternativa latente che il gruppo
dirigente sopravvissuto a Marx si guarderà bene dallo sperimentare. La
scissione del movimento americano dal nucleo dell'Internazionale e la
simultanea ascesa della corrispondente borghesia a forza imperialistica egemone
sono, prima ancora delle contraddizioni involutive della rivoluzione sovietica,
il punto d'arresto dello sviluppo rivoluzionario. La critica tocquevilliana del
modello giacobino e napoleonico di organizzazione dello stato non viene
raccolta in Europa da un movimento operaio vincente ma si realizza con
l'accesso della borghesia statunitense al dominio del mondo. La stessa
esperienza molto importante del movimento rivoluzionario americano
anarco-sindacalista resta sconfitta o si converte in tensione corporativa
all'interno del sistema, lasciando peraltro un'eredità evidente ai movimenti
etnici e a quelle forme diffuse di insubordinazione sociale che abbiamo visto
all'opera l'anno scorso a Los Angeles.
Un
altro rilevante passo marxiano, valorizzato da A. Negri nel libro Il potere costituente (Varese 1992,
specialmente cap. IV), si riferisce all'economista Carey (in Grundrisse der Kritik der politischen
Ökonomie, Berlin 1953, pp. 844-8 trad. it. Lineamenti fondamentali della
critica dell’economia politica, II pp. 648-654:
«E' il
solo economista originale nordamericano. Egli proviene da un paese nel quale la
società borghese non si è sviluppata sulla base del sistema feudale, ma ha
cominciata da se stessa; in cui essa non si presenta come il risultato che
sopravvive a un movimento secolare, ma come punto di partenza di un nuovo
movimento, in cui lo stato, a differenza di tutte le formazioni nazionali
precedenti, è stato fin da principio subordinato alla società borghese, alla
sua produzione, non ha mai potuto avanzare la pretesa di perseguire fini
autonomi, in cui, infine, la società borghese stessa, agganciando le forze
produttive di un vecchio mondo allo sconfinato territorio naturale di un nuovo
mondo, si è sviluppata in dimensioni e con una libertà di movimento finora
ignorate, ha ampiamente superato i limiti di ogni lavoro tradizionale nel
dominio delle forze della natura, in cui infine gli antagonismi della società
civile stessa si presentano solo come momenti transitori. [...] Rapporti
americani contro rapporti inglesi: a questo si riduce la sua critica della
teoria inglese della proprietà fondiaria, del salario, della popolazione, degli
antagonismi delle classi, ecc. La società borghese in Inghilterra non esiste
allo stato puro, non corrisponde al suo concetto, non è adeguata a se stessa.
Come potevano allora i concetti degli economisti borghesi della società
borghese essere l'espressione vera e incontaminata di una realtà che essi non
conoscevano? [...] L'universalità di Carey è universalità di marca yankee. Francia e Cina per lui sono
egualmente vicine. Egli è sempre l'uomo che abita sulle coste dell'Oceano
Pacifico e dell'Atlantico».
Il
citato testo di Negri affronta anch'esso il problema delle «due vie» del potere costituente, ripercorrendo le
opposizioni di Tocqueville, Arendt e Baudrillard. Il capitolo IV,
"L'emancipazione politica nella costituzione americana", che si apre
con una citazione di Burke (difensore, contro i connazionali inglesi, dei
diritti americani). La libertà americana è una libertà selvaggia,
"tartara", che si riversa in spazi sterminati. Già qui vediamo
crollare lo schema di Polibio, la successione temporale delle forme di governo,
l'anakyklosis di ascesa, maturità e
decadenza, mentre ora orizzonte del potere costituente diventa lo spazio. Non
c'è soltanto lo strappo radicale dalla madrepatria, dal passato, l'avventura
nelle tenebre dell'avvenire di cui già parlava Tocqueville, ma proprio
l'inserimento dello spazio nel concetto di popolo, la sua espansione in uno
spazio illimitatamente percorribile, che può e deve essere assoggettato e
organizzato. Il cittadino politico è colui che si appropria dello spazio e
della ricchezza e organizza in forma federativa il territorio conquistato.
La
libertà-spazio, la libertà spazialmente definita, esclude qualsiasi pessimismo
e moderatismo, è alla base dell'entusiasta democraticismo della rivoluzione
americana e dell'esaltazione jeffersoniana della Frontiera. Nello spazio si
trasferiscono i conflitti dell'appropriazione. Finché la Frontiera resta
aperta, democrazia e appropriazione non si contraddicono (a parte gli Indiani,
che vengono massacrati, prefigurando le implicazioni imperialistiche della
categoria). In Paine e Jefferson il potere costituente si presenta con i
caratteri più radicali; il diritto alla rivoluzione è diritto alla libertà,
volontà costituente in permanenza. Jefferson ritiene conciliabile il populismo
democratico della Dichiarazione di
indipendenza con il liberalismo aristocratico della Costituzione del 1787 e
perfino la permanenza di settori schiavistici, grazie alla disponibilità
pressoché illimitata di spazio, che consentiva l'appropriazione della terra a
tutti e la sperimentazione di forme democratiche di autogoverno nei nuovi stati
all'ovest. Una tendenza alternativa è quella degli autori del «Federalist»,
soprattutto Hamilton e Madison, che tendono a riassorbire l'homo politicus della Rivoluzione nell'homo politicus della Costituzione, il
potere costituente espansivo nella macchina giuridica. Questo avviene nel
semi-monarchico Hamilton mediante l'esaltazione del centralismo federale, di un
forte potere presidenziale contro la frammentazione locale e la libertà
selvaggia della Frontiera, nel jeffersoniano Madison mediante una sociologia
della pluralità e della rilevanza degli interessi garantiti da un agire
politico autonomo, soprattutto dalla mediazione del potere giudiziario, garante
della quasi immutabilità e della priorità logica della Costituzione sul potere
legislativo e innovativo.
Sin dall'inizio il potere costituente
americano non ha i tratti della russoiana volonté
générale, bensì quelli della volonté
de tous, è rappresentanza molteplice e tessuto diffuso di volontà
particolari che trovano un limite solo nella frontiera. La chiusura
costituzionalistica del potere costituente, anche prima della chiusura della
Frontiera, consiste nella sua funzionalizzazione nella macchina del potere, in
un sistema di rappresentanza diviso in una molteplicità di luoghi di governo e
in una rigida divisione dei poteri –una vera translatio mitigata dal compromesso federalistico e che ha invece i
suoi punti di forza nel ruolo del Senato, del Presidente e della Corte Suprema.
Fin quando la Frontiera resta aperta, la costituzione materiale eccede quella
formale, l'eccezione riesce a rompere con la sua socialità espansiva lo schema
giuridico-costituzionale che vuole imbrigliarla, i limiti restano per così dire
sotto pressione. La contraddizione è crisi
in permanenza e così la recepisce Tocqueville, che ne trae ragione per
coltivare il proprio pessimismo storico e sociologico, l'idea della corruzione
ineluttabile della democrazia in dispotismo. Il liberalismo di Tocqueville è
tragico, non soddisfatto.
Al
modello "atlantico" si affianca quello continentale, esemplificato in
primo luogo dalla Rivoluzione francese e poi da quella bolscevica. Nel primo
modello il potere costituente si manifesta incorporando lo spazio e viene
normalizzato mediante una razionalizzazione dello spazio politico (divisione e
reciproco controllo dei poteri pubblici federali e locali, schema geometrico di
controlli) cui corrisponde un'ideologia del funzionalismo; nel secondo il potere costituente
investe soprattutto il tempo, costruisce per scadenze una temporalità delle
masse (pensiamo alle "giornate" rivoluzionarie o al primato leniniano
della tattica) ed è normalizzato facendo ricorso a un progetto di
razionalizzazione del tempo mediante la costituzionalizzazione del lavoro, la
sua sottomissione alla regola d'impresa e alle norme della riproduzione
sociale. L'ideologia di questa macchina temporale-lavoristica è la dialettica, il trascendimento continuo
di ogni insorgenza costituente in una legittimazione dinamica, produttiva,
nella routine amministrativa dello
stato socialista o sociale. Il
conflitto fra questa razionalità temporale
e moderna e lo sviluppo ontologico del potere costituente genera la classica
implicazione di utopia e
terrore. Il blocco dell'anomalia
costituente produce il terrore rivoluzionario (con il suo rovesciamento in
amministrazione) e anche la brutalità fascista in alternativa all'utopia. Negri
riproduce qui materialisticamente l'opposizione baudrillardiana fra utopia
risentita europea e utopia realizzata americana, attribuendo alla prima i
connotati della dialettica e il rischio del terrore e del pentimento dopo la
sconfitta, alla seconda i connotati del funzionalismo apologetico e la
possibilità di una riapertura radicale dello spirito costituente, affidato
soprattutto (come nelle grandi crisi della Secessione e degli anni '60)
all'iniziativa del popolo afro-americano.
Esiste
una tradizione di sinistra, possiamo concludere, che tratta positivamente la
differenza fra via americana e via europea, non per screditare la rivoluzione
ma per proporre un modello diverso di comunità, governo e rivoluzione,
radicalmente non organico, che fa giocare liberamente pluralità e
frammentazione, riduce il ruolo dei partiti e dei programmi totali. Nella
corrente terminologia politica ciò si traduce nell’opposizione fra le categorie
del “popolo” e della “moltitudine”, la seconda delle quali rappresenta lo
sbocco della via americana nelle condizioni produttive e sociali del
postfordismo.