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La
prassi artistica di Kosuth è interdipendente rispetto al suo
sforzo teorico - volto alla chiarificazione del significato dell'arte
concettuale
e, dunque, delle sue stesse opere - quale parte integrante del processo
di
ridefinizione dell'ambito dell'arte che l'autore si propone. Non
potremmo
sperare di penetrare le profondità delle sue opere deviando
dall'attenta
considerazione delle sue riflessioni, il cui apporto teorico risulta
fondamentale e necessario alla comprensione delle operazioni
concettuali nel
loro porsi quale radicale alternativa alla tradizione artistica che le
precede.
Il percorso teoretico di Kosuth inizia nel 1969, con la pubblicazione
dell'articolo 'Art after Philosophy' ('L'Arte dopo la Filosofia'): il
giovanissimo artista analizza in questa sede la funzione dell'arte sulla base
del pensiero del primo Wittgenstein, decretando ingenuamente la fine della
filosofia e l'inizio dell'arte nel senso del trasferimento nel mondo artistico
delle possibilità analitico-tautologiche lasciate ancora aperte dal pensatore
austriaco contra le insensate supposizioni filosofiche -
in sostanza, un'arte i cui oggetti definiscano in maniera non equivoca se
stessi, lasciando fuori dal campo o rendendo irrilevanti l'apprezzamento
estetico-contemplativo e l'opinione soggettiva. L'apparente arbitrarietà
dell'operazione trae origine dalla polemica kosuthiana contro la cosiddetta
arte 'formalista' o 'modernista' a lui contemporanea, che concepiva e definiva
l'arte secondo canoni tradizionali di natura morfologica ovvero estetica,
disinteressandosi degli aspetti del significato per concentrarsi sui semplici
attributi fisici degli oggetti: un'arte 'senza cervello', incapace di un autentico
sforzo creativo - che non può che trovare le sue radici in un'indagine generale
sulla natura e funzione dell'arte al fine di metterne in discussione le
declinazioni istituzionalmente codificate (tra le quali un posto di non
secondario rilievo assume l'accettazione dei generi artistici (pittura e
scultura), destinati a perire a causa della loro sterilità comunicativa - la
più tarda produzione di Kosuth dovrà tuttavia registrare il ritorno in auge
della pittura e rispondere al riflusso storico con una superiore indifferenza
per le forme utilizzate in arte, che è piuttosto questione di pensiero che di
materia).
Contro un concetto implicito a priori sulla natura dell'arte, proprio
dell'ideologia modernista, si espresse per primo Marcel Duchamp, precursore
della Conceptual Art, interrogandosi sulla funzione dell'arte grazie ai ready-mades,
che permisero uno spostamento del fuoco dell'attenzione dall''apparenza' alla
'concezione'. Sulla sua linea Kosuth propone un'arte basata su nuove idee
piuttosto che su nuovi oggetti, identificandola con una 'proposizione
presentata nel contesto dell'arte a commento sull'arte', una proposizione
analitica, tautologica, non fattuale, una definizione dell'arte o delle sue
conseguenze formali secondo modalità molto simili a quelle di logica e matematica.
L'arte
concettuale è un'indagine sui fondamenti e le implicazioni del concetto 'arte':
va da sé che l'operatore concettuale sostituisca le funzioni dello storico, del
critico e del filosofo d'arte, assumendole entro la propria pratica artistica e
neutralizzandone l'autorità. Tale proposta si
configura non tanto come particolare poetica quanto come filosofia dell'arte lato
sensu, reinterpretando la tradizione artistica in termini concettuali;
per cui l'autore non esita a porre sullo stesso piano la tavolozza di Van Gogh
e le sue opere come curiosità storiche, se è vero che l' arte, autenticamente
intesa, è costituita da nuovi significati ed è assolutamente estranea ai
materiali e alle qualità fisiche - nonostante sia possibile farne uso.
Sebbene l'articolo e le pubblicazioni minori dello stesso periodo presentino
indubbi stimoli allo scardinamento delle strutture stratificatesi sul mondo
dell'arte e del suo mercato - il quale richiede e necessita di prodotti che
l'artista concettuale non può fornire se non in modo del tutto alieno al
significato che intende trasmettere tramite questi, operando con pure idee -
l'accoglimento dell'estremo riduzionismo wittgensteiniano permetteva solo
limitate tipologie di interventi artistici e avrebbe dovuto, prima o poi,
essere accantonato in funzione di una più ampia prospettiva: il fatto che
questa provenisse da un ramo della cultura assolutamente distante dalla tradizione
artistica, così com'era accaduto per la filosofia logica di Wittgenstein, non
fu certo un freno alla debordante creatività di Kosuth, capace di concepire la
cultura nel fluire di un continuum da
cui assimilare e rielaborare idee, metodologie e significati volti ad
un'innovazione culturale di carattere generale, difficilmente specificabile
disciplinarmente, oltre i rigidi confini stabiliti dall'autorità.
La fonte d'ispirazione è ora l'antropologia marxista e antiscientista di
Stanley Diamond e Bob Scholte, impegnata nel sociale -siamo intorno alla metà
degli anni Settanta e l'articolo di riferimento è 'Artist as Anthropologist'
('L'Artista come Antropologo').
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Si descrive l'arte come un gioco che costruisce se stesso, che inventa le sue
stesse regole, proponendo le nuove leggi alla comunità attraverso modelli
d'arte che assurgono allo status di 'reali'
solo qualora acquistino 'credibilità' agli occhi dell''immagine collettiva' che
la società ha dell'arte. Da tale consapevolezza il compito dell'artista diviene
quello di analizzare la dimensione etnologica denominata 'arte' nell'Occidente
in relazione ad un contesto storico-culturale più largo, come farebbe un
antropologo impegnato e completamente immerso entro la comunità che descrive,
per coglierne funzione e strutture codificate di trasmissione dei significati e
scardinare dall'interno le trappole dogmatiche che si celano sotto una maschera
di naturalità e autoregolamentazione. A monte sta il ripudio dell'ideologia
scientista tanto adorata dalla prima arte concettuale: lo sguardo dall'alto
sulla cultura nella sua interezza e complessità ha portato Kosuth a nuove
consapevolezze sul farsi del significato, che potremmo definire latamente
relativistiche e pluralizzanti; l'impulso umano primigenio, che identifica l'anthropos
in quanto tale, è riconosciuto nella libera e arbitraria
produzione di significato, di strutture fittizie al riparo dai
condizionamenti assolutistici: soltanto in questa dimensione di pura
inventività l'uomo in quanto artista può trovare
soddisfazione alle sue più nobili esigenze spirituali - oscurate
nell'attuale ordinamento politico-sociale dall'ideologia dominante del
capitalismo industriale, che ha sacrificato la felicità
all'efficienza, al comfort, alla tecnologia, alla civilizzazione
alienando l'uomo con impieghi del tutto estranei ai suoi più
fecondi impulsi e frustrandolo con l'imposizione di una serie di
inesistenti bisogni da appagare. A braccetto con l'ideologia modernista
la scienza ha proposto se stessa quale nuova religione, ben sapendo di
non potere e non volere rispondere alle abissali domande sulla vita e
alle crisi esistenziali che gli antichi culti erano stati in grado di
fronteggiare positivamente con atti simbolico-cerimoniali; ha preteso
che le sue metodologie 'oggettive' fossero considerate naturali e
assolute, piuttosto che frutto di una contingente situazione storica e
di concrete motivazioni individuali - bollando come irrazionali o
metafisiche le proposte alternative al suo sistema. La riflessione
kosuthiana si spinge sino all'autocritica del paradigma scientista che
aveva innervato l'arte tautologica, pur restando ferma l'importanza
delle domande poste da quelle operazioni a cui si è dato
risposta con una metodologia errata, o meglio culturalmente
condizionata e irriflessa.
Preoccupazione precipua dell'artista diviene dunque la rappresentazione di una
realtà sociale: l'arte ritrae la cultura nello stesso momento in cui la altera
in una dialettica di teoria e prassi che riporti circolarmente dall'una
all'altra (dalle opere d'arte agli scritti) per risvegliare la coscienza
dell'uomo e indurlo alla formazione di un nuovo mondo, più adatto alla sua
condizione esistenziale e ai suoi più intimi istinti; ma la presa di coscienza
non può darsi se non nella presentazione delle due fasi del 'circolo
ermeneutico', la demistificazione e la restaurazione del significato, messe in
mostra o lasciate sperimentare a spettatori/attori che sono costretti ad
impegnarsi in uno sforzo teorico di interpretazione dell'opera per comprendere
il suo messaggio di ricollocazione del fare artistico all'interno del complesso
campo della significanza. Operazione esemplarmente condotta da Kosuth sul
crinale di particolare e generale, di semantica specifica dell'opera d'arte nel
suo contesto (che è sempre meno una galleria o un museo e piuttosto la strada
di una metropoli, fuori dall'elitarietà artistica per una vasta comunicazione
di significati nei luoghi deputati dall'autorità alla formazione di una cultura
di massa) e di universale spettro di riferimenti relativi alla cultura e al
farsi del significato ('l'atto di vedere il mio lavoro significava 'vedere'
l'arte'): equilibrio che ha permesso, ci sembra, l'attuazione di un'originale
attività creativa, di un simbolismo dinamico, ermeneutico - al riparo dal
ritiro nella pura teoria dei concettualisti inglesi, Atkinson e Baldwin su
tutti, dove la filosofia dell'arte e l'analisi del linguaggio valutativo sono
definiti essi stessi arte, pur perpetuando una tradizione teorico-trattatistica
ben sedimentata accademicamente.
Ma dell'arte concettuale si parla ora al passato, perlomeno come movimento
organizzato: ciò che nacque alla metà degli anni Sessanta più o meno
contemporaneamente a Coventry (Gran Bretagna) e a New York con il sodalizio di
alcuni giovani artisti (tra cui Weiner, Huebler, Barry, lo stesso Kosuth) che
consolidarono l'importanza della loro azione con la pubblicazione di articoli,
al di qua e al di là dell'Atlantico, su 'Art-Language', la rivista portavoce
del concettualismo (gestita dai suoi stessi esponenti) sembra ora aver perduto
la sua autentica esistenza - fatta di impegno, lotte, frustrazioni, duri
attacchi da parte della critica e del pubblico a testimonianza della sua
potenziale minaccia per lo status quo culturale - proprio a
causa della sua accettazione entro il sistema vincente dell'Arte Ufficiale, del
modernismo di Clement Greenberg e della sua gang. Al presente, ammonisce Kosuth
in 'Arte concettuale: un fallimento?', accanto alla pura arte concettuale
teoretica è possibile riconoscere una corrente concettuale stilistica, priva di
presa sul reale, di radicale critica dei processi standard di comunicazione dei
significati imposti dalle strutture vigenti: l'anomalia artistica è stata
riportata entro gli argini sonnambulisti della tradizione evitando il brusco
shock della rivoluzione.
Non ci si inginocchi, però, ai vincitori: le energie di Kosuth sono ancora
troppo vive per arrendersi al primo scacco dell'assolutismo artistico e la
fiducia nella nuova arte per liberare le nostre forze più pure
e belle - le infinite possibilità del creatore - è inattaccabile.
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Le posizioni dell'artista
rimangono sostanzialmente vicine a quel nucleo di problematiche che abbiamo
cercato di esporre quanto più sinteticamente e rigorosamente possibile sino
alla fine degli anni Ottanta - ed è qui che termina la nostra analisi, poiché
la svolta freudiana di Kosuth negli anni Novanta ci porterebbe troppo oltre e
forse con scarsa consapevolezza critica, visto che tale fase non sembra a
tuttoggi aver trovato conclusione: si pone l'accento sulla responsabilità
degli artisti nel farsi portavoce di un significato da difendere strenuamente,
contro le asprezze e distorsioni della critica e contro l'ordinamento
socioculturale in genere; l'alternativa (kuhnianamente) artistica di Kosuth
lascia dunque ampi margini di libertà agli operatori, purché si mantenga
immancabilmente ferma la consapevolezza che l'arte ha a che fare coi
significati e non con le forme (in caso contrario sarebbe come parlare pensando
in termini di scelte grammaticali, osserva l'autore) e non deve perdere di
vista la propria collocazione nel contesto globale della cultura (da cui è influenzata
e che essa stessa influenza, secondo un moto a spirale), pena l'ingenuità di
ignorare i meccanismi sclerotizzati della produzione di senso e la sterile
ripetizione, con lievi deviazioni, di modelli teorico-pratici accettati
supinamente.
Il
modo in cui siamo abituati a pensare all'arte può limitare in modo determinante
la nostra libertà espressiva: 'Le tradizioni che ereditiamo sono delle
risposte. Ci dicono: 'Questo è arte'. Ma la vostra responsabilità come persone
creative consiste nel porre la domanda: 'Cosa può essere l'arte?'. Proprio come
se vi chiedeste che cosa può essere la vostra vita' (cit. da 'Localized Work',
Fondazione Antonio Ratti, 1997).
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