ENCICLICHE

In questa sede ho desiderato riportare solo tre delle Encicliche di Papa Paolo VI. Questa scelta è da ricondurre alle contrarietà che il pontificato paolino sollevò. Infatti le nostre tre Encicliche toccano quei tre punti nodali che furono oggetto di reiterate critiche: sul mistero dell’Eucaristia, sul celibato episcopale e sulla contraccezione.

L’accusa maggiore rivolta al Papa, inerente a questi temi, fu quella di non aver rispettato la collegialità della Chiesa. Infatti per queste tre questioni Paolo VI volle decidere da solo, senza la consulenza di nessun altro, sottraendo addirittura questi temi alle discussioni dell’assemblea conciliare.

Questi motivi erano, secondo quanto Paolo VI giustamente pensava, estremamente delicati, perché andavano a toccare questioni gravissime, che non potevano essere affidate ad una discussione. Erano temi che non potevano essere messi in discussione. Fu questo il motivo che fece coraggiosamente scegliere al Papa di decidere da solo, facendosi garante della dottrina e dell’ortodossia cattolica.

Nei paragrafi che seguono è possibile trovare una breve introduzione alle tematiche delle tre Encicliche, per poter cogliere gli aspetti più importanti del messaggio del magistero di Paolo VI.

- L’Enciclica sull’Eucaristia (3 settembre 1965)

La “Mysterium fidei” è la seconda Enciclica di valore dogmatico, dopo la “Ecclesiam Suam” (6 agosto 1964) che Papa Paolo VI pubblicò poco prima della chiusura del Concilio Vaticano II.

Un testo col quale Papa Montini reagisce agli errori e opinioni che mettono in dubbio la fede nell’Eucaristia e il suo culto fuori della Messa. Perciò viene sottolineato il legame tra il sacrificio eucaristico e la Chiesa, raccomandando ai sacerdoti di celebrare ogni giorno e degnamente i sacri misteri.

La presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino perdura anche dopo la celebrazione della Messa in forza della transustanziazione (cioè cambiamento della sostanza del pane e del vino, che sostanzialmente diventano corpo e sangue di Cristo).

Perciò è giusto mantenere il culto e l’adorazione al Santo Sacramento dell’altare, come testimonia la tradizione della Chiesa. E’ interessante notare come l’Enciclica “Mysterium fidei” prenda già di mira, prima ancora della realizzazione della riforma liturgica post-conciliare, idee erronee e abusi che si andavano diffondendo circa la questione eucaristica.

Non mancano, proprio nella materia che ora trattiamo” scrive Paolo VI “motivi di grave sollecitudine pastorale e di ansietà, dei quali la coscienza del nostro dovere apostolico non ci permette di tacere. Ben sappiamo infatti che tra quelli che parlano e scrivono di questo sacrosanto mistero ci sono alcuni che circa le Messe private, il dogma della transustanziazione e il culto eucaristico, divulgano certe opinioni che turbano l’animo dei fedeli ingenerandovi non poca confusione intorno alle verità di fede, come se a chiunque fosse lecito porre in oblio la dottrina già definita dalla Chiesa, oppure interpretarla in maniera che il genuino significato delle parole o la riconosciuta forza dei concetti ne restino snervati”.

Non è infatti lecito” aggiunge Papa Montini “tanto per portare un esempio, esaltare la Messa così detta comunitaria in modo da togliere importanza alla Messa privata; né insistere sulla ragione di segno sacramentale come se il simbolismo, che tutti certamente ammettono nella Santissima Eucaristia, esprimesse esaurientemente il modo della presenza di Cristo in questo sacramento; o anche discutere del mistero della transustanziazione  senza far cenno della mirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue di Cristo, conversione di cui parla il Concilio di Trento, in modo che essi si limitino soltanto alla transignificazione e transfinalizzazione come dicono; o finalmente proporre e mettere in uso l’opinione secondo la quale nelle ostie consacrate e rimaste dopo la celebrazione del sacrificio della Messa nostro Signore Gesù Cristo non sarebbe più presente. Ognuno vede come in tali opinioni o in altre simili messe in giro la fede e il culto della divina Eucaristia sono non poco incrinati”.

 

- Il celibato dei sacerdoti (24 giugno 1967)

Con l’Enciclica “Sacerdotalis coelibatus” Paolo VI ribadisce la disciplina in vigore nella Chiesa latina: “Il celibato sacerdotale, che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida gemma, conserva tutto il suo valore anche nel nostro tempo, caratterizzato da una profonda trasformazione di mentalità e di strutture”.

Paolo VI esamina minuziosamente i problemi, affronta tutti i temi più scottanti legati alla vita del sacerdote e alla sua solitudine, analizza ogni aspetto della questione. E conclude riproponendo le decisioni assunte lungo i secoli dai suoi predecessori: “Il motivo vero e profondo del sacro celibato è la scelta di una relazione personale più intima e completa con il mistero di Cristo e della Chiesa a vantaggio della intera umanità: in questa scelta, non c’è dubbio che quei supremi valori umani abbiano modo di esprimersi in massimo grado”.

Nonostante l’inequivocabile presa di posizione papale, affidata a un documento autorevole come l’Enciclica, il celibato continuerà a essere discusso e contrastato. Monsignor Pasquale Macchi (segretario personale di Paolo VI) ricorda che tre anni dopo l’Enciclica una “dichiarazione resa pubblica in Olanda a favore dell’abolizione della disciplina del celibato provocò una lettera di Paolo VI al cardinale Villot, Segretario di Stato”.

Nella missiva, il Papa esprimeva il suo dolore “per i motivi di così grave atteggiamento contrario alla sacra norma vigente nella nostra Chiesa latina; per le ripercussioni in tutto il popolo di Dio, specialmente nel Clero e nei giovani che si preparano al sacerdozio; per le conseguenze perturbatrici nella vita dell’intera Chiesa, e per le risonanze che essa provoca presso tutti i cristiani, e anche tra gli altri membri della famiglia umana”.

Papa Montini torna sull’argomento all’Angelus del 1° febbraio 1970:
E’ certo una norma molto alta e molto esigente, la cui osservanza esige, oltre che un irrevocabile proposito, uno speciale carisma, cioè una grazia superiore ed interiore; ed è ciò che  la rende del tutto conforme alla risposta totale del discepolo, che lascia ogni cosa per seguire Lui solo e per dedicarsi completamente ed esclusivamente, con cuore indiviso, al ministero in favore dei fratelli e della comunità cristiana”.

Tutto questo” aggiungeva Paolo VI “fa del celibato ecclesiastico una suprema testimonianza del regno di Dio, un sogno unico e parlante dei valori della fede, della speranza, dell’amore, una condizione incomparabile di pieno servizio pastorale, un’ascetica continua di perfezione cristiana. Sì, è difficile; ma è proprio questo carattere che lo rende attraente alle anime giovani e ardenti… può diventare facile, lieto, bello, cattolico… Dobbiamo conservarlo e difenderlo”.

 

- Custode della vita (25 luglio 1968)

Il 1968 è l’anno che segna il massimo isolamento del Papa. E’ l’anno della grande delusione di quanti immaginavano che la Chiesa prendesse una decisione liberalizzatrice sui metodi contraccettivi fino a quel momento dichiarati illeciti. Paolo VI aveva deciso di riservare a sé lo studio della materia e l’eventuale pronunciamento, non volendo che questo diventasse tema del dibattito conciliare.

Fu il 25 luglio 1968 che Papa Montini rese nota quella che sarebbe stata la sua ultima Enciclica, la “Humanae vitae”, con la quale riafferma la dottrina tradizionale della Chiesa sul controllo delle nascite, dichiarando illecito l’uso di mezzi anticoncezionali.

Come già detto questa sarà la sua ultima Enciclica. Nei successivi dieci anni di pontificato non ne pubblicherà più, dopo la bufera di critiche, contestazioni e attacchi personali ai quali venne sottoposto anche in moltissimi ambienti cattolici. Il professor Giovanni Maria Vian commentò il silenzio di Paolo VI nei suoi ultimi dieci anni come la volontà del Papa di “non esporre a ulteriori critiche una forma così impegnativa e solenne del magistero pontificio e per evitare così di logorare inutilmente l’autorità del Papa”.

Il problema della pianificazione demografica e dell’eventuale apertura verso l’utilizzo dei contraccettivi da parte degli sposi cristiani aveva portato già Giovanni XXIII a istituire nel marzo 1963 (morirà nel giugno dello stesso anno) una commissione di studio, per approfondire e ben analizzare la questione.

Questa commissione fu ampliata e arricchita da Paolo VI dopo il Concilio nel 1966, concluse a maggioranza in favore della libertà della contraccezione nel quadro di una “paternità responsabile”. Molti degli esperti e teologi ai quali Papa Montini aveva affidato lo studio della controversia, dunque, si dichiararono per il “” alla pillola cattolica. Paolo VI però non volle assolutamente accettare la possibilità di una strumentalizzazione della vita umana e per questo si oppose, ritenendo moralmente illecito il ricorso a mezzi chimici o meccanici per evitare il concepimento. In questa ottica si articolò la “Humanae vitae”.

Con questa Enciclica Paolo VI prendeva coraggiosamente le distanze dalla posizione espressa dalla maggioranza degli studiosi della commissione, ricordando fin dall’inizio che il “gravissimo dovere di trasmettere la vita umana, per il quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio Creatore, è sempre stato per essi fonti di grandi gioie, seppur talvolta accompagnate da non poche difficoltà e angustie”.

Il Papa parla della dignità del matrimonio, del problema demografico e dei mezzi leciti per la “procreazione responsabile”, escludendo le pretese delle autorità politiche di mettere limiti o censurare le libere decisioni della coppia stessa.

E scrive: “La Chiesa è coerente con se stessa quando ritiene lecito il ricorso ai periodi infecondi, mentre condanna come sempre illecito l’uso dei mezzi direttamente contrari alla fecondazione, anche se ispirato da ragioni che possono apparire oneste e serie”.

Paolo VI è cosciente della delicatezza del tema e delle posizioni diverse e contrastanti presenti anche all’interno della Chiesa e a lungo riflette e chiede consiglio, volendo proporre non tanto il suo pensiero personale, quanto il pensiero della Chiesa.

Quanto al fatto che la decisione fosse contraria al suggerimento della maggioranza degli studiosi, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, ora Papa Benedetto XVI, asserisce che: “La verità non viene decisa a maggioranza; davanti alla questione della verità ha termine il principio democratico… La responsabilità nei confronti della continuità della dottrina ecclesiale aveva perciò giustamente per Paolo VI un’importanza maggiore di una commissione di sessanta membri, il cui voto era da tenere in considerazione, ma non poteva costituire l’ultima istanza”.

 

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