IL PONTIFICATO DI PAOLO VI

(1963 - 1978)

Le prime parole, i primi gesti, i primi pensieri racchiudono sempre una direzione di fondo. Questo tanto più valeva il Cardinal Montini, per il quale l’elezione al pontificato romano non fu certo del tutto una sorpresa.

Qual’era dunque l’immagine programmatica del papato, che emergeva dai discorsi e dalle scelte del nuovo Papa nei primi mesi dopo la sua elezione, avvenuta il 21 giugno 1963? Che Papa sarebbe stato?

Significativa fu già la sua prima decisione, quella di assumere il nome di Paolo, un nome che, come spiegò lui stesso, “indica abbastanza l’orientamento che Noi abbiamo voluto dare al Nostro ministero apostolico”. San Paolo “era l’apostolo che in sommo grado desiderò e si sforzò di portare il vangelo di Cristo a tutte le genti, che per il nome di Cristo offrì la sua vita. Abbiamo coscienza, in questo momento, di assumere un compito sacro, solenne e gravissimo, quello di continuare nel tempo e di dilatare sulla terra la missione di Cristo.

Paolo VI volle subito chiarire la sua posizione: essere fino alla morte il custode e il regolatore dell’unità della Chiesa; essere l’annunciatore del vangelo agli uomini del suo tempo. Si può a ben ragione dire che la personalità di Paolo VI fu cristocentrica, e questo dato divenne un elemento centrale anche della sua concezione del ministero papale.

Il rapporto con Cristo, come suo rappresentante in terra, acuiva nel Papa il senso della sua indegnità personale e si effondeva in una sincera proclamazione della propria pochezza.

Lo stile di governo di Paolo VI sarebbe stato segnato, in maniera talvolta commovente, da questo spirito di umiltà. Ma per la sua congiunzione a Cristo egli si sentiva anche collocato a un’altezza sublime. “Noi sappiamo di salire sulla Cattedra di san Pietro e di assumere un ufficio altissimo e formidabile. Noi sappiamo che questa autorità, tanto da Noi stessa temuta e venerata, Ci investe e Ci rende Maestro e Pastore, con somma pienezza, della Chiesa romana e della Chiesa universale.”

Posto al vertice, egli si sentiva anche solo di fronte alea responsabilità, una solitudine che non era soltanto una condizione giuridica, ma anche esistenziale. “Io devo accentuare questa solitudine – dirà lui stesso – non devo aver paura, non devo cercare alcun appoggio esteriore, che mi esoneri dal mio dovere. Io e Dio.”

Unico, dunque solo, davanti a Dio. Fin dai primi tempi del suo pontificato Paolo VI pensò ad un gesto che avrebbe avuto una risonanza straordinaria, il pellegrinaggio a Gerusalemme. Questo viaggio avrebbe poi assunto un forte carisma ecumenico, quando il patriarca di Costantinopoli, Atenagora, dichiarò di essere disposto a recarsi anche lui nella Città santa per incrostare il Papa.

Ma il senso originario del viaggio, che Paolo VI indicò sempre come il primo fra i suoi scapi, era un altro: la Chiesa, nella persona del suo capo visibile, avrebbe confessato solennemente il legame essenziale che la stringe a Cristo, riconoscendolo come l’origine e la norma di tutta la propria esistenza. Da qui doveva scaturire l’unità della Chiesa.

Unità e riforma: binomio inscindibile agli occhi di Paolo VI. Riforma che da lui era intesa come un ritorno all’origine, cioè nel recupero della forma ideale voluta da Cristo e mai sostanzialmente tradita, ma che doveva essere purificata da certe forme storiche. La riforma della Chiesa comportava anche quella del papato. Già prima di essere eletto alla cattedra di Pietro, Montini aveva sommessamente auspicato un rinnovamento del modo di esercizio dell’autorità ecclesiastica, che la rendesse più accettabile per la sensibilità dell’uomo moderno.

Aprendo il secondo periodo del Concilio Ecumenico Vaticano II, il 29 settembre 1963, Paolo VI, parlando proprio dell’autorità papale, disse: “Bisogna approfondire l’idea dell’autorità della Chiesa, purificandola da forme che non le sono essenziali”.

Quindi il servizio papale era da lui accostato al rifiuto di ogni forma di umano dominio e al puro appello al mandato di Cristo. Il principio del primato petrino ha rivestito, nella sua forma storica, aspetti di potenza umana e di splendore mondano: bisogna ora ricreare una nuova forma storica, che ne ponga in evidenza “l’originario e cristiano criterio”, il quale non è altro che “il divino mandato” conferito a Pietro.

Nel discorso dell’incoronazione, in cui il Papa si rivolse ai tre soggetti, le comunità cattoliche, le chiese separate e il mondo moderno, dichiarò che il suo atteggiamento verso gli altri cristiani e il mondo sarebbe stato ispirato dalla volontà di “dialogo”. Il rinnovamento del papato, che Paolo VI auspicava, avrebbe trovato impulso anche in questo impegno.

Paolo VI coltivava in sé il senso della continuità vivente della Chiesa; continuità che doveva abbracciare tutti i campi: la difesa della fede, la cura pastorale, la ricerca dell’unità fra i cristiani, insegnamento della giustizia sociale, lo sforzo per la pace, la revsione del diritto canonico, la celebrazione del Concilio.

Un rinnovamento, quello desiderato da Paolo VI, nella fedeltà alla volontà di Cristo e nella continuità vitale della Chiesa. Rinnovamento del papato che però doveva sempre avere un’unione alla tradizione.

- PAOLO VI E IL CONCILIO

Paolo VI non avrebbe mai interrotto ciò che il suo predecessore Giovanni XXIII aveva iniziato, e che era di grande importanza per la vita della Chiesa che si apprestava ad entrare nel terzo millennio. Montini aveva manifestato già dall’inizio del suo pontificato un’adesione non di pura convenienza alle intenzioni riformatrice di Giovanni XXIII. Così il 29 settembre 1963 il Concilio Ecumenico Vaticano II fu riaperto dal nuovo Pontefice.

Il futuro corso del Concilio non avrebbe potuto non dipendere dagli orientamenti e anche dal carattere del nuovo Pontefice. Difatti il Concilio divenne rapidamente il Concilio di Paolo VI. La sua personalità gli impresse il proprio timbro, senza forzature però, anzi con rispetto della libertà dei Vescovi, ma anche con una costante determinazione.

Il Papa prese personalmente in mano la guida dei lavori. Da Cardinale egli aveva criticato la mancanza di “un disegno organico, ideale e logico del Concilio”, e aveva proposto che il principio architettonico fosse costituito da un solo tema, la Chiesa, caratterizzato in senso cristocentrico. Da Papa egli riprese questo progetto.

Paolo VI era fermo sulla volontà di garantirsi che le decisioni dei Padri Conciliari non contrastassero con le sue di convinzioni. Si fece garante delle decisioni conciliari, “defensor fidei”. Paolo VI non si limitò a indirizzare i lavori del Concilio, egli si sentì responsabile anche della loro attuazione. Perciò controllò assiduamente lo svolgimento dei lavori e intervenne più volte, sia per riservare a sé argomenti di particolare delicatezza o su cui rivendicava una competenza esclusiva.

Le prese di distanza di Paolo VI da certe opinioni sostenute in seno alla maggioranza conciliare non erano soltanto tattiche, ma corrispondevano a riserve di principio.

Paolo VI desiderava salvaguardare ad ogni costo il potere monarchico totale, come era esistito prima di lui e come egli sentiva di dover preservare, dopo di lui, a disposizione dei suoi successori. Il risultato di tutto ciò fu la “Nota Previa”: qui il Papa ammetteva un’effettiva partecipazione, per diritto divino, dei Vescovi al governo della Chiesa universale, ma la considerava a partire dall’autorità sovraumana del Papa. Collegialità, una forma di ausilio della funzione primaziale del Pontefice, sia pure un ausilio che non si limita necessariamente al consiglio ma può essere dotato di vera autorità.

 

- GLI ANNI DELLE RIFORME (1963 – 1968)

Il Concilio apportò una modifica profonda nella Chiesa, la novità del Concilio superava i limiti di una mera riforma canonica; essa esigeva un cambiamento di mentalità e di stile nel governo dei fedeli.

Paolo VI tra il 1965 e il 1968, pose tutte le sue naturali doti di educatore, affidando ai gesti oltre che alle parole, la forza di suggerire l’immagine di una comunità che si purificava a partire dal suo stesso vertice, dal Papa.

La Chiesa doveva rinnovarsi, e Paolo VI voleva essere il primo a imboccare questa nuova via. Significativo fu la rinuncia alla tiara pontificia, da sempre corona dei pontefici; gesto supremamente simbolico il suo, a cui si accompagnarono il congedo del patriziato romano, la riforma della corte pontificia e, alla fine, lo scioglimento dei corpi militari vaticani, vollero chiarire che il pontificato romano aboliva anche i residui dello Stato Pontificio. Paolo VI attraverso tutto questo voleva che la Chiesa perdesse del tutto ogni residuo di potere temporale e attendesse unicamente al compito che le era proprio, cioè quello spirituale.

Nell’idea che Paolo VI si faceva della riforma giocava anche una componente di carattere: egli era uomo dalle grandi iniziative, ma non suscitatore di un movimento dal basso. Qui ad avviso di molti possiamo trovare una sostanziale differenza con Giovanni XXIII.

Le riforma dovevano, secondo Papa Montini, avere nella sua persona il centro motore, in quanto ne ere il garante. Paolo VI ebbe due campi in cui potè applicare, seppure non senza riserve, i suoi criteri, cioè la riforma della liturgia e della curia romana.

La prima era stata avviata a Concilio ancora aperto: già il 7 marzo 1965 entrava in vigore la più incisiva delle novità, e la più temuta, cioè l’introduzione delle lingue nazionali nella celebrazione eucaristica. La riforma liturgica presto divenne una pietra d’inciampo per la vita ecclesiastica tra “tradizionalisti” contrari a questa introduzione e “progressisti” che invece ne erano ben disposti.

Fra polemiche brucianti e rivendicazione dei vecchi organismi curiali la riforma rischiava di incagliarsi. Solo la puntigliosa e costante partecipazione del Papa al suo corso la aiutò a giungere in porto. Paolo VI esigeva il pieno rispetto della verità teologica: l’Enciclica “Mysterium fidei”, emanata il 3 settembre 1965, riaffermava la dottrina cattolica sull’Eucaristia. Agli occhi del Papa la nuova riforma liturgica era giustificata dalla necessità di adattarsi ad una nuova cultura.

L’altro grande campo di riforma era la curia romana. Paolo VI era consapevole della differenza che quest’ultima suscitava fuori di Roma e della tenacia, per altro verso, di una mentalità di corpo, resa sicura dalla conoscenza della propria indispensabilità.

I suoi discorsi ai curiali erano, perciò, costellati di richiami chiari. Nel 1975, il 20 febbraio il Papa li invitava a un “atto che possiamo chiamare di autocritica per verificare, nel segreto dei nostri cuori, se il nostro comportamento corrisponde all’ufficio che ci è affidato. Noi, uomini quali siamo, eredi di una lunga e gloriosa storia, ma in molti punti censurabile, e per di più imperfetti e peccatori noi stessi.”

Si sarebbe trattato di una riforma non eversiva, ma graduale e nella quale la curia avrebbe avuto la parte più conveniente. Il problema però era ottenere all’esterno un clima di fiducia verso la curia, garantire la sua docilità ai propositi di rinnovamento del Papa, e accrescere la sua efficienza. La riforma generale, sancita dalla costituzione “Regimini Ecclesiae universae” del 15 agosto 1967, tese anche al recupero di una immagine più spirituale e meno burocratica del servizio curiale.

I punti di forza della riforma  furono la temporaneità delle cariche, estesa ai prefetti delle congregazioni, la decadenza dei responsabili supremi alla morte del Papa e la soppressione del diritto di carriera. Il Papa voleva seguire tutta l’attività della curia e per questo stabilì che gli affari di una certa importanza dovevano essere segnalati al Papa prima che la congregazione ne iniziasse la trattazione, e che per qualsiasi decisione di natura non giudiziaria occorreva la sua approvazione.

L’intenzione fondamentale del Papa fu quella di conservare alla curia il carattere di strumento ordinario del suo governo. Diminuzione dei Cardinali di curia, che non costituirono più un contrappeso all’autorità del Papa.

Paolo VI voleva un governo che potesse trovare, nella sua autorità, un punto unificante e stabile, ma che non fosse impositivo, bensì dialogante e partecipativo. Per questo egli accentuò l’aspetto della comunicazione, cioè si affidò ai dinamismi interpersonali, mirando a suscitare un processo di partecipazione e di scambio.

- L’ECUMENISMO DI PAOLO VI

L’impegno per l’unità dei cristiani non era uno degli aspetti minori del rinnovamento della Chiesa che Paolo VI si aspettava dal Concilio: l’ecumenismo era un compito ed un dovere di tutta la Chiesa.

Il 14 dicembre 1975, nel corso della celebrazione che ricordava l’abolizione delle reciproche scomuniche fra Roma e Costantinopoli, sconcertando i presenti, il Papa si prostrò a baciare il piede al rappresentante del Patriarca ecumenico, il Metropolita Melitone di Calcedonia, rovesciando l’antico rituale dell’adoratio.

Nel 1054 Roma e Costantinopoli si scomunicarono a vicenda, e così si ebbe la grande frattura tra Cristianesimo Cattolico e Ortodosso. Il 7 dicembre 1965, durante il suo viaggio in Terra Santa, Paolo VI e il Patriarca Atenagora, con uno storico abbraccio, cancellarono le reciproche scomuniche.

L’incontro a Istanbul, il 25 luglio 1965, col Patriarca Atenagora, rappresentò il culmine ideale di questo processo di accostamento. Nel discorso di Paolo VI vi è l’affermazione che la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli sono sorelle, in forza di quella comunione che stringe fra loro i cristiani e li fa comunicare con il mistero dell’amore divino operante in ogni Chiesa.

- IL DIALOGO DI PAOLO VI CON IL MONDO CONTEMPORANEO

Il dialogo con il mondo moderno era per Paolo VI il punto di incontro fra precise coordinate intellettuali. Il mondo è una realtà complessa, ma anche l’idea che Paolo VI si fece del rapporto con esso era tutt’altro che semplice.

Papa Montini vedeva un duplice moto contrario: la Chiesa e il mondo si allontanava e si avvicinavano tra di loro nello steso tempo. “Il Concilio cercherà di lanciare un ponte verso il mondo contemporaneo. Singolare fenomeno: mentre la Chiesa, cercando di animare la sua interiore vitalità nello spirito del Signore, si distingue e si stacca dalla società profana in cui è immersa, viene al tempo stesso qualificandosi come fermento vivificante e strumento di salvezza del mondo medesimo, e scoprendo e corroborando la sua vocazione missionaria”.

La Chiesa è per il mondo, che deve servire e amare” disse Paolo VI il 21 novembre 1964, alla fine del terzo periodo conciliare. Dall’approfondimento della sua coscienza la Chiesa riceve l’impulso a identificarsi col mondo, bensì alla missione verso di esso.

Il Papa nella stessa occasione additava come fattori dell’epoca contemporanea anche il laicismo, l’irrazionalismo, la crisi della religione tradizionale. “Non mai forse come in questa occasione la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento”.

La molla che ha spinto il Concilio verso il mondo è stata la volontà di corrispondere alla missione salvatrice della Chiesa, la via è stata soltanto quella dell’amore, e il termine ricercato è stato l’uomo nella sua concretezza esistenziale.

Il Papa chiarì in molte occasioni che il dialogo e la collaborazione col mondo esigevano nella Chiesa una ferma e chiara coscienza della propria specificità teologica: a questa consapevolezza corrispondeva il riconoscimento dell’autonomia delle realtà terrene. La Chiesa doveva rinunciare perciò a ogni potere o pretesa mondani, esercitato un influsso solo per via di convinzione morale.

Il laicato: immagine questa coerente con la concezione che Paolo VI aveva del rapporto fra la Chiesa e il mondo. I laici sono “ponte” nel loro stesso essere, per la doppia appartenenza: membri della Chiesa e membri della società civile.

Il primato dell’uomo, come proposto dal pensiero cristiano, con tutti i suoi corollari polemici e costruttivi, era la stella polare della proposta di Paolo VI: la dottrina sociale cristiana, cioè, offre la soluzione della crisi sociale perché pone in chiaro il fondamento di ogni costruzione sociale, l’uomo nella sua totale e perenne verità.

Ma Paolo VI introdusse anche un grande fattore di novità attraverso eventi di alto valore simbolico, cioè i suoi viaggi, quello a Bombay, in primo luogo, nel dicembre 1964, e poi all’Onu nell’ottobre 1965,a Bogotà nell’agosto 1968, in Uganda nel luglio 1969, in Estremo Oriente, infine, nel novembre 1970.

Le peregrinazioni apostoliche di Paolo VI erano cariche di una molteplicità di significati: la missione, l’unità ecclesiale, ma soprattutto il servizio ai poveri.

Con l’Enciclica “Populorum progressio” del 26 marzo 1967, poneva l’ideale di uno sviluppo integrale e non meramente economico. Politica economica più equa nei confronti delle nazioni sottosviluppate.

Paolo VI concepiva il dialogo della Chiesa con il mondo come un processo che, per attingere le situazioni umane, pensava anche attraverso i vertici istituzionali, cioè i supremi poteri politici e il suo ruolo di capo della Chiesa.

L’emarginazione della Santa Sede nella società internazionale, iniziata  nel XIX secolo e attenuata, ma non superata dall’azione di Pio XII e Giovanni XXIII, fu vinta da Paolo VI. Sotto il suo pontificato la Chiesa ebbe, nell’ambito internazionale, una udienza mai prima raggiunta. La Chiesa Cattolica era ammessa a fianco delle potenze politiche come una forza morale, capace di sostenere l’impegno collettivo verso importanti mete comuni.

- AVVISAGLIE DELLA CRISI

In un’omelia, tenuta il 29 giugno 1978, proponendo un bilancio dei suoi quindici anni di Pontificato, affermò che il suo pensiero costante fu la conservazione della fede apostolica nella sua purezza e la difesa della vita. La difesa della verità era un fattore intrinseco all’idea che Paolo VI si faceva del dialogo.

Il Pontificato paolino è stato comunemente diviso in due periodi: uno progressista e uno conservatore. Niente di più sbagliato. Paolo VI volle sempre essere, in nome della sua alta carica, essere solo difensore e custode della fede e della dottrina.

In questa ottica decise di sottrarre dalle delibere conciliari alcuni temi di estrema importanza e delicatezza, come il celibato ecclesiastico. Il Papa integrò nella concezione del sacerdote cattolico una più esplicita considerazione della sua dimensione missionaria, ma rifiutò nel modo più categorico qualsiasi modifica inerente al celibato ecclesiastico. Tutt’altra attenzione suscitò, invece, l’intervento di Paolo VI su un tema che egli si era riservato, quello della regolazione artificiale delle nascite. Tale questione fu la più spinosa per Papa Montini che, nella sua volontà di difendere il naturale diritto della vita denunciando l’intrinseca immoralità della contraccezione artificiale, fu oggetto di reiterate critiche e accuse, anche dall’interno della Chiesa. La sua Enciclica “Humanae vitae” del 1968 era chiara e coraggiosamente decisa. Il Papa non si curò delle feroci critiche, ma volle essere anche qui, fino infondo, difensore della vita e della fede, nonostante il fatto che l’impatto dell’Enciclica sull’opinione pubblica fu enorme.

Non sfuggì alle persone più attente che l’Enciclica tendeva a contrastare l’invasione di un edonismo di massa e l’azione di politiche governative lesive delle libertà personali.

La reazione prevalente fra le masse fu di rifiuto e di riprovazione, e i mass media riversarono sul Papa una valanga di accuse che una certa parte dei cattolici condivise. Venne messa in dubbio l’infallibilità pontificia ex cathedra Petri, ed ebbe così inizio un fenomeno nuovo nella storia del papato contemporaneo, la contestazione del Papa all’interno della comunità cattolica.

- LA CRISI DEL POSTCONCILIO (1968 – 1973)

I diversi periodi del pontificato di Paolo VI rivelano all’occhio dello storico importanti fattori di continuità: dopo il 1968 la riforma liturgica è condotta a termine, non si interrompe l’azione ecumenica, la riforma degli organismi centrali di governo si perfeziona, l’impegno terzomondista, la difesa della pace, il sostegno dei diritti umani non si attuano, l’azione della Santa Sede sulla scena internazionale non conosce sosta.

Però è cambiato il clima generale: dal tono fiducioso dei primi anni del postconcilio, dominati dall’entusiasmo per le riforme, si è passati a un clima differente, segnato dalle polemiche.

Attorno al 1968 il dissenso teologico circa la riforma di governo della Chiesa, risalente ai tempi del Concilio, uscì dai limiti del dibattito puramente teorico, tra competenti, e approdò a un dibattito pubblico, che coinvolse i responsabili ecclesiastici. Il metodo di governo di Paolo VI fu accusato d’essere poco rispettoso della collegialità della Chiesa.

In seno alla Chiesa, fra posizione tradizionalista e quella progressista, il Concilio finì per trovarsi al centro della disputa. La divisione degli spiriti attorno al Concilio toccò anche la persona di Paolo VI. Lo si criticava per la sua chiusura – come si diceva – alla cultura contemporanea e il suo conservatorismo teologico e politico. Dall’altro lato l’accusa era quella di non difendere la tradizione dottrinale e liturgica, di cedere alle ideologie moderne. Da questo si capisce come grandi fossero le accuse, ma anche quanto esse alla fine fossero contraddittorie. Paolo VI ovviamente, la cui sensibilità era superata solo dalla sua grande intelligenza, soffriva per queste controversie.

La preoccupazione di Paolo VI di conservare il caratteri unipersonale del governo ecclesiastico riguardava anche l’esercizio della sua autorità. Infatti il Papa si applicò molto affinché l’autorità papale non venisse svilita da questi dissensi e venti a sfavore nel postconcilio.

Paolo VI era fermo nel difendere le prerogative dell’autorità, ma l’attenzione alle persone fu uno dei principi fondamentali alla base del suo governo, che volle improntato al rispetto e alla fraternità.

Paolo VI rimase fedele all’idea del suo ministero come officium amoris, che si era prefisso di incarnare quando era salito al soglio pontificio, e fu merito di questa sua fedeltà se l’immagine del papato uscì indenne dal turbine della contestazione. Chi a causa di essa ha accusato Paolo VI di debolezza non ha capito che invece lì stava la sua grandezza spirituale e il suo messaggio alla Chiesa.

Tuttavia la crisi del postconcilio coinvolgeva anche quell’ “umanesimo cristiano” in cui Paolo VI aveva visto la sintesi ideale tra fede e cultura.

- GLI ULTIMI ANNI DEL PONTIFICATO (1973 – 1978)

Dopo il ’70, i grandi discorsi si sono diradati, i grandi viaggi sono finiti, l’opinione pubblica si è distaccatae alla soglia degli ottant’anni la salute era gravemente minata. Quasi soffocato dall’indifferenza e dalla riprovazione, il pontificato di Paolo VI pare avviato, dopo il 1970, verso un inarrestabile declino.

Ma il Papa spezzò l’atmosfera do sfiducia e rassegnazione con due interventi, che egli considerò come una unità: L’Anno Santo 1975 e la “Evangeli nuntiandi”. Le resistenze erano state forti, anche da ambienti vicini al Papa: una celebrazione basata tradizionalmente su due elementi, il pellegrinaggio a Roma e il guadagno della Santa Indulgenza, poteva avere ancora senso dopo il Concilio Vaticano II?

Ma Paolo VI volle con determinazione l’Anno Santo, che indisse la notte del 24 dicembre 1974. Il Papa enfatizzò la continuità con il Concilio: la tradizione infatti sarebbe stata abbinata con due novità che erano consonanti con lo spirito del Vaticano II. L’indulgenza sarebbe stata assorbita in uno scopo più vasto e profondo, cioè il rinnovamento spirituale, individuale e collettivo dei fedeli.

Paolo VI si augurava che l’Anno Santo diventasse uno spartiacque per tutta la vita della Chiesa. Nella bolla di indizione egli scrisse: “Ci sembra che a dieci anni dalla fine del Concilio Vaticano II, l’Anno Santo possa essere la conclusione teologica, spirituale e pastorale, che si sviluppi sulle basi faticosamente gettate e consolidate degli scorsi anni”.

Il rilancio della missione avrebbe dovuto essere il primo impegno della nuova fase di vita della Chiesa. Con intenzione, quindi, egli assegnò al sinodo episcopale del 1973 il tema dell’Evangelizzazione, e di seguito emanò, nel 1974, il suo ultimo grande documento, la “Evangeli nuntiandi”. Ciò che si era, almeno parzialmente, oscurato nel travagli degli anni precedenti, troppo occupati dal dibattito interno sull’autorità, veniva ora proposto dal Papa come una priorità assoluta: l’annuncio della salvezza è la ragione di esistenza della Chiesa, essenzialmente in esso sta il suo contributo alla liberazione dell’uomo.

La Chiesa avrebbe potuto recuperare la propria originalità religiosa solo attraverso un fattore strettamente religioso e interiore. La vita della Chiesa avrebbe riacquistato forza e armonia. L’affidamento allo Spirito Santo è l’indice di un atteggiamento di fondo che distinse gli ultimi anni del papato, cioè l’accentuazione della dimensione propriamente religiosa. Gli ultimi anni del magistero di Paolo VI sono stati anche definiti “mistico-carismatici”, per la profonda tensione dell’anziano Papa verso la vita di fede.

Gli ultimi mesi di vita del Papa furono turbati anche da un avvenimento tragico, che lo ferì nel suo sentimento d’amicizia: il rapimento ed il brutale assassinio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse.

La lettera inviata il 21 aprile 1978 alle Brigate Rosse, per chiedere, “in ginocchio”, la liberazione del suo amico, e la celebrazione delle esequie, il 13 maggio dello stesso anno, in San Giovanni in Laterano, fecero scoprire l’umanità di Giovanni Battista Montini, ormai vecchio e malato, mai veramente conosciuta dal grande pubblico, offuscata come era dalle polemiche e dalla scarsa comunicatività del Papa con le masse.

Il 6 agosto del 1978, giorno della Trasfigurazione del Signore, alle ore 21.40, Paolo VI morì nella residenza estiva di Castelgandolfo a causa di un collasso polmonare.

I suoi funerali, in Piazza San Pietro, rivelarono, nello splendore nitido ed austero della liturgia, che Paolo VI aveva voluto rinnovare, dando al funerale del Pontefice una semplice e umile forma di messa.

(I francobolli della Sede Vacante dell'Agosto 1978)

- CONCLUSIONE

Anche Paolo VI ha voluto, per sua esplicita coscienza, essere un Papa riformatore e anche attorno a lui gli animi si sono divisi. Paolo VI ha rinnovato l’immagine papale, ma riuscì ad essere conservatore e riformatore nella giusta misura, avviando la Chiesa verso il Terzo millennio in modo cauto ma anche aperto verso il nuovo.

In questo cambiamento Paolo VI ha introdotto i frutti della sua sensibilità personale. Egli ha sentito l’esigenza di abbandonare le apparenze di potere e di fasto mondani, per suggerire, ai cristiani e ai non cristiani, la sua tensione verso un servizio di amore. La grandezza del papato poteva rifulgere soltanto rifulgere nell’umiltà. Paolo VI fu il primo che, durante i suoi viaggi, in ogni nuovo paese dove il Vicario di Cristo non si era mai recato, si inginocchiava e baciava la terra, spezzando il protocollo e che voleva manifestare il senso spirituale della sua visita.

Paolo VI fu un grandissimo Pontefice. Fu lui a traghettare la Chiesa nel XXI° secolo, con il difficilissimo compito di dosare, con finissima delicatezza ed intelligenza, all’interno della Chiesa la componente progressista e tradizionalista. Conservò, nonostante le aspre critiche, l’ortodossia della fede Cattolica, i suoi principi, le sue esigenze e le sue prerogative.

Di raffinatissima intelligenza riuscì a prendere decisioni delicatissime, su temi importanti, con il coraggio di andare anche contro all’opinione pubblica, in nome di Cristo. Missionario sulla scia di San Paolo, l’Apostolo delle genti, Paolo VI in spirito e verità consacrò la sua vita.

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