|
La fine della seconda guerra mondiale nel 1945 portò alla
luce l’orrore delle atrocità perpetrate nei lager
nazisti, in cui vennero sterminate di milioni di persone nei lager.
Ciò, oltre a creare sdegno e vergogna nell’opinione
pubblica mondiale, fece sorgere un problema filosofici e teologico
non di poco conto: era ancora possibile credere nell’esistenza
di un Dio infinitamente buono e onnipotente.
Mi riferisco in particolar modo alla religione ebraica, infatti
gli ebrei inizialmente ritennero lo sterminio causato dal loro
allontanamento da Dio, per cui lo definirono Olocausto,
sacrificio per Dio. Ma di fronte a tutte quelle atrocità, gli
ebrei si chiesero: «Dato che il popolo ebraico è il
popolo eletto, Dio come può aver permesso che ciò
avvenisse?». In questo modo fu messo in discussione il rapporto
tra Dio e il popolo ebraico, ma per non perdere la fede in Dio venne
introdotto un nuovo termine: Sho’ah, sofferenza.
Per provare a spiegare meglio come questo terribile evento abbia
influito nel rapporto tra il popolo ebraico e Dio, prenderò in
considerazione in questa pagine le opere di tre importanti esponenti
della cultura ebraica: il filosofo Hans Jonas ("Il Concetto di Dio dopo Auschwitz") e gli scrittori Elie
Wiesel ("La Notte") e Zvi Kolitz ("Yossl Rakover si rivolge a Dio").
Aggiungendo il discorso pronunciato da papa Benedetto XVI nel
corso della sua visita al campo di concentramento e di sterminio di
Auschwitz - Birkenau, avvenuta il 28 maggio 2006.
|