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Emiliano Orazi

Un viaggio tra messaggio e rito

IL TEATRO DANNUNZIANO

Gabriele D’Annunzio (immagine tratta da www.gabrieledannunzio.net)

Il teatro di D’Annunzio

 

Agli esordi la vocazione teatrale di Gabriele D’Annunzio era pressoché insignificante, ma dal 1892 al 1897 quattro esperienze vissute affascinarono l’autore de “Il Piacere” e ne segnarono l’approdo alla scrittura per il palcoscenico:

-la conoscenza, attraverso delle traduzioni in francese, dei testi di Friederich Nietzsche (in particolare de “La nascita della tragedia”;

-Il viaggio in Grecia: D’Annunzio ne rimase profondamente affascinato “A Micene ho riletto Sofocle ed Eschilo, sotto la porta dei Leoni. La forma del mio dramma è già chiara e ferma. Il titolo: La città morta” ( da Lettere di G. D’Annunzio a E. Teves, 1885-1915)

-l’alleanza d’amore e di lavoro con Eleonora Duse. In quegli anni la Duse godeva di una grandissima fama internazionale e i lavori di D’Annunzio, almeno fino alla “Francesca da Rimini”, furono scritti esclusivamente per lei.

-i Fèlibres diedero origine alle Choreiges ad Orange. La Choregie indicava lo spettacolo tragico nato in Grecia come festa sacra, svolto in un teatro all’aperto. D’Annunzio ne rimase colpito e promosse il progetto per la costruzione di un teatro en plein air ad Albano, a sud di Roma, per riprendere il carattere rituale dello spettacolo.

L’intenzione del Vate era la creazione di una tragedia moderna, impegnando al massimo livello d’arte tutti gli elementio dello spettacolo: non solo testo, coro, musica e danza; ma anche costumi, scenografia e pittura.

D’Annunzio cercò, con successo, di far partecipare il popolo alla sua produzione promuovendo i suoi spettacoli  con discorsi in piazza: il concetto di moltitudine e di folla fu un motivo ricorrente del suo teatro.

Fu questo uno dei motivi che portarono i critici a considerare D’Annunzio il più moderno degli autori teatrali in Italia.

Il Vate infatti respirò il clima europeo ( i vari Ibsen, Cechov, Strindberg) che stava spostando il suo interesse dall’intersoggettività a una soggettiva diffusa, che obbedisce alla nuova attenzione, dovuta anche agli studi compiuti in quegli anni da Freud, alla vita psicologica e inconscia del personaggio.

Così la rappresentazione teatrale non si riferiva più all’azione reale, ma sfociava nella crisi del dramma e all’innovazione del “drame statique”.

Mentre il dramma classico e rinascimentale poteva essere semplicemente recitato senza perdere il suo senso più intimo, il dramma statico di questi anni necessita assolutamente di essere rappresentato per carpirne l’essenza e non travisarne il messaggio.

L’atto unico si prestava bene a soddisfare le esigenze degli autori di questo periodo: il tempo convenzionale dei tre atti viene praticamente spezzato a favore di una rappresentazione in tempo reale.

Il tempo così condensato lasciava uno spazio maggiore alla caratterizzazione psicologica dei personaggi.

Il realismo dell’atto unico, che sfocia nell’eccesso, offriva quindi ai drammaturghi la possibilità di introdurre il surrealismo o l’allegoria, che divennero caratteri preponderanti del teatro avanguardistico.

Così D’Annunzio, nonostante il suo esordio con “Sogno di un mattino di primavera” non fu particolarmente apprezzato, fondò la sua poetica sull’identità tra arte e vita: i suoi personaggi non avevano la caratterizzazione dell’unicità ma incarnavano l’inconscio collettivo, divenendo così emblemi della società contemporanea.

Fu questo uno dei motivi che spinsero D’Annunzio a coinvolgere un ampio pubblico, anche culturalmente poco preparato, ad assistere a rappresentazioni sociali, a partecipare attivamente al rito dannunziano del palcoscenico.