EURIPIDE





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IL MONDO DI EURIPIDE
 


   

BIBLIOGRAFIA

  VITA E OPERE
Euripide,figlio di Mnesarco, o Mnesarchide,nasce a Salamina nel 484 a.C. Qualche fonte antica sposta la data al 480 a.C.,il giorno della famosa battaglia. Lo spostamento sorse dal desiderio di raggruppare intorno alla data della vittoria di Salamina,la vita dei tre tragici: Eschilo partecipante alla battaglia,Sofocle capo del coro dei giovani per ringraziare Apollo della vittoria,Euripide nato proprio in quel giorno.
Euripide riceve un'educazione di alto livello,che documenta un'origine alquanto agiata della famiglia,malgrado gli scherzi dei comici,i quali  insinuavano che sua madre fosse una modesta erbivendola.
Si racconta che il padre,sulla fede di un oracolo che gli prometteva per il figlio successi dinanzi al popolo,lo avviasse alla ginnastica per farne un atleta,e che Euripide da giovane riportasse alcune vittorie in gare ginniche.Dell’indirizzo all’educazione letteraria,in armonia con il suo tempo,dà fede la notizia che lo vede discepolo di Anassagora e amico di Socrate  e contemporaneamente di molti sofisti.Della famiglia che si formò,se dobbiamo prestare fede alle malelingue dei poeti comici,non pare avesse molto di essere contento,poiché sia la prima che la seconda moglie non gli sarebbero state fedeli. Ma anche questa è una notizia alquanto incerta.Invece è certo che visse sempre lontano dagli uffici pubblici,raccolto tra i suoi libri e dedito alla composizione dei suoi drammi,attraverso i quali ,soltanto, lasciò scorgere qualcosa del suo pensiero circa gli avvenimenti del tempo. Da ciò gli provenne una fama di misantropia che diede origine a vari e fantasiosi racconti;tra questi quello secondo il quale egli si sarebbe ritirato in una grotta di Salamina,attrezzata ad hoc per poter meditare lontano da ogni contatto umano.
Iniziò la sua carriera di tragediografo nel 455,un anno dopo la morte di Eschilo;negli agoni teatrali non ottenne particolare successo: a stare alle notizie antiche infatti,la tragedia di Euripide non fu sempre ben accetta dai contemporanei,che ne rimasero turbati,pure discutendola e forse amandola. Il carattere rivoluzionario della sua arte non era fatto per corrispondere ai gusti tradizionali del pubblico ateniese del V secolo a.C.
Nel 408,secondo alcuni perché scontento dei suoi cittadini che gli preferivano rivali mediocri,secondo altri per una missione di nazionalismo ateniese,si recò a Pella,in Macedonia alla corte di re Archelao. Qui morì probabilmente fra la fine del 407 e l’inizio del 406,pochi mesi prima di Sofocle.
 Secondo una leggenda presto diffusasi,la sua morte sarebbe stata dolorosa e singolare poiché durante una battuta di caccia di re Archelao,in un bosco,sarebbe stato dilaniato da un branco di cani.Il poeta lasciò tre figli dei quali,il terzo,Euripide Minore,fu pure autore tragico.   
Della sua produzione ci sono giunte 17 tragedie: Alcesti, Medea,Gli Eraclidi, Ippolito, Andromaca, Ecuba, Le Supplici, Eracle, Elettra,Le Troiane, Elena, Ifigenia in Tauride, Ione,Le Fenicie, Oreste, Ifigenia in Aulide,  Le Baccanti e un dramma satiresco, Il Ciclope, l'unico superstite del genere. Il Reso inoltre è un dramma pervenutoci fra le tragedie di Euripide,ma è considerato spurio dalla critica.


ANALISI DELLE OPERE

 

Alcesti:  Fu probabilmente rappresentata nel 438. La trama è questa: Admeto,re di Fere,in Tessaglia,per destino deve morire giovane. Apollo che lo ha caro, è riuscito a fare in modo che egli riesca a sfuggire al suo destino,purchè qualcuno offra la propria vita in cambio della sua.
L’unica persona che accetta di sacrificarsi è sua moglie Alcesti,mentre nessuno dei due genitori di Admeto,sebbene molto anziani,abbia il coraggio di sostituirsi al figlio. Mentre si celebrano i funerali  di Alcesti, capita che Eracle, si rechi in  Tracia,per portare a termine una delle fatiche comandategli da Euristeo: togliere a Diomede,re di quella regione,le cavalle prodigiose che egli nutriva con della carne umana. Admeto lo ospita,nascondendogli il suo lutto.
Mentre banchetta Eracle viene informato da un servo della morte di Alcesti,dunque decide di affrontare Thanatos per poter riprendere la donna e dopo aver messo alla prova la fedeltà di Admeto,gli restituisce la sua sposa.

 

La Medea fu rappresentata alle Grande Dionisie del 431. Giasone,dopo aver portato a termine l’impresa degli Argonauti, torna a Corinto con Medea; ma qui decide di sposarsi con Glauce,figlia del re Creonte. Medea,costretta all’esilio,ottiene di restare in città ancora un giorno, e quasi in ricompensa di tale grazia,invia a Glauce una veste e una corona d’oro. In realtà questi oggetti sono stregati,e appena la fanciulla li indossa,muore fra gli strazi per effetto del veleno che li impregna. Creonte per cercare di salvare la figlia muore anch’egli. A rendere più aspra la vendetta contro Giasone,Medea uccide i figli che ha avuto da lui, e su un carro tirato da dei serpenti alati fugge ad Atene,alla reggia di Egeo, dal quale aveva avuto modo di ottenere promessa di asilo. 
L’interesse della tragedia è tutto concentrato su Medea, la quale nonostante sia dilaniata fra l’amore per i suoi figli e la vendetta verso Giasone,decide, alla fine, di reprimere i suoi sentimenti e lo punisce,uccidendo i suoi bambini.

 

 

L’Ippolito portatore di corona fu rappresentato nel 428. Il poeta ottenne allora il primo premio. La scena è ambientata a Trezene . Il prologo è recitato da Afrodite,la quale  afferma di sentirsi offesa da Ippolito,figlio di Teseo,perché questi, devoto ad Artemide ,rifiuta i doni dell’amore e si dedica soltanto alla caccia. Per vendicarsi Afrodite ha infuso nella matrigna di Ippolito,Fedra,attuale moglie di Teseo,un amore appassionato e colpevole verso il suo figliastro. Fedra pur di non disonorare se stessa e lo sposo,decide di lasciarsi morire,senza proferire parola circa la sua passione per Ippolito. La nutrice però riesce a farsi rivelare la ragione di tanta sofferenza,e convinta di agire per il meglio,rivela ad Ippolito tutto ciò che Fedra le ha confidato.
Egli reagisce con sdegno. Temendo che possa rivelare il suo segreto a Teseo,Fedra si uccide. In quel momento entra in scena Teseo,che trova fra le mani della moglie morta,una lettera,nella quale Fedra racconta di essersi uccisa dopo aver subito la violenza di Ippolito.
Malgrado le proteste di innocenza di Ippolito,Teseo lo maledice e lo bandisce da Trezene,pregando Poseidone di punire suo figlio. Poco dopo un messaggero narra come i cavalli di Ippolito si siano imbizzarriti alla vista di un mostro marino inviato da Poseidone,e abbiano fatto balzare via il giovane dal carro,trascinandone il corpo sugli scogli. Ippolito viene condotto in scena ormai in fin di vita,e a questo punto giunge anche Artemide,che appare  ex  machina,e chiarisce definitivamente l’accaduto e la posizione di Ippolito,che può così morire in pace.

 

La data di composizione degli  Eraclidi è fissata tra il 429 e il 427. La tragedia, verte sul rifugio dei figli di Eracle,condotti da Iolao in Attica,presso Demofonte,figlio di Teseo. Essi dunque, presso l'altare consacrato a Zeus, hanno trovato rifugio dalla persecuzione del re Euristeo. Demofonte,re della città li accoglie, e si fa carico di difenderli contro la prepotenza del persecutore, dichiarandosi disposto anche alla guerra pur di non abbandonare chi gli ha chiesto protezione. Un oracolo impone,in cambio della vittoria, il sacrificio di una nobile vergine. Demofonte a questo punto è incerto sul da farsi, ma Macaria, una delle figlie di Eracle, offre spontaneamente la propria vita per salvare quella dei fratelli e per permettere la vittoria di Atene. Euristeo viene sconfitto e portato prigioniero in Atene, grazie al miracoloso ringiovanimento di Iolao,che in battaglia recupera tutto il suo antico vigore.Alcmena ottiene che Euristeo sia punito con la morte, nonostante l'opposizione degli Ateniesi. Prima di morire Euristeo, per ricambiare l'intervento degli Ateniesi in suo favore, promette protezione alla futura città di Atene,che ha tentao di difendere i suoi diritti da prigioniero.

L’ Ecuba viene rappresentata nel 425 a.C. Troia è stata presa. Venti contrari impediscono, tuttavia, il ritorno in Grecia della flotta achea. Per assicurare il ritorno in patria, è necessario sacrificare sulla tomba di Achille, Polissena, figlia di Ecuba: lo riferisce nel prologo l’ombra di Polidoro, il figlio più giovane dei sovrani di Troia. Inviato lontano dalla guerra, presso il re di Tracia, Polimestore, il ragazzo è stato ucciso a tradimento dallo stesso ospite che avrebbe dovuto proteggerlo. Per impadronirsi della parte del tesoro di Priamo che Polidoro aveva portato con sé, Polimestore,che nel frattempo è venuto a conoscenza della presa di Troia, lo ha assassinato, e ne ha gettato in mare il cadavere.
Pur essendo ancora all’oscuro dei fatti, Ecuba presagisce in sogno le sofferenze dei suoi figli, come racconta lei stessa; ed è il coro dalle prigioniere troiane a confermare le sue sensazioni, annunciando alla regina il sacrificio di Polissena deliberato dai Greci. Il sacrificio di Polissena viene narrato da Taltibio:la fanciulla ha affrontato con eroica rassegnazione il suo destino. Proprio mentre si prepara a dare sepoltura a Polissena, la regina viene a sapere della morte di Polidoro. La nuova sciagura spinge oltre il limite il dolore della madre. Con il consenso di Agamennone, Ecuba attira Polimestore nella tenda, con il pretesto di dargli in custodia altro oro; poi, aiutata dalle prigioniere troiane, lo acceca e uccide i suoi figli.

Nell’Andromaca,rappresentata tra il 424 e il 422 a.C., l’azione si svolge a Ftia. Viene presentata  la nuova condizione della vedova di Ettore dopo la caduta di Troia. Andromaca è stata assegnata come concubina a Neottolemo,il figlio di Achille,dal quale ha avuto un bambino. Ermione, figlia di Elena e Menelao e moglie legittima di Neottolemo,gelosa di Andromaca, vuole ucciderli entrambi, mentre Neottolemo è lontano.
Peleo impedisce la morte dei due. Intanto anche Oreste,a cui Ermione era stata promessa in passato, giunge a Ftia. Egli ha teso un’insidia a Neottolemo e lo ha ucciso. Ermione fugge insieme a lui. L’opera termina con l’ingresso di un messaggero che narra la morte di Neottolemo,caduto sotto i colpi dei sicari di Oreste, e con l’ingresso di Teti ex machina che consola Peleo per la morte del nipote e gli predice l’immortalità. Andromaca invece sposerà l’indovino troiano Eleno e porterà con sé in Epiro il figlio,da cui avrà origine la stirpe dei Molossi.

Tra il 422 e il 423 sono poste Le Supplici. Le madri argive dei caduti a Tebe,che formano il coro,si recano da Etra,madre di Teseo,ad implorare il suo appoggio affinché il figlio porti aiuti nel riscattare i corpi dei morti,negati dai Tebani. 
Teseo si lascia convincere e affronta l’araldo tebano in un dibattito che immediatamente assume dei contenuti politici: una difesa della democrazia,del diritto, della libertà e della sovranità popolare di Atene in contrapposizione alla tirannide di Tebe. Alla battaglia oratoria segue quella militare,che si conclude con la vittoria ateniese: Teseo ritorna, portando in delle urne le ceneri dei principali condottieri. La tragedia che si chiude con l’apparizione di Pallade,la quale consiglia a Teseo di far giurare agli Argivi che mai combatteranno contro Atene,si risolve in un appassionato elogio del poeta alla sua patria.

L' Eracle viene rappresentato intorno al 423-420 a.C.
Mentre Eracle è sceso negli inferi per portare a termine una delle sue imprese, a Tebe il tiranno Lico si è impadronito del potere,e minaccia di uccidere la famiglia dell’eroe,che per tentare di salvarsi,si è rifugiata presso l’altare di Zeus. Quando sembra che la sorte del padre dell’eroe,Anfitrione,della moglie Megara e dei suoi tre figli sia stata decisa,entra in scena  Eracle:egli salva la sua famiglia,uccidendo Lico. La vicenda sembra essersi chiusa: in realtà non è che l’inizio. La messaggera degli dei Iride e Lyssa,demone della Follia compaiono sul palazzo. A Lyssa viene ordinato di sconvolgere la mente dell’ eroe. La dea con esitazione ubbidisce all’ordine di Era: Eracle,in preda alla follia, uccide dunque la moglie e i suoi figli.
Quando Eracle rinsavisce e si rende conto dell’accaduto,tenta di suicidarsi,ma l’intervento di Teseo lo convince che il vero eroismo consiste nell’accettazione del dolore e dei capricci della sorte. Eracle dunque ,consolato da Teseo,lo segue ad Atene,dove trova rifugio ed ospitalità.

Le Troiane,rappresentate alle Grandi Dionisie del 415 a.C.,sono l’ultimo dramma di una trilogia troiana. Precedevano l’Alessandro e il Palamede,seguiva il Sisifo satirico. La scena è in vista di Troia conquistata. Le donne troiane vengono assegnate in sorte ai vincitori greci come schiave e concubine. L’araldo Taltibio entra in scena per annunciare il giudizio della sorte: Cassandra è stata assegnata ad Agamennone,Andromaca a Neottolemo ed Ecuba ad Odisseo. Cassandra in preda al delirio,intona un lugubre canto nuziale,predicendo le sventure che attendono lei ed Agamennone al ritorno in Grecia e svelando anche ad Odisseo il suo pericoloso ritorno in patria. Su Andromaca che piange lo sposo ucciso da Achille,si abbatte una nuova disgrazia: i Greci hanno stabilito di uccidere suo figlio Astianatte,temendo che egli possa un giorno vendicare il padre. La tragedia termina con l’incendio di Troia e l’addio alla città da parte delle prigioniere.

L’Elettra va collocata tra il 416 e il 413 a.C. La trama si svolge così: Elettra è stata costretta ad abbandonare la casa paterna e a sposare un contadino,che tuttavia non ha mai osato toccarla. Qui la ritrova Oreste,giunto insieme al fedele amico Pilade,e i due si apprestano alla vendetta. Egisto viene ucciso di sorpresa; Clitemnestra è attratta con un inganno nella casa dove Oreste la uccide. I Dioscuri,apparsi,ordinano ad Oreste di dare in sposa Elettra a Pilade,e di recarsi in Atene per purificarsi dei delitti commessi.

L’Elena è del 412 a.C. Il poeta riprende il mito accettando la versione stesicorea,e integrandola con altri elementi. Elena non è mai andata a Troia: al suo posto un simulacro ha seguito Paride nella città,mentre la vera regina spartana è rimasta ospite del buon re Proteo in Egitto per tutta la durata della guerra. Ma quando il re Proteo muore,il figlio Teoclimeno la insidia,cercando di convincerla a sposarlo,e lei è costretta a rifugiarsi supplice verso la tomba di Proteo. Intanto capita fuggiasco con la sua nave, il greco Teucro,che riconosce Elena e l’informa di quanto sa degli eventi che possano interessarla. Partito Teucro,anche Menelao finisce naufrago in Egitto insieme ad alcuni suoi compagni. Essi custodiscono il simulacro di Elena,portata da Troia, in una spelonca. I due coniugi si riconoscono e grazie all’aiuto di Teonoe,sorella di Teoclimeno,riescono a fuggire,mentre l’immagine di Elena svanisce nella nebbia. I Dioscuri sopraggiunti alla fine della tragedia,chiarificano i fatti spiegando la situazione e calmano l’ira di Teoclimeno.

L’Ifigenia in Tauride,dovrebbe essere stata rappresentata verso il 414 a.C. Ifigenia viene salvata in Aulide dalla dea Artemide,prima di venire sacrificata,e portata nell’inospitale terra dei Tauri, dove diventa una sua sacerdotessa. Intanto anche Oreste, insieme all’amico Pilade,giunge in Tauride,con lo scopo di impossessarsi della statua di Artemide e di condurla in Attica. I due però vengono catturati,e secondo la tradizione locale,dovrebbero essere sacrificati alla dea. Ma prima che il sacrificio venga compiuto,Ifigenia ed Oreste si riconoscono e meditano la fuga. Ifigenia fa dunque credere al re Toante che gli stranieri e la statua abbiano bisogno di una purificazione in mare. I tre naturalmente prendono il largo e a placare la furia di Toante,appare Atena ex machina,che spiega che tutto ciò è accaduto per volontà divina.

 La data di rappresentazione dello  Ione è incerta. La trama si svolge in questo modo:  Creusa,moglie del re Xuto ha avuto un figlio da Apollo. Creusa ha esposto il bambino subito dopo la nascita; egli per ordine di Apollo viene condotto all’oracolo di Delfi. Egli cresce dunque presso il tempio. Anni dopo, Creusa e Xuto si recano a Delfi per sapere come mai non riescono ad avere figli. L'oracolo predice a Xuto che il primo che incontrerà uscendo dal tempio sarà suo figlio. Appena usciti dal tempio, Xuto si imbatte in Ione e, credendolo il frutto di una storia passata, lo convince a seguirli. Creusa gelosa,e desiderando che il trono sia occupato da un suo figlio legittimo, pensa di uccidere Ione. Il piano fallisce e solo l'intervento della Pizia permette di chiarire i fatti. Infine, Atena,ex machina ,chiude il dramma, predicendo un futuro radioso per tutti: a Xuto rimarrà l’illusione che Ione sia suo figlio,da Ione trarranno origine gli Ioni, e dai due figli che Xuto e Creusa avranno successivamente,nasceranno le stirpi Doriche e Achee.

Secondo la maggioranza dei critici, Le Fenicie furono composte tra il 410 e il 408 a.C. La trama è la seguente: gli argivi si accingono ad assalire Tebe,dove si trovano Giocasta ed Antigone. Giocasta tenta inutilmente di riappacificare i suoi figli Eteocle e Polinice. Entra in scena anche Tiresia,il quale predice la morte di entrambi e afferma che Tebe sarà salva solo se verrà compiuto il sacrificio del figlio di Creonte,Meneceo. Il ragazzo,nonostante i numerosi tentativi del padre di salvarlo,si dà volontariamente la morte. 
In battaglia Eteocle e Polinice si affrontano in duello e muoiono. Giocasta ,disperata si uccide sui loro cadaveri. Creonte,nuovo sovrano di Tebe,emette un bando di esilio contro Edipo ed Antigone,la quale prima di seguire il padre,promette che riuscirà a seppellire il fratello Polinice,nonostante il divieto imposto da Creonte.

 

L'Oreste, rappresentato nel 408, è una tragedia interessantissima che riprende con caratteri romanzeschi la vicenda delle “Eumenidi” eschilee. Oreste è in Argo,malato,dopo aver ucciso Clitemnestra,assistito soltanto da Elettra. Il popolo lo giudicherà per il suo delitto .Egli spera di trovare un alleato in Menelao,appena tornato da Troia. Tuttavia la determinazione di  Tindaro, padre di Clitemnestra a far lapidare Oreste ed Elettra dal popolo,dissuade Menelao dall’aiutarli. Mentre l’assemblea argiva decreta la loro condanna a morte,i due fratelli,delusi dalla viltà di Menelao,decidono di uccidere Elena per vendetta,ma la donna dopo essere stata fatta prigioniera,scompare misteriosamente. Essi allora concentrano tutta la loro rabbia su Ermione,e minacciano di ucciderla e di dare fuoco alla città. L'apparizione di Apollo ex machina risolve la situazione: Elena è salva,assunta in cielo insieme ai Dioscuri,Menelao avrà una nuova moglie ,mentre Oreste processato ed assolto in Atene prenderà in sposa Ermione. Elettra sposerà Pilade.

 

L’Ifigenia in Aulide, rappresentata nel 405,è una chiara composizione che porta sulla scena il sacrificio di questa figlia di Agamennone. La scena si svolge in Aulide; il coro è costituito dalle donne calcidesi. Si assiste all’esitazione di Agamennone per il sacrificio della figlia,ad una contesa fra lui e Menealao e all’arrivo di Ifigenia,che crede di venire per essere data come sposa ad Achille; e poi alle varie vicende di indugi e dubbi,fino a quando Ifigenia si convince che la cosa migliore per tutti è che lei si sacrifichi spontaneamente. Quando il sacerdote sta per ucciderla con un colpo alla gola,la dea Artemide la rapisce e  la sostituisce con una cerva.

 

Le Baccanti, rappresentate lo stesso nel 405 a. C.,ci riportano in un’atmosfera religiosa di qualche tragedia primitiva. Il poeta vi tratta un episodio dell’affermarsi del culto dionisiaco. Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, dalla terra Lidia,giunge a Tebe, assumendo sembianze umane. Egli vuole infatti affermare la propria origine divina, imporsi come dio nella città dove un fulmine ha incenerito sua madre. E comincia convincendo ogni donna di Tebe a seguirlo sul monte Citerone per celebrare i suoi sacri riti. Al nuovo culto si adeguano l’indovino Tiresia, e l'antico re Cadmo: vi si oppone, invece, con feroce caparbietà Penteo, il giovane sovrano. Egli ordina l'arresto di Dioniso: e quando i soldati lo portano davanti a lui in catene lo interroga per capire chi sia e poi lo fa rinchiudere.
 Da questo momento in poi,una serie di fenomeni sconvolgono la mente del re. Infine Dioniso,liberatosi da ogni laccio,inizia a burlarsi di Penteo,giocando ambiguamente sul suo aspetto umano, e sulla sua natura divina. Intanto un servo giunge dal Citerone e racconta a Penteo come le Menadi, che se ne stavano lassù quiete e serene, sentendosi braccate si siano trasformate in furie, assalendo coloro che davano loro la caccia, compiendo strage di armenti, devastando villaggi. Penteo decide di mandare truppe contro le donne invasate.
Dioniso lo distoglie dal proposito e gli suggerisce di andare a spiare le Menadi tra i boschi, travestito per prudenza da donna: lo guiderà lui stesso. Sul Citerone, come riferirà un messo, Penteo verrà fatto a pezzi da sua madre Agave (convinta di uccidere una fiera, sorda alle suppliche del figlio) e dalle altre Baccanti.
Ostentando la testa di Penteo su una picca, Agave rientra a Tebe, e vuole che tutti accorrano a vedere la sua splendida preda. E ricondotta alla ragione da Cadmo, i due iniziano a piangere il loro atroce destino e tentano di ricomporre il corpo smembrato di Penteo.

 

Il Reso,la cui paternità euripidea è dubbia,si risolve in una trasposizione drammatica del X libro dell’”Iliade”. Durante la guerra di Troia,una notte i troiani riescono ad irrompere nel campo Greco, con l'intento di uccidere più soldati possibile. Ulisse, avvisato dagli dei, sveglia i compagni e riesce ad arginare l’attacco nemico. Scampato il pericolo,Ulisse, aiutato da Atena, entra in città. Penetrato tra le linee nemiche, raggiunge il re Tracio Reso, alleato dei troiani, appena giunto in città, e dopo averlo ucciso,ruba anche le sue cavalle.

Il Ciclope è l’unico dramma satiresco che ci sia giunto per intero. La sua data di composizione è incerta. La vicenda è tratta dal famoso episodio del canto IX dell’Odissea,con l’inserimento nella trama di un coro di Satiri,sotto la guida del vecchio padre Sileno. Ulisse,capitato per caso nell’antro del Ciclope,trova presso costui come schiavi,Sileno e i Satiri,che comicamente si uniscono a lui nella vicenda dell’accecamento e poi scappano insieme al re di Itaca.


LO STILE

Lo stile di Euripide si modella perfettamente alla necessità del suo teatro; è una lingua duttile,spesso colloquiale,ma in realtà raffinata,molto colta,che lascia spazio al linguaggio tecnico. Troviamo diversi registri linguistici: vi sono dei momenti comici,altri caratterizzati da un linguaggio realistico,ma anche tanti slanci lirici,specialmente nelle parti corali. Come i tragici precedenti, Euripide  intende convincere ed istruire il suo pubblico, anche per questa ragione utilizza uno stile piano e una lingua più vicina al parlato. Fondamentali le parti in cui i personaggi si sfidano in gare di eloquenza,e la presenza di araldi che raccontano al pubblico le loro vicende con un’affascinantissima capacità narrativa.




IL MONDO DI EURIPIDE

 Come viene ribadito precedentemente, secondo le notizie antiche,la tragedia di Euripide non fu sempre bene accetta ai contemporanei,che ne rimasero turbati,sebbene ne fossero affascinati.
Contro Sofocle,Euripide portò un’innovazione tecnica: restituì alla tragedia larghi brani musicati,ma non corali,come in Eschilo,bensì monodici. Euripide cioè mantenne più o meno intatta la misura sofoclea delle parti del coro,ma affidò agli attori lunghi brani cantati e talvolta veri e propri duetti lirici.
La tragedia di Euripide influenzerà tutto il teatro successivo,sia comico che tragico. La sua più grande innovazione è data dal fatto che egli porta sulla scena l’uomo in tutte le sue sfaccettature. I suoi personaggi sono i classici personaggi del mito,ma anche il mito non è più rappresentato nella dimensione eroico-religiosa di Eschilo e Sofocle. Al contrario  quella del mito è una rappresentazione concreta,quotidiana,è una vicenda umana che può essere rappresentata da rabbia, gelosia, follia. Allora il mito diventa una vera e propria narrazione di vita quotidiana,in cui i personaggi sono uomini e donne,con motivazioni umane,che si lasciano guidare da passioni e sentimenti,con una psicologia individuale: non hanno una personalità statica ma sono delle persone,con una psicologia spesso oscillante e frantumata.
Euripide rappresenta i dolori e gli sbagli che caratterizzano ogni uomo. Le sue tragedie hanno per argomento il destino dei protagonisti: si riscontra una grandissima attenzione verso il personaggio,verso i suoi sentimenti e le sue emozioni. Predomina dunque l’aspetto individuale e soggettivo. Allora, la caratteristica più evidente di Euripide è la sua capacità di penetrare nei labirinti delle emozioni e delle angosce dei suoi eroi. I suoi personaggi,sono mossi da impulsi profondi che non riescono a controllare,sono dunque guidati da delle forze irrazionali che si agitano dentro di loro e li spingono ad agire. Così il teatro di Euripide esprime attraverso i suoi eroi la grandezza e la crisi della ragione umana.
L’apparizione della divinità nei prologhi, la frequente comparsa come deus ex machina alla fine dei drammi,non hanno la funzione di inserire le storie in un disegno provvidenziale: al contrario è frequente l’impressione che per Euripide le vicende degli uomini siano esposte all’arbitrio del caso. La stessa religione a volte, è una proiezione di pensieri e impulsi degli uomini. Allora,se in Omero l’intervento degli dei spiegava il corso degli eventi umani,ora,in Euripide questo non accade più. Nella tragedia euripidea, il destino si gioca fra individui,in un rapporto interpersonale,che imprigiona il singolo nell’ambito privato della famiglia,delle amicizie e delle conoscenze: in questo ambito troviamo anche la rivalutazione della donna.
Il ruolo della donna,predominante nella vita familiare e privata, è invece completamente subalterno nella vita sociale. Attraverso la tragedia di Euripide,le donne acquistano dignità: esse si attengono alla stessa scala di valori a cui si attengono gli uomini e combattono per ciò che amano e per quello in cui credono.
La tragedia di Euripide è dunque più realistica di quella di Eschilo e di Sofocle: la trama è più articolata e complessa,l’azione contiene più colpi di scena e più soluzioni inattese. Il teatro successivo,come già ribadito precedentemente,non potrebbe esistere senza Euripide. Appunto la schietta aderenza alla vita,la maggiore tragicità e il maggior sperimentalismo resero fortunato il teatro di Euripide dal IV secolo in poi.    

   


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BIBLIOGRAFIA

     Giulio Guidorizzi, Il mondo letterario greco, Einaudi Scuola,Milano, 2000
     G. Aurelio Privitera,Roberto Pretagostini, Storie e forme della letteratura greca,Einaudi Scuola,Milano,1997
     Massimo Di Marco, La tragedia greca, Carocci Editore,Roma 2000
     Jean-Pierre Vernant, L'universo,gli dei,gli uomini, Einaudi Tascabili,Torino,1999
     Jean-Pierre Vernant, L'uomo greco, Editori Laterza, 1997,Bari
     Jean-Pierre Vernant, Mito e tragedia nell'antica Grecia, Einaudi Editore,Torino,1997
     Elena Adriani, Storia del teatro antico,Carocci Editore,Roma 2005
     Carlo Del Grande, Storia della letteratura greca, Loffredo Editore, Bologna,1959
     Sissa Detienne,La vita quotidiana degli dei greci, Editori Laterza,Bari 2005
     


pagina HTML  a cura di MARIA LETIZIA DI FRANCESCO