DISCUSSIONI E POLEMICHE

 

Metello appare sulla scena letteraria nel febbraio del 1955 provocando un acceso dibattito, discussioni e polemiche di vasta risonanza che spesso travalicano l’oggetto immediato (il romanzo) per sollevare problemi di carattere più generale. La breccia è aperta, il tema toccato trasuda una realtà ancora fumante, ogni critico è costretto a prendere posizione: cattolici e marxisti si ritrovano a combattere contro altri cattolici e marxisti, tutti sullo stesso fronte[1]. Mario Alicata accoglie con grande entusiasmo l’opera in quanto Pratolini ha saputo avvicinarsi agli uomini non in momenti marginali e privati della loro esistenza, ma quando ciò che essi vivevano acquisiva una valenza più generale. Un approccio spontaneo alla storia, come sulla scena letteraria non si vedeva da molto tempo, l’autore ha smesso di occuparsi soltanto di piccole verità per intraprendere lo sconfinato mare della storia. A questo nuovo approdo è dovuta la soddisfazione di Alicata nel trovarsi dinnanzi «un romanzo italiano contemporaneo che è un romanzo»[2]. Lo stesso Carlo Salinari, compiaciuto dal risultato raggiunto da Pratolini, su «Il Contemporaneo» saluta Metello come l’opera che segna lo sviluppo dal neorealismo al realismo, pur sottolineando la cautela con cui tali formule devono essere prese in considerazione.

 

 

…Metello rappresenta un notevole passo innanzi. Nei precedenti romanzi permanevano vaste zone di liricità, in Metello è tutto, o quasi, risolto nella narrazione. Nei precedenti romanzi certi aspetti erano dati più che visti nel loro sviluppo. Le aspirazioni sociali, l’antifascismo, l’essere rosso erano rappresentati dell’esterno, come dati naturalistici, come elementi dell’ambiente. In Metello invece sono visti nel loro sorgere e svilupparsi. Nei precedenti romanzi il coro, l’ambiente, prevaleva sull’individuo, talché l’intera costruzione risultava dispersa e faticosa, e i protagonisti più abbozzati che delineati in tutti i loro aspetti. In Metello abbiamo, invece, alcuni personaggi centrali messi a fuoco, intorno ai quali è costruito saldamente tutto il romanzo[3].

 

 

Finalmente si ha un personaggio scavato nel profondo, percorso in ogni suo più intimo sospiro, non un cuore immobile ma vivo in tutte le sue pulsazioni, nei mille rivoli in cui i sentimenti si disperdono, nelle innumerevoli sfumature di un pensiero. Un uomo veramente uomo, non fatto di inchiostro e parole, ma fatto di lacrime e sorrisi, dolore e amore.

 

 

Imperniato su un personaggio così sapientemente costruito, tutto il romanzo acquista una struttura organica. Le stesse figure minori non sono macchiette più o meno riuscite (come accadeva nelle Cronache), ma costituiscono lo sfondo necessario della figura principale, illuminate da essa e insieme elemento essenziale della sua rappresentazione. E’ in questo elemento, mi pare, che si può trovare il passaggio dal neorealismo al realismo[4].

 

 

Per Salinari il neorealismo si è fermato alla facciata esteriore della realtà, ad una semplice cronaca degli avvenimenti, dei gesti, delle parole, con un’adesione epidermica, bozzettistica ai fatti. Lo sviluppo dal neorealismo al realismo significa dunque un passaggio dalla cronaca alla storia, dal bozzetto alla vera costruzione romanzesca. Il realismo non si ferma alla superficie, coglie le linee profonde del processo storico, analizza fatti privati e personaggi di grande profondità psicologica, ne consegue che moti interiori e realtà sociale si compenetrano in una struttura organica, diventano binomio inscindibile. Metello riprendendo i grandi modelli realistici ottocenteschi, sembra così porre la prima pietra di un rinnovato realismo italiano[5]. Carlo Muscetta è invece su posizioni più critiche, anzi all’interno della polemica può essere considerato la voce più dura. All’articolo di Salinari risponde sulla rivista «Società», pochi mesi dopo, con un articolo vigorosamente polemico. Ben lontano dallo scorgere in Metello l’annuncio di un nuovo realismo, lo giudica un romanzo ben poco realistico. Il critico parte dall’analisi della situazione storica nel momento in cui Pratolini ha concepito il romanzo: non più gli anni fiduciosi e sereni tutti percorsi dall’impeto rinnovatore della Resistenza la cui forza aveva sorretto e guidato la scrittura di Cronache di poveri amanti, ma gli anni delle disillusioni e della stanchezza, gli anni in cui le misere gocce di lotta rimaste sembravano scivolare nello stagno della sconfitta.

 

 

 

Pratolini risaliva dunque l’Arno della sua memoria, ma portandosi con sé questa aspirazione all’idillio che si era diffusa nell’aria, un sentimento che contraddiceva profondamente all’aspro paesaggio storico che avrebbe incontrato nel suo cammino, lo sfondo degli avvenimenti nei quali avrebbe collocato appunto la sua “storia italiana”.[6]

 

 

Ne consegue che l’autore difetta di una «chiara e robusta impostazione storico-ideale»[7], la parola non riesce ad abbattere il muro degli anni passati, costretta a misurarsi con carenze ideologiche troppo forti, Pratolini rimane ancorato al suo mondo idillico, al di là della realtà, incapace quindi di analizzare correttamente il quadro storico in cui si svolge l’azione del romanzo[8]. Manca una rappresentazione più complessa dei rapporti sociali, che raffiguri non solo le classi popolari ma anche i gruppi borghesi che si oppongono alle loro lotte, lotte che ostacolano l’ascesa del movimento operaio o per lo meno tentano di contenerlo o dirigerlo. Mostrare lo sciopero attraverso gli occhi dei muratori che vi presero parte non può bastare, Pratolini ha attuato una comoda mutilazione della realtà dipingendo solo le classi subalterne[9]. L’intera classe dominante è rappresentata dall’impresario edilizio Badolati, tutta compressa nelle mani del padrone «meno boja» che da solo si addossa il carico della lotta di quegli anni, mentre i suoi colleghi rimangono nell’ombra[10]. Non solo l’autore rappresenta esclusivamente una parte della società italiana privando il lettore della completezza di una visione d’insieme, ma nemmeno riesce a raffigurare il movimento popolare nei suoi termini reali. Il protagonista, Metello, non incarna la fisionomia dell’operaio socialista in lotta, nella sua preoccupazione di evitare l’eroe positivo del realismo socialista, Pratolini ha costruito un personaggio mediocre o, usando le parole di Muscetta, sostanzialmente «comico-idillico»[11].

 

 

Pratolini si è messo a costruire un personaggio di dichiarata mediocrità che non vuole essere né il primo né l‘ultimo, che dei suoi doveri di militante si dimentica spesso anche se a malincuore, che è sicuro soprattutto quando si affida all’improvvisazione, che è vanitoso del suo prestigio fisico e del suo mestiere, ma è «posato» in politica, con più boria che coscienza di classe.[12]

 

 

Il personaggio non è colto in rapporto alle tendenze profonde della società in cui vive, ma presentato quasi esclusivamente nei suoi aspetti naturali e privati, «più in camera da letto che nella Camera del lavoro»[13]: Metello si realizza con le donne, nei molteplici momenti d’amore che egli cerca con un pensiero dominante e un’azione costante, anziché realizzarsi nelle lotte del movimento operaio. Non sapendo collocare il personaggio nel «grembo della storia»[14] Pratolini lo colloca nel «grembo delle ragazze»[15], l’elemento sensuale si fa limite all’ideale socialista, il mondo dell’amore ha la netta prevalenza sul mondo storico-ideale.

 

 

Se Pratolini avesse effettivamente superato l’atteggiamento velleitario che ha fatto definire giustamente il neorealismo come “uno stato d’animo”, se avesse cercato di collocare la sua materia nella situazione realistica che richiedeva, esprimendo poeticamente le forze reali della società, non avrebbe avuto bisogno di sviluppare l’elemento erotico con tanta ossessione, da fare insorgere nel lettore la convinzione che in questo suo Sesso e socialismo (come verrebbe voglia d’intitolare Metello) il primo divenga il contenuto effettivo e il secondo resti l’argomento dell’opera.[16]

 

 

Chiara testimonianza di questo è la notte di Metello alla vigilia dello sciopero, che lo vede dibattersi fra due opposti rimorsi: l’adulterio e l’assenteismo politico. Metello ha tradito Ersilia e il matrimonio stesso, ha rischiato di compromettere lo sciopero con la sua mancanza, ci si aspetterebbe di vederlo stretto nel morso dell’inquietudine, teso, tutto preso dai problemi dell’immediato presente, ma si tratta invece di pensieri allontanati con leggera disinvoltura, la sua mente fugge verso altre direzioni.

 

 

“Sicché, tutto per colpa mia? Eh, va bene che ho le spalle larghe” si ripeteva. Nondimeno, la situazione restava quella che era: Del Buono tolto dalla circolazione e i sigilli della Camera del Lavoro, come nel ’98, ci risiamo. Gli anni passati e il fucile l’hanno sempre loro. Guai a non far muro, gli basta una crepa per buttare all’aria quel poco che si è riusciti a costruire. […] Non ci poteva pensare ed era l’unica cosa a cui doveva pensare.[17]

 

 

Metello segna quindi un’involuzione, una battuta d’arresto, anche se non c’è dubbio che il tema scelto sia importante e attuale e che sia un libro popolare, meritevole del successo che ha avuto.

 

 

Metello è importante, ma più ci importa il futuro di Pratolini e , ancora di più, il futuro del realismo. Che il neorealismo continui come «stato d’animo», no, non possiamo accontentarci.[18]

 

 

A rispondere a Carlo Salinari e sempre in termini tutt’altro che positivi è anche Rino Dal Sasso. Se Muscetta condannava il romanzo come vuoto di storia, lontano da ogni implicazione realistica, in quanto nel suo viaggio a ritroso Pratolini non era riuscito a spogliarsi dall’atmosfera del proprio tempo, Dal Sasso attacca invece la mancanza di un richiamo al presente e ai sentimenti che esso porta con sé. Nell’opera non si trova la vita dell’oggi, il respiro dei giorni attuali, l’autore non interpreta la realtà del suo tempo rischiando così di sconfinare nell’opera di maniera o nell’esercitazione.

 

 

Sembra scritto non nel 1955, ma nel 1890 o nel 1910. La trasposizione storica è tanto ben riuscita che nulla sembra essere rimasto del nostro tempo, della nostra epoca, e dei problemi, dei drammi, dei contrasti delle lotte e delle brutture, delle viltà e degli eroismi, della sensibilità sana e malata di questo nostro tempo.[19]

 

 

Nonostante i tentativi, secondo l’opinione di Dal Sasso, rimane qualcosa di inafferrato, qualcosa che sfugge e di cui si percepisce la non presenza, è quindi impossibile considerare il romanzo come opera di grande valore in cui si precisano elementi alla base di un moderno romanzo realista.

 

 

Intendiamoci, di alcuni aspetti del nostro tempo vi sono sì, degli echi o, meglio, delle analogie. Lotte sindacali, prigione per i socialisti, e via dicendo. Ma, appunto, son piuttosto analogie, sapientemente ritrovate, come in una fotografia di quel tempo o in una illustrazione della Domenica del corriere.[20]

 

 

Metello è un romanzo alquanto lontano dal realismo e non può essere collocato in quell’ambito, non solo per la mancanza di legami con l’attualità, ma per quel suo rimanere ingabbiato e fermo in un mondo idillico e provinciale che altro non è se non una misera fetta di vita e mai potrà rendere il riflesso delle infinite sfumature della realtà[21].

L’opera non appare riuscita nemmeno a Leone Piccioni. Il critico rimprovera a Pratolini l’abbandono del suo mondo lirico e privato, quel mondo che gli era più consono e che sapeva esprimere in ogni suo fremito, ora la memoria è stata tradita, tradita per la cronaca e per la storia e ciò che l’autore lascia in questo passaggio è una parte di se stesso che i lettori avevano imparato ad amare, una sua personale verità[22]. Eppure l’errore non si cela solo nell’accantonamento della disposizione lirica, l’errore sta anche in chi ha visto in Metello un romanzo storico.

 

 

Il romanzo storico dà per scontato, per rivelato lo sfondo: lo sceglie perché su di esso meglio vibrerà e si svolgerà quella storia poetica che si prende a narrare, e l’animo dei personaggi. Ma qui avviene il contrario: la storia e i personaggi servono a rivelare il periodo storico, una svolta sociale che è acquisita, vorrei dire pacifica, ed anche logicamente ineccepibile. E la vita autonoma del personaggio, la sua storia cede e s’infrange: è sacrificata da un’esigenza non necessaria.[23]

 

 

Manca nel libro un’unità di fondo, un’intima fusione e compenetrazione degli avvenimenti, dei fatti e soprattutto mancano personaggi veri. Metello stesso è tutto risolto esternamente, il suo modo di comportarsi è istintivo e superficiale, non c’è la costruzione di un mondo morale scavato in profondità, non c’è la progressiva precisazione di una problematica interna, c’è una fotografia di personaggio che nelle pagine non respira, non si muove, non vive, ma recita una parte immobile.

 

 

A pensar bene è questo un modo tipico con il quale il cinematografo tratta un personaggio: il suo carattere è dato principalmente dalla sua presenza fisica; dal suo accamparsi con quel viso o quel trucco. Tutte le mosse che poi partono da quella presenza sono lineari, si svolgono orizzontalmente, non trovano profondità sufficiente per offrire una problematica interna.[24]

 

 

Alla base del romanzo, dice ancora Piccioni, vi è il modello del cinematografo da cui Pratolini riprende molti aspetti[25], ma come a volte dalle sale buie dei cinema si esce con le mani in tasca, la mente vuota, senza alcuna emozione, alcun brivido o al massimo un magro sorriso sulle labbra, così il romanzo Metello nulla pare lasciare, nessun suggerimento che resti nell’anima e lentamente si sveli, nessuna verità capace di arricchire, cambiare. Piccioni di certo non può fare a meno di ammirare la vibrazione perenne di solidarietà umana che caratterizza l’intera opera pratoliniana, la ricerca delle ragioni di vita nel lavoro e nella sua difesa, la spinta verso i poveri e verso gli umili, ma tutto il resto scivola via.

 

 

Ma è la soluzione di stile quella che ci preoccupa. In mente ci restano le pagine della prima parte: la morte del padre, la campagna, il ritorno a piedi in città, Viola. Il resto va via di volo.[26]

 

 

A lamentare l’allontanamento da parte di Pratolini dal suo spazio privato è anche Carlo Bo. Pratolini ha scelto di intraprendere una nuova strada senza rendersi conto che «non si sfugge alla memoria camuffando la stessa materia originale con colori storici»[27]. I ricordi restano, così come resta la vocazione interiore all’idillio, al tuffo nella memoria in quanto vera essenza della scrittura pratoliniana. A nulla vale cercare di spegnere quel fuoco sotto il peso della documentazione storica, dell’impegno oggettivo e reale, la memoria è mascherata, ma è pur sempre memoria.

 

 

Ma se si guarda bene, la rievocazione, il quadro storico, l’impegno dell’oggettività basata sulla ricostruzione non sono che memoria mascherata, rigurgiti di una passione lontana ma non spenta […]Non per nulla le pagine più belle del libro sono quelle libere, quelle che non servono l’economia arbitraria della realtà ricostruita.[28]

 

Carlo Bo si trova vicino a Leone Piccioni anche in merito alla constatazione del carattere cinematografico del libro, Metello pare proprio una sceneggiatura rapida e magra e gli stessi personaggi sembrano attori.

 

 

C’è tutto non manca nessuna risorsa (i paesaggi, la poesia della topografia, gli accenni alla cronaca, insomma tutto il bagaglio di una ricca casa cinematografica), ma il romanzo non c’è e non c’è perché Pratolini non crede a queste cose e voleva fare un’altra cosa. Pratolini in fondo è ancora schiacciato dal peso della prima parte della sua vita, è vinto dalla memoria dei luoghi e delle persone dell’infanzia e dell’adolescenza e pensa che per arrivare a una liberazione da quella realtà trasformata sia sufficiente attaccarsi alla realtà semplice, come la si può dedurre dal documento. I suoi personaggi sono pronti per passare sullo schermo, ma dubito molto che siano altrettanto disposti a restare nella memoria del lettore.[29]

 

Ne consegue che non solo il libro non può essere considerato un romanzo socialista, così come l’aveva definito Vigorelli nell’articolo comparso su «Fiera Letteraria» nel febbraio del 1955[30], ma neppure merita l’appellativo di romanzo.

A manifestare perplessità è lo stesso Italo Calvino, grande ammiratore di Pratolini, si tratta di diffidenza verso quel generale buon cuore che pare caratterizzare l’intera opera, verso quel velo di miele che avvolge ogni personaggio, ogni situazione, tanto da far nascere il dubbio di una lontananza troppo forte dalla realtà, di una distanza incolmabile. Dove sono il “negativo”, la violenza, il buio che nella storia hanno sempre avuto una parte determinante? Dove l’altra faccia del bene? Di quello strazio, quella stanchezza che sicuramente le lotte di quegli anni avevano implicato nulla rimane, nelle pagine domina l’assenza dell’aspetto più mordente della realtà.

 

 

Questa dolcezza, questo idillio, questa generale bontà che domina il libro, c’era sempre stata anche negli altri romanzi tuoi più complessi e costruiti come nel Quartiere e nelle Cronache, ma lì avevano il senso di termine d’una antitesi, erano sempre avvicinati a una coscienza del crudele, dello spietato, del torbido, in una parola del negativo, che è il dato fondamentale del mondo in cui e contro cui viviamo e lottiamo. Insomma l’idillio, in margine a una realtà di violenza e strazio e rovina sistematica di sentimenti e destini umani, ha un significato ben preciso, è l’indicazione d’una aspirazione che si strappa faticosamente a una realtà ben diversa, ha quindi un valore di realtà, di realtà difficile nascosta, continuamente contraddetta, ma ineliminabile, cioè quel tipo di realtà più vera che è compito della poesia scoprire. Qui invece mi sembra che una spessa, greve nuvola di bontà invada tutto e tutti, anarchici, socialisti, contadini, muratori, padroni.[31]

 

 

C’è lo sciopero è vero, ma come ripreso da fuori, da occhi esterni, manca il vero respiro di quei giorni, la lama tagliente di quei fatti, lo strappo nelle coscienze e negli animi che vi presero parte.

 

 

In Metello sono tutti un po’ troppo “meno boja”: da una parte e dall’altra. Come può saltar fuori il fascismo da un mondo così? Come possono saltar fuori le guerre mondiali?[32]

 

 

Eppure l’autore mette in scena un personaggio nuovo e questo bisogna pur riconoscerlo, un personaggio che si allontana dalla consueta «sbavatura dell’entusiasmo italiano»[33] anzi non si entusiasma affatto, un uomo a cui piacciono le donne e sempre gli piaceranno. Pratolini parla e sa parlare delle proporzioni con cui cose diverse coesistono nell’animo di questo uomo, di sentimenti che si combattono e alternano dentro uno stesso cuore. Di Metello noi osserviamo ogni battaglia interiore, sobbalziamo per ogni suo sospiro, ma dentro di lui nemmeno l’avventura con l’Idina crea dei conflitti decisivi o mette in giuoco dei sentimenti, è un uomo che in ogni sua azione, in ogni sua battito, resta medio, medio in politica come nei sentimenti e in particolare nell’amore, medio come ne esistono tanti.

 

 

e’ giusto continuare ad un secolo da Flaubert, a cantare gli uomini medi, gli uomini senza scintille, o con scintille lontane, nascoste, remote?[34]

 

 

No, a Calvino pare proprio di no, è giusto sognare e pretendere una letteratura che parli di uomini nuovi, uomini che sfuggono ad un adeguamento alla media e che trasmettano la complessità della vita .

Come Calvino disapprova la mediocrità di Metello, il suo essere uno fra tanti, Franco Fortini ne condanna la relativa immobilità e l’assenza di dialettica interna. Non c’è evoluzione nel personaggio, ogni evento pare solo sfiorarlo, una carezza incapace di smuovere dentro un cuore già compiuto in tutti i suoi battiti.

 

 

L’autore si preoccupa di sottolineare in ogni modo che egli è tutt’altro che un’eccezione. Vuol che appartenga alla media […] Metello cresce ma non muta. Non ha crisi. E’ una pianta che mette fronde al vento della storia.[35]

 

 

E la vera ragione di questa debolezza intima del personaggio è l’assenza degli altri che in sostanza è assenza della classe opposta, la borghesia. Ma a mancare è anche il formarsi della coscienza politica di Metello[36]: il partito socialista arriva in scena pressoché già fatto. Le tendenze precedenti che erano state fondamentale ponte di passaggio verso il socialismo, in particolare l’anarchismo (a cui lo stesso Metello si era avvicinato in un primo momento), si riducono a semplici macchie difficili da distinguere e cogliere nella loro integrità, nel romanzo Pratolini offre in merito solo figure abbozzate.[37]E l’assenza degli altri per Fortini ha come diretta conseguenza l’assenza della dimensione storica, un vuoto di realtà.

 

 

Che il libro di Pratolini sia “importante” […]; che abbia parti e pagine belle - nessun dubbio. Che esso si ispiri a sentimenti democratici e nobili, che propongano all’attenzione degli italiani una vicenda ispirata ad un momento decisivo della nostra nascita a nazione moderna; che, sotto gli occhi della borghesia come delle masse popolari, questo libro possa avere la medesima funzione che ebbero, presso l’Italia dei nostri nonni, certi libri di De Amicis, basta a giustificare l’attenzione critica. Tuttavia la richiesta di un “di più” non è solo la richiesta di un “di più” d’arte; ma di un ”di più” di politica.[38]

 

 

Il realismo che si pretende dal romanzo di Pratolini, secondo Fulvio Longobardi, non può essere trovato e non tanto per mancanze intrinseche all’autore, quanto perché ormai è passato il tempo del grande romanzo borghese che sulla realtà si edificava, sono lontani gli anni dell’Ottocento. Ora la realtà proprio non si vuole affrontare, piuttosto la si aggira, la si sfiora, si fa anche finta di toccarla, ma si rimane sempre al di là, oltre i suoi confini .

 

 

Non sappiamo se uscirà fuori alla fine il romanzo realista nel senso che dice Lukàcs e nel senso che dicono da noi Muscetta e Cases; sappiamo che finora non c’è ed è inutile stare ogni volta a dire, per ogni romanzo di Pratolini che esce, e per ogni romanzo di Moravia, di Cassola, di Bassani e degli altri, che non è un romanzo realista, non abbastanza realista e non abbastanza romanzo. Non esiste il realismo, non esiste più il romanzo nella maniera che nessuno spiega ma che tutti abbiamo in testa, perché è l’Ottocento che abbiamo in testa e il grande romanzo borghese, quando diciamo romanzo: non esiste diciamo più per gli scrittori il reale.[39]

 

 

Romanzo e realismo non sono più termini compatibili, «il romanzo non arriva più alla realtà, o la realtà non arriva al romanzo»[40], il fatto è che mai si toccano. Eppure Longobardi non pensa che questo sia un aspetto negativo, anzi Metello, insieme ad altri romanzi, è fondamentale testimonianza del tentato contatto con la realtà e del suo fallimento. E proprio in questa tensione destinata a crescere per poi morire è il fascino di tali libri, la ragione che ci spinge a leggerli è di vedere in quale altro modo la realtà è sfuggita allo scrittore o in quale altro modo lo scrittore ha evitato la realtà. Non solo Longobardi esprime la sua opinione in merito alla ‘questione del realismo’ di Metello aperta da Salinari ma risponde anche alla nota stroncatura di Muscetta.

 

 

Altro che Camera del Lavoro e camera da letto: si trattava di dire come nella Camera del Lavoro si difendesse tutto , compresa la camera da letto, e cucina e camera da pranzo e che la prima non ha ragione di essere senza quelle altre camere ma ha un enorme ragione di essere se si vogliono conservare tutte quelle altre camere, e addirittura che si può rinunciare a una o due di quelle altre camere piuttosto che alla Camera del Lavoro, se non si vogliono perdere tutte.[41]

 

 

L’attenzione che Pratolini accorda alla vicenda privata e sentimentale del protagonista, si giustifica ed è pienamente legittimata dal fatto che si trattava di far capire come Metello non difendesse ideali, valori di nessuna specie ma in primo luogo se stesso e «l’osso, il niente della propria esistenza»[42]perché era quello ad essere minacciato quando il lavoro mancava, quando il salario non era sufficiente.

Enrico Falqui si schiera invece contro tutti i critici che avevano rimproverato Pratolini per essersi liberato del lirismo «trascurando quanto di rinunzia e insieme quanto di conquista un simile romanzo comporti in un autore come Pratolini, intimista e populista nel contempo»[43]. Testimonianza di questa rinuncia è il fatto che gli episodi e i tratti più belli e toccanti del libro si ricollegano alla vena lirica e che sarebbe stato davvero facile per lo scrittore aumentarli; dall’altro lato della conquista va riconosciuto a Pratolini il merito di aver reso decisi e vigorosi gli episodi legati invece all’istanza sociale, depurandoli da ogni tipo di implicazione lirica o privata.

 

 

Un affresco come quello disteso da Pratolini lungo le ultime trecento delle quattrocento pagine di cui si compone il romanzo Metello, un affresco di quella formicolante vivezza non si inventa: bisogna averci vissuto in mezzo, sofferto e goduto. E nel non averlo raggelato e discostato in quadro storico sta la riprova che per Pratolini questa “storia italiana” continua ad appartenere alla sua “cronaca familiare”.[44]

 

 

Non appare quindi giusto a Falqui respingere o condannare in assoluto il libro, specialmente considerando il fatto che da tempo si auspicava una narrativa che fosse sliricata.

Forse Pratolini non mostra, col Metello, di voler fare del suo meglio per darcela?[45]

 

 

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[1] «Non è esagerato affermare che il dibattito su Metello caratterizzò quell’annata letteraria […] segno, se non altro, che Metello era stato in quel particolare momento davvero “importuno”». Francesco Paolo Memmo, Vasco Pratolini, cit., p. 100.

«Resta il fatto che Metello rappresentò, in quel preciso momento storico-letterario, un libro per molti versi importuno; dall’una parte e dell’altra, i critici vollero vedere in esso l’affermazione o la negazione di un modo di far letteratura, e di far politica attraverso la letteratura, che Pratolini non poteva comunque accettare […] gli uni e gli altri cadendo – così oggi sembra – in un errore di eccessivo schematismo, come se un testo narrativo potesse bastare da solo a rispondere a così vitali questioni. Ma che fosse stato scelto quel campo di discussione è la riprova della forza precisamente ideologica del romanzo e del permanente impegno dello scrittore ad indagare, da un punto di vista il più possibile ravvicinato, sugli aspetti molteplici della realtà ». Gaetano Mariani e Mario Petrucciani, Letteratura italiana contemporanea, Roma, Luciano Lucarini Editore, 1982, p.216.

[2] Mario Alicata, Metello o del coraggio, in «Rinascita», febbraio 1955, p.107.

[3] Carlo Salinari, Discussioni e conclusioni su Metello e il neorealismo, in «Società», giugno 1956, p.603.

[4] Carlo Salinari, Metello, «Il Contemporaneo», 12 febbraio 1955.

[5] «Il neorealismo veniva così ad essere un grande fiume in piena, che abbatte e travolge i vecchi argini, ma se ne porta dietro i residui nelle acque torbide anche se impetuose. Era necessario disciplinare quelle acque in nuovi argini, uscire dall’equivoco della cronaca, comprendere che il vero problema è quello di conquistare un nuovo punto di vista da cui guardare il mondo, di ricostruire dall’interno una personalità umana ai personaggi, di riconoscere sentimenti umani agli uomini. Ecco perché indicavamo il problema del personaggio come il problema centrale della nostra narrativa contemporanea, ecco perché invitavamo gli scrittori a superare la superficie cronachistica della realtà e a scendere nel cuore degli uomini, ecco perché ci richiamavamo ai grandi modelli realistici dell’800. Ed ecco perché salutiamo con gioia questo Metello, prima pietra forse del nuovo sviluppo del realismo italiano». Ibidem.

[6] Carlo Muscetta, in «Società», agosto 1955, poi raccolto in Realismo, neorealismo, controrealismo, p.119.

[7] Ivi, p.

[8] «Pratolini non ha assorbito in succum et sanguinem il socialismo. La sua concezione della vita è rimasta, sostanzialmente, nonostante la buona volontà di uscirne, il populismo sanfredianino. Possiamo discuterne, possiamo combatterlo, ma è quel che vive ed opera nella sua mente e nel suo cuore». Ivi, p. 155.

[9] «Pratolini ci ha dato delle pagine stupende delle donne che chiamano i loro congiunti incarcerati nel ’98, pagine perfette perché ricondotte alla vibrazione dei sentimenti elementari. Ma le facce di coloro che esultavano per queste incarcerazioni volute a freddo, per esercitare un terrorismo di classe, l’idillico Pratolini del 1952 non tenta neppure d’immaginarle». Ivi, p. 127.

[10] «Badolati poteva diventare un personaggio realistico se Pratolini avesse sviluppato il contrasto tra le sue velleità umanitarie e gl’interessi, la modesta ma potentissima «verità» storica (con la minuscola), mettendolo a confronto con altri personaggi della sua classe che rifiutano il suo modo più umano e più politico di far gli affari. Così avrebbe dato finalmente rilievo e varietà di aspetti a questo Padrone che finisce per restare mitico, remoto e inconoscibile nella nostra letteratura.» Ivi, p.129.

[11] Ivi, p.124.

[12] Ivi, p.

[13] Ivi, p.

[14] Ivi, p.

[15] Ibidem

[16] Ivi, p. 134

[17] Vasco Pratolini, Metello, cit., p.

[18] Carlo Muscette, Realismo, neorealismo, controrealismo, cit. , p.141.

[19] Rino dal Sasso, Il romanzo e la critica, «Il Contemporaneo» 30 luglio 1955.

[20] Ibidem.

[21] «Se è vero che la strada verso il realismo è quella che conduce alla formazione di una coscienza nazionale della realtà e dei suoi problemi, è anche vero, a mio avviso, che uno dei maggiori ostacoli è proprio quel provincialismo, quella tendenza all’idillio e al patetico che sta al fondo dello stesso Metello». Rino Dal Sasso, in «Società», febbraio 1956, p.212.

[22] «Il già lungo itinerario di Pratolini, della sua scrittura, segue un tracciato che non è del tutto lineare, fatto u po’ di andirivieni: alternativa di temi che si eclissano e ritornano, di motivi e figure che dalla scena viva e provocante scivolano dietro il velo del ricordo, una spola tra la secca trascrizione cronachistica e l’agiata e sospesa rievocazione lirica, che è la cifra a cui Pratolini dovrebbe restare vincolato secondo la critica che glielo ha riconosciuto: la memoria autobiografica e familiare, il diario dell’infanzia lontana e pure incombente nel sangue, la cronaca del proprio quartiere, il frammento di vita minuta e fuggevole». Salvatore Battaglia in Novecento, Milano, 1979, vol. VI, p.

[23]Leone Piccioni, Pratolni ieri e oggi, in «Humanitas», febbraio 1955, p.

[24] Ibid.

[25] «In questo nuovo apparire di Pratolini il cinema ha gran parte […] non ci vorrà molto a ricavare una sceneggiatura da questo Metello; la dimensione cinematografica, il racconto secondo quello svolgimento, è già cosa fatta». Ibid.

[26] Ibid.

[27] Carlo Bo, Non è un romanzo socialista né un romanzo, «L’Europeo», 13 febbraio 1955, p. 52.

[28] Ibidem

[29] Ivi, p. 53.

[30] «Nelle Cronache di poveri amanti era un narratore, ora è un romanziere, il suo è l’ultimo romanzo storico e il primo romanzo socialista» Vigorelli, E’un salto in avanti il salto indietro di Pratolini, «Fiera Letteraria», 6 febbraio 1955.

[31] Italo Calvino, Opinioni su Metello e il neorealismo, in «Società», febbraio 1956, p.

[32] Ivi, p.

[33] Ivi, p.

[34] Ivi, p.

[35] Franco Fortini, in Il Metello di Pratolini, Comunità, p.

[36] «La sua fedeltà alla classe è fedeltà ad alcuni affetti, a determinati gusti, al vino invece che alle limonate, alle donne prosperose invece che alle smorfiosette, a Santa Croce invece che al “Centro”» Ivi, p.

[37] «Di tanti anarchici, nessuno s’imprime nella nostra memoria con una fisionomia sua inconfondibile, perché l’autore non ha indugiato su nessuno di loro con quell’amore della fantasia che avrebbe dovuto corrispondere a una chiarezza strutturale, alla convinzione che rappresentare almeno un uomo della vecchia generazione era essenziale per costruire il romanzo». Carlo Muscetta, Metello e la crisi del neorealismo, cit. p.150.

[38] Franco Fortini, Il Metello di Pratolini, cit.,

[39] Fulvio Longobardi, Vasco Pratolini, p.9

[40] Ivi, p.10.

[41] Ivi, p.67.

[42] Ibidem

[43] Enrico Falqui, Metello, «Letteratura», gennaio-aprile 1955, p.171.

[44] Ivi, p.172.

[45] Ivi, p.173

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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