IL PENSIERO ANARCHICO NEL 1800
Cenni e bibliografia sul movimento libertario e sui suoi padri fondatori

La parola anarchia
(an-archè) deriva dal greco antico e significa assenza di comando, autorità o
guida. Ma al di là dell’etimologia, definire cosa sia l’anarchia non è
compito semplice e forse la maggior responsabilità va imputata agli anarchici
stessi. L’anarchia non fu mai, infatti, nella sua storia, un movimento
politicamente omogeneo (come ad esempio il marxismo) , bensì un punto di
incontro tra individualità differenti l’un l’altra.
Come conseguenza di ciò, si può dire che non esiste
un chiaro percorso scientifico di studio sull’anarchia, e la letteratura in
materia si divide tra l’analisi delle diverse, innumerevoli correnti
filosofiche e l’aneddotica sugli estremi atti individualistici (o, al di là di
ogni giudizio morale, terroristici).
Sia nel campo intellettuale che operativo il motore
dello slancio anarchico fu sempre l’individualismo, il senso della
responsabilità dei propri pensieri e delle proprie azioni. Tutti gli anarchici
si incontrano però su un terreno comune: riguardo al fine, indubbiamente la
libertà; riguardo al mezzo uno è sicuramente quello umanamente riconosciuto,
cioè il verbo, la parola. Per questi “angeli neri” la propaganda ricoprirà
sempre un ruolo essenziale: comizi, volantini, opuscoli e un’innumerevole serie
di testate giornalistiche (spesso censurate dalle autorità) servirono al
movimento libertario (termine di più recente invenzione) per annunciare al
mondo il proprio fine: l’avvento di una condizione completamente libera da ogni
vincolo o costrizione governativa, dove gli individui condividono i propri beni
in armonia e lontani da ogni ricchezza; questa sorta di paradiso è nelle
possibilità dell’uomo e può essere raggiunto unicamente con il rovesciamento
immediato e totale di qualsiasi potere e istituzione.
“Anarchia - recita la Piccola Enciclopedia
dell’anarchia di Boussinot - è negazione
dell’ordine artificiale basato sul principio di autorità , che viene imposto
alla comunità umana (…), negazione della legittimità di questa violenza, della
legittimità delle varie istituzioni da esse instaurate, in primo luogo quella
dello Stato”. è naturale che per molto il termine “anarchico” assunse
nell’immaginario collettivo un significato meramente negativo, dai contorni
essenzialmente nichilisti. Allo stesso tempo, il termine “anarchia”fu a lungo
criticato (e viene criticato tutt’ora)
da accuse generiche che toccano piani diversi, come quelle di non costruttivismo, di illegalità, di idealismo, di immoralità
e di vuoto nichilismo. Anarchia e disordine, cospirazione, perversità furono
tutt’uno almeno fino a quando il mondo intellettuale (il primo fu il francese Pierre Joseph Proudhon)
non cominciò ad accostarvisi e a conferire all’idea una sua dignità teorica.
Negli anni della Rivoluzone
Francese col termine “anarchico” si voleva marchiare, da destra e da sinistra,
l’avversario politico. E’ così che il girondino Brissot, nel 1793, definiva la corrente degli Arrabbiati.
Sotto la Convenzione, gli Arrabbiati non erano classificabili sotto alcuna
tendenza, contestavano ogni autorità, volendo opporre al potere della
convenzione uno di diretta emanazione popolare. Inoltre, si scagliavano contro
il nuovo potere incarnato dalla borghesia, definendola “aristocrazia commerciale
più perniciosa di quella nobiliare e clericale”. L’anarchia degli
Arrabbiati, affermava Brissot, “consisteva in
leggi non tradotte in effetto, autorità prive di forza e disprezzate, il
delitto impunito, la proprietà minacciata, la sicurezza dell’individuo violata,
la moralità del popolo corrotta, nessuna costituzione, nessun governo, nessuna
giustizia: questa le caratteristiche dell’ anarchia”.
Anche alla luce del seguente lavoro, al fine di
comprendere il pensieo anarchico nelle teorie e nelle
opere dei suoi padri fondatori dell’800, sarà opportuno tralasciare l’analisi
di tutti quei movimenti antiautoritari di cui la
storia è piena fin dai tempi più remoti (e classificabili come “anarchici” solo
secondo precise condizioni), per concentrarci maggiormente su quegli eventi e
su quel secolo, il diciottesimo, in cui devono essere individuati i germi del
pensiero libertario e sondato il terreno in cui mise radici l’anarchismo, sia
come corrente filosofica che come
prassi, dell’800.
Grembo in cui la teoria anarchica potè nutrirsi e venire al mondo fu sicuramente la Rivoluzione Francese del
1789, che, a buon diritto, può essere considerata la madre del libertinismo anarchico, di questo figlio ribelle, verso
cui, come nel Fiore del male “Benedizione” di Baudelaire,
una volta nato, si rivolgerà con sdegno, disgusto e rabbia: “Ah! avessi
partorito un groviglio di vipere piuttosto che nutrire questa derisione”.
<< La Rivoluzione Francese aveva infatti
sancito il trionfo del liberalismo, proclamando che l’individuo è fine a se
stesso e che tutte le forme sociali e politiche sono create solamente per
contribuire al pieno ed intero sviluppo della libertà umana. Ma questa libertà
non è che un miraggio: da una parte è il
libero gioco della concorrenza che schiaccia colui che non è sufficientemente
attrezzato per la lotta, dall’altra è conservazione della proprietà privata
che, se garantisce l’indipendenza dei possidenti, riduce alla dipendenza e
persino alla schiavitù, i non possidenti. L’organizzazione politica poggia sui
principi stessi di libertà, uguaglianza e fraternità, mentre la vita sociale è
dominata dalla schiavitù economica, l’ineguaglianza sociale e la lotta di
classe.
Questa contraddizione immanente del liberalismo,
ossia il carattere ambiguo del suo principio motore, realizzabile solo
nell’astrazione e che si volge contro se stesso non appena lo si applichi alla
vita reale, non poteva mancare di creargli avversari di principio.
Da un lato i controrivoluzionari (basti pensare a Burke e alle sue “Riflessioni sulla Rivoluzione Francese”, 1790),
intenti a difendere l’ordine instaurato dalla Provvidenza contro le empie
usurpazioni dello Stato moderno; difensori dell’eredità, della vita sociale gerarchizzata e della tradizione come principio regolatore
della vita sociale.
Dall’altro, invece, coloro che si possono definire
gli “ultrarivoluzionari”; logici implacabili, essi rimproverano ai dottrinari
della rivoluzione francese di non essere andati fino in fondo al proprio
pensiero, per avver applicato le esigenze umanitarie
ed egualitarie della ragione umana alla sola edificazione dello stato. Denuncia
principale nei confronti della rivoluzione consiste nel fatto che questa non si
è spinta oltre l’uguaglianza giuridica e la libertà politica; a ciò non è
seguita l’uguaglianza sociale, e la Società è rimasta sfera isolata dalla
comunità politica, dallo Stato.
E’ tale corrente di idee che alimenta la volontà rivoluzionaria del diciannovesimo secolo; sua prima manifestazione è senza dubbio la Cospirazione degli Uguali di Babeuf. Nel celebre Manifesto, gli uguali si pronunciano contro l’uguaglianza decretata dalla rivoluzione francese affermando che essa non è “che una bella e sterile funzione legale”>>.(ARVON, H., L’anarchismo, Casa Editrice D’Anna, Messina- Firenze, 1972.)
Ma lo scritto fondamentale è senza dubbio “Sulla questione ebraica” (1843) di Karl
Marx, in cui il filosofo tedesco, dopo aver denunciato i diritti dell’uomo
proclamati dalla rivoluzione francese, come riguardanti esclusivamente l’uomo
egoistico, il borghese, sottolineando l’incompiutezza dell’emancipazione
politica, afferma infine che “solo quando l’uomo riconosce e organizza come
forze sociali le proprie forze, allora si compie l’emancipazione umana”.
Comprendere quindi la nascita del socialismo
significa comprendere quel rapporto padri (liberali) – figli (socialisti
stessi), sorto durante la rivoluzione francese, e di cui Dostoevskij
ci offre ne “I
demoni” un immagine chiara e incisiva attraverso il rapporto tra Stepan Verchovenskij e il
figlio Piotr,
prototipo del rivoluzionario russo dell’800.
Di conseguenza risulta ovvio che l’anarchia si sviluppò e nacque seguendo le stesse orme del socialismo e delle accuse che questo rivolse contro il liberalismo. E’ indubbio quindi che a rappresentare un nodo fondamentale per comprendere il pensiero anarchico è il rapporto marxismo – anarchismo nel dibattito storico originario che vide contrapposti direttamente il padre del comunismo Karl Marx e i teorici anarchici a lui contemporanei, ossia Stirner, Proudhon e soprattutto Bakunin.
Periodo fondamentale è quindi quello che va dal 1840
al 1870 circa, ossia dagli anni della polemica Marx–Proudhon sulle questioni
relative alla proprietà privata, fino alle vicende relative alla Prima
Internazionale, che vide la divisine completa
tra anarchici e comunisti che influenzerà sotto vari aspetti anche il secolo successsivo; in mezzo lo scontro Marx–Stirner.
Credo quindi che, al fine di avere una conoscenza
soddisfacente del pensiero anarchico dell’800, sia indispensabile prima di
tutto una visione particolare del pensiero di ognuno dei suoi teorici; in
seguito, come accennato sopra, penso sia
doveroso e fondamentale analizzare il dibattito marxismo-anarchismo, al
fine di comprendere a pieno i punti di dissidio e di affinità tra questi due
epifenomeni del socialismo.
Nonostante gli innumerevoli tentativi di
suddivisione a cui il pensiero anarchico è stato sottoposto, credo che sia
conveniente, soprattutto per un discorso utilitaristico ai fini della
schematizzazione, ripartire il movimento libertario in tre categorie, secondo
il criterio incentrato sulle figure dei padri fondatori che Domenico Tarizzo dà nel suo libro “Anarchia” (tralasceremo il comunismo
libertario di Kroprotkin e Malatesta
anche per concentrarci maggiormente sulla polemica ottocentesca che contrappose
direttamente Marx con gli altri teorici anarchici a lui contemporanei) :
Sull’anarchia in generale:
ARVON, H., L’anarchismo,
Casa Editrice D’Anna, Messina – Firenze, 1972.
BETTINI, L., Bibliografia
dell’anarchismo, Firenze 1972.
BRAVO, G. M., Gli anarchici, UTET, Torino, 1971.
GUERIN, D., Né Dio, né
padrone. Antologia del pensiero anarchico, Jaca Book,
Milano, 1971.
LOMBROSO, C., Gli Anarchici, Roma, 1972.
NETTLAU, M., Breve storia dell’anarchismo, Ed. L’Antistato, Cesena, 1964.
SALANO, A., Antologia del pensiero socialista
vol.2 (2 tomi). Marxismo e anarchismo, Editori Laterza,
Bari, 1980.
TARIZZO, D., L’anarchia,
Arnoldo Mondatori Editori, Milano, 1972.
WOODCOCK,
G., L’anarchia. Storia delle idee e dei movimenti libertari, Feltrinelli,
Milano, 1972.
P.S. Il seguente lavoro si propone di dare solamente
delle notizie brevi ma esaurienti sulla vita di ciascuno dei teorici anarchici
trattati e sul loro pensiero filosofico e politico sociale in generale. Al fine
di ulteriori approfondimenti, al termine di ogni capitolo si consiglia una
breve bibliografia che riassume i testi principali a cui far riferimento per
una conoscenza più completa e dettagliata.