Sostanza, Attributo, Modo nel pensiero di Cartesio.

Note su una fonte di Spinoza.*

 

di Cristina Santinelli

 

 

Tra conservazione e innovazione. Premessa

 

L’intento di queste brevi note non è presentare una analisi sistematica e tanto meno esaustiva del tema della sostanza nel pensiero cartesiano, bensì mostrare, attraverso la considerazione di alcuni passaggi testuali fondamentali, il verificarsi di slittamenti concettuali all’interno di un lessico comune alla tradizione scolastica. Tali slittamenti costituiscono una sorta di ‘trampolino di lancio’ per le profonde innovazioni che Spinoza, a sua volta, promuove attraverso il lessico scolastico-cartesiano. Per questo, prima di entrare nel vivo dell’argomento, vorrei soffermarmi su alcune considerazioni relative al linguaggio.

La terminologia filosofica di Spinoza è stata da sempre oggetto di attenzione critica, sollevando dubbi, perplessità, persino rimproveri, a cominciare dai suoi stessi corrispondenti (Oldenburg, Tschirnhaus, ecc.) che si vedono costretti a chiedere spiegazioni sul significato di alcuni termini dal filosofo utilizzati in un senso che non corrispondeva a quello tradizionalmente riconosciuto: «necessità», «libertà», «modi infiniti», ecc. La storia dello spinozismo registra continuamente la difficoltà dei lettori nel fare i conti col rinnovamento di un lessico gravido di implicazioni legate alle molteplici suggestioni culturali confluite nella formazione intellettuale di Spinoza. Goethe, individuando nello spinozismo «la meta di tutti gli sforzi speculativi», riconoscerà tuttavia anche in ragioni di natura linguistica l’impossibilità di attingerne piena conoscenza e comprensione.

Il problema terminologico, ancora oggi aperto, si è posto su piani diversi: il rapporto con le fonti; la coerenza interna alle opere e l’oscillazione linguistica tra opera e opera (è nota la diversità terminologica tra il lessico ancora teologico Breve Trattato e quello «geometrico» dell’Ethica: nella sua opera giovanile Spinoza chiama sia il moto che l’intendere «figlio, opera o effetto immediato creato da Dio», I, IX, 2-3); infine la sincerità dello stile metafisico-teologico adottato da Spinoza (ci riferiamo in particolare alla tesi proposta da L. Strauss della presenza di un piano esoterico ed uno essoterico del Trattato teologico-politico).

Il piano che interessa il nostro discorso è tuttavia esclusivamente il primo. E, delle molteplici fonti riconosciute del pensiero spinoziano (dai classici latini a Machiavelli, dalla letteratura spagnola a Petrarca), va subito precisato che quella di cui noi tratteremo, ossia Cartesio, è non solo indiscussa (diversamente da altre usualmente richiamate, come Bruno, di cui è stata argomentata l’infondatezza), ma primaria: il rapporto tra Spinoza e Cartesio è quello strettissimo e profondamente conflittuale del figlio col padre (ideale in questo caso), del discepolo col maestro. Ogni pagina dell’Ethica è impregnata del rapporto e del confronto strettissimo col pensiero cartesiano, da Spinoza conosciuto profondamente, come dimostra lo scritto con cui Spinoza esordì pubblicamente: i Principia philosophiae R. Cartesii riscritti (e reinterpretati, pur nella dichiarazione di fedeltà alla lettera del testo cartesiano) more geometrico.

 

Conosciamo il plurilinguismo che caratterizza la formazione e la vita stessa di Spinoza: la madrelingua era lo spagnolo, l’ebraico la lingua della educazione religiosa (e morale), nelle relazioni pubbliche utilizzava l’olandese, conosceva probabilmente l’arabo (simile all’ebraico) e scriveva le sue opere in latino. All’inizio di questo secolo uno studioso del lessico filosofico spinoziano, G. Th. richter (Spinozas philosophische Terminologie, Leipzig 1913) notava che tale plurilinguismo aveva costituito oggettivamente, indipendentemente dalle intenzioni del filosofo, una condizione di disaffezione e di indifferenza per il significato tradizionale delle parole. Per Spinoza, rileva Richter, contavano le cose e non le parole, e a conferma cita una espressione dei Cogitata Metaphysica (I, 3): «non sono solito disputare sui nomi».

Sfogliando l’Ethica troviamo considerazioni affini:

 

 «la mia intenzione non è quella di spiegare il significato delle parole, ma la natura delle cose, e di indicarle con quei termini il cui significato abituale non è del tutto lontano dal significato che io voglio attribuire ad esse» (III, def. 20, spieg., corsivo nostro)[1]

 

Il verbo «volere» impiegato in questa citazione suggerisce che la tesi di una disaffezione verso il significato tradizionale dei termini, legata alla pratica del plurilinguismo, è probabilmente fondata, tuttavia non sufficiente a dare il giusto risalto alla natura intenzionale della rivoluzione terminologica maturata da Spinoza. È lui stesso a ribadire a più riprese tale natura della sua revisione linguistica:

 

 «So, in verità, che gli autori che per primi hanno introdotto questi nomi di simpatia e antipatia hanno voluto con essi significare certe qualità occulte delle cose; credo tuttavia che ci è lecito, invece, intendere mediante tali nomi anche qualità note e manifeste» (ETH, III, P 15 S, trad. it., p. 184).

 

Spinoza accoglie dunque la tesi della natura arbitraria del linguaggio e, in più luoghi, sottolinea come esso costituisca un veicolo di errore e incomprensione, perché la parola ha natura sensibile e immaginativa, appartiene al piano sensitivo-immaginativo del nostro essere, ossia al livello più immediato, istintivo, soggettivo di comprensione della realtà. Essa esprime il modo in cui le cose «affettano» il nostro apparato sensitivo, il nostro corpo:

 

«essendo le parole parte dell’immaginazione (cioè fingendo noi molti concetti a seconda dell’irregolare comporsi delle parole nella memoria in seguito a qualche disposizione del corpo) non  dobbiamo dubitare che anche le parole, così come l’immaginazione, possano essere causa di molti e grandi errori, se non ce ne guardiamo con molta cura. Si aggiunga che esse sono costituite secondo l’arbitrio e la comprensione di tutti, di modo che non sono altro che segni delle cose come esse sono nell’immaginazione, ma non come esse sono nell’intelletto» (Tractatus de intellectus emendatione, §§ 88-89)[2].

 

Ora, questi due concetti (reciprocamente legati) - la natura arbitraria della lingua e il suo essere veicolo di errore - sono stati espressi, prima di Spinoza e in un modo molto simile, da Cartesio. «Non è invero mia abitudine disputare sui nomi» - rispondeva risentito al suo corrispondente Henry More, che sosteneva la natura «estesa» (ma non materiale) di Dio quale condizione per pensarne l’onnipotenza - «perciò se qualcuno, per il fatto che Dio è dovunque, dice che è in qualche modo esteso, per me sta bene» (à More, 5 février 1649, L, II, 713).

E già nelle Regulae ad directionem ingenii, dovendo giustificare il nuovo uso del termine intuitus aveva scritto: «io non mi interesso affatto di come i singoli vocaboli siano stati in questi ultimi tempi adoperati nelle scuole [...], ma presto attenzione soltanto al significato latino delle singole parole» (AT, X, 369 e 421).

 

In età moderna si diffonde dunque la consapevolezza della natura arbitraria e convenzionale del linguaggio: il linguaggio è un insieme di segni arbitrariamente concordati, come quelli della matematica, privi di un legame intrinseco con la natura delle cose. Cartesio e Spinoza dichiarano così la loro lontananza da una concezione rinascimentale, magica, cabalistica del linguaggio, che cerca una corrispondenza tra cose e parole, che vede nella lingua l’espressione di una rete di identità e relazioni presenti in rerum natura. Il filosofo si sente libero nei confronti della parola.

È indicativo che con padre Mersenne (figura fondamentale del commercio delle nuove idee nel Seicento, tanto da essere definito «il segretario dell’Europa dotta») Cartesio abbia discusso la proposta di una nuova lingua universale, agile, capace di facilitare la comunicazione tra gli uomini (à Mersenne, 20 novembre 1629; L, I, 358 sgg.), anticipando il progetto leibniziano di una «caratteristica universale».

Lo sforzo linguistico dei «moderni» sarà allora quello di privare il linguaggio di ogni possibile ambiguità: «se tra i filosofi ci fosse accordo sul significato delle parole annota Cartesio - tutte le controversie sarebbero eliminate» (Regula XIV; OF, I, 68).

Il pensiero moderno avverte inoltre profondamente l’esigenza di un ritorno alle «cose»: esprime l’istanza di liberarsi da un passato sempre più ingombrante, che si avverte come morto, retorico, astratto, lontano dalla vita che pulsa nelle strade delle città in crescita, nelle vie brulicanti di commerci, nei laboratori anatomici, nelle botteghe degli artigiani che mettevano la loro opera al servizio dei ricercatori (sappiamo che Cartesio si avvaleva della collaborazione di artigiani di fiducia). Così, forte di una nuova consapevolezza nei confronti del linguaggio e sollecitato da una esigenza profondissima di concretezza, esso inventa nuovi quadri concettuali, senza inventare nuovi linguaggi, non opera rivoluzioni lessicali, ma solo concettuali, attraverso termini in uso.

Per Cartesio il progetto di rifondare la filosofia su nuove basi, di ricominciare daccapo, sbarazzandosi radicalmente del pensiero aristotelico-scolastico, avventurandosi in una impresa di cui avverte la natura titanica, il rischio e il peso («come un uomo che cammina solo e nelle tenebre», dice di sé nel Discorso sul metodo, II, AT, VI, 16) si traduce, sul piano lessicale, nel ritorno all’etimologia dei termini (come abbiamo visto sopra a proposito di intuitus) o nel libero utilizzo dei termini tradizionali, come si legge nelle Tertiae Responsiones alle obbiezioni di Hobbes a proposito della parola idea:

 

 «prendo il nome di idea per tutto ciò che è percepito immediatamente dallo spirito [...] ed io mi sono servito di questo nome perché esso era già comunemente accettato dai filosofi per significare le forme delle percezioni nell’intelletto divino [formae perceptionum mentis divinae]» (AT, VI, 181, OF, II, 171)

 

Occorre considerare tuttavia altre libertà, ben più ardite, che Cartesio si prende nei confronti della Scolastica allorché opera riducendo temi e problemi, ignorando discussioni e distinzioni, giudicate puri verbalismi. Sul piano logico si sbarazza della sillogistica come scienza inutile, ritenendo che la mente si serva spontaneamente del sillogismo quando deve spiegare, illustrare, dimostrare (non trovare) la verità: non occorrono dunque manuali per imparare a usarne. Negli scritti dei cartesiani ricorre il termine «farragine» a indicare la massa di distinzioni presenti all’interno del pensiero scolastico, lo stesso che usa L. Meyer nella sua Prefazione ai Principia phil. R. Cart. di Spinoza: «Per cui accade che, qualsiasi cosa prendano in considerazione, non la dimostrano mai con ragioni apodittiche, ma ne tentano soltanto una costruzione alla meglio con similitudini e argomenti probabili, riversando sul pubblico, per questa ragione, una gran farragine di grossi libri, dove non trovi niente di stabile e di certo». Anche Spinoza ricorre a questo termine significativo a proposito della dottrina delle distinzioni nei testi scolastici: «Peripateticorum distinctionum farraginem non curamus» (CM, II, 4; G, I, 259).

 

Infine dobbiamo ricordare come l’innovazione del pensiero metafisico si traduca anche nella forma letteraria che Cartesio sceglie per esporlo. Accantonando il «trattato»  o la «disputa», egli scrive dapprima un’autobiografia intellettuale, il Discorso sul metodo, poi una metafisica in forma di Meditazioni (ricorrendo a un termine e a un modello tratti dalla pratica religiosa e non filosofica. Si racconta di un tale che, vedendo il testo, appena pubblicato, nella vetrina di un libraio, pensò si trattasse di un testo di pietà). Le Meditazioni, inoltre, intendono sollecitare un atteggiamento nuovo in chi si avvicina alla filosofia, esigendo non una semplice applicazione di lettura e di memoria, ma un coinvolgimento esistenziale, sollecitando il lettore a vivere una «esperienza»:

 

 «ho scritto piuttosto delle meditazioni che delle dispute o questioni come fanno i filosofi, o anche dei teoremi o dei problemi, come i geometri, al fine di testimoniare così che non ho scritto se non per quelli che si vorranno dare la pensa di meditare con me seriamente, e considerare le cose con attenzione» (Secundae Resp., OF, II, 146)[3].

 

Notiamo che anche Spinoza chiede questo coinvolgimento al suo lettore: lo invita a fermarsi a meditare, gli suggerisce un ritmo di lettura che favorisca l’experiri intellettuale. Per esempio, in Ethica II, prop. 11, cor., scol., scrive: «A questo punto senza dubbio i Lettori esiteranno e troveranno molte cose che li ostacolano; per questa ragione li prego di procedere con me lentamente» Dietro la freddezza apparente del mos geometricus, l’Ethica si propone come testo che vuole coinvolgere, come via (benché perardua) di «liberazione».

 

 

Tra Medio Evo ed Età moderna. Francisco Suárez

 

I filosofi dell’età moderna si formano non solo e non sempre sui testi aristotelici, ma soprattutto attraverso i numerosi manuali che dell’aristotelismo erano commento e divulgazione. I manuali seicenteschi trovano la loro maggiore fonte nella sistemazione della metafisica proposta dal gesuita spagnolo Francisco Suárez (1548-1619), il massimo rappresentante della cosiddetta Seconda Scolastica. Teologo e giurista, Suárez fu autore di un solo, ma determinante, testo di metafisica, le Disputationes Metaphysicae. Si tratta di un’opera particolare, che – come un Giano bifronte – guarda contemporaneamente al Medio Evo e all’età moderna. Il termine disputationes scelto per il titolo dice la continuità col passato: Suárez accoglie pienamente l’attitudine medievale (diffusasi dal XIII sec.) di non determinare una questione prima di aver raccolto e criticato le più autorevoli opinioni in proposito. La sua sterminata erudizione gli consente così di elaborare una grande sintesi della tradizione di pensiero cristiana, facendo tesoro di tendenze anche divergenti al suo interno. Tuttavia, pur nella dichiarata fedeltà ad Aristotele, Suárez elabora una sintesi indipendente, emancipandosi dalla soggezione al testo della Metafisica aristotelica (da quello che egli giudica il suo «disordine») e conferendo alla metafisica un ordine nuovo, dettato dalla specificità del suo stesso oggetto. Questo nuovo ordine lo induce inoltre ad uno sforzo di chiarimento linguistico unico, che lo porta a dare definizioni di estrema chiarezza, caratteristica che segnerà la fortuna delle Disputationes fino a Kant. Suárez è stato infatti il filosofo scolastico maggiormente conosciuto dai fondatori della filosofia moderna.

Fondamentali nodi teorici della sua metafisica ci dicono inoltre come gli si sia fatto portatore di quelle istanze di “concretezza” nella elaborazione filosofica che il nominalismo aveva lasciato come sua eredità: a differenza di S. Tommaso, egli eliminerà la distinzione tra essenza ed esistenza, considererà la conoscenza come conoscenza del singolare, conferirà alla materia una esistenza propria.

Il titolo esatto dell’opera suareziana - Disputazioni metafisiche nelle quali si presenta nel suo ordine l’intera teologia naturale e vengono altresì discusse accuratamente le questioni pertinenti a tutti e dodici i libri della metafisica di Aristotele[4] – si presenta con due omaggi alla tradizione: l’identificazione di metafisica e teologia e la forma di commentario ad Aristotele. Ma, allo stesso modo in cui – come s’è detto – il commento ad Aristotele risulta proposto in una forma fortemente emancipata dalla sua Metafisica, così dalla partizione dell’opera risulta che Dio non costituisce l’oggetto proprio della metafisica. L’oggetto «adeguato» di questa è l’ente, la cui idea trascende tutti gli esseri e alla luce della quale essi sono compresi. Il concetto di ente, considerato praecise, ossia astratto, separato anche da Dio, costituisce il tessuto connettivo di tutta la metafisica, consentendo di tenere insieme il mondo creato e il suo creatore in una esposizione ordinata. L’ente è la ratio comune della metafisica.

La prima parte dell’opera studia l’ente considerato in generale e le sue cause, la seconda gli enti particolari esistenti: Dio e le sue proprietà e gli enti finiti. È dunque studio dell’ente, delle sue cause e delle sue proprietà a dettare l’articolazione della teologia, che si caratterizza perciò come onto-teo-logia.

Il concetto di ente è uno e trascendente ogni determinazione: in se stesso è «attitudine all’essere» e contiene in sé tutte le differenze possibili. Quando dunque adoperiamo il concetto di sostanza ci avvaliamo di una determinazione interna al concetto di essere, che lo specifica: indicando, p. es., l’essere dell’uomo. Quello di essere non è perciò il concetto più povero, come dirà Hegel, ma il più ricco, non è un minimo confinante col nulla, ma un massimo, che contiene in modo implicito tutte le determinazioni, tutto ciò che è opposto al niente.

L’ente in quanto ente non coincide con ciò che «è» effettivamente, ma neppure con una generalizzazione logica di ciò che è effettivo. Suárez lo definisce «reale», intendendo con questo aggettivo uno statuto ontologico che precede e include sia il piano ontico che quello logico: il reale non è altro dal possibile, non è ciò che ha abbandonato lo statuto di possibile per realizzarsi, ma è il «possibile» stesso. «Possibile» non significa più ciò che potrebbe essere, l’eventuale, e neppure ciò che è in potenza (ossia ciò che ha bisogno di un atto per realizzarsi): indica la semplice «attitudine» ad esistere, ossia la dimensione ontologica propria dell’ente in quanto ente.

Nella sua riflessione metafisica Suárez adotta la dottrina della distinzione tra modi sostanziali e modi accidentali sviluppata da un suo predecessore, il Gaetano (Gaeta 1387 – Padova 1465), dalla cui riflessione nasce il senso metafisico del termine «modo», nel pensiero classico usato solo genericamente (p. es.: i modi aristotelici della predicazione). Dunque è solo nella Seconda scolastica e poi nel pensiero moderno, che il termine modo si cristallizza a indicare una entità diversa dalla sostanza e dall’accidente.

La distinzione tra modi sostanziali e accidentali nasceva da esigenze teologiche, come quella di illustrare razionalmente i dogmi del cristianesimo (p. es. il dogma dell’Eucarestia, nel quale la relazione tra le caratteristiche del pane e il sostrato di inerenza - la sostanza del Cristo - non risultava sufficientemente spiegata dalla relazione tra sostanza e accidenti).

Il termine «modo» non indica una vera e propria entità, ma una modificazione reale delle entità: se messo a confronto col nulla il modo è qualcosa di reale e positivo, che si distingue dalla realtà cui inerisce non come un’altra realtà, ma nemmeno come l’essenza dall’esistenza (perché queste, identificandosi, non si possono separare). Esso si distingue piuttosto come modificazione, che Dio può separare dalla sua realtà di appartenenza senza che questa risulti distrutta. I modi si dicono sostanziali se si riferiscono alla sostanza (come p.es. la dipendenza dalla causa efficiente), accidentali se si riferiscono agli accidenti (quali, p. es. le categorie «dove» e «quando»).

La dottrina dei modi si inserisce in una diversa concezione che Suárez ha delle categorie aristoteliche. Oltre alla sostanza, l’accidente, la quantità e la qualità, alle altre sei categorie dell’essere egli non attribuisce una entità propria, intendendole piuttosto come aspetti delle cose concepiti dalla mente, oppure come modi sostanziali o accidentali: la categoria di relazione, p. es. la paternità, non è nel figlio che una denominazione.

Nell’ambito della psicologia razionale Suárez afferma che tra l’anima e il corpo non è impossibile una unità sostanziale: l’anima razionale (cioè il principio delle intellezioni e volizioni) è la «forma sostanziale» del corpo umano, ma ciò non impedisce di pensare la sua «unità sostanziale» ad esso (Cartesio riprenderà questa espressione nella Sexta Meditatio). L’anima è inoltre «spirituale», cioè «non estesa», e insieme «indipendente» nel suo esistere rispetto alla materia. Le prove di questo sono molteplici: la fede cristiana lo afferma, la ragione lo richiede a priori affinché non manchi l’anello di congiunzione tra mondo della pura materia e dei puri spiriti, la stessa ragione lo dimostra a posteriori osservando come i due aspetti della nostra anima razionale si mostrino indipendenti dalla materia (il nostro intelletto è capace di conoscere e ragionare intorno a principi puramente spirituali, penetra le intime nature dei corpi; la nostra volontà dal canto suo è libera di scegliere tra oggetti contrari, dunque non dipende da essi). L’anima umana non è perciò un semplice principio di vita corporea, come le anime degli animali, ma avendo attività proprie e autonome rispetto alla materia, è una sostanza in sé e per sé, che gode di esistenza indipendente da principi corporei.

Nella concezione di Dio Suárez chiama tradizionalmente Dio «atto puro», tuttavia non utilizza il concetto di atto e potenza per spiegarne l’esistenza. Dio è Ente infinito di fronte agli enti finiti: Suárez parte da questo “dato” per darne giustificazione razionale. L’analisi delle vie tomiste a dimostrazione dell’esistenza di Dio lo porta a concludere che nessuna via a posteriori – né il concetto di moto, né quelli di ordine, contingenza, ecc. - porta con certezza all’unicità della causa prima: l’ordine vigente tra le cose non vieta infatti di risalire a più principi ordinatori; mentre l’argomento del moto non consente di uscire dal piano naturale. La dimostrazione dell’unicità di Dio può prendere le mosse invece dalla natura del concetto di ens a se o ente necessario, cioè di ente che esiste in forza della sua stessa natura e non in dipendenza da altro (Disp. 29, s. 3, n. 11), proprietà da cui Suárez vede discendere anche l’assoluta infinità e perfezione: un ente che non partecipa l’essere da nessuno ha tutta la perfezione dell’essere. Tale perfezione o infinità è necessaria per rendere possibili gli enti finiti.

Suárez è alle origini di un movimento di rinascita e rinnovamento della metafisica che, tra ‘500 e ‘600, in età barocca, produce un frutto nuovo: l’ontologia, cioè la scienza dell’ente, indipendente dalla teologia e dalla fisica aristotelica[5]. L’ontologia è il comune risultato a cui pervengono pensatori anche di indirizzo diverso e in conflitto: essa è la considerazione, autonoma rispetto alla scienza fisica e alla teologia, del reale nei suoi principi, proprietà e divisioni. «L’ente, questo concetto fedele del pensiero teologico più tradizionale, era divenuto un oggetto a sé stante della speculazione, e veniva trattato con la stessa indipendenza di giudizio ed assenza di passione di un qualunque particolare fatto della natura [...]. La Metafisica di Aristotele aveva tre diversi stadi di sviluppo: l’ente in quanto ente, la teoria della sostanza, Dio e le sostanze separate. Nella Scolastica dell’età barocca viene dissolta l’unificazione tra la scienza dell’essere e la scienza di Dio, che era il modo in cui il Medioevo aveva assimilato la Metafisica di Aristotele. La scienza dell’essere viene costituita ad ontologia indipendente. La scienza di Dio è abbandonata alla teologia sovrannaturale […]. Il reale nel suo doppio aspetto di accadimento fisico, e di idea o concetto intellettivo dell’ente, ossia di ciò che è ed appare alla coscienza con la nota dell’esistenza, sono due dimensioni autonome della esperienza umana seicentesca. Esse rivendicano la loro piena naturalità di fronte alle pretese sovrannaturalistiche della teologia». L’ontologia è il frutto maturo dell’età barocca, un momento essenziale dello svolgimento del pensiero moderno.[6]

 

 

Cartesio

a) La Sostanza

 

In Cartesio non troviamo una teoria della sostanza considerata in generale, così come non troviamo una trattazione sistematica su Dio o sugli oggetti della metafisica tradizionale. Egli infatti si allontana dalla scolastica innanzi tutto perché non pone il problema in modo astratto, considerando la sostanza di per se stessa: ciò che lo interessa infatti è determinare i caratteri propri delle sostanze pensante ed estesa, allo scopo di assicurarne la distinzione. Tuttavia, anche nel parlare delle sostanze in particolare, nelle Meditationes de prima philosophia, il suo testo di metafisica, Cartesio non ricorre allo stile sistematico del trattato filosofico, non scrive – come egli stesso precisa - «per materie», ma segue l’«ordine delle ragioni»: espone gli argomenti seguendo la concatenazione delle idee chiare e distinte che «scopre» nella sua mente. Il soggetto delle Meditationes è infatti la mente «pura», il pensiero, che indaga in se stesso, compie un viaggio esplorativo interiore, attraverso le proprie forme o idee, procedendo di evidenza in evidenza, a partire da quella prima e assoluta della percezione di sé. Ma dalle Objectiones risulta evidente il disorientamento dei lettori di fronte a questo stile inusuale, a questa «strada poco battuta», come Cartesio stesso definisce la sua scelta espositiva introducendo le Meditationes (AT, VI, 7).

Altri testi ci offrono comunque una considerazione più sistematica di questo tema e ad essi, principalmente, faremo ricorso nella nostra analisi: innanzitutto i Principia philosophiae, il testo che Cartesio aveva pensato come manuale per le scuole, in sostituzione di quelli di impostazione aristotelica, dove il suo pensiero è presentato in forma sistematica ed esposto per «articoli»; poi il breve saggio posto alla fine delle Responsiones alle Secundae Objectiones, per soddisfare la richiesta avanzata da alcuni obbiettori di una esposizione more geometrico della metafisica delle Meditationes: le Rationes Dei existentiam et animae a corpore distinctionem probantes more geometrico dispositae. Infine, in generale, le obbiezioni sollevate contro le Meditationes, che pongono Cartesio a confronto con la filosofia del suo tempo e lo costringono, nelle sue risposte, a precisazioni, distinzioni, ecc. che nel testo egli aveva intenzionalmente omesso o evitato; in particolare le prime obbiezioni, avanzate dallo scolastico Caterus e le quarte, opera del teologo Arnauld, lo costringono a misurarsi col lessico e i concetti scolastici.

 

Mettiamo a confronto due testi in cui viene definita la sostanza: Rationes, def. 5 e P, I, 51:

 

«Ogni cosa nella quale risiede immediatamente [inest immediate] come nel suo soggetto, o per la quale esiste qualche cosa che noi concepiamo [percipimus], cioè qualche proprietà, qualità, o attributo [aliqua proprietas, sive qualitas, sive attributuum] di cui abbiamo in noi una reale idea, si chiama Sostanza. Poiché noi non abbiamo altra idea della sostanza precisamente presa, se non che essa è una cosa nella quale esiste formalmente o eminentemente, ciò che noi percepiamo, o ciò che è oggettivamente in qualcuna delle nostre idee, poiché la luce naturale c’insegna che il nulla non può avere alcun attributo reale» (Rationes, def. V, corsivo nostro.)

 

Fermiamoci sulla prima parte della definizione. La sostanza è presentata attraverso una caratteristica fondamentale: l’essere soggetto di inerenza e dunque causa/ratio di attributi o qualità. Cartesio resta fedele alla definizione tradizionale della sostanza, ma sposta gli accenti.

La definizione di S. Tommaso vuole la sostanza «ens per se subsistens» e «in se existens» (Sum. th. , I, q. 3, a. 5 e q. 1, a. 29, 2): è sostanza ciò che è dotato di «perseità» (cioè gode di una certa completezza e autonomia per cui non inerisce o appartiene ad altro) e «inseità» (è un tutto completo, non una parte di qualcosa). Il concetto di sostanza, nella scolastica, è condizionato dalla definizione di Aristotele, che caratterizza l’ousia o sostanza come un’essenza logica ed ontologica non-inerente (Cat., 5, 2a, 11) e perciò soggetto (hypokéimenon) di accidenti (symbebekòta) (Met., V, 8, 1017, b 10 sgg.). Dunque il carattere assoluto della sostanza è la non-inerenza, quello relativo o secondario (dipendente dal primo) è che essa può essere soggetto di inerenza.[7]

Certamente la non-inerenza rimane il contrassegno distintivo della sostanza secondo la definizione formulata Rationes, sopra riportata, tuttavia Cartesio si discosta dalla Scolastica nella misura in cui indica piuttosto nel contrassegno secondario - l’essere soggetto di inerenza - la  sua caratteristica fondamentale[8]. Tale spostamento di accento risulta funzionale a spostare il peso dell’argomentazione relativa alla sostanza sull’attributo, che solo consente di definire le sostanze esistenti, e dunque sulle due res dei cui attributi abbiamo idee chiare: la res cogitans e la res extensa.

 

Il problema della dipendenza o indipendenza causale, ovvero dell’origine e della durata (la cosiddetta «aseità») non rientra nel concetto scolastico di sostanza presa in generale, ossia non la definisce. Cartesio lo prende in considerazione nella definizione di sostanza formulata nei Principia (art. 51):

 

«Quanto poi a quelle cose, che consideriamo come cose o modi delle cose, vale la pena considerarle singolarmente e separatamente. Per sostanza null’altro possiamo intendere che una cosa che esiste così da non aver bisogno di nessun’altra cosa per esistere. E una sostanza che non abbia assolutamente bisogno di nessuna cosa, può essere intesa solo come unica, cioè come Dio. Invece percepiamo che tutte le altre non possono esistere se non tramite il concorso di Dio. E dunque il nome di sostanza non si addice a Dio e ad esse univocamente, come si suole dire nelle scuole, cioè, non si può intendere distintamente nessun significato di quel nome, che sia comune a Dio e alle creature».

 

Qui l’essenza della sostanza non viene più indicata nella non-inerenza, ma è riferita alla categoria della dipendenza: è l’autonomia dell’esistere che caratterizza la sostanza. Si distinguono così due generi: la sostanza assolutamente autonoma, Dio, e le sostanze mantenute in vita da Dio, ossia le cose finite, limitate (più avanti vedremo che Cartesio articolerà questa distinzione, distinguendo le sostanze immediatamente create da Dio - res cogitans e res extensa - dalle altre). È possibile che Cartesio stia pensando, qui, ancora all’inerenza e non inerenza, notiamo così che egli mescola la categoria della dipendenza con quella dell’inerenza in un concetto generale di modo di esistere autonomo.[9]

Tutte le sostanze create sono anche conservate ad ogni istante da Dio. Cartesio fa suo il concetto di creazione continua, spiegandolo attraverso la natura discontinua del tempo: il tempo può essere pensato come formato da istanti indipendenti l’uno dall’altro, dunque non c’è nessuna ragione per cui una cosa esistente in un istante debba esistere anche nel successivo; è perciò Dio che conserva, cioè ricrea ad ogni istante le singole creature (ricordiamo che in un frammento giovanile Cartesio colloca tra i «miracoli» la creatio ex nihilo, AT, X, 218, 19-20).

Dio è allora detto sostanza in modo unico, esclusivo e assolutamente proprio, perché egli è aseo, è l’essere ab-solutus, non dipendente da altro, «sciolto» da tutto il resto.[10] Ma Cartesio opera un ulteriore e questa volta assai incisivo slittamento anche nel significato tradizionale dell’«aseità», trasformandolo nel concetto positivo di causa sui. Alla precisazione di questo nuovo significato egli viene costretto dall’autore delle prime obbiezioni, il teologo olandese Caterus. Leggendo il passaggio delle Meditationes dove è presentata la cosiddetta seconda prova a posteriori dell’esistenza di Dio, questi si accorge che Cartesio sta cambiando il significato tradizionale del concetto di aseità. Vi si legge, infatti:

 

«si a me essem, nec dubitarem, nec optarem, nec omnino quicquam mihi deesset; omnes enim perfectiones, quarum idea aliqua in me est, mihi dedissem, atque ita ipsemet Deus essem [se dovessi a me stesso l’esistere non dubiterei, non desidererei, ecc., perché non mi  mancherebbe assolutamente nulla, dal momento che mi sarei dato tutte le perfezioni di cui ci sia in me l’idea, e così proprio io sarei Dio]» (Mediatio Tertia, AT, VI, 48, 3-10, corsivo nostro).

 

Caterus obbietta: l’espressione a se può essere intesa in due sensi:

a) in senso positivo, ossia a indicare l’essere «come per una causa»: dunque ciò che fosse a se potrebbe darsi, positivamente, tutte le perfezioni che vede.

b) in senso negativo: a indicare l’essere non ab alio, cioè non per opera o causa di altri «ed in tal modo - aggiunge - se ben mi ricordo, è intesa da tutti» (Sec. Resp., AT, VII, 95).

Si potrebbe dire di Dio che è a se positivamente – conclude - se si conoscesse perfettamente la sua essenza, ossia se si vedesse (intelligibilmente) Dio stesso, ma ciò è impossibile perché, come ricordavano gli scolastici, Deum nemo vidit umquam (Gv., I, 18).

Cartesio risponde: se non vogliamo discutere sulle parole, ma badare alle cose (ne forte de verbis disputetur) notiamo che l’espressione a se nel suo significato negativo nasce dalla sola imperfezione della mente umana e non ha un fondamento nella cosa stessa. Diciamo, p. es., che un certo corpo particolare è a se, perché non conosciamo al momento qualcosa che lo faccia essere. Ma non possiamo negare che ci sia anche un significato positivo, tratto dalla cosa stessa. Riferito a Dio, l’essere a se va inteso senz’altro negativamente e in tal senso diciamo che Dio non ha causa, tuttavia è una inclinazione naturale della mente cercare positivamente la causa efficiente delle cose. È l’evidenza stessa del pensiero (o della ragione) che ce lo detta:

 

«se abbiamo prima ricercato la causa per cui esso è, o per la quale non cessa di essere, e, considerando l’immensa e incomprensibile potenza che è contenuta nella sua idea, l’abbiamo riconosciuta sì piena e sì abbondante, che, in effetti, essa è la causa per cui egli è, e non cessa di essere, e non può essercene altra che quella, noi diciamo che Dio è a se non più negativamente, ma, al contrario, nel modo più positivo.

Poiché sebbene non sia d’uopo dire che egli è la causa efficiente di se stesso, per paura che forse non si entri in disputa sulla parola, tuttavia, poiché noi vediamo che ciò che fa sì che esso esista a se o che non abbia causa differente da se stesso, non procede dal niente, ma dalla reale e vera immensità della sua potenza, ci è lecito pensare che egli fa, in certo modo, riguardo a se stesso quello che la causa efficiente fa riguardo al suo effetto; e pertanto che è a se positivamente» (ibid., pp. 105-106, corsivo nostro).

 

Più avanti Cartesio precisa:

 

«Mi sembra una cosa di per sé evidente, che non ha bisogno di prova, che tutto quello che esiste è, o per una causa [a causa] o per sé come causa [a se tanquam causa]; infatti siccome noi intendiamo benissimo non solo l’esistenza, ma anche la negazione dell’esistenza, non v’è niente che possiamo supporre esista talmente per sé, che non sia d’uopo dare alcuna ragione del perché esista, anzi che no, e così dobbiamo sempre interpretare questa frase essere a se positivamente, e come se significasse: essere per una causa, cioè per una sovrabbondanza della propria potenza; la quale non può essere che in Dio solo, come si può facilmente dimostrare». (ibid., p. 107).

 

Arnauld, nelle Quartae Objectiones giudicherà «un po' ardito e non vero» ciò che Cartesio risponde a Caterus, ed esprimerà il disagio del teologo di fronte a tale arditezza: «sono sicuro che non c’è teologo che non si offenda per la proposizione: Dio è a se positivamente come per una causa [tanquam a causa]».

L’argomento fondamentale di Arnauld (ripreso dalle tradizionali argomentazioni medievali in proposito) è che la causa efficiente deve precedere il suo effetto e differire da esso: il rapporto tra causa efficiente ed effetto, che è di dare e avere, può esserci solo tra due cose distinte. Inoltre la causa efficiente si domanda solo in ragione dell’esistenza e non dell’essenza, ma Dio ha nella sua essenza l’esistenza, dunque non necessita di causa efficiente: solo le cose in cui l’esistenza attuale e l’essenza sono distinte ne necessitano.

Cartesio respinge l’accusa di una brutale attribuzione a Dio della causalità efficiente nei confronti di se stesso e torna a precisare la riserva con cui si era espresso dicendo che Dio fa «in un certo modo» (quodammodo) riguardo a se stesso ciò che la causa efficiente fa riguardo al suo effetto:

 

«Queste parole “causa di se stesso” [causa sui] non possono in nessun modo essere intese come dette della causa efficiente, ma solo nel senso che la potenza inesauribile di Dio è la causa sive ratio per la quale egli non ha bisogno di causa.

E poiché questa potenza inesauribile [inexhausta potentia] o immensità d’essenza, è “del tutto positiva”, per questo ho detto che la ragione o causa per la quale Dio non ha bisogno di causa è positiva. Il che non dovrebbe dirsi in alcun modo di nessuna cosa finita, anche se fosse perfettissima nel suo genere [...].

E non si troverà alcun luogo in cui io abbia detto che Dio si conserva per una influenza positiva [per positivum influxum], così come le cose create sono conservate da Lui; ma invece ho detto soltanto che l’immensità della sua potenza, o della sua essenza, che è la causa per la quale egli non ha bisogno alcuno di un conservatore, è una cosa positiva» (AT, VII, 236-237; OF, II, 224, corsivo nostro).

 

Un altro punto delle Meditationes fa reagire con forza Caterus: l’affermazione per cui abbiamo una idea «chiara e distinta» di Dio come infinito, in base alla quale possiamo affermarne l’esistenza: «Conoscete voi chiaramente e distintamente l’infinito? - obietta - e che valore ha dunque l’antica sentenza per cui Infinitum qua infinitum est ignotum (l’infinito in quanto infinito è ignoto)?

Caterus sta contestando a Cartesio due affermazioni: 1) che possediamo positivamente l’idea dell’infinito e 2) che, in base ad essa, possiamo dimostrare l’esistenza di Dio a priori (sebbene in realtà Cartesio abbia ritenuto tale dimostrazione a posteriori, essendo l’idea un «effetto» di Dio).

Fermiamoci innanzitutto sull’idea di infinito. Cartesio risponde ricorrendo a una duplice distinzione: a) tra infinitum e indefinitum e b) tra comprehendere e intelligere l’infinito:

a) si chiama propriamente infinitum solo ciò che sotto qualunque rispetto o parte lo si consideri non mostra limitazione. In questo senso solo Dio è infinito. Ma le cose che «sub aliqua ratione tantum», sotto qualche considerazione solamente, non ci mostrano una fine (p. es. l’estensione degli spazi immaginari, la moltitudine dei numeri, la divisibilità della quantità, ecc.) dobbiamo chiamarle indefinite e non infinite, perché ci si mostrano senza limite e imperfezione solo riguardo uno o alcuni aspetti. Tale infinità inoltre non dice tanto una qualità positiva della cosa, bensì la limitatezza della nostra comprensione di essa: incapaci di vedere la fine dell’estensione, non siamo in grado di definirla, con sicurezza, finita o infinita.

b) Si deve distinguere tra la «ragione formale» dell’infinito o infinità (l’essenza dell’infinito, ciò per cui esso è, la sua «quiddità» avrebbe detto uno scolastico) e la cosa che è infinita: sebbene capiamo che l’infinità è positiva, tuttavia la intendiamo solo attraverso una modalità negativa, cioè non avvertendo nella cosa alcuna limitazione; inoltre la nostra intellezione della cosa che è infinita positivamente non è «adeguata», cioè «non comprendiamo [comprehendimus] tutto ciò che in essa è intelligibile» (AT, VII, 113, 16-17). Cartesio ricorre all’esempio del mare (altrove farà quello di una montagna): diciamo di vederlo, benché la nostra vista non ne colga tutte le parti e non comprenda la sua immensa estensione. Se anzi ci allontaniamo per allargare il nostro sguardo e comprendere insieme più particolari, la nostra visione si fa confusa. Ma se la nostra vista si arresta su una parte del mare, si fa chiara e distinta: «Così io riconosco con tutti i teologi che Dio non può essere compreso nello spirito umano, ed anzi non può essere distintamente conosciuto da quelli che cercano di abbracciarlo tutto quanto e tutto in una volta col pensiero, e che lo riguardano come da lontano», in questo senso la loro vista è confusa, come – ricorda Cartesio - dice S. Tommaso (Summa theol., I, q. 2, a. 1); ma se poniamo attenzione anche a una sola delle perfezioni divine, per ammirarla e non per comprenderla, scopriamo in essa un’immensità che nessuna cosa creata particolare più rivelarci.

 

La sproporzione tra la realtà positiva espressa dall’idea di infinito che è in noi e la nostra limitatezza è alla base della dimostrazione dell’esistenza di Dio a posteriori (che Cartesio propone nella Meditatio Tertia in due versioni): l’idea di infinito è presente in noi, ma è evidente che la nostra finitezza formale (la finitezza della nostra essenza o natura, del nostro essere qualcosa) non può averla prodotta, perché essa contiene una realtà oggettiva (ossia rappresentativa, espressiva di un oggetto) molto maggiore della realtà formale (del nostro essere qualcosa, sia che ci consideriamo solo nel nostro essere menti o nel nostro essere uomini) che dovrebbe causarla. Dunque noi non possiamo essere causa di tale idea, perché la causa non può contenere meno realtà dell’effetto. Essa dunque rinvia ad un’altra causa, che contenga in sé la stessa o più realtà formale di quella che vediamo contenuta oggettivamente (ossia nella forma della rappresentazione) nell’idea di infinito.

L’idea di infinito è nata con noi (è innata), è sempre in noi, non possiamo modificarla, ed è la prima idea in noi contenuta, timbro del suo Fattore. Possiamo solo richiamarla e averla presente attraverso l’attenzione.

Dobbiamo sottolineare la distanza della riflessione cartesiana dal pensiero tomista per il quale tutti i concetti con i quali pensiamo Dio (quelli che elaboriamo al termine delle cinque «vie» indicate da S. Tommaso) contengono una nota positiva e una negativa: Dio è «motore» (nota positiva) «immobile» (nota negativa), è «causa» (nota positiva) «incausata» (nota negativa).  Anche «perfettissimo», «infinito», «atto puro» sono pensati negativamente, nel senso di «privo di imperfezioni», «privo di limite», «privo di potenza». Secondo S. Tommaso per distinguere Dio dalle creature procediamo infatti negativamente, via remotionis, escludendo da Dio ciò per cui esse si manifestano imperfette e contingenti. Inoltre l’elemento positivo dei nostri concetti è comune a Dio e alle creature solo analogicamente, ossia non si avvera nel medesimo modo. Le perfezioni che Dio possiede formalmente (bontà, intelligenza, ecc.) non sono univocamente comuni a Dio e alle creature, neppure l’essere, perché quello di Dio è originario, quello delle creature partecipato. Questo modo di pensare Dio ne salva, agli occhi dello scolastico, la trascendenza.

 

Il concetto positivo di causa sui e la capacità della nostra mente di pensare positivamente l’infinito costituiscono i presupposti diretti, immediati, della «costruzione» o «deduzione» dell’idea di Dio che opererà Spinoza nella prima parte della sua Ethica. L’infinito pensato positivamente e secondo il principio della causalità efficiente apriva le porte all’idea di una infinita potenza autoproduttrice, che Spinoza rende assolutamente centrale nel suo sistema. L’idea che l’essenza di Dio non solo coincida con la sua esistenza, come pensavano gli scolastici (e come è ripetuto in Ethica, I, prop. 20), ma ne sia la causa positiva, cambia profondamente l’idea tradizionale di Dio: «La potenza di Dio è la sua stessa essenza. Infatti, dalla sola necessità dell’essenza di Dio segue che Dio è causa di sé e di tutte le cose» (prop. 34 e dim.).

Ricordiamo che Spinoza apre l’Ethica con la definizione di causa sui notando, insieme, che, come per tutte le definizioni che propone, anche riguardo a questa egli implica che sia comunemente accettata o accettabile dal lettore. Ma a quale uso comune si riferisce? Non certo a quello della Scolastica, che coerentemente e senza oscillazioni da S. Tommaso (che discute il concetto di causa sui) a Suárez, rifiuta il concetto positivo di causa sui in quanto contraddittorio e dannoso nella conoscenza di Dio («nihil potest efficere se», ricordava Arnauld). Spinoza pensa dunque a Cartesio, alla sua rinnovata lettura di questo antico concetto.

La comparsa del significato positivo di causa sui «indica che ormai il principio di una causalità dell’esistenza, o anche il principio della causa come ragione (sufficiente) di ogni esistenza non ha più alcuna eccezione»,[11] esso ingloba anche Dio, segnando un grande distacco dalla tradizione cristiana medievale. Suárez, pur rimanendo fedele al principio che «Dio non ha causa», discute a più riprese l’impossibilità della causa sui, conferendole così grande rilievo, e parla inoltre della necessità che gli uomini hanno di cercare anche in Dio «ragioni» delle sue proprietà. «Anche in Dio si possono trovare siffatte ragioni: in base all’infinita perfezione di Dio, infatti, noi diamo la causa del perché Dio sia uno solo, e similmente facciamo per le altre proprietà» (Disp., I, 1, 29). Tali contesti suareziani possono aver offerto appiglio alle argomentazioni cartesiane, in particolare al richiamo – che sopra abbiamo visto - alla necessità dettata dal lume naturale di cercare la causa efficiente di tutte le cose.

Posta in questi termini la nozione di causa sui, Dio esce dall’orizzonte che lo voleva conoscibile solo attraverso i suoi effetti e le prove della sua esistenza si configurano a partire dall’idea positiva della sua essenza. L’idea di causa sui è a fondamento della dimostrazione cosiddetta a priori che Spinoza dà dell’esistenza di Dio nello Scolio della prop. 11 di Ethica I.

La metafisica, come scienza che attinge positivamente l’idea di Dio, funge, per Cartesio, da «radice» dell’intero «albero» della scienza (il tronco è la fisica e i frutti sono medicina, meccanica e morale, secondo la famosa immagine della Lettera a Picot, AT, IX-2, 14). Dio diviene così il principio, interno alla metafisica, che precede e rende intelligibili tutte le cose. Spinoza darà pieno sviluppo a questa idea nuova rispetto a tutto il pensiero medievale, portando l’idea di Dio ad una “trasparenza” per la mente umana che Cartesio aveva radicalmente escluso.

Cartesio rende infatti compresenti alla nostra mente l’idea «chiara e distinta» di Dio e quella della sua assoluta «incomprensibilità». Dio è per noi «potenza incomprensibile» (A Mersenne, 15 avril 1630, AT, I, 146,4): non solo dobbiamo evitare di indagare i fini dell’agire divino (ogni causalità finale va bandita dalla conoscenza del mondo), ma la natura assolutamente «indifferente» della volontà di Dio, impensabile secondo i criteri che regolano il nostro intelletto, ce la rende del tutto imperscrutabile. Il Dio cartesiano, infatti, non crea le cose “guidato” o “necessitato” dagli archetipi (o idee) presenti nel suo intelletto (quale il principio di contraddizione o il bene), ma è la sua stessa volontà (che è una sola cosa col suo intelletto) a “porre”, in modo assolutamente libero, criteri di conoscenza o valori morali, inscrivendoli come idee innate nella nostra mente.

Dio va dunque soprattutto adorato. Alla fine della Terza Meditazione, presentate le prove dell’esistenza di Dio, Cartesio invita il lettore a una pausa: «qui vorrei indugiare un po' a considerare Dio, esaminare fra me e me i suoi attributi, e contemplare, ammirare ed adorare la bellezza di questa luce immensa, per quanto potrà sopportarla lo sguardo del mio animo, immerso com’è nelle tenebre». Ricordiamo che quando Spinoza, nel 1663, esordì pubblicamente, redigendo una versione more geometrico dei Principia philosophiae di Cartesio, volle che l’amico Meyer, nel presentare ai lettori la propria distanza dal pensiero cartesiano, ricordasse, in particolare, che egli non condivideva assolutamente l’affermazione per cui esistono cose che superano il nostro captum, la nostra capacità di comprehendere. L’idea «chiara e distinta» dell’«incomprensibile» potenza divina lascia il posto, nell’Ethica, all’idea «adeguata» di Dio: «La mente umana ha una conoscenza adeguata dell’essenza eterna e infinita di Dio» (II, prop. 47).

 

 

b) Gli attributi

 

Torniamo alla definizione cartesiana di sostanza come soggetto di inerenza di attributi (o qualità, o proprietà o atti). La sostanza, presa assolutamente (praecise), è in sé e per sé inattingibile per noi, non ci «tocca» (afficit). Nella versione francese dell’art. 52 dei Principia leggiamo:

 

«Ma se si tratta di sapere se qualche sostanza esista veramente, vale a dire se è presente nel mondo, non è sufficiente che essa esista in questo modo [cioè come sostanza per sé] per far sì che noi la percepiamo».

 

Essa ci diventa invece facilmente accessibile attraverso i suoi attributi. La loro individuazione consente innanzitutto di affermare l’esistenza della sostanza di inerenza: se infatti tutti gli attributi di una sostanza scomparissero, essa scomparirebbe per noi

 

«Dacché infatti percepiamo che è presente qualche attributo, concludiamo che necessariamente è anche presente qualche cosa esistente, ossia sostanza, cui quello possa attribuirsi» (Principia, I, 52).

 

In secondo luogo l’attributo consente di nominare la sostanza, ossia individuarla nella sua specificità e reale distinzione da altre sostanze. Scrive Cartesio a Hobbes:

 

 «Ma, poiché noi non conosciamo la sostanza immediatamente per se stessa [immediate per ipsam], ma solamente perché è il soggetto di alcuni atti, è convenientissimo alla ragione, e l’uso stesso lo richiede, che chiamiamo con diversi nomi quelle sostanze che conosciamo essere i soggetti di parecchi atti od accidenti interamente diversi, e che, fatto questo, esaminiamo se questi diversi nomi significano delle cose differenti, o una sola e medesima cosa» (Objiectiones Tertiae cum responsionibus, AT, VII, 176,1-8; OL, II, 166).

 

L’attributo o proprietà è ciò che la sostanza mostra, svela, dispiega di sé all’intelletto contemplante: quanti più attributi conosciamo di una sostanza tanto più conosciamo la sostanza stessa[12].

 

Notiamo che Cartesio usa indifferentemente i termini «attributo», «proprietà» e «qualità»: si veda ancora una volta l’art. 52 dei Principia, oppure l’espressione «attributa sive proprietates substantiae» che compare nelle Secundae Responsiones (AT, VII, 166). Spinoza distinguerà invece nettamente tra attributo e proprietà: extensio e cogitatio soltanto sono attributi che esprimono la costituzione dell’unica sostanza, mentre infinità, eternità, causa immanente, ecc. ne sono semplici proprietà.

Cartesio resta fedele alla sinonimia tra «attributo» e «proprietà» della seconda Scolastica (corrispondentemente alla distinzione fatta da Aristotele tra le proprietà necessarie della sostanza e quelle accidentali, Suárez distingue gli attributa in essentialia, necessari, e accidentalia o contingentia, cfr. Disp., L, 3,3; XXXI, 12,40), dove si afferma la tendenza a delimitare l’uso del termine «attributo» alle proprietà essenziali.

Sempre secondo la concezione scolastica, sul piano logico gli attributa o proprietates sono in un rapporto analitico con la substantia cui appartengono: sono gli elementi costituivi dell’essenza (Suárez, Disp., XXX, 6,2: gli attributi di Dio non sono «aliud ab eius essentia», «per illa omnia explicatur essentia Dei»). L’essenza comprensiva degli attributi costituisce un’unità semplice, ma dal momento che l’intelletto umano non è capace di comprendere per intero la pienezza di contenuto di tale unità la scinde discorsivamente nei suoi elementi: «Mens nostra per inadaequatos conceptus partitur rem in se omnino indivisibilem» (Suárez, Disp., XXX,6,13).

Gli attributi sono identici all’essenza e anche tra loro: la divisione dell’attributo dalla cosa di cui è attributo è solo mentale, è una astrazione, una distinctio rationis (Suárez, Disp., XXX, 6,2). Cartesio ripropone questo concetto:

 

«la distinzione di ragione [distinctio rationis/ distinction qui se fait par la pensée] è fra una sostanza e un suo attributo, senza il quale essa non si può intendere; o fra due tali attributi di una stessa sostanza» (Principia, I, 62).

 

Nella dottrina scolastica si individuava poi un attributo «principale», detto «primo e fondamentale» costituente l’essentia, rispetto al quale gli altri sono sue conseguenze, dunque lo presuppongono[13]. Cartesio condivide tale distinzione tra un attributo primario e gli altri, secondari:

 

«Ora da qualsiasi attributo si conosce una sostanza: tuttavia ciascuna sostanza ha una sola proprietà principale, che costituisce la sua natura ed essenza, alla quale tutte le altre si riferiscono» (Principia, I, 53)

 

L’attributo primario indica la qualità ontologica, la stoffa o materia (quello che nella Scuola si chiamava l’attributo «materiale») della sostanza. Esso solo permette di assegnare alla sostanza l’esistenza e ne definisce nello stesso tempo l’essenza: la sostanza non è che questo stesso attributo sostanzializzato. La costituzione della sostanza attraverso l’attributo principale deve essere intesa come sussistenza dello stesso attributo. C’è un testo esplicito di Cartesio in proposito: «occorre però stare attenti a non intendere qui con attributo null’altro che un modo», perché esso «sussiste per sé», ossia «costituisce l’essenza e la natura» della sostanza (Notae in programma, AT, VIII, 349).

Torniamo all’art. 53 dei Principia:

 

«Ora da qualsiasi attributo si conosce una sostanza: tuttavia ciascuna sostanza ha una sola proprietà principale, che costituisce la sua natura ed essenza, alla quale tutte le altre si riferiscono. Cioè l’estensione in lungo, in largo e in profondità costituisce la natura della sostanza corporea; e il pensiero costituisce la natura della sostanza pensante. Infatti ogni altro possibile attributo del corpo presuppone l’estensione, ed è soltanto un certo modo della cosa estesa; come anche tutto quanto troviamo nella mente, si riduce a diversi modi di pensare. Così, per esempio, la figura non si può intendere se non in una cosa estesa, e il moto in uno spazio esteso; e l’immaginazione o il senso o la volontà in una cosa pensante. Ma al contrario si può intendere l’estensione senza figura o moto, e il pensiero senza immaginazione o senso, e cosi per le altre cose: come è palese a chiunque faccia attenzione»

 

Possiamo cominciare a valutare gli spostamenti concettuali di Cartesio sul concetto di attributo, mostrando come egli imbocchi una strada originale e autonoma, anche se non sempre priva di ambiguità.

Innanzitutto notiamo subito che Cartesio riduce tutte le proprietà della sostanza diverse dall’attributo principale a modi inerenti, espungendo dall’essenza quegli attributi che la Scolastica aveva considerato come secondari, derivanti da quello primitivo. E, mentre l’attributo è ciò che costituisce l’essenza della sostanza, i modi sono attribuzioni estrinseche, affezioni della sostanza che nascono dall’esterno. Nella Seconda Meditazione Cartesio fa l’esempio di un pezzo di cera le cui caratteristiche sensibili mutano in relazione all’ambiente in cui è posto (preso dall’alveare esso appare duro e profumato, posto vicino al fuoco diviene molle perde il profumo): la mente tuttavia «sa» che si tratta dello stesso pezzo di cera, perché «intende» la cera come estensione capace di ricevere un numero infinito di variazioni. Tuttavia Cartesio non sarà né rigoroso sul piano lessicale, né conseguente fino in fondo su quello concettuale rispetto a tale cambiamento introdotto nel rapporto tra le proprietà della sostanza, perché pur eliminando di fatto la distinzione tra attributo primario e secondario, egli conserva il termine attributo a indicare le modificazioni della cogitatio e dell’extensio (nell’art. 54 leggiamo: «distinguiamo accuratamente tutti gli attributi del pensiero dagli attributi dell’estensione»). Inoltre, mentre parla di modi della res cogitans (dopo averla identificata con la singola mens, come vedremo tra poco) a indicare i singoli pensieri, pur affermando l’unicità della res extensa (identificata con il corpo/spazio) non arriva mai a parlare dei singoli corpi come modi di essa, ma come di sostanze a loro volta. Sarà Spinoza a compiere questo “salto”.

Notiamo, in secondo luogo, che pur non usando mai il termine “dualismo” (frutto della successiva recezione del suo pensiero), Cartesio usa espressamente l’aggettivo numerale «due» per indicare le sostanze di cui conosciamo distintamente gli attributi: la res cogitans e la res extensa:

 

«E così possiamo facilmente avere due nozioni, ossia idee, chiare e distinte, una di sostanza pensante creata, l’altra di sostanza corporea; se cioè distinguiamo accuratamente tutti gli attributi del pensiero dagli attributi dell’estensione.»

 

Res cogitans e res extensa. sono dette sostanze univocamente, ossia nello stesso senso: entrambe hanno bisogno solo di Dio per esistere:

 

 «Invece la sostanza corporea e la mente, ossia la sostanza pensante creata, possono intendersi sotto questo concetto comune: sono cose che abbisognano del solo concorso di Dio per esistere. » (Principia, I, 52).

 

Dunque le due sostanze sono immediatamente dipendenti da Dio, immediatamente create da lui, mentre tutte le altre sono causate anche da altre sostanze finite e causate, cioè sono create da Dio attraverso la mediazione di altre cose finite.

Cosa sono queste due sostanze? La res cogitans è la mens, la mente singolare e finita di ciascuno:

 «La sostanza cui inerisce immediatamente [inest immediate] il pensiero, è qui chiamata Mente [Mens]. E parlo qui di mens piuttosto che di anima, poiché il vocabolo anima è equivoco e spesso è preso come una cosa corporea»  (Rationes, def.VI).

 

Tra la mens e il pensiero non c’è che una distinzione di ragione: essa è pensiero che si determina sempre come pensiero di qualcosa. Nelle Regulae ad directionem ingenii (XII) Cartesio non usa il termine res, ma parla di una vis cogitandi: c’è in noi una vis, una energia unica che si determina variamente: o da sola, o volgendosi al corpo cui è unita.

Quando parla di res cogitans Cartesio si riferisce esclusivamente alla singola mens di ogni uomo. Il pensiero non è dunque un universale, ossia un concetto ricavato per astrazione dai singoli pensieri:

 

«Per pensiero non intendo un universale che comprenda tutti i modi di pensare, ma una natura particolare che riceve tutti quei modi» (Ad Arnauld, 29 giugno 1648, AT, V, 221, 11-25)

 

Né vi è un pensiero unico, generale. Per Cartesio non si pone il problema di un intelletto generale, di un pensiero impersonale. Uno sconosciuto corrispondente, soprannominato Iperaspista, aveva sollevato una obbiezione che nasceva da una problematica viva dal Rinascimento, nata dalle interpretazioni averroiste di Aristotele e dalle diffuse correnti platonizzanti, ossia l’esistenza di uno spirito o intelletto universale, unito, durante questa vita, al principio individuale di ciascun corpo: «Tu ignori se sei tu a pensare (si ipse cogites) o se l’anima del mondo in te pensa, come vogliono i platonici» (aôut 1641, AT, III, 426).

Ma Cartesio è estraneo e addirittura polemico nei confronti di queste correnti di pensiero: egli esprime piuttosto il valore del soggetto individuale pensante sviluppato dalle riflessioni di Michel de Montaigne (1533-1592), autore che ha fortemente inciso nell’elaborazione del suo pensiero[14].

 

La res extensa è invece il corpo, ma non il singolo corpo, bensì l’estensione indefinitamente estesa in tutte le direzioni, che si identifica con lo spazio e la materia (concetto che comporta la negazione a priori del vuoto, degli atomi e del concetto di spazio come contenitore):

 

«La sostanza, che è il soggetto immediato dell’estensione e degli accidenti che presuppongono l’estensione, come pure della figura, della posizione, del movimento locale, ecc. si chiama Corpo.» (Rationes, def. VII).

 

Non c’è dunque simmetria tra i due concetti di mens e corpo, dal momento che quando Cartesio parla del corpo lo intende «universalmente»:

 

«percepiamo che la natura della materia, ossia del corpo considerato universalmente [...] consiste [...] solo nel fatto che è una cosa estesa in lungo, in largo e in profondità.» (Principia, II, 4).

 

Ci sarebbe perfetta simmetria se Cartesio parlasse anche di un pensiero inteso universalmente. Sarà Spinoza a creare tale simmetria e a renderla il fondamento del suo sistema, trasformando le due sostanze cartesiane in attributi dell’unica sostanza. Tale passaggio viene sancito esplicitamente nel corollario II della prop. 14 della prima parte dell’Ethica, dopo la dimostrazione che all’infuori di Dio non ci sono altre sostanze (da questo momento le espressioni cartesiane res cogitans e res extensa scompaiono definitivamente nell’Ethica). Ma tale passaggio implicherà anche la riconduzione dello statuto delle singole menti e dei singoli corpi a «modi», sancendone la condizione ontologica di dipendenza e l’obbedienza a un unico ordine causale, ossia riconducendoli entrambi all’unica legge della necessità che muove intimamente la sostanza cui entrambi ineriscono (per la mente ciò significa la perdita della nota che per Cartesio la identifica come opera di Dio: la libertà).

 

La mente cartesiana pensa sempre, come il corpo è sempre esteso: non c’è necessità di porre, dietro il pensiero, una potenza misteriosa. L’esigenza di un pensiero sempre in atto è il corollario dell’adeguazione tra la sostanza e l’attributo principale:

 

 «sembra necessario che l’anima pensi sempre attualmente, perché il pensiero costituisca la sua essenza, così come l’estensione costituisce l’essenza del corpo; e il pensiero non è concepito come un attributo che può essere congiunto o separato dalla cosa che pensa, come si concepisce nel corpo la divisione delle parti o il movimento» (à Arnauld, june-juillet 1648, AT, V, 193 e v. anche à Hyperaspistes, aôut 1641, AT, III, 423).

 

L’asimmetria che sopra abbiamo individuato nella considerazione cartesiana delle due res dette sostanze univocamente, aumenta se si pone attenzione al fatto che la cogitatio è attributo anche dell’infinita sostanza increata, cioè di Dio e dunque, come tale, sembra godere di un dispiegarsi all’infinito maggiore di quello proprio dell’estensione, che invece non è pensabile come perfezione divina:

 

«Come anche possiamo avere un’idea chiara e distinta di una sostanza pensante increata e indipendente, cioè di Dio» (Principia, I, 54).

 

È chiaro che tale attribuzione solleva alcune questioni: p. es. con quale diritto la cogitatio conviene a Dio, dato che la natura di Dio ci è sconosciuta nei suoi particolari? Inoltre il nome di sostanza pensante non può essere attribuito a Dio e alla cosa creata univocamente e ciò apre il problema, diversamente risolto dai cartesiani, di distinguere tra un pensiero infinito proprio dell’essenza divina e di uno proprio della sfera del finito. Nel contesto della sua teoria dell’immanenza, Spinoza propone una soluzione attraverso la scansione: infinita cogitatio (attributo di Dio), infinito «intelletto» («modo infinito immediato» dell’attributo cogitatio), mente singolare («modo finito» dell’attributo cogitatio).

 

Perché solo la res cogitans e la res extensa sono dette sostanze in modo univoco? Come arriva Cartesio a stabilire proprio queste e non altre?[15] Questa domanda ci porta al cuore del metodo di scoperta cartesiano, all’idea «chiara e distinta».

Sappiamo che l’attributo non è frutto di astrazione operata sulle cose, ma è una realtà singolare che la mente coglie: cogitatio ed extensio non sono astrazioni della mente pensante, ma idee prime, singolari, «idee reali». Riprendiamo la definizione di sostanza nelle Rationes (def. 5) per fermarci questa volta proprio sul concetto di «idea reale»: essa infatti ci dice che la sostanza è il soggetto immediato di ogni attributo di cui abbiamo un’«idea reale». Avere l’«idea reale» di qualcosa significa avere l’idea di qualcosa che esiste realmente così come l’idea ce lo rappresenta. Le caratteristiche per cui l’idea ci dice la realtà di qualcosa sono la sua «chiarezza» e «distinzione», che Cartesio definisce col solo riferimento alla visione:

 

«Chiamo chiara la percezione che è presente e aperta alla mente che fa attenzione; come diciamo di vedere chiaramente quelle cose che, presenti all’occhio intuente, lo muovono abbastanza fortemente e apertamente. Chiamo distinta quella che, essendo chiara, è da tutte le altre così disgiunta e precisa, da non contenere in sé nulla all’infuori di ciò che è chiaro» (Principia, I, 45).

 

Queste due caratteristiche, insieme, ci dicono la completezza della percezione o idea che abbiamo e la realtà al di fuori di noi del suo contenuto rappresentativo, così come esso è nella nostra mente. Infatti «tutte le cose che concepiamo con chiarezza e distinzione sono vere così come le concepiamo» (AT, IX, 10).

Dunque l’idea «chiara e distinta» si propone come lo strumento di una nuova logica, di una nuova ars inveniendi. La scoperta delle sostanze e la dimostrazione della loro distinzione presuppone il concetto dell’idea «chiara e distinta» come strumento di una nuova arte del pensare e della scoperta:

 

«E così possiamo facilmente avere due nozioni, ossia idee, chiare e distinte, una di sostanza pensante creata, l’altra di sostanza corporea; se cioè distinguiamo accuratamente tutti gli attributi del pensiero dagli attributi dell’estensione» (Principia, I, 54).

 

L’idea che la filosofia non si sviluppi secondo la sistematicità argomentativa (la classica disposizione «per materie»), ma nasca dall’ordine con cui si sviluppano i nostri pensieri (ordo rationum, ordine delle ragioni), è alla base di questa nuova logica. Ora, affinché la nostra mente possa sviluppare con ordine i suoi pensieri occorre un momento preliminare, emendativo, purificatore, di svuotamento (che nelle Meditazioni assume la forma estrema e paradossale del «dubbio universale» o «iperbolico»). A mente vuota dobbiamo ricominciare a pensare e ci accorgiamo che la prima percezione chiara che emerge dagli abissi di questo «vuoto» è la percezione dell’io stesso che pensa: «l’io penso». Tale percezione ha due caratteristiche che ne rivelano la natura construens:

a) è la prima di tutte le percezioni intellettuali, il primo anello della catena dei nostri pensieri

b) la modalità con cui ci si presenta ci offre il criterio per procedere con sicurezza nella ricerca filosofica: se infatti la chiarezza e distinzione dell’«io penso» ci consentono di esclamare «io sono», chiarezza e distinzione dovranno essere assunte come criterio per giudicare reale un’idea, ossia per affermare che ciò che essa ci rappresenta esiste così come essa ce lo rappresenta.

A questa certezza - che è tale solo finché la percezione chiara è in atto - se ne aggiunge un’altra: nel momento in cui scopro e dimostro l’esistenza di un Dio sommamente buono e verace dal quale dipendo «so che tutte le cose che concepisco chiaramente e distintamente possono essere prodotte da Dio quali le concepisco» (Meditatio Sexta AT, IX, 62). L’esistenza di un Dio verace, che non inganna negli strumenti di conoscenza di cui ci ha forniti, ci consente di fissare il principio che fonda e garantisce la verità della nostra conoscenza: tutto quanto concepiamo (o abbiamo concepito in passato) con chiarezza e distinzione, esiste, creato da Dio così come lo concepiamo.

Dunque dalla piena distinzione tra le nozioni la veracità divina consente di concludere a una vera, reale distinzione tra le cose.[16] È in base a questo principio che Cartesio afferma l’esistenza di una sostanza pensante distinta e separata da una sostanza estesa. Ecco il riassunto, more geometrico, del percorso seguito nelle Meditationes per dimostrare questo principio, così come Cartesio lo propone nelle Rationes

 

Corollario alla P III

 

Dio ha creato il cielo e la terra, e tutto ciò che vi è contenuto, ed oltre ciò può fare tutte le cose che noi concepiamo chiaramente nella misura in cui le concepiamo.

 

Proposisione IV

 

La mente e il corpo sono realmente distinti [Mens et Corpus realiter distinguuntur]

 

Dimostrazione

 

Tutto ciò che percepiamo chiaramente può essere fatto da Dio nella maniera in cui lo concepiamo (per il corollario precedente).

Ma noi percepiamo chiaramente la mente, cioè la sostanza pensante, senza il corpo, cioè senza una sostanza estesa (per il postulato secondo); e, d’altra parte, concepiamo con eguale chiarezza il corpo senza la mente (come ciascuno accorda facilmente).

Dunque, almeno per l’onnipotenza di Dio la mente può essere senza il corpo, e il corpo senza la mente.

Ora, le sostanze che possono essere l’una senza l’altra sono realmente distinte (per la definizione decima).

Ora, è un fatto che la mente e il corpo sono delle sostanze (per le definizioni quinta, sesta e settima), che possono essere l’una senza l’altra (come or ora ho provato).

Dunque, la mente e il corpo sono realmente distinti.

 

 

Analizziamo ora qualche obbiezione sollevata al ragionamento cartesiano.

 

Merita un cenno innanzitutto l’obbiezione del materialista Hobbes che, interpretando l’intera realtà (sia fisica che mentale) in termini di moto e materia, contesta a Cartesio la liceità del passaggio dalla percezione «io penso» dunque «io sono», all’affermazione «sono una cosa che pensa, cioè una mente, un’anima, un intelletto». Con quale diritto, obbietta Hobbes, quando invece ci è impossibile separare il pensiero da una materia che pensa? Dunque sembra che dal dubbio si debba dedurre che la cosa che pensa è piuttosto materiale che immateriale.

Nel rispondere, Cartesio ribadisce l’idea che gli atti o qualità che riferiamo alla mente ci appaiono realmente distinti da quelli che riferiamo al corpo:

 

«È certo che il pensiero non può esistere senza una cosa che pensi, ed in generale nessun accidente o nessun atto può esistere senza una sostanza della quale sia l’atto. Ma, poiché noi non conosciamo la sostanza immediatamente per se stessa [immediate per ipsam], ma solamente perché è il soggetto di alcuni atti, è convenientissimo alla ragione, e l’uso stesso lo richiede, che chiamiamo con diversi nomi quelle sostanze che conosciamo essere i soggetti di parecchi atti od accidenti interamente diversi, e che, fatto questo, esaminiamo se questi diversi nomi significano delle cose differenti, o una sola e medesima cosa.

Ora, vi sono certi atti che chiamiamo corporei, come la grandezza, la figura, il movimento, e tutte le altre cose che non possono essere concepite senza un’estensione locale, e noi chiamiamo col nome di corpo la sostanza nella quale risiedono; e non si può immaginare che soggetto della figura sia una sostanza, soggetto del movimento locale ne sia un’altra, ecc., perché tutti questi atti convengono fra di loro, in quanto presuppongono l’estensione. In appresso, vi sono altri atti che noi chiamiamo intellettuali [cogitativos], come intendere, volere, immaginare, sentire, ecc., i quali tutti convengono fra loro in questo, che non possono essere senza pensiero, o percezione, o coscienza e conoscenza; e la sostanza nella quale essi risiedono, noi diciamo che è una cosa che pensa [rem cogitantem], o uno spirito [mentem], o con qualunque altro nome vogliamo chiamarla, purché non la confondiamo con la sostanza corporea, poiché gli atti intellettuali [actus cogitativi] non hanno nessuna affinità con gli atti corporei, ed il pensiero, che è la ragione comune [ratio communis] nella quale essi convengono,  differisce totalmente dall’estensione, che è la ragione comune degli altri»(Objiectiones Tertiae cum responsionibus, OF, II, 166; AT, VII, 176).

 

Ma, più delle risposte a Hobbes, materialista, lontano dalla sensibilità cartesiana, sono le risposte alle questioni sollevate dal teologo Arnauld che offrono altri lumi sul problema della sostanza e della sua conoscenza.

Arnauld è interessato alla distinzione reale mens/corpus, perché è l’unico argomento che Cartesio ritiene razionalmente possibile a sostegno dell’immortalità dell’anima[17]. Egli contesta che il criterio per la «distinzione reale» tra due cose sia quella che Cartesio chiama l’idea «completa» delle cose stesse e concentra la sua attenzione su questi passaggi del testo cartesiano:

 

«Poiché io so che tutte le cose che concepisco chiaramente e distintamente possono essere prodotte da Dio quali le concepisco, basta che io possa concepire chiaramente e distintamente una cosa senza un’altra, per essere certo che l’una è distinta o differente dall’altra, perché esse possono essere poste separatamente, almeno dall’onnipotenza di Dio [...]. Dunque, poiché, da un lato, ho una chiara e distinta idea di me stesso, in quanto sono solamente una cosa pensante e non estesa; e poiché, da un altro lato, ho un’idea distinta del corpo, in quanto esso è soltanto una cosa estesa e che non pensa, è certo che questo io, e cioè la mia anima per virtù della quale sono quello che sono, è cosa interamente e veramente distinta dal mio corpo, che può essere o esistere senza di esso, di guisa che, anche se non esistesse, essa nondimeno sarebbe tutto quello che è» (Meditatio Sexta, AT, VII, 78, 2-8, 15-20; OF, 72).

 

Per ammettere la distinzione reale tra due cose, secondo Cartesio, basta che esse siano intese come «complete» l’una senza l’altra, ma perché questo argomento sia valido, obbietta Arnauld, occorre che la conoscenza che abbiamo di una cosa sia non solo chiara e distinta, bensì «piena e intera» (in latino «cognitio adaequata»): solo con una conoscenza completa (adaequata) della mente è possibile stabilirne la eventuale distinzione e separazione del corpo, la «reale distinzione». Ora - continua Arnauld - io posso acquisire una qualche conoscenza di me, ma non è chiaro come tale conoscenza possa essere completa e adeguata: come posso sapere che non compete alla mia essenza di essere anche estesa? Un geometra conosce alcune proprietà del triangolo, ma non tutte; le scoprirà man mano. Così la mente nella sua pienezza ci è insondabile: chi mi dice che la nozione di cosa pensante non sia la nozione di un essere completo, ma concepito inadeguatamente [inadeguate], astraendo e anche riducendo, come p. es. fa un geometra quando concepisce la linea come una lunghezza senza larghezza, benché non esista una quantità che abbia lunghezza senza larghezza e profondità? (AT, VII, 203-204)[18].

Cartesio si trova così costretto a precisare che avere l’«idea chiara e distinta» di qualcosa non significa possederne una conoscenza intera e perfetta (adaequata), come vorrebbe Arnauld. Perché una conoscenza sia tale, infatti, «deve contenere in sé tutte quante le proprietà che sono nella cosa conosciuta. E perciò non v’ha che Dio solo il quale sappia di avere conoscenze intere e perfette di tutte le cose» (AT, VII, 220, 6-11; OF, II, 211). Ma un intelletto creato, benché forse abbia conoscenze intere e perfette, non può sapere di averle se Dio non glielo rivela in modo particolare. Perché si abbia una conoscenza adeguata di qualcosa si richiede soltanto che la potenza di conoscere (vis cognoscendi) che è nel soggetto eguagli (adaequet) tale cosa, ma nessuno può sapere se, nella cosa conosciuta, Dio non abbia messo qualcosa di più di quello che egli ne conosce. Lo potrebbe se la sua vis cognoscendi uguagliasse quella infinita di Dio (adaequet infinitam Dei potestatem), il che è manifestamente impossibile. A noi è perciò sufficiente avere una conoscenza piena solo nel senso di sapere che non è resa imperfetta (inadaequata) da un’opera di astrazione del nostro intelletto.

Intendere «pienamente» (complete) una cosa non significa dunque averne un’idea «adeguata», ma solo abbastanza «distinta» da sapere che la cosa è «completa». Per «cosa completa» dice Cartesio «non intendo altro che una sostanza rivestita delle forme o attributi che bastano a farmi conoscere che essa è una sostanza» (AT, VII, 222, 1-4; OF, II, 213). Quegli attributi, cioè, che mi consentono non di farfugliare alcune parole sulla sostanza, ma di averne una vera conoscenza. Cartesio precisa ancora:

 

 «Io so bene che vi sono delle sostanze, che si chiamano volgarmente incomplete. Ma, se son chiamate così poiché di per sé non possono sussistere da sole e senza essere sostenute da altre, confesso che mi sembra contraddittorio dirle sostanze, cioè cose che sussistono di per se stesse, e incomplete, cioè cose che non possono sussistere di per sé. È vero che in un altro senso si possono chiamare incomplete, non perché abbiano nulla di incompleto in quanto sono delle sostanze, ma solo in quanto si riportano a qualche altra sostanza, con la quale compongono un tutto per sé, e distinto da ogni altro. Così la mano è una sostanza incompleta, se la riportate a tutto il corpo di cui essa è parte; ma se la considerate da sola, è una sostanza completa. E similmente lo spirito e il corpo sono sostanze incomplete, quando son riferiti all’uomo che essi compongono; ma, considerati separatamente, sono sostanze complete» (OF, p. 218).

 

Mente e corpo sono legati da un vincolo di «unione sostanziale», ma tale unione «non impedisce che si possa avere una chiara e distinta idea o concetto della mente come di una cosa completa». Il testo prosegue:

 

«Io non nego tuttavia, che questo stretto legame dello spirito e del corpo che noi sperimentiamo tutti i giorni [assidue experimur], sia causa che non scopriamo facilmente, e senza una profonda meditazione [attenta meditatione], la distinzione reale fra l’uno e l’altro».

 

Notiamo allora che anche nel caso del rapporto mente/corpo - che si verifica esclusivamente nell’uomo («né angelo, né bestia») - Cartesio ritiene coesistano in noi due idee: quella della loro reale distinzione e separazione (attingibile attraverso un’attenta meditazione) e quella (continuamente sperimentabile) del loro vincolo sostanziale. Unione e distinzione di anima e corpo sono infatti entrambe naturali:

 

«non è accidentale per il corpo umano l’essere unito all’anima [...] è la sua natura; poiché il corpo ha tutte le disposizioni richieste per ricevere l’anima, senza le quali non è propriamente un corpo umano, non può accadere senza miracolo che l’anima non gli sia unita» (à Regius, décembre 1641, AT, III, 460-461).

 

Sono le quotidiane esperienze dei sentimenti - del piacere e dolore, come della fame e della sete, ecc. - a farci conoscere tale unione, provandocela continuamente:

 

 «attraverso queste sensazioni di dolore, fame, sete, ecc., la natura mi insegna pure che io non sono meramente presente al mio corpo come un nocchiero lo è al suo vascello, bensì gli sono congiunto quanto mai strettamente e (per così dire) mescolato, in modo da comporre un’unità con esso» (Meditatio Sexta, AT, VII, 121).

 

 

c) I Modi

 

Cogitatio ed Extensio possono anche essere considerati modi della sostanza, così si esprime Cartesio in Principia, I, 64:

 

«Il pensiero e l’estensione possono essere anche assunti come modi della sostanza; in quanto cioè una sola e medesima mente può avere più pensieri diversi; e un solo e medesimo corpo, mantenendo uguale la sua quantità, può estendersi in più modi diversi: vale a dire ora più in lunghezza e meno in larghezza, o in profondità, e poco dopo invece più in larghezza e meno in lunghezza. E allora si distinguono modalmente dalla sostanza, e si possono intendere non meno chiaramente e distintamente di essa; purché siano considerati non come sostanze, ossia come cose separate dalle altre, ma soltanto come modi delle cose. Infatti, per ciò stesso, che le consideriamo nelle sostanze di cui sono modi, le distinguiamo da queste sostanze, e davvero arriviamo a conoscerle quali sono. Ma, al contrario, se le volessimo considerare senza le sostanze in cui sono, con ciò stesso le considereremmo come cose sussistenti, e confonderemmo così l’idea di modo e quella di sostanza.»

 

La mens intende, vuole, afferma, nega, ricorda, ecc.: ognuno di questi aspetti in cui essa si determina può essere considerato una sua affezione o modo. Parimenti, il singolo corpo, conservando la stessa quantità di materia o estensione, può assumere figure diverse, mutare l’ordine delle parti, muoversi variamente, ecc.: ognuno di questi aspetti è un suo modo.

Il modo indica dunque l’affezione di un attributo di una sostanza ed è perciò privo di esistenza autonoma. Nell’art. 56 Cartesio utilizza come sinonimi «modo», «qualità», «attributo», seguendo un uso diffuso nella Scolastica, ma sempre con l’avvertimento «improprie loquendi». Tuttavia egli ricorda che il significato specifico di modus rispetto agli altri termini è appunto quello di affectio, modificazione della sostanza di inerenza. Per questo esso non può essere usato propriamente, parlando della sostanza divina, nella quale non ci sono modificazioni e mutamento. A Dio si dovranno riferire solo gli attributi, intesi come le qualità che costituiscono la sostanza:

 

«E ciò che qui intendiamo per modi è senz’altro lo stesso che intendiamo altrove per attributi o qualità. Ma quando consideriamo che la sostanza ne è affetta, o variata, li chiamiamo modi; quando da questa variazione  essa può prendere il nome, la chiamiamo qualità; e infine, quando più in generale guardiamo solo al fatto che sono nella sostanza, li chiamiamo attributi. E dunque in Dio propriamente non diciamo che vi siano modi o qualità, ma soltanto attributi, poiché in lui non si può intendere alcuna variazione. E anche fra le cose create, quelle che in esse non si comportano mai in modo diverso, come l’esistenza e la durata nella cosa che esiste e che dura, non debbono essere dette qualità o modi, ma attributi» (Principia, I, 56).

 

Se poi andiamo al testo delle Rationes (Ass. VI) vediamo che Cartesio usa come sinonimi modus e accidens:

«Vi sono diversi gradi di realtà o di entità: poiché la sostanza ha più realtà dell’accidente o del modo»

 

Accidens vel modus: l’uso di vel sta a indicare sinonimia, ma non identificazione (cfr. Meditatio Tertia, AT, VII, 40). Tale sinonimia nell’indicare una affectio della sostanza è anch’essa presente nel lessico della tarda Scolastica. Ma, ancora una volta, in senso proprio tra i due termini c’è differenza. La ricaviamo di nuovo dalle Meditationes di Suárez: l’accidens, in generale, indica le proprietà non essenziali di una sostanza, quelle che non ne identificano l’essenza; esso è dunque caratterizzato dalla proprietà dell’inerenza in una sostanza come soggetto e dall’importanza minore rispetto alle determinazioni necessarie di questa (Disp., XXXII, 1, 16, XVI, 1,2).

L’accidens è distinguibile in intrinsecum, a indicare l’accidens nel senso vero e proprio, ossia le proprietà accidentali realmente inerenti alla sostanza (che l’«affettano») e in extrinsecum, cioè l’accidens in senso improprio, a indicare le relazioni esterne al soggetto (Disp., XVII, 1,3; p. es.: la veste rispetto all’uomo vestito). L’accidens intrinsecum a sua volta viene distinto in accidens in senso stretto o entitas accidentalis (accidens physicum, accidens reale)[19] e nel modus, detto più propriamente modus accidentalis (Disp., XXXII, 1, 13 e 2, 10).[20] La differenza tra i due consiste nel fatto che l’accidens è - se pure solo in senso analogico - ente, ossia possiede un modo di esistenza (entitas) ed una realtà in un certo senso indipendente accanto alla sostanza cui inerisce: come p. es. il bianco, la dolcezza. Mentre il modus è necessariamente legato alla sostanza e non possiede alcuna realtà autonoma, p.es. l’aspetto, la forma. L’accidens può inerire a un soggetto, il modus deve.

 Suárez scrive: «de essentia modi est, ut non possit esse nisi unitus actu ei cuius est modus [appartiene all’essenza del modo di non poter esistere se non unito in atto a ciò di cui è modo]», «modus non est proprie res seu entitas [...], semper esse debet affixus alteri, cui per se immediate unitur sine medio alio modo ut sessio sedenti, unio rebus unitis et sic de alii [il modo non è propriamente una cosa o una entità [...] deve essere sempre attaccato ad altro a cui è per sé unito immediatamente senza mediazione di un altro modo, come l’essere seduto a colui che siede, l’unione alle cose unite e così via». Il modo non può essere distinto dalla cosa di cui è modo come una cosa è distinta da un’altra cosa (tanquam res a re), ma con una «distinzione minore» che si chiama «modale». La sua unione alla cosa lo include così intimamente (intime includit) (Disp., VII, 1, 18-19, e 2, 9) da non poter essere senza di essa per la forza di nessuna potenza.

Notiamo che il concetto di «distinzione reale» e «distinzione di ragione» è presente già in S. Tommaso (Sum. th., I, q. 28, a.3, q. 30, a. 2) a indicare - la prima - la distinzione tra cose che possono essere realmente separate o che si concepiscono come separabili da una potenza superiore alla nostra e - la seconda - la distinzione che solo la nostra mente pone tra le cose. Tuttavia la seconda Scolastica porta l’idea di distinzione molto lontano da S. Tommaso, moltiplicandone le divisioni.

Abbiamo ricordato l’espressione di Spinoza nei Cogitata Metaphysica (II, 4; G, I, 259): «Peripateticorum distinctionum farraginem non curamus». Ora, quella che Spinoza chiama la «farragine» delle distinzioni degli scolastici era stata riordinata e ricondotta da Suárez a tre tipi soltanto: la reale, la modale e quella di ragione. Suárez (Disp. VII) ha inoltre criticato la distinzione «formale» di Scoto in termini molto vicini a quelli che utilizzerà Cartesio, il quale «ha approfittato dello sforzo precedente di Suárez per mettere ordine in un problema così complicato»[21]. In Principia, I, 60 infatti leggiamo: «Nelle stesse cose poi il numero sorge dalla loro distinzione; e questa distinzione è triplice, reale, modale e di ragione» (si vedano anche i successivi artt. 61-62).

Nell’art. 62 Cartesio ricorda inoltre un passaggio delle Primae Objectiones, dove Caterus lo aveva costretto a prendere posizione sulla distinzione «formale» posta da Duns Scoto. Ostile, per la sua formazione scolastica, alla tesi cartesiana della reale distinzione di mente e corpo, Caterus suggerisce a Cartesio di applicare ad essi la distinzione «formale», cioè un tipo di distinzione «maggiore» di quella di ragione, ma «minore» di quella reale. Cartesio risponde di identificare la definizione formale con quella modale, la quale, riferendosi alle cose incomplete (ossia a cose che non possono essere, né essere intese senza un’altra), non è assolutamente applicabile a mente e corpo. Con tale identificazione Cartesio dimostra ancora di utilizzare Suárez.

 

La tendenza a identificare accidens e modus e a privilegiare il termine modus può essere individuata nel fatto che Cartesio non riconosce più l’accidens reale e drasticamente pone l’alternativa tra res inerente oppure non inerente: una cosa è modus o è substantia, tertium non datur:

 

«è cosa affatto impossibile, e che non può concepirsi senza ripugnanza e contraddizione, che vi siano degli accidenti reali, poiché tutto quello che è reale può esistere separatamente da ogni altro soggetto: ora ciò che può esistere così separatamente è una sostanza e non già un accidente» (Sextae Resp., AT, VII, 434, 22-25; OF, II, 401).

 

Tale rifiuto è dettato dal suo nuovo concetto della realtà fisica, non più spiegabile in termini di sostanze (materia e forma), accidenti e qualità reali (caldo, freddo, secco, umido, bianco, ecc.). I concetti di sostanza e accidente, essenziali nella fisica scolastica, vengono eliminati da Cartesio nella nuova fisica meccanicistica: lo stesso concetto di sostanza estesa serve solo a definire i principi fondamentali della fisica, mentre tutti i cambiamenti fisici sono spiegati attraverso un’ipotesi corpuscolare (minuscole parti di materia e movimento sono alla base del costituirsi di questo mondo fisico), dove la relazione sostanza-accidente non svolge più alcuna funzione.

 

Per Cartesio accidens e modus indicano entrambi quello che nella Scolastica era il modus accidentalis ed hanno le sue stesse caratteristiche: inerenza in una sostanza e importanza secondaria rispetto ad essa, casualità. Il rapporto dei modi con la sostanza è indicato da Cartesio, come dalla Scolastica con i verbi afficere e modificare. Tuttavia il termine modificatio non indica tanto una azione quanto la condizione prodotta nel soggetto. I modi implicano nella sostanza un mutamento, una determinatio.

Notiamo infine che è una peculiarità di Cartesio il non rendere i modi direttamente inerenti alla sostanza, ma agli attributi essenziali di essa. Si tratta di una formulazione più precisa del pensiero scolastico, non di un mutamento rispetto ad esso, perché sappiamo che l’attributo essenziale è la stessa sostanza considerata in un suo preciso carattere. Spinoza acquisirà questa precisazione cartesiana, riferendo sempre i modi a un determinato attributo: la mente, egli dirà, è modo dell’infinita sostanza «considerata sotto l’attributo del pensiero», il corpo è modo dell’infinita sostanza «considerata sotto l’attributo dell’estensione».

 

Un’ultima considerazione può essere riservata al rapporto tra pars e modus: è possibile considerare i modi come partes della sostanza? Il cartesiano A. Geulincx (1624-1669)[22] esigeva una netta separazione dei due concetti: la parte è in rapporto col tutto e il tutto presuppone le parti (le quali, sommate, esauriscono il tutto), mentre il modo è in relazione alla sostanza ed è esso a presupporre ontologicamente e logicamente la sostanza, non la sostanza il modo.

Spinoza preciserà che il termine modus esprime lo statuto ontologico delle cose che sono “altro” da Dio, ma ad esso immanenti, mentre il termine pars è frutto del pensiero immaginativo, che per la sua natura soggettiva e arbitraria, separa, divide, manipola ciò che l’intelletto sa cogliere invece nella sua profonda unità. Definire le cose particolari modi della sostanza e non parti significa, per Spinoza, dare rilievo alla sostanza, esaltando la categoria della dipendenza che caratterizza la condizione delle cose finite. Ma va notato che quando parla della singola mente che intende (intelligit), cioè ha idee adeguate e coglie le cose nella loro verità, egli la chiama «parte» dell’infinito intelletto divino, a sottolineare che questo può essere inteso solo come somma delle singole menti (Ethica, II, prop. 11, cor., V, prop. 36), Dio infatti (potenza che producendosi produce tutte le cose e non più Dio-persona) non possiede un intelletto nel senso antropomorfo in cui la tradizione glielo attribuiva (come una facoltà simile a quella posseduta dall’uomo, benché infinitamente perfetta), come è argomentato polemicamente in Ethica, I, prop. 17 scolio.



* Per le traduzioni delle opere cartesiane si sono utilizzate le edizioni Laterza (Bari 1986) delle Opere filosofiche (abbreviata con la sigla OL) e Utet (Torino 1994), curata da Lojacono (abbreviata con L). La sigla AT indica l’edizione critica Oeuvres de Descartes approntata da Ch. Adam e P. Tannery, [1887-1913] e rivista da B. Rochot e P. Costabel, 12 voll., Vrin, Paris 1964-1974,

[1] Trad. it. di E. Giancotti, Editori Riuniti, Roma 1988, p. 222; concetto ribadito in Ethica (d’ora in poi ETH) IV, def. 31, spieg. (trad. cit., p. 225).

[2] Trad. it. a cura di E. De Angelis,  Boringhieri, Torino 1962, rist. SE, pp. 41-42.

[3] P. Hadot ricorda con efficacia questa caratteristica delle Meditazioni, che rinnova lo spirito platonico (socratico) dell’indagine filosofica in L’experience de la méditation, in «Magazine littéraire», n. 342, avril 1996, numero dedicato a Descartes. Les nouvelles lectures, pp. 73-76.

[4] Citiamo dalla traduzione italiana delle prime tre Disputationes, di C. Esposito, Rusconi, Milano 1996.

[5] Cfr. Gilson, E., L’essere e l’essenza, [ed. orig. Paris 1948], trad. it. Ed. Massimo, Milano 1988, cap. V. Alle origini dell’ontologia, pp. 132-174.

[6] P. Di Vona, Studi sulla Scolastica della Controriforma, La Nuova Italia, Firenze 1968, pp. 1-3. È tesi di Di Vona che la nascita di questa scienza indipendente dell’essere sia stata un filtro fondamentale per l’elaborazione del pensiero spinoziano. Dalla nuova ontologia Spinoza ha appreso «a bandire ogni idea ed ogni concetto di origine teologica dalla metafisica. Se in Bacone ed in Cartesio Spinoza trovava il modello di una scienza della natura priva di cause finali, nell’ontologia seicentesca aveva il modello di una metafisica senza presupposti teologici» (ibid., p. 6).

Secondo le ricerche condotte da I. Mancini (L'Ontosophia di Johannes Clauberg e i primi tentativi di soluzione cartesiana, in Festschrift H. J. de Vleeschauwer, Univ. of South Africa, Communications of the University of South Africa; C. Suppl. 1, Pretoria 1960, pp. 66-83) il primo autore a introdurre il fonema «ontologia» sembra sia stato, nel 1647, Johannes Clauberg (1622-1665), il primo cartesiano tedesco. Indicando con questo termine lo studio dell’essere staccato dalla teologia, Clauberg sanciva un dualismo avvenuto e registrava l’esito di un movimento di pensiero le cui origini risalivano a Suárez. Leibniz userà «ontologia» a indicare «la scienza del qualcosa e del niente, dell’ente e del non-ente, della cosa e del modo della cosa, della sostanza e dell’accidente» (L. Coutourat, Opuscules et fragments inédits de Leibniz, F. Alcan, Paris 1903, p. 112).

[7] Dice Suárez (Disp. XXXIV, 34, 1,1) che sarebbe perfetta quella sostanza causata che sotto nessun rispetto è soggetto di accidenti.

[8] In questo slittamento della definizione della sostanza Richter (op. cit., p. 66) vede un avvicinarsi di Cartesio alla teoria di Locke, più dello stesso Suárez: la sostanza è il soggetto delle proprietà percepite che, in sé, non viene percepito.

[9] Notiamo che l’indipendenza di cui gode la sostanza «propriamente detta» implica l’infinità, secondo Cartesio: «essendo concepita distintamente, l’indipendenza comprende in sé l’infinità» (à Mersenne, 30 septembre 1640, AT, III, 191, 15-16).

[10] Ricordiamo che Cartesio vuole evitare di stabilire ogni analogia tra Dio e le creature: dunque il termine sostanza non può essere predicato analogicamente (ovvero indicando cose diverse, ma con qualcosa in comune), come invece voleva Suárez: «è lecito che in qualche modo [Dio] convenga in ratione substantiae con alcuni enti creati, non tuttavia univocamente, ma analogicamente» (Disp., XXXII, I, 9).

[11] J.-L. Marion, La ‘causa sui’, in Questions cartésiennes, II,  Puf, Paris  p. 159. Dello stesso autore si veda anche Sostanza e sussistenza, Suárez e il trattato della substantia nei Principia philosophiae, I, 51-54, in AA.VV., Descartes: Principia Philosophiae (1644-1994), a cura di J.-R. Armogathe e G. Belgioioso, Vivarium, Napoli 1996, pp. 231-254.

[12] Cartesio utilizza questo concetto per spiegare come la mente ci sia nota prima e più del corpo. A Gassendi, nelle Quintae Responsiones , Cartesio preciserà infatti: «quanto a me, non ho mai pensato che, per rendere manifesta una sostanza, ci fosse bisogno di altro che di scoprire i suoi vari attributi; sì che, più attributi noi conosciamo di qualche sostanza, più perfettamente anche ne conosciamo la natura. E come possiamo distinguere molti vari attributi nella cera: che essa è bianca, che è dura, che di dura diviene liquida, ecc.; così ve ne sono altrettanti nello spirito [mens]: che ha la facoltà di conoscere la bianchezza della cera; [...] la durezza, [...], il cambiamento di questa ecc. [...]. Dal che si vede  chiaramente che non v’è cosa alcuna di cui si conoscano tanti attributi, quanti del nostro spirito [mens], perché quanti se ne conoscono nelle altre cose, tanti se ne possono contare nello spirito, pel fatto che questo li conosce; e quindi la sua natura è più nota di quella di ogni altra cosa» (OF, 346; AT, VII, 360, 1-15; cfr. Principia, I, 11).

[13] Si pone allora il problema: identificare l’essenza con il primo attributo oppure con la sintesi unitaria di tutti gli attributi derivati. Tale problema originava confusioni terminologiche, sicché si designò con essentia il primo attributo e con proprietates gli attributi secondari, derivanti dal primo. Ma le distinzioni tra gli attributi, nella Scolastica, continuavano: positivi e negativi, assoluti e relativi, particolari e generali, concernenti l’attività e lo stato (si cercavano poi coincidenze, p.es. tra gli assoluti e i primari, i relativi e i secondari, considerando i secondari come l’essenza nelle sue relazioni, dove il suo contenuto si manifesta analiticamente).

[14] Cartesio non si ferma mai a considerare la possibilità di un pensiero impersonale e a proposito della natura del pensiero si limita a ripetere che esso è qualcosa di così «conosciuto per sé» che non ci si può riferire ad altro per spiegarlo». Nella Regulae aveva parlato di termini «primi» di cui non si può dare una definizione o spiegazione se non a rischio di complicare inutilmente le cose: «perché gli addottrinati sono di solito così sottili da trovar la maniera di diventare ciechi anche in quelle cose che sono evidenti di per sé e che non sono ignorate neppure dai campagnoli; e ciò accade tutte le volte che tentano di esporre codeste cose note di per sé mediante alcunché di più evidente» (Regula XII,  OF, I, 63). «Chi non sa che cosa sia il movimento?» obbietta di fronte alla definizione scolastica («atto dell’ente in potenza in quanto è in potenza»), giudicandola incomprensibile. Le «nature semplici», ossia le prime nozioni di cui ogni mente è capace, non devono essere spiegate, ma intuite separatamente dalle altre, cosa che ognuno è in grado di fare da sé, attraverso il lume naturale.

[15] Notiamo che nelle Rationes pensiero ed estensione come attributi delle rispettive res sono posti sotto le definizioni e solo la loro reale distinzione  è oggetto di dimostrazione.

[16] Certo non è il pensiero individuale e soggettivo a dettare la verità delle cose, bensì la «sola evidenza della ragione», precisa Cartesio a un Gassendi scombussolato da questa novità: «la conoscenza chiara» di qualcosa «deve essere la regola della verità di quella cosa» (Risposte alle Istanze, AT, IX, 207-208), cfr. à Morus, 5 février 1649, AT, V, 274, il pensiero «è la misura di ciò che affermiamo o neghiamo»).

[17] Cartesio giudica infatti Dio e l’anima le due questioni «più importanti fra quelle che debbono essere dimostrate dalle ragioni piuttosto della filosofia che della teologia» (Al Decano, OL, II, 3). Tuttavia egli ritiene che la nostra conoscenza certa si fermi alla dimostrazione della distinzione e separazione della mente/anima dal corpo: tale conoscenza di per sé non dimostra, ma aiuta a sperare nell’immortalità dell’anima (infatti per la sua indipendenza, la sua natura semplice e indivisibile, il suo essere sigillo di Dio in noi, essa rinvia al pensiero di una vita eterna).

[18] A tali difficoltà Arnauld ne aggiunge altre, quotidianamente esperibili: la virtù di pensare appare legata a certi organi, inoltre nei bambini è meno presente, nei malati è sopita, nei folli è spenta.

[19] Ricordiamo la distinzione tra l’accidente logico o predicamentale (che serve a definire le categorie aristoteliche) e quello fisico (Suárez, Disp., XXI, 1,13).

[20] Altri scolastici, poi, chiamano l’accidens : modus entitativus o realis e il modus: modus purus.

[21] G. Deleuze, Spinoza et le problème de l’expression, Paris 1968, p. 23.

[22] Figura importante del cartesianismo dei Paesi Bassi, iniziatore della tesi occasionalista, Geulinx insegnò all’Università di Leida, a pochi chilometri dal luogo in cui viveva ritirato Spinoza. Diversi studi hanno rilevato la sua possibile influenza sul pensiero spinoziano.