IL CONCETTO DI URSPRACHE  NELLA FILOSOFIA DEL '900:
VISIONE FILOSOFICA DELLA TRADUZIONE
IN HEIDEGGER, DERRIDA , BENJAMIN

Heidegger Derrida Benjamin Bibliografia Links

 

   

Checché si possa dire dell'insufficienza del tradurre, questa attività resta nondimeno uno dei compiti più essenziali e più degni di stima nel mercato di scambio mondiale universale. Il Corano dice: Dio ha dato a ogni popolo un profeta nella propria lingua. Così ogni traduttore è un profeta per il suo popolo.
J. W.Goethe

(in F. Strich, Goethe und die Weltliteratur, Francke Verlag, Bern, 1957)

 

La Ursprache, la lingua originaria, la lingua esistente prima della Torre di Babele, è oggetto di studio della linguistica storica; con questo termine, di solito correlato al concetto di Urheimat ( patria di provenienza), si designa l'unità linguistica indoeuropea. Per tutto l'800 è divampata la polemica tra linguisti, storici, filologi su questa "lingua delle origini", frantumatasi poi negli attuali oltre cinquemila linguaggi parlati nel mondo.
Ma Ursprache rappresenta un superamento dei particolarismi, una ricerca degli universali che accomunano gli uomini e che sottostanno a tutte le loro manifestazioni, non escluso il linguaggio. Quando Goethe ricercava l'Urphänomen, l'unico nel diverso, e dichiarava: "In ogni essere particolare, che sia storico, mitologico, favoloso o più o meno arbitrario, si percepirà sempre piuttosto il generale"1) cercava di applicare i principi kantiani di simultaneità spazio-temporale e di interazione non solo al suo concetto di Weltliteratur   ma anche alla traduzione. In Della Natura  Goethe scrive: "Ognuna delle sue opere ha il suo essere proprio, ognuna delle sue manifestazioni la sua idea più particolare, e tuttavia tutto questo forma un Unico"2).
Alcuni filosofi hanno ravvisato nella traduzione il mezzo per poter scorgere la lingua originaria, pura, l'Unico goethiano,l'originale dell'originale.
La traduzione non può non interessare la riflessione filosofica; già Georg Gadamer, nel saggio Dall'ermeneutica all'ontologia: il filo conduttore del linguaggio
3) cerca di dimostrare quanto la traduzione riguardi una questione ontologica e come "L'interpretazione...è l'attuarsi della comprensione stessa..."4). Al di là dei noti filosofi, Wittgenstein, Frege, Quine, Russell che si sono occupati sistematicamente del linguaggio, un grande apporto della filosofia allo sviluppo delle moderne teorie di traduzione  è stato fornito dal decostruzionalismo, dalla teoria della difference di Derrida, dalle riflessioni sul linguaggio di Heidegger, e dallo scritto Die Aufgabe des Übersetzers5) di Walter Benjamin.
Ciò che accomuna queste speculazioni è appunto che alla loro base risiede il concetto per cui, tramite la traduzione, si ha la possibilità di arrivare al momento pre-originale, si può sperimentare il pensiero pre-ontologico, si può scorgere la Ursprache.

1) in Strich, F.,Goethe und die Weltliteratur, Francke Verlag, Bern, 1957, p. 26
2) Goethe, J. W., «Frammento sulla Natura», in Goethe, Pages choisis, Editions Sociales, Paris, 1968, p. 350
3) Gadamer, G., «Dall'ermeneutica all'ontologia. Il filo conduttore del linguaggio» in Nergaard S. (a cura di) Teorie contemporanee di traduzione, Bompiani, Milano, 1985, pp .341-356
4) Ibid., p .364
5) Benjamin, Walter, «Sul compito del traduttore» in Nergaard, S. (a cura di), La teoria della traduzione nella storia: testi di Cicerone, San Gerolamo, Bruni, Lutero, Goethe, Von Humboldt, Schleiermacher, Ortega y Gasset, Croce, Benjamin, Gruppo editoriale Fabbri-Bompiani-Sonzogno-ETAS, Milano, 1993, pp. 221-236

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