Presentazione del Magnifico Rettore

Un lungo e glorioso passato è, per un’Istituzione, un’aureola di prestigio e una garanzia di solidità che si misura soprattutto nella sua capacità di mantenersi all’altezza della propria tradizione e di reinvestire continuamente con frutto il patrimonio ricevuto in eredità: una sorta di bene acquisito, che si ha la responsabilità di preservare e di accrescere, ma che, col procedere degli anni e dei secoli, si percepisce in maniera sempre più sfumata, vaga, indistinta. Se ne conoscono pochi tratti salienti, se ne citano le molte luci e le poche ombre e mai - nel quotidiano esercizio di una missione che per restare sempre la stessa deve continuamente rinnovarsi e mutare - ci si sofferma a recuperarne la memoria, a studiarne le dinamiche, a cercarvi insegnamenti, magari anche trarne auspici. Forti di un passato che crediamo nostro per diritto ereditario, pensiamo soltanto a proiettarci in avanti, lasciando agli specialisti – storici, archivisti, filologi, bibliofili – che pure abbondano nella nostra multiforme compagine la cura dello sguardo retrospettivo, l’approfondimento di una conoscenza dalla quale presente e futuro dovrebbero trarre quotidiano nutrimento.

Per fortuna, a cadenze lente ma inesorabili, le ricorrenze giubilari riportano in primo piano quello che per lungo tempo è rimasto un confortevole sfondo e il passato, promosso a motivo di celebrazione festosa, diventa anche oggetto di attenzione e di studio. Così i cinquecento dell’Università di Urbino "Carlo Bo", accanto alle celebrazioni ufficiali e alle molteplici manifestazioni augurali, hanno dato vita a una storia dell’Ateneo che nessuno aveva mai scritto, a un recupero di tradizioni - da quella dei diplomi accademici a quella scientifica - che si sono rivelate più ricche e più solidamente e profondamente radicate di quanto si sapesse e a una ricapitolazione di più recenti iniziative di ricerca - come la missione archeologica a Cirene - che possono già costituire un motivo di orgoglio e un durevole connotato. In qualche modo l’Università scopre se stessa, e le sorprese maggiori sono quelle che riserva non la scoperta di tesori nascosti o dimenticati, ma la presa di consapevolezza di quelli che abbiamo da sempre sotto gli occhi e siamo abituati a considerare oggetti o strumenti del nostro quotidiano operare.

Sapevamo di possedere una ricca, preziosa biblioteca; lo sapevano soprattutto quelli tra di noi che se ne sono giovati e se ne giovano per i loro studi e, da quando questo patrimonio è stato, come si dice oggi, "messo in rete", anche tutti quelli che vi attingono dall’Italia e dal mondo. Ma un conto è sapere che possediamo più di centocinquanta incunaboli e un fondo antico di oltre trentamila volumi, di cui fanno parte quasi quattromila cinquecentine, un conto è anche consultarne occasionalmente un esemplare che ci serve per qualche ricerca, un altro è trovarsene di fronte, scelto e ordinato con perizia e con amore, un campionario così significativo.

Non è una museificazione: i libri esposti non cessano di essere gli insostituibili strumenti di conoscenza che sono sempre stati, ma, per una volta, si offrono alla nostra ammirazione per il loro valore di testimoni della tradizione di studio e di cultura di cui siamo i legittimi eredi e ci impegniamo ad essere i prosecutori e per i pregi tipografici che ne determinano la bellezza e la rarità. Per una volta, grazie alle schede che tanti nostri colleghi hanno egregiamente predisposto, da strumenti i volumi diventano essi stessi oggetti di studio; usciti dagli scaffali e ordinati nelle teche di una mostra, attestano in maniera inequivocabile la specificità dell’Ateneo urbinate, fin dall’inizio intento a coltivare molteplici rami del sapere, dal diritto alle scienze, dalla filosofia alle lettere e alle arti.

Per il tempo della mostra, questa selezione di libri antichi e rari della Biblioteca universitaria occupa, grazie alla generosità e alla sensibilità della Soprintendente, la sala della Biblioteca ducale: non per una improponibile competizione con l’inestimabile patrimonio di codici che Federico vi aveva raccolto fino a costituire quella che è stata, per Urbino e per il mondo, un’ineguagliata meraviglia, né per un tardivo, risibile atto di risarcimento o supplenza; bensì per riportare idealmente, nel segno di continuità che solo i libri sanno garantire, lo spirito dell’Università di Urbino nel luogo in cui cinquecento anni fa si è formato perché vi si ritempri per un nuovo, altrettanto lungo cammino.

Giovanni Bogliolo

Rettore