GIORNALI E GIORNALISTI
 
TESTATE
 
LAVORI DI FINE CORSO
 
COMMUNITY
 

Miller e Cooper, bocche cucite nonostante la condanne.
Forse il ricorso alla Corte suprema

Stati Uniti, cronisti a rischio carcere
per un articolo mai scritto

Per la Corte d'appello il primo emendamento non tutela la segretezza delle fonti

Due giornalisti americani rifiutano di rivelare il nome della fonte: il tribunale li ha condannati a 18 mesi di carcere. Dalle miniere del Niger agli uffici della Casa Bianca, una storia che coinvolge i vertici politici dell'amministrazione Bush. E che rischia di diventare esplosiva.

Ora rischiano per davvero la prigione: Judith Miller, giornalista di punta del New York Times, e Matthew Cooper del Time sono stati condannati dalla Corte d'appello del distretto di Columbia a diciotto mesi di reclusione. Il reato: non aver voluto rivelare le loro fonti.
Negli Stati Uniti la sentenza ha destato scalpore. E' in particolare la condanna inflitta alla Miller quella che ha più colpito l'opinione pubblica americana. La Miller, infatti, pur avendo ottenuto materiale inedito sul caso Plame dalla fonte, ha comunque deciso di non pubblicare nulla. Ricostruiamo le vicende del caso giudiziario che ha coinvolto i vertici dell'amministrazione Bush, della Cia e della stampa americana dallo scoppio della guerra in Iraq a oggi.


L'ultima sentenza: "Il primo emendamento non tutela la segretezza delle fonti"

Lo scorso 15 febbraio la sentenza del giudice David Sentelle nega a Miller e Cooper il diritto alla riservatezza delle fonti, costringendoli a prendere una decisione amara: rivelare il nome della "talpa" governativa, che nel mese di luglio del 2003 ha detto loro che Valerie Plame era un agente operativo della Cia; oppure mantenere il segreto, e scontare la condanna inflitta loro dal giudice.

Judith Miller, 57 anni, premio Pulitzer 2001 per un'inchiesta su Al Qaeda, e Matthew Cooper, 42 anni, cronista esperto di Casa bianca, decidono di tacere; con la possibilità di presentare istanza d'appello alla Corte suprema.
"Il motivo per cui stiamo lottando - dice la Miller - è quello di difendere la libertà di stampa concessa dal Primo emendamento. Effetto di questa sentenza è infatti che nessuno parlerà più ai giornalisti, perché il governo potrebbe mettere in atto forme di ritorsione contro gli informatori. La stampa non sarà così più in grado di monitorare le istituzioni".
Il ragionamento della Miller è chiaro: senza il diritto alla riservatezza delle fonti, non può esistere la libertà di stampa tutelata dal Primo emendamento.

Per il giudice Sentelle, però, conoscere il nome - o i nomi - di coloro che hanno rivelato la copertura della Plame, è questione di sicurezza nazionale: l'aver svelato il nome di un agente operativo potrebbe infatti aver messo in pericolo la rete di spie che in Africa e Medioriente era collegata alla Plame.
Condannando i due giornalisti a parlare, il giudice Sentelle mira a conoscere l'identità della talpa, che da dentro la Casa Bianca ha fatto il nome della Plame ai giornalisti; reato federale, perseguibile con fino a dieci anni di reclusione.


Chi è Valerie Plame?

Il nome della Plame appare per la prima volta sulla stampa americana il 14 luglio 2003, quando Robert Novak, sul Chicago Sun, scrive che la Plame è una spia della Cia, e rivela di aver ricevuto la soffiata da "due funzionari anziani dell'amministrazione".
L'articolo di Novak, svelando l'identità della Plame, mira a screditare le argomentazioni dei democratici, che in quel periodo stanno accusando George W. Bush di aver mentito sulle presunte armi di distruzione di massa di Saddam.
Le accuse dei democratici si basano su un articolo scritto dall'ex ambasciatore Joseph Wilson, marito della Plame, apparso sul New York Times. Wilson, mandato nel 2002 in missione in Africa, ha scoperto che in realtà non ci sono tracce della vendita di uranio grezzo dal Niger all'Iraq (come invece Bush sostiene da gennaio 2003, subito prima di entrare in guerra).

Adesso forse è più chiaro. Secondo Wilson, "lo scopo delle rivelazioni di Novak è quello di minare la credibilità del rapporto che ho consegnato al mio ritorno". Bush, infatti, dichiara di non aver mai visto il dossier Wilson; e Novak (in appoggio al presidente) sostiene che l'operazione è stata organizzata dalla Cia e non dalla Casa bianca. Prova ne sarebbe il fatto che, secondo Novak, la missione in Niger dell'ex diplomatico è stata organizzata da sua moglie, Valerie Plame.

Nei giorni seguenti, però, le rivelazioni di Novak, anziché smentire Wilson, sono riprese anche da altri giornalisti, di entrambi i partiti, causando un terremoto che fa tremare le istituzioni americane: chi è che da dentro l'amministrazione ha rivelato pubblicamente il nome di un agente della Cia?
Per scoprire il nome della talpa, nell'agosto del 2003 (pochi giorni dopo la pubblicazione dell'articolo di Novak) cominciano le indagini.
George Tenet, l'allora capo della Cia, apre un'inchiesta contro ignoti. Nello stesso periodo, il procuratore Patrick Fitzgerald è incaricato di indagare per conto del Gran Giurì, un tribunale che ha giurisdizione sul comportamento dei funzionari pubblici e tiene le sue udienze a porte chiuse.


Partono le indagini contro i giornalisti

Fitzgerald chiama a rapporto i giornalisti informati sulla vicenda. E' noto che almeno sei reporter finiscono nella sua lista: Robert Kessler e Walter Pincus del Washington Post, Tim Russert della Nbc, Matthew Cooper del Time Magazine e Judith Miller del New York Times (l'unica dei cinque a non aver mai pubblicato niente sulla Plame, ma che è venuta a conoscenza della sua identità). La posizione di Robert Novak, il primo a fare il nome della Plame, è (anche tuttora) un mistero.

A parte Novak, per tutti gli altri della lista comincia un iter processuale, per far rivelare loro la fonte governativa che ha dato in mano alla stampa il nome di un agente Cia. Kessler e Pincus testimoniano al Gran giurì. Entrambi hanno il consenso della fonte, ma solo Kessler ne rivela il nome: è Lewis Libby, portavoce del vice-presidente Dick Cheney.
Russert, Cooper e Miller, invece, decidono di non rivelare l'identità delle loro fonti, appellandosi al Primo emendamento della Costituzione. Ma Fitzgerald non si accontenta, e i tre giornalisti sono giudicati in primo grado dal tribunale distrettuale di Washington.
Tra luglio e ottobre del 2004 il giudice Thomas Hogan dà torto ai giornalisti. Russert cede e testimonia al Giurì (ma solo sulle conversazioni tenute con Lewis Libby, dopo il consenso di questo ultimo). Miller e Cooper, invece, non rivelano le loro fonti e sono condannati a diciotto mesi di reclusione, e a pagare mille dollari al giorno finché non si decidano a testimoniare.

Da questo momento, Miller e Cooper restano gli unici coinvolti nel caso. I due giornalisti ricorrono in appello alla Corte federale del distretto di Columbia, richiamandosi al Primo emendamento e al diritto alla segretezza delle fonti, unico "fragile privilegio" che può tutelare la libertà di stampa difesa dal Primo emendamento.
Come detto all'inizio, però, lo scorso 15 febbraio, anche la Corte federale ha dato loro torto, ripetendo la sentenza emessa in primo grado. Se Miller e Cooper anche questa volta, come sembra, non parleranno, potrebbe spettare alla Corte suprema il compito di giudicare sui due giornalisti; e di riflesso, sul futuro della libertà di stampa negli Stati Uniti.


LA LIBERTA' DI STAMPA NEGLI STATI UNITI
DAL 1972 AD OGGI

1972

Corte suprema: caso Branzburg contro Hayes
Sconfitta per i giornalisti. La sentenza, approvata con maggioranza di 5 a 4, stabilisce: "Il Primo emendamento non esonera un giornalista dall'obbligo, che tutti i cittadini hanno, di rispondere ad una citazione di fronte al Gran giurì". I quattro giudici che hanno votato contro dichiarano: "la decisione della maggioranza riflette un'insensibilità preoccupante rispetto al ruolo critico di una stampa indipendente nella nostra società".

Dal 1972

In seguito alla sentenza della Corte suprema, 49 Stati più il distretto di Columbia emanano leggi (le "leggi-scudo") che proteggono i giornalisti o riconoscono loro determinate tutele.

11 sett. 2001

Dopo l'attacco alle torri gemelle, sorgono negli Stati Uniti misure aggressive tese a proteggere la sicurezza nazionale.
Il procuratore generale del Dipartimento di giustizia John Aschcroft sollecita i giornalisti a rivelare le informazioni e le fonti riservate, dichiarando: "la fuga di notizie non rappresenta una carta vincente nella lotta contro il crimine".

2001

Caso Lee contro Dipartimento di giustizia: nel 2000 il dr. Wen Ho Lee, ex fisico nucleare, fa causa al Dipartimento di giustizia per la rivelazione di informazioni sulla sua vita privata. Per provare la sua accusa, Lee cita in giudizio alcuni giornalisti che hanno scritto di lui, chiedendo loro di rivelare le proprie fonti.

2004

Indagine sul caso Buddi Cianci. Una fonte confidenziale invia una videocassetta al reporter della WJAR-TV Jim Taricani: sul nastro sono registrati atti illeciti che coinvolgono funzionari pubblici e agenti dell'FBI. Taricani non rivela la fonte, ed è condannato a sei mesi di carcere il 9 dicembre del 2004.

2005

Processo Lynnie Stewart: quattro reporters (uno della Reuters, uno di Newsday e due del New York Times) sono condannati il 10 febbraio 2005 per aver pubblicato le dichiarazioni di un terrorista arabo, nonostante il parere contrario della giuria che ha processato il terrorista.

Oggi

I più ascoltati organi di stampa americani si muovono per vedere di nuovo tutelate la libertà di stampa e il diritto alla riservatezza delle fonti. Il New York Times, il Washington Post, Dow Jones e Company, Gannett Company, Bloomberg e Fox News chiedono ai tribunali di riconoscere ai giornalisti uno status giuridico privilegiato.

Sulla libertà di stampa a Viareggio parla la Miller
(2 dicembre 2005)

L'ultima notizia di Judy Miller
(10 novembre 2005)

Judith Miller, una scoop-dipendenza dalla Casa Bianca
(10 novembre 2005)

Le fonti anonime affondano il giornalism0
(20 maggio 2005)

 

L’articolo dell’ex ambasciatore Joseph Wilson (6/07/2003) (in inglese)

L’articolo del columnist Robert Novak (14/07/2003) (in inglese)

L’articolo di Matthew Cooper (17/7/2003) (in inglese)

Il libro della Miller sulle armi batteriologiche di massa (2004)

Il primo emendamento della Costituzione americana (1791) (in inglese)

Il Gran giurì (in inglese)