GIORNALI E GIORNALISTI
 
TESTATE
 
LAVORI DI FINE CORSO
 
COMMUNITY
 
 
A 722 giorni dall'inizio della guerra, le vittime (giornalisti e collaboratori) continuano a crescere
Novanta lapidi per l'informazione
di guerra in Iraq

Nei paesi occidentali spesso arriva solo la notizia dei "nostri" morti


di Alessio Sgherza [e-mail]

 

Un morto ogni otto giorni, per un totale di 90. Il bilancio della guerra in Iraq per gli operatori dell’informazione è tragico: i dati che abbiamo raccolto descrivono, infatti, una situazione gravissima.


Mercoledì 3 maggio 2005, Reporter senza frontiere (Rsf) ha presentato il suo rapporto sui giornalisti e i loro collaboratori morti in Iraq. Il titolo è “Guerra in Iraq. Il conflitto più assassino per la stampa dalla guerra del Vietnam”. Senza dubbio è vero, ma la situazione è ancora più tragica di come descritta da Rsf: nel loro rapporto il totale dei morti – fra giornalisti e collaboratori – è 56; non sono però considerate tutte le vittime che, pur non essendo giornalisti, hanno perso la vita perché con i giornalisti lavoravano: interpreti, autisti, guardie di sicurezza.
Che il totale sia 56 o 90, che si considerino o meno gli autisti nel calcolo totale, il risultato non cambia: la guerra in Iraq è una enorme carneficina anche per gli operatori dei media.

Gli iracheni sono i più colpiti. Dal 20 marzo 2003, giorno dell’invasione americana, in Iraq hanno perso la vita 90 operatori dei media:
- 39 giornalisti (43%)
- 25 fra cameraman, fotografi e tecnici (28%)
- 26 fra produttori, interpreti, autisti, guardie di sicurezza (29%).

Ci è sembrato corretto inserire nel computo totale anche i morti che, pur non essendo giornalisti, stavano lavorando insieme a loro.

Di queste 90 vittime, la maggior parte sono iracheni (49, ovvero il 55%). Gli occidentali rappresentano una minoranza, con 21 morti (il 23% del totale). Di tutti gli arabi, il numero dei curdi è molto alto: 9 morti, ovvero il 10% del totale.




 

Se ci si concentra solo su giornalisti, cameraman, fotografi e tecnici le percentuali cambiano di poco. Gli iracheni sono ancora i più colpiti (42%) e gli arabi nel complesso rappresentano il 69% delle vittime. I morti fra gli occidentali sono stati 20, ovvero il 31%.

NAZIONALITA'
americana
4
argentina
2
australiana
2
giapponese
2
Inglese
2
polacca
2
spagnola
2
tedesca
1
francese
1
italiana
1
ucraina
1
ungherese/americana
1
Occidentali
21
irachena
49
curda
9
palestinese
2
giordana
1
iraniana
1
libanese
1
ignota
6
Arabi
69

Ma in occidente di chi si parla? Quello che si nota in maniera evidente – e forse imbarazzante – è la facilità di trovare informazioni sugli episodi che hanno portato alla morte degli occidentali: pagine intere su americani, inglesi o australiani, contro le poche righe dedicate agli iracheni scomparsi.
Forse questo è un atteggiamento comprensibile, ma difficilmente condivisibile: addirittura in alcuni casi gli organi di informazione occidentali non riportano neanche i nomi dei morti iracheni; nella maggior parte dei casi, naturalmente, il nome è l’unica cosa indicata. Sembra che sia sufficiente inserire un accenno a quell’iracheno dal nome sconosciuto che faceva da interprete al giornalista Tal de’ Tali e che, purtroppo, in quell’occasione è morto.

I casi limite. In due casi è stato difficile decidere se un giornalista morto in Iraq dovesse rientrare o meno in queste statistiche. Gaby Rado (morto il 30/03/2003 a Sulaimaniya) è probabilmente caduto dal tetto del suo albergo e non ci sono prove che la sua morte dipenda dalla sua attività giornalistica. David Bloom è morto, il 06/04/2003, per un embolo polmonare mentre era embedded nell’esercito americano. Questi due decessi sono inseriti nel proprio rapporto dalla Federazione internazionale dei Giornalisti (Ifj). Rsf non li considera come vittime della guerra. Nel nostro caso abbiamo considerato entrambi gli episodi.
Nell’attacco terroristico alla sede di Al-Arabiya (Baghdad, 30/10/2004) hanno perso la vita 7 persone: 5 dipendenti del network e 2 passanti. Nessuno dei dipendenti era però un giornalista: erano cuochi, guardie e amministratori. Abbiamo inserito i 5 dipendenti del network fra le vittime, escludendo però i due passanti.
Il 9 febbraio 2005 a Bassora è ucciso Abdel Hussein Khazaal insieme al figlio di 3 anni; forse anche lui dovrebbe essere considerato una vittima degli attacchi ai media. In casi di questo tipo, abbiamo preferito considerare solo il giornalista per evitare di falsare le statistiche.

Le fonti – Nota metodologica. I rapporti delle associazioni internazionali di giornalisti sono stati la principale fonte utilizzata per raccogliere i dati.
L’International Federation of Journalists (Ifj) produce ogni anno un rapporto sui giornalisti e i loro collaboratori lo staff dei media morti nel mondo. Rsf aggiorna costantemente il “barometro della stampa”, uno strumento utilissimo per conoscere la situazione della stampa nel mondo: sono raccolti il numero di giornalisti morti, rapiti o messi in prigione. L’International News Safety Institute (Insi) tiene una lista aggiornata dei morti nel conflitto iracheno. L’APFW (Arabic Press Freedom Watch), con sede a Londra, ha il compito di monitorare i media arabi e fornisce approfondimenti sugli episodi che hanno portato alla morte degli operatori in Iraq.
Oltre a queste fonti, e soprattutto per quel che riguarda la ricostruzione dei singoli episodi, ci si è basati sulle notizie fornite dai maggiori network mondiali dell’informazione, vagliandoli e confrontandoli: tra i maggiori ricordiamo l’americana Cnn, gli inglesi Guardian e Bbc, lo spagnolo El Mundo; ma anche fonti nazionali come Repubblica, Ansa e Federazione Nazionale della Stampa.

Ecco le vittime dell'informazione in Iraq

"Signor Presidente, vogliamo un'inchiesta"

ascolta l'intervista a Giovanna Botteri
inviata a Baghdad per il Tg3

 

DOCUMENTI

Rapporto Ifj 2003 - "Annual Reports on Journalists and Media Staff Killed 2003"
(in inglese)

Rapporto Ifj 2004 - "Annual Reports on Journalists and Media Staff Killed 2004"
(in inglese)

Rapporto di Rsf sui giornalisti morti in Iraq - 3 maggio 2005
(in inglese)


GUIDA ALLA RETE

International Federation of Journalists (Ifj)

Reporter senza frontiere (Rsf)

Arabic Press Freedom Watch (Apfw)

International News Safety Institute (Insi)