|
Mercoledì 3 maggio 2005, Reporter senza frontiere (Rsf) ha
presentato il suo rapporto sui giornalisti e i loro collaboratori
morti in Iraq. Il titolo è “Guerra in Iraq. Il conflitto
più assassino per la stampa dalla guerra del Vietnam”.
Senza dubbio è vero, ma la situazione è ancora più
tragica di come descritta da Rsf: nel loro rapporto il totale dei
morti – fra giornalisti e collaboratori – è 56;
non sono però considerate tutte le vittime che, pur non essendo
giornalisti, hanno perso la vita perché con i giornalisti
lavoravano: interpreti, autisti, guardie di sicurezza.
Che il totale sia 56 o 90, che si considerino o meno gli autisti
nel calcolo totale, il risultato non cambia: la guerra in Iraq è
una enorme carneficina anche per gli operatori dei media.
Gli iracheni sono i più colpiti. Dal 20
marzo 2003, giorno dell’invasione americana, in Iraq hanno
perso la vita 90 operatori dei media:
- 39 giornalisti (43%)
- 25 fra cameraman, fotografi e tecnici (28%)
- 26 fra produttori, interpreti, autisti, guardie di sicurezza (29%).

Ci è sembrato corretto inserire nel computo
totale anche i morti che, pur non essendo giornalisti, stavano lavorando
insieme a loro.
Di queste 90 vittime, la maggior parte sono iracheni (49, ovvero
il 55%). Gli occidentali rappresentano una minoranza, con 21 morti
(il 23% del totale). Di tutti gli arabi, il numero dei curdi è
molto alto: 9 morti, ovvero il 10% del totale.

Se ci si concentra solo su giornalisti,
cameraman, fotografi e tecnici le percentuali cambiano di
poco. Gli iracheni sono ancora i più colpiti (42%)
e gli arabi nel complesso rappresentano il 69% delle vittime.
I morti fra gli occidentali sono stati 20, ovvero il 31%.
|
| NAZIONALITA' |
| americana |
4 |
| argentina |
2 |
| australiana |
2 |
| giapponese |
2 |
| Inglese |
2 |
| polacca |
2 |
| spagnola |
2 |
| tedesca |
1 |
| francese |
1 |
| italiana |
1 |
| ucraina |
1 |
| ungherese/americana |
1 |
| Occidentali |
21 |
| irachena |
49 |
| curda |
9 |
| palestinese |
2 |
| giordana |
1 |
| iraniana |
1 |
| libanese |
1 |
| ignota |
6 |
| Arabi |
69 |
|
Ma in occidente di chi si parla? Quello che si
nota in maniera evidente – e forse imbarazzante – è
la facilità di trovare informazioni sugli episodi che hanno
portato alla morte degli occidentali: pagine intere su americani,
inglesi o australiani, contro le poche righe dedicate agli iracheni
scomparsi.
Forse questo è un atteggiamento comprensibile, ma difficilmente
condivisibile: addirittura in alcuni casi gli organi di informazione
occidentali non riportano neanche i nomi dei morti iracheni; nella
maggior parte dei casi, naturalmente, il nome è l’unica
cosa indicata. Sembra che sia sufficiente inserire un accenno a
quell’iracheno dal nome sconosciuto che faceva da interprete
al giornalista Tal de’ Tali e che, purtroppo, in quell’occasione
è morto.
I casi limite. In due casi è stato difficile
decidere se un giornalista morto in Iraq dovesse rientrare o meno
in queste statistiche.
Gaby Rado (morto il 30/03/2003 a Sulaimaniya) è probabilmente
caduto dal tetto del suo albergo e non ci sono prove che la sua
morte dipenda dalla sua attività giornalistica. David
Bloom è morto, il 06/04/2003, per un embolo polmonare
mentre era embedded nell’esercito americano. Questi due decessi
sono inseriti nel proprio rapporto dalla Federazione internazionale
dei Giornalisti (Ifj). Rsf non li considera come vittime della guerra.
Nel nostro caso abbiamo considerato entrambi gli episodi.
Nell’attacco
terroristico alla sede di Al-Arabiya (Baghdad, 30/10/2004) hanno
perso la vita 7 persone: 5 dipendenti del network e 2 passanti.
Nessuno dei dipendenti era però un giornalista: erano cuochi,
guardie e amministratori. Abbiamo inserito i 5 dipendenti del network
fra le vittime, escludendo però i due passanti.
Il 9 febbraio 2005 a Bassora è ucciso Abdel
Hussein Khazaal insieme al figlio di 3 anni; forse anche lui
dovrebbe essere considerato una vittima degli attacchi ai media.
In casi di questo tipo, abbiamo preferito considerare solo il giornalista
per evitare di falsare le statistiche.
Le fonti – Nota metodologica. I rapporti
delle associazioni internazionali di giornalisti sono stati la principale
fonte utilizzata per raccogliere i dati.
L’International Federation of Journalists (Ifj) produce ogni
anno un rapporto sui giornalisti e i loro collaboratori lo staff
dei media morti nel mondo. Rsf aggiorna costantemente il “barometro
della stampa”, uno strumento utilissimo per conoscere la situazione
della stampa nel mondo: sono raccolti il numero di giornalisti morti,
rapiti o messi in prigione. L’International News Safety Institute
(Insi) tiene una lista aggiornata dei morti nel conflitto iracheno.
L’APFW (Arabic Press Freedom Watch), con sede a Londra, ha
il compito di monitorare i media arabi e fornisce approfondimenti
sugli episodi che hanno portato alla morte degli operatori in Iraq.
Oltre a queste fonti, e soprattutto per quel che riguarda la ricostruzione
dei singoli episodi, ci si è basati sulle notizie fornite
dai maggiori network mondiali dell’informazione, vagliandoli
e confrontandoli: tra i maggiori ricordiamo l’americana Cnn,
gli inglesi Guardian e Bbc, lo spagnolo El Mundo; ma anche fonti
nazionali come Repubblica, Ansa e Federazione Nazionale della Stampa.
Gli altri articoli
Ecco
le vittime dell'informazione in Iraq
"Signor
Presidente, vogliamo un'inchiesta"
ascolta
l'intervista a Giovanna Botteri
inviata a Baghdad per il Tg3
DOCUMENTI
Rapporto
Ifj 2003 - "Annual Reports on Journalists and Media Staff Killed
2003"
(in inglese)
Rapporto
Ifj 2004 - "Annual Reports on Journalists and Media Staff Killed
2004"
(in inglese)
Rapporto
di Rsf sui giornalisti morti in Iraq - 3 maggio 2005
(in inglese)
GUIDA ALLA RETE
International
Federation of Journalists (Ifj)
Reporter
senza frontiere (Rsf)
Arabic
Press Freedom Watch (Apfw)
International
News Safety Institute (Insi)
(6 maggio 2005)
|