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La crisi di credibilità della stampa americana
Le fonti anonime affondano i giornali
Le regole del New York Times per rilanciare la propria immagine

Dopo i casi di manipolazione delle informazioni negli ultimi tempi, i giornali americani si chiedono come riacquistare la fiducia dei lettori. Sotto la lente d'ingrandimento il consolidato metodo dei giornalisti statunitensi di attingere alle fonti anonime. E il New York Times ha stilato un decalogo per rifarsi l'immagine

È lontano l’anno 1972 quando Bob Woodward e Carl Bernstein, due promettenti giornalisti del Washington Post, fecero scoppiare il caso Watergate. All’epoca un uomo, le cui generalità non si conobbero mai e presto sarebbe diventato il most wanted sulla scena politica americana, svelò le scorrettezze del presidente Richard Nixon, costringendolo alle dimissioni due anni dopo.
Oggi i giornali americani, dopo i casi di manipolazione delle informazioni avvenute negli ultimi tempi, si trovano a difendere quella che dal famoso 1972 era stata la caratteristica del giornalismo investigativo: la pratica di attingere alle anonimuos sources, le fonti anonime.

Il Wall Street Journal propone online ai suoi lettori un sondaggio: “Do you trust news articles that rely on unnamed sources” (Ti fidi degli articoli che usano fonti anonime?) Su un totale di oltre 2500 risposte raccolte nel giro di pochi giorni, si scopre che l’84 per cento dei lettori non crede “mai”, o solo “qualche volta” ai giornalisti che citano le gole profonde.
La preoccupazione dei media americani, soprattutto dei giornali, di perdere la fiducia dei propri “clienti” è andata crescendo negli ultimi mesi col moltiplicarsi delle “storie alla Jayson Blair”, il giornalista del New York Times che nel 2003 dopo un’indagine interna era stato costretto a dimettersi. Blair, un giovane dalla carriera in ascesa, si inventava dichiarazioni di personaggi che non aveva mai intervistato e addirittura copiava pezzi già pubblicati su altri giornali.
Del resto una ricerca condotta da un importante istituto di ricerca statunitense, il Pew Research Center, e uscita poco tempo fa aveva già lanciato l’allarme: i lettori si fidano sempre meno dei giornali. La percentuale di coloro che credono “totalmente” o “per la maggior parte” ai loro quotidiani, infatti, è sceso dal 29 al 17% negli ultimi anni.
E sul banco degli imputati c’è proprio la pratica diffusa tra i giornalisti di non dichiarare i nomi dei loro informatori.
In America oggi – e ancor di più dopo il “caso Newsweek”, il settimanale che ha ritrattato lo scoop del Corano gettato in una toilet di Guantanamo – “fonte” è diventata a dirty word , una parola sporca. Si è diffusa ormai la convinzione che l’uso delle gole profonde sia uno strumento dei giornalisti per creare storie da copertina o per camuffare in cronaca le proprie opinioni.

Per Alexander Stille, docente di giornalismo alla Columbia University, c’è “una spaccatura crescente tra il mondo della stampa e il resto del Paese. Questo antagonismo fa sì che si tende a esaminare molto più criticamente l’uso, per esempio, delle fonti anonime”. Inoltre, secondo Stille alla base della crescente perdita da parte dei giornali americani della fiducia dei propri lettori non ci sarebbe nè cattivo uso delle fonti anonime, né il crescente numero di casi di cattivo giornalismo: “Ci sono fattori strutturali molto più grandi, che vanno al di là della questione delle fonti anonime. Siamo in mezzo a una grande trasformazione epocale e tecnologica. La gente guarda di più la televisione che non i giornali. Per di più persone che conoscono poco i giornali tendono ad avere molta più sfiducia”.

Intanto il prestigioso New York Times è alla ricerca di una soluzione che ponga un rimedio alla crisi di credibilità e al calo delle copie vendute che hanno colpito il giornale. Agli inizi di maggio una commissione interna – creata l’anno scorso dal direttore Bill Keller – ha stilato una serie di regole per rilanciare l’immagine del quotidiano. Il documento – dal titolo esplicativo Preserving Our Readers’ Trust, difendere la fiducia dei nostri lettori – consiglia di limitare il più possibile il ricorso alle fonti anonime, di mettere a disposizione di lettori tutto ciò che il giornalista ha usato per confezionare il suo prodotto e di creare un database per scovare i casi di plagio.

[Mp3: ascolta l'intervista a Alexander Stille della Columbia University]

[leggi l'intervista a Gianni Faustini ex presidente dell'ODG]

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Preserving Our Readers’ Trust

State of the Media

Do you trust news articles that rely on unnamed sources