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Il velo in redazione per scelta o per obbligo. Ma in Tunisia è diverso
Hijab, penna e taccuino

Le giornaliste nei paesi arabi. Essere donna e far parte del mondo dell'informazione arabo non è facile: il rischio spesso è la vita. Ma non è dappertutto uguale. C'è chi sceglie di indossare il velo (l'hijab) sul piccolo schermo e chi, invece, anche se volesse non potrebbe farlo

Si chiamava Shaima Rezayee e conduceva un programma musicale su una tv privata di Kabul. Una sorta di Mtv afgana, che le aveva permesso di emanciparsi: togliersi il burqa e indossare l’hijab (il velo) sui vestiti occidentali. Per qualcuno aveva osato troppo. È per questo che il 18 maggio scorso è stata uccisa con un colpo di pistola alla testa.
La giovane Shaima, 24 anni, non è l’unica donna nel mondo dell’informazione araba che ha lottato a rischio della propria vita. Ce ne sono molte, che nascoste dietro l’hijab, escono dalla redazione con la penna e il taccuino in mano e cercano di raccontare quello che sta accadendo intorno a loro.

Fakria Assad era una giornalista di Kabul Tv. Quando i talebani hanno preso la capitale afgana, nel 1996, rovesciando il regime di Burhanuddin Rabbani, hanno messo fine anche alla televisione. Dal ’97 Fakria vive a Peshawar, come gran parte della minuscola classe media afgana. “C’era un clima terribile a Kabul – ha detto Fakria durante un’intervista al Manifesto – il presidente Rabbani cercava compromessi politici per rafforzare il suo governo e noi siamo state un prezzo del compromesso. Ricordo benissimo quando ha tirato dentro quel Abdul Rasul Sayyaf (leader pashtun). La prima cosa che fece, entrato nel governo, fu mandare una circolare per dire che giornaliste e annunciatrici dovevano avere il viso coperto fin su il naso, esclusi solo gli occhi, e dovevano coprire bene i polsi”.

Kabul tv


Ma c’è anche chi l’hijab in redazione lo vuole portare per scelta propria. È il caso di Jadiya Bin Kena, la veterana bruna della tv araba Al Jazeera, che è dovuta passare per il tribunale per andare in onda con il suo hijab arancione. “Mi truccavo, avevo la frangetta e il tailleurino delle americane della Cnn – pare abbia detto – ma sono araba e musulmana e in un momento storico come questo (la guerra in Iraq, ndr) è giusto che io parli ai musulmani e al mondo da musulmana”. Così, un bel giorno, si è svegliata e ha deciso di tirare fuori dall’armadio il vecchio velo, come simbolo di unione, forza ed emancipazione.

Jadiya Bin Kena

Non è così dappertutto. Basti guardare le giornaliste tunisine, per esempio. Se ne stanno lì, con quegli occhi truccatissimi e le guance rosse dal fard e del tradizionale velo islamico non ne vogliono neanche sentir parlare. Anzi, anche se volessero indossarlo non potrebbero: è lo stesso Stato a proibirlo in televisione. Hédia Hassine lavora per l’unica tv nazionale: Tv7. Un sistema d’informazione congelato da anni, dove la libertà di stampa non esiste, ma per le giornaliste tunisine non è poi così importante, purché si possa apparire belle e a volto scoperto. “Noi non indossiamo mai l’hijab – spiega Hédia – il governo ha deciso che questa deve essere una società laica. Ho un’amica giornalista molto religiosa e le è stato vietato di indossare il velo, ha optato per uno scialle senza fermagli, ma so che le stanno facendo parecchi problemi anche per questo”.

Tv7

Faouzia Mezzi è la segretaria generale dell’Associazione dei giornalisti tunisini (Ajt) e cerca di aiutare le donne che lavorano nel mondo del giornalismo a Tunisi. Dove oltre al problema dell’hijab c’è quello delle molestie sessuali. “Da parte delle giornaliste non ci sono state mai richieste di portare il velo nei luoghi di lavoro – spiega – nel mondo arabo la scuola tunisina dell’Africa del Nord è la più tollerante: l’hijab viene indossato in modo elegante per ornamento. Il problema non c’è. È vero che per strada ci sono molte più donne con il velo rispetto agli anni passati, ma è una conseguenza della guerra in Iraq. È una forma di protesta verso le forze di occupazione americane”.

Hijab come segno di sottomissione o di emancipazione? Una risposta si può cercare nel mondo della fantasia, della pittura e della narrativa. Lo dice Fatema Mernissi, docente di sociologia all’università di Rabat e audace femminista marocchina. “Gli artisti musulmani – dice Fatema – in letteratura come nelle arti figurative delineano figure di donne rese invincibili dalla loro straordinaria intelligenza: nelle miniature islamiche le donne che popolano gli harem sono ritratte come coraggiose amazzoni, mentre nella narrativa compaiono come cantastorie che usano la propria abilità comunicativa per distruggere i tradizionali schemi maschili. Le donne non sono solo intelligenti, ma, come Sherazade, possono contare sulla più preziosa delle armi: la parola. Tanto che l’enciclopedica sapienza di Sherazade è cantata nelle prime pagine delle Mille e una notte come una delle sue caratteristiche più sexy”.

Leggi l'intervista a Faouzia Mezzi, segretaria generale dell'Ajt

 

Il sito di Fatema Mernissi

L'associazione dei giornalisti tunisini

Al Jazeera

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