Ecco alcuni
esempi emblematici sulla censura su internet. Il rapporto
completo è disponibile sul sito
internet di Hrw.
Arrestati, bloccati, zittiti. Una foto del presidente
tunisino Zine al-Abidine Ben Ali campeggia all’interno di
ogni internet point di Tunisi. Sotto, un cartello spiega le condizioni
per accedere alla rete: “E’ severamente vietato utilizzare
dischetti. Non toccare i parametri di configurazione. E’ vietato
accedere a siti proibiti”. Poi, quasi si fosse chiesto agli
utenti un favore, il cartello si conclude con un conciliante “Grazie”.
Su 106 siti monitorati dal rapporto (quelli che potrebbero essere
considerati pericolosi per il regime), 37 sono bloccati. Tra questi,
i siti di alcuni movimenti e giornali d’opposizione, nonché
il sito di Reporter senza frontiere. Ironicamente, sotto la scure
della censura è caduto anche il sito www.richard-gay.com,
dedicato a uno sciatore francese: probabilmente è stato bloccato
per un equivoco dovuto al nome.
Non mancano le condanne per aver espresso in rete opinioni difformi
dalle posizioni ufficiali. Caso emblematico quello di Mohamed Abou,
che sta scontando una condanna in carcere per aver scritto un articolo
comparativo fra il premier israeliano Ariel Sharon e il presidente
Ben Ali. L’articolo è stato pubblicato la notte precedente
all’arresto sul sito internet (vietato) www.tunisnews.com.

Una polizia ad hoc. In Egitto, esistono due strutture
che controllano la rete: la Gaid (General administration for information
and documentation) e il Dccic (Department for confrontino computer
and internet crime). Queste strutture monitorano l’utilizzo
della rete in tempo reale, grazie al fatto che l’accesso a
internet passa attraverso l’azienda statale Egypt Telecom.
Secondo il presidente del Gaid, a essere monitorati sono soprattutto
gli accessi ai siti pornografici anche se in Egitto, fa notare Hrw,
“non esiste alcuna legislazione che vieti l’accesso
a questi siti”.
Ma il controllo non è solo sull’accesso alla pornografia.
Nel giugno 2002, riporta Hrw, Shohdy Naguib Sorour è stato
condannato a un anno di prigione per aver pubblicato sul sito www.wanada.net
una satira politica scritta dal padre nei primi anni ’70.
Secondo la corte del Cairo, la satira “offendeva la pubblica
morale”.
Meno di un anno dopo, nel marzo 2003, Ashraf Ibrahim ha inviato
alle organizzazioni internazionali per i diritti umani testimonianze
e foto delle violenze compiute dalla polizia nel disperdere manifestanti
contro la guerra in Iraq. Due settimane dopo, la polizia ha fatto
irruzione nella sua casa confiscando computer, videocamera e altro
materiale. Condannato da un tribunale per organizzazione illegale
e danneggiamento alla reputazione dello stato egiziano, Ibrahim
sta scontando una condanna a tre anni di reclusione.

Fuori dal web donne e minoranze. La censura non
manca in Iran, e la repubblica islamica non si preoccupa di difendere
una parvenza di libertà. La normativa di riferimento, stabilita
dal Consiglio Supremo per la Rivoluzione Culturale, definisce come
compito dei provider che forniscono l’accesso a internet “il
filtraggio dell’accesso ai siti proibiti, immorali e politici”
e “la prevenzione dell’accesso indiretto tramite server
proxy”.
Nell’elenco dei siti bloccati, riportato per esteso nel rapporto,
ci sono numerosi siti internet in difesa dei diritti delle donne.
Presenti nella lista (e quindi oscurati) anche i siti delle minoranze
politiche e religiose. La normativa iraniana è molto precisa
e non lascia spazio a interpretazioni: i divieti sono descritti
minuziosamente.
Gli altri articoli
A Tunisi per decidere chi comanda su internet
DOCUMENTI
Rapporto
Hrw - "False freedom - Online censorship in middle east and
north Africa"
(in inglese)
Rapporto
Rsf - "You have no rights here, but welcome to Tunisia!"
(in inglese)
GUIDA ALLA RETE
Human
Right Watch
Reporter
senza frontiere (Rsf)
Freedom
House
World
Summit on the information society
(16 novembre 2005)
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