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Quando il giornalista si piega al potere per le notizie. Anche se false

"Judith Miller, una scoop-dipendenza
dalla Casa Bianca"

Evan Cornog, docente della Columbia: la reporter si è innamorata della sua fonte


Prof. Evan Cornog
(fonte: Columbia University)

ascolta l'intervista in lingua inglese (mp3)

Dire la verità o proteggere la fonte?

 

di Luca Domenichini [e-mail]

 

Cosa direbbe Joseph Pulitzer se potesse rinascere? Il caso Miller si è concluso con un compromesso tra la giornalista e il New York Times, ma forse non è stato ancora risolto sul piano deontologico: il comportamento della Miller, che ha difeso la segretezza di una fonte con 85 giorni di carcere, è censurabile sul piano professionale?

Cosa direbbe Joseph Pulitzer se potesse rinascere? Il caso Miller si è concluso con un compromesso tra la giornalista e il New York Times, ma forse non è stato ancora risolto sul piano deontologico: il comportamento della Miller, che ha difeso la segretezza di una fonte con 85 giorni di carcere, è censurabile sul piano professionale?

Detta così, certo che no. Se, tuttavia, la fonte protetta da Judith Miller per un anno si chiama Lewis Libby e di professione fa il capo di gabinetto di Dick Cheney, il vicepresidente degli Stati Uniti, allora la questione è più complessa. Spulciando sul web, i giornalisti americani sono concordi nel ritenere che la difesa della fonte sia un principio cardine della libertà di stampa; un principio difeso anche dalla Costituzione degli Stati Uniti con il Primo emendamento. Nel caso di Judith Miller, però, una cronista che nei fatti ha difeso con la prigione il Primo emendamento, la giornalista americana non sembra essere trattata dalla pubblica opinione con la stessa «liberalità» che gli stessi giornalisti (giustamente) pretendono. La Miller è un avvocato difensore di Bush, ha scritto Arianna Huffington, per esempio, nel suo blog giornalistico The Huffington post (citato anche in televisione nel Larry King show). Arianna, come la maggioranza dei lettori che si sono sentiti traditi dalla Miller, ha ricordato gli articoli sbagliati (wrong) scritti dalla cronista ex new York Times nel 2002 e 2003. Articoli in cui la giornalista sosteneva che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa. «Un’argomentazione falsa – ha ammesso la stessa Miller l’11 novembre scorso al sito web Npr – ma che era basata su un lavoro di intelligence. E se le fonti sbagliano, anche il tuo reporting sarà falsato».

Per capire se la Miller abbia effettivamente commesso errori professionali, abbiamo intervistato Evan Cornog, il vicedirettore della scuola di giornalismo più prestigiosa forse del mondo: la Columbia di New York, l'istituto che fu fondato nel 1912 da Joseph Pulitzer, un ex emigrante ungherese sbarcato negli Stati Uniti con il "pallino" di un giornalismo scomodo "a difesa dei deboli e non dei soliti potentati", come ha scritto.

- Professor Cornog, Judith Miller ha sbagliato a non svelare al giudice il nome di Lewis Libby?
Secondo me no. Perché il principio della riservatezza della fonte vale come principio fondamentale della professione: se non proteggi le tue fonti, è difficile fare il giornalista.

- Va bene. Ma la Miller ha protetto una fonte governativa. Perché l'opinione pubblica americana considera in modo negativo la Miller adesso?
Effettivamente le cose sono cambiate rispetto all'estate scorsa, quando la giornalista allora del New York Times godeva di buona reputazione. Una delle ragioni per cui l'opinione pubblica ha cambiato idea, è che la Miller proteggeva Lewis Libby, un uomo che lavora nella Casa bianca. Il tipo di fonte importante che la Miller proteggeva, ha causato il crollo della sua reputazione.

- E' dunque per antipatia verso il potere, perché la Miller, anziché proteggere, avrebbe dovuto controllare la Casa bianca? La giornalista del New York Times ha scritto articoli sbagliati sulle presunte armi di distruzione di massa di Saddam.
Le persone spesso sbagliano. Sul piano deontologico, anch'io sono critico verso la Miller: la giornalista era così felice di avere una fonte interna all'amministrazione Bush, che ha perso il suo senso critico, cioè il distacco dalle notizie. Dall'esterno è ovvio dire che avrebbe dovuto riportare informazioni verificate, essendo più critica... ma secondo me il nocciolo della questione è che la Miller si era innamorata della sua fonte. Eccessivamente.

- Un "innamoramento" che era anche politico? Voglio dire: la Miller è stata accusata di essere la voce dell'amministrazione Bush.
Non penso che ci sia una spiegazione politica. Rispetto il New York Times, il giornale per cui la Miller ha lavorato per più di vent'anni. La spiegazione di un coinvolgimento diretto della cronista a favore dell'amministrazione Bush mi sembra semplicistica.

- Qual è allora la ragione per cui il più celebre quotidiano d'America ha negoziato l'allontanamento di Judith Miller?
Non posso speculare su cosa ci sia dietro. So però che la Miller aveva problemi di rapporti personali con il resto della redazione e con il direttore del giornale.

A livello teorico, per quanto abbiamo capito, il professor Cornog sostiene il principio della protezione della fonte. Tuttavia, nel caso di Judith Miller, la giusta distanza tra il reporter e la fonte stessa forse non è stata rispettata. Le conseguenze, per il lettore, sono state quelle di avere ricevuto false notizie sulle presunte armi di distruzione di massa, che Saddam Hussein semplicemente non aveva. Per la Miller, invece, l'eccessiva confidenza con Lewis Libby ha portato la giornalista (dimessa il 9 novembre scorso dal New York Times) ad "entrare" come parte attiva nella storia. Da cronista a protagonista: come lei stessa, nella lettera di dimissioni pubblicata sul quotidiano newyorchese, ha candidamente ammesso.

 

Sulla libertà di stampa a Viareggio parla la Miller
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Il sito di Judith Miller

Npr

La lettera al New York Times

The Huffington post

Columbia School of journalism