All’origine della protesta. Febbraio 2005:
scade il contratto
nazionale di lavoro giornalistico. Editori e giornalisti cominciano
a trattare, ma sono troppi i punti su cui le due parti non si vengono
incontro. Innanzitutto l’applicazione della legge
30 (“Biagi”) sulla flessibilità del mercato
del lavoro e la promozione dei contratti a tempo determinato (il
cosiddetto precariato): gli editori la esigono, il sindacato vorrebbe
rimandarla o almeno limitarla. Quando si parla di soldi, le posizioni
non sono meno distanti: sono in gioco gli stipendi, gli scatti di
anzianità, i giorni di riposo e di ferie. La discussione
è accesa anche sul tema “freelance”. Per loro
il sindacato vorrebbe le garanzie riconosciute ai redattori normali.
La controparte risponde: lavoro autonomo e lavoro subordinato non
possono essere trattati alla stessa maniera.
E così, mentre le due parti si scaricano a vicenda la responsabilità
del dialogo mancato, la trattativa continua a essere rimandata.
A quando, non si sa. L’ultimo capitolo dello scontro è
della settimana scorsa, quando è crollata anche l’ipotesi
di un accordo transitorio biennale avanzata in un primo momento
dalla federazione degli editori (Fieg): concentrato sull’aspetto
economico, avrebbe rinviato l’applicazione della legge 30.
Intanto la Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) ha annunciato
un nuovo sciopero generale per dicembre. Sarà il quarto del
2005.
[ascolta
le interviste a Paolo Serventi Longhi (Fnsi) e Fabrizio Carotti
(Fieg)]
Scioperi mancati o violati? Lo sciopero, si sa,
è un diritto e non un dovere. Anche a novembre, in occasione
dell’ultimo “silenzio mediatico” proclamato dalla
Fnsi, alcuni giornali sono arrivati ugualmente in edicola. Fin qui
nulla di strano. Il problema è come ci sono arrivati. Alcune
redazioni hanno rinunciato alla protesta in modo compatto: per scelta
ideologica, come Libero o Il Foglio, o per motivi
economici, come Il Manifesto, che finora, pur essendo una
cooperativa senza un editore, aveva sempre scelto di aderire agli
scioperi generali. In altre redazioni, però, il giornale
si è fatto con una formazione di emergenza. In questi casi,
chi non ha scioperato, ha fatto semplicemente il suo lavoro? O ha
anche ricoperto le competenze dei colleghi rimasti a casa, permettendo
al giornale di uscire come se lo sciopero non ci fosse mai stato?
La questione è delicata. Ecco le parole del presidente dell’Ordine
nazionale del giornalisti, Lorenzo Del Boca, che il 9 novembre
ha scritto una lettera al segretario della Federazione nazionale
della stampa e ai presidenti degli ordini regionali: “[…]
L'Ordine non può far passare sotto silenzio il clima di intimidazione
- e, qualche volta, di ricatto - che si respira in alcune redazioni.
È censurabile la volontà di alcuni colleghi che -
ricoprendo ruoli significativi nella gerarchia del giornale - chiamano
al lavoro precari, freelance o stagisti che non sono nelle condizioni
di rifiutare per la debolezza implicita nei loro minuscoli contratti
di collaborazione. […] È del tutto evidente che viene
così violato il dettato dell'art. 2 della legge del 1963,
che impone la lealtà e la solidarietà fra colleghi”.
E dato che chi viola la legge paga, l’Ordine ha avviato un
procedimento per verificare le presunte irregolarità denunciate
in alcune redazioni.
La prima volta del Giornale di Sicilia.
Secondo la Fieg, una quarantina di quotidiani (leggi
l'elenco) sono stati pubblicati nei giorni degli scioperi
d’autunno. “Molti hanno da sempre avuto la “vocazione
al crumiraggio”, commenta Paolo Serventi Longhi. Ci sono stati
casi, però, in cui si è trattato di una ‘prima
volta’. Come al Giornale di Sicilia di Palermo. Qui,
in via Lincoln, nella sede del quotidiano più letto della
regione (circa 60 mila copie), la redazione è restata aperta
sia l’otto che il nove novembre. Chi ha lavorato? “Caporedattori,
vicecaporedattori, redattori professionisti, assunti con contratto
a tempo determinato – racconta il condirettore Giovanni Pepi
– e a questi si sono aggiunti ovviamente tantissimi collaboratori
esterni”. Nessuno stagista. A proposito delle parole della
lettera del presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti,
Pepi commenta: “Non so a quali redazioni si riferisca Del
Boca, di sicuro non alla mia. Da noi non ci sono state intimidazioni
di nessun tipo. Un gruppo di giornalisti dissociandosi dallo sciopero
mi ha chiesto, per iscritto, di poter lavorare e io ho autorizzato
dopo aver verificato che fossero in numero sufficiente per realizzare
il giornale. Erano 22, se non ricordo male”. Troppo pochi
per i membri del comitato di redazione: “Era un momento molto
delicato per la vertenza sindacale – spiega Mariella Pagliaro
del Cdr del Giornale di Sicilia - ma il giornale è
stato pubblicato lo stesso con una ristretta minoranza della redazione:
colleghi con incarichi dirigenziale ma anche gente con contratto
a termine, che per la loro condizione sono facilmente ricattabili”.
Così il Cdr ha chiesto alla direzione che il giornale non
andasse in edicola e che i colleghi fossero impiegati solo per realizzare
pagine ‘fredde’. “Prima degli scioperi questi
ultimi mesi – continua Pagliaro - in 150 anni non era mai
accaduto che il giornale andasse in edicola nonostante una vertenza
nazionale”. La direzione, però, ha risposto di no.
Per protesta, i redattori hanno anticipato lo sciopero di un giorno,
ma la posizione dell’editore non è cambiata di una
virgola: “La scelta di pubblicare il giornale è una
scelta di libertà” è il commento il condirettore
Pepi intervistato dal Ducato online.
Finiti i tre giorni “di fuoco” (i locali del giornale
negati agli scioperanti in assemblea, l’intervento a Palermo
del segretario della Fnsi Serventi Longhi), la vicenda del Giornale
di Sicilia è arrivata al palazzo di giustizia: il sindacato
ha presentato un esposto alla procura. La firma è di Enrico
Bellavia, inviato di Repubblica e segretario provinciale
del sindacato giornalisti di Palermo, che spiega: “Il punto
è: come può un prodotto che normalmente viene confezionato
da 70 persone andare in edicola grazie al lavoro di un quarto del
personale?”. La procura di Palermo ha sentito il redattore
capo centrale Giovanni Rizzuto e il condirettore responsabile Giovanni
Pepi come persone interessate dei fatti.
Per sapere come finirà la vicenda giudiziaria, ci vorrà
ancora parecchio tempo. Ma per scoprire se anche nei prossimi scioperi
si parlerà di “crumiri”, in Sicilia come nel
resto d’Italia, basteranno poche settimane. Appuntamento a
dicembre.
Gli altri articoli
Le
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Quali
giornali erano in edicola durante lo sciopero di novembre?
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Federazione
degli editori (Fieg)
Legge
30/03 - Biagi
(21 novembre 2005)
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