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Quanto guadagnano, come organizzano il lavoro, che tecniche usano per vendere i loro prodotti
In viaggio tra gli artigiani del giornalismo
Inchiesta del Ducato Online sui reporter freelance. Sono 13 mila in Italia e chiedono più tutela

Il freelance in Italia. Come confeziona il suo prodotto? Che criteri segue per piazzare i suoi pezzi? Lavorare in proprio, scelta o imposizione? Si riesce a campare con l'artigianato giornalistico? Il Ducato ha intervistato chi compra e chi vende al mercato dei freelance

E’ un vero e proprio mercato, il Porta Portese dell’informazione. Le trattative non sono gridate in piazza, corrono lungo la rete telefonica: da una parte i freelance, gli artigiani dell’informazione, e dall’altra gli editori, e per loro i direttori e i capiredattori delle testate giornalistiche. Un mercato dove i venditori sono sempre di più, generalmente guadagnano poco e chiedono più tutela per la loro arte. Noi, in quel mercato, ci siamo entrati.

I freelance chiedono più tutela. In Italia sotto la parola “freelance” corre tutto il mondo dei giornalisti autonomi, dai co.co.co (collaboratori coordinati e continuativi) ai liberi professionisti veri e propri. 12.793, tanti erano gli artigiani del giornalismo nel 2004 (la cifra si deduce dal totale degli iscritti alla gestione separata dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti, “Inpgi 2”). Un fenomeno in crescita costante. Negli ultimi anni le difficoltà del mercato giornalistico e l’uso di strumenti più flessibili per regolamentare i rapporti di lavoro hanno fatto sì che sempre più persone scegliessero l’attività di freelance. Quasi 13 mila a tutto il 2004, appunto. Ma a questo dato bisogna aggiungere tutti quelli, molti, che pur svolgendo attività giornalistica decidono di non iscriversi all’Inpgi 2 e per questo non compaiono in nessuna statistica.

La richiesta di una maggiore tutela di questa fetta importante dei giornalisti italiani è al centro della trattativa del contratto nazionale di lavoro in corso. Se da un lato la Federazione italiana editori giornali (Fieg) ritiene impraticabile equiparare i lavoratori autonomi a quelli subordinati, dall’altro il sindacato unitario dei giornalisti italiani (Fsni) ritiene improrogabili quattro questioni. “Innanzitutto serve un tariffario dei compensi minimi per le singole prestazioni dei freelance – spiega Simona Fossati, giornalista freelance e dirigente dell’Fsni -, che freni la corsa all’abbassamento delle retribuzioni portata avanti da alcuni gruppi editoriali negli ultimi anni. Bisogna inoltre evitare ritardi nei pagamenti. La 321/2002, la legge dello stato che prevede pagamenti delle prestazioni di lavoro autonomo entro 30 giorni dalla prestazione stessa, viene spesso elusa”.
“Sono necessari – continua la Fossati - un sistema di coperture assicurative-previdenziali per il periodo in cui si esercita un incarico per un determinato editore e la lettera d’incarico che, in caso di mancata pubblicazione del prodotto, permetta al giornalista di dimostrare che ha lavorato e deve essere pagato”.

L'inchiesta. Abbiamo sentito cinque freelance, un direttore di un quotidiano, un caporedattore di un settimanale e un caporedattore di una rubrica televisiva. L’obiettivo: cercare di capire le dinamiche dello scambio giornalistico, i trucchi di chi vende e deve piazzare il suo prodotto e le accortezze e le ragioni di chi lo acquista. Siamo entrati nella quotidianità del freelance, per capire come organizza il suo lavoro e di che strumenti si è dovuto dotare per confezionare i suoi prodotti. E proprio noi, giornalisti praticanti di una scuola, che in un futuro non troppo lontano si potrebbero trovare a scegliere questa attività, abbiamo preso il coraggio a due mani e ci siamo posti, e abbiamo posto, la domanda più importante: si riesce a campare facendo il freelance?
Nel 2003, il 27,92% degli iscritti all’Inpgi 2 aveva dichiarato un reddito tra i 2.500 e i 10.000 euro l’anno. Il 20,57% si era piazzato nella fascia 10.000-25.000 euro. Il 12,73% aveva reddito zero.

 

 

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