Ha raccontato
la sua esperienza di fronte ai cronisti di tutta Italia, Judith
Miller, ospite d’onore al Premio Piero Passetti per il miglior
cronista del 2005, organizzato a Viareggio dall’Unione dei
cronisti italiani. L’ ex giornalista del New York Times, che
ha scelto il carcere per 85 giorni pur di difendere l’anonimato
della sua fonte, ha parlato di censura e di equilibri tra informazione
e potere.
Sul viso i segni della stanchezza e della determinazione
che l’hanno sostenuta durante i tre mesi passati in prigione:
“ la scelta – ha raccontato la Miller – è
stata informare i miei lettori mantenendo il diritto all’anonimato
della mia fonte che mi ero impegnata a proteggere.”
Il caso è ancora al centro di polemiche e la
giornalista dovrà presentarsi davanti al giudice nel processo
contro Lewis Libby, il capo di gabinetto del vicepresidente Dick
Cheney, che ha informato la Miller della presenza di armi di distruzione
di massa in Iraq. “Non rimpiango la decisione di essere andata
in prigione e neppure quella di esserne uscita dopo che la mia fonte
mi aveva dato il permesso di rivelare la sua identità. Io
mi sono fidata di una fonte che mi aveva già fatto fare diversi
scoop vincendo anche il Pulitzer. La stessa fonte in questo caso
si è rivelata priva di credibilità”.
Le armi di distruzione di massa in Iraq non sono mai state trovate.
“ Negli Stati Uniti – ha replicato la giornalista del
New York Times – 49 stati hanno una legge che protegge le
fonti ma non a livello federale. Per tutti l’obbligo è
testimoniare ma a patto che la fonte ci dia il permesso. Stiamo
vivendo nel momento migliore e peggiore del giornalismo.
Siamo in presenza di un’esplosione di informazione
grazie anche a Internet, eppure i giornali subiscono una pressione
economica costante che a volte crea confusione tra il concetto di
notizia e quello di gossip. Io non so cosa farò ora che me
ne sono andata dal New York Times dopo 28 anni. Per ora ho aperto
una battaglia per promuovere la legge federale per la difesa delle
fonti.” Judith ha poi raccontato nei dettagli la sua vicenda
“ I miei articoli non sono stati scritti per giustificare
la guerra – ha replicato la giornalista – E’ stato
frustrante e mi sono molto arrabbiata quando, da inviata embedded
in Iraq, ho capito che le armi non c’erano. La mia storia
era sbagliata ma a tutti deve essere consentito di dire ai propri
lettori che la fonte utilizzata non è stata attendibile.
Io credo che quando si sbaglia non si debba gettare il silenzio
sulla notizia. Sarebbe importante continuare a scriverne perché
se oggi si sbaglia, domani si potrà agire correttamente.
Per ora voglio solo rilassarmi e viaggiare”.
La censura in Italia. “La stampa oggi è
in libertà vigilata”. E’ il commento di Claudio
Santini dell’Ordine Nazionale dei giornalisti Italiani in
apertura del convegno “Libertà di stampa, normative
italiana ed europee a confronto”. A Viareggio il premio Piero
Passetti per il miglior cronista del 2005 è stata l’occasione
per parlare di libertà di stampa, di protezione delle fonti
e del rapporto tra giornalismo e istituzioni.
“Oggi la censura – ha detto Santini –
non è imposta in modo diretto, ma in modo più subdolo.
Come giornalisti dobbiamo avere il coraggio di indignarci e reagire”.
Si è parlato allora di “censura della precarietà”,
per quei giornalisti che comunque devono mantenere un rigore e una
schiena diritta anche quando non c’è la sicurezza del
rinnovo di un contratto di lavoro e vige un clima di insicurezza
economica feroce.
La “censura per quieto vivere e per patriottismo”, quando
ai giornalisti è richiesto il silenzio su temi come l’economia
per non gettare cattiva luce su andamenti già compromessi.
Poi la “censura per pubblicità”
quando gli interessi del giornalista non collimano con quelli del
proprio editore. La “censura per invasione di campo”
quando ambiti specifici dei professionisti dell’informazione
sono invasi da chi si improvvisa giornalista e non riesce a trattare
la materia con sufficiente professionalità.
Infine la “censura per inversione di ruoli”
quando i cronisti fanno spettacolo e dimenticano l’importanza
di una cronaca asciutta e documentata per dedicarsi alla spettacolarizzazione
della notizia.
Libertà individuali e libertà d’informare.
L’accento è caduto sul Codice deontologico dei giornalisti
italiani, l’unico al mondo ad essere stato pubblicato sull’organo
ufficiale di diffusione delle leggi, la Gazzetta Ufficiale. L’unico
che lega il giornalista alla sua missione non solo da un punto di
vista morale ma anche legale.
Ma che cosa differenzia il codice italiano da quello di altri paesi?
“La chiave di volta è la parola dignità”
ha spiegato il docente universitario Giovanni Comandè “La
privacy e soprattutto il valore della persona sono i cardini su
cui si deve basare una corretta informazione. Nella compensazione
tra libertà individuali e libertà dell’informazione,
il codice deontologico italiano privilegia la persona. Negli Stati
Uniti dove vige la contrapposizione tra libertà e dignità
la seconda tende a prevalere sulla prima. Nel nostro ordinamento
questa opposizione è assente”.
Nel bilanciamento allora tra buon senso e libertà dell’individuo
la Costituzione illumina la via del giornalista grazie all’Articolo
2 sull’inviolabilità dei diritti della persona: un
limite invalicabile e che funge da garante al cittadino e al giornalista
per una corretta informazione.
Le fonti. La verificabilità delle fonti e il rapporto con
le istituzioni nella diffusione delle informazioni sono stati oggetto
di grande dibattito tra i cronisti presenti.
“E’ cambiato il modo di percepire l’informazione
e di fare giornalismo – ha fatto presente Luigi Ronsisvalle
della Federazione Nazionale della Stampa italiana – prima
il giornalista doveva carpire le notizie attraverso un rapporto
sistematico e di fiducia con le sue fonti. Oggi ci sono le agenzie
e le conferenze stampa. Ma qual è il gioco delle parti tra
noi e i magistrati? Come giornalisti dovremmo avere la consapevolezza
che rischiamo di scrivere ciò che vogliono le istituzioni.
Ma se dobbiamo verificare anche le notizie ufficiali chi darà
la garanzia ultima di autenticità?"
Ronsisvalle nel suo intervento ha denunciato una profonda confusione
tra i concetti di libertà di stampa, di critica, di satira
e di pensiero. “Io credo – ha detto - che il faro che
deve guidare il buon giornalista debba essere il rispetto per se
stesso e per gli altri”.
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