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Stati Uniti costretti ad ammettere: "Articoli scritti dai nostri soldati"

Gli Usa predicano 'etica'
e razzolano 'propaganda'

Iraq, milioni di dollari per comprare giornalisti. La giustificazione: "Lo fanno anche i terroristi"

di Alessio Sgherza [e-mail]

Giornalisti iracheni a libro paga, valigette di denaro piene di dollari, radio sotto controllo americano. Sembra una spy-story la campagna di propaganda “coperta” che gli Stati Uniti stanno mettendo in pratica in Iraq, in un dopoguerra dove il ruolo dell’informazione è sempre più importante per convincere l’opinione pubblica a non appoggiare la lotta armata dei qaedisti di Al Zarqawi.

A rivelare che sui media iracheni finivano pezzi scritti dal Pentagono (o senza firma o con l’aiuto di giornalisti compiacenti) è stato, per primo, il Los Angeles Times (mercoledì 30 novembre), seguito a ruota dal New York Times (il primo articolo è del giorno seguente).

Ne è scaturita una tempesta politica, con gli alti gradi del Pentagono che hanno dovuto ammettere - in un colloquio con il senatore John W. Warner, presidente della commissione forze armate del Senato - di aver pagato i media iracheni “per piazzare articoli scritti da soldati americani” e che non sempre era chiara la provenienza di questi articoli.

Ma nell’inchiesta del LA Times e del NY Times c’è molto di più.

Avere le mani in pasta. Per capire come il Pentagono riusciva (e riesce) a “piazzare” i propri articoli, bisogna introdurre un nuovo attore: il Lincoln Group di Washington, un “team” che promette di (come si legge sul loro sito internet) “comunicare, informare, educare, cambiare percezioni e comportamenti” in quelle realtà dove l’obiettivo comunicativo è difficile da raggiungere. Ovvero paesi in cui sono in atto conflitti come Libano, Afghanistan, Colombia e, ovviamente, Iraq.

I burattinai dell'opinione pubblica

Oltre alla propaganda esplicita, per la quale il Lincoln Group ha vinto un appalto del Pentagono da 300 milioni di dollari, era compito della squadra di esperti anche fare da tramite fra l’esercito e i giornali iracheni.

Come riportato dal LA Times, alcuni funzionari dell’esercito hanno indicato come autore dei pezzi l’“Information Operations Task Force” a Baghdad (una sezione della forza multinazionale comandata dal generale John R. Vines). I pezzi erano poi tradotti in arabo negli uffici di Washington del Lincoln Group e inviati ai media iracheni o tramite internet o attraverso gli uomini sul campo che si occupavano della fase finale.

Pubblicità non segnalata. “La vita continua per gli iracheni nonostante il terrorismo”. Quest’articolo è comparso il 6 agosto su Al Mutamar, a pagina 2. Secondo alcuni documenti in possesso del LA Times, il Lincoln Group ha pagato 50 dollari per far pubblicare quest’articolo. Non c’era alcuna indicazione che il pezzo arrivasse dagli uomini del Pentagono.

Una cifra più alta (1.500 dollari) è stata pagata al quotidiano Addustour per pubblicare, il 2 agosto, un articolo dal titolo “Più denaro per lo sviluppo dell’Iraq”. Il direttore del giornale, Bassem Sheikh, ha dichiarato al LA Times di non avere idea che il pezzo arrivasse dall’esercito americano, ma lo ha comunque pubblicato distinguendolo da altri contenuti editoriali tramite una nota all'inizio ("Media services").

Un caso ancora più evidente, raccontato al LA Times dai redattori del quotidiano Al Mada, è avvenuto a Baghdad il 30 luglio. Un uomo si è presentato in redazione, con una valigetta piena di dollari, per far pubblicare un articolo dal titolo “I terroristi attaccano i volontari sunniti”. Secondo il racconto, l’uomo ha pagato in contanti, non ha voluto ricevute e non ha lasciato un recapito.

Pressione, non solo pubblicità. Le azioni del duo Pentagono-Lincoln Group non si fermano però all’acquisto di spazi sui media iracheni. Secondo quanto sostiene un alto funzionario dell’esercito, protetto con l’anonimato dal LA Times, la task force ha anche acquistato un giornale iracheno e “preso il controllo” di una radio. Quali sono le testate sotto controllo non è stato rivelato, per non mettere in pericolo chi ci lavora.

Un’altra fonte, citata dal NY Times, parla di una dozzina di giornalisti sul libro paga del Lincoln Group per pubblicare articoli pro-Usa in cambio di uno stipendio di migliaia di dollari ogni mese. “Queste persone – spiega la fonte anonima – sono stati scelte fra giornalisti che si erano dimostrati ‘non contrari’ alle autorità statunitensi.

Tutto vero e incompleto. “Noi non mentiamo. Noi rafforziamo i nostri reparti operativi con l’abilità di informare il pubblico iracheno, ma tutto è basato su fatti, non sulla finzione”. A parlare, sul NY Times, è il generale maggiore Rick Lynch, portavoce dell’esercito.

Effettivamente, gli articoli pubblicati sulla stampa irachena riportano solo fatti reali; gli uomini del Pentagono non inventano nulla, ma tendono a tralasciare quei fatti e quei commenti che potrebbero nuocere agli interessi americani nel paese.

Per fare un’esempio, un testo sull’industria del petrolio comincia con tre paragrafi copiati da un articolo pubblicato in Inghilterra su Al Hayat, un giornale arabo con sede a Londra. Alla versione pubblicata in Iraq mancava però una citazione del portavoce del ministro del petrolio, in cui si criticavano gli sforzi americani per la ricostruzione.

Predicare bene, razzolare male. Lynch, sempre nell’intervista al NY Times, ha difeso questa pratica perché anche Abu Musab Al Zarqawi, il numero uno di Al Quaeda in Iraq, utilizza i media per raggiungere “i propri obiettivi terroristici”. Ma, aggiunge Lynch, “le somiglianze terminano qui”, perché gli Stati Uniti stanno diffondendo informazioni veritiere.

Diversa l’opinione di un alto ufficiale dell’esercito americano, che ha parlato con il LA Times a condizione di restare anonimo: “Stiamo cercando di creare i principi della democrazia in Iraq. Ogni discorso che facciamo nel paese parla di questo. E con questi comportementi andiamo contro i principi base della democrazia”.

Anche perché in Iraq, gli Stati Uniti organizzano corsi di etica e di pratica del giornalismo sui modelli occidentali.

”Mentre il dipartimento di Stato – si legge sul NY Times - e l’Agenzia statunitense per lo sviluppo professionale pagano milioni di dollari per formare i giornalisti e promuovere media professionali e indipendenti, il Pentagono sta pagando molti altri milioni al Lincoln Group per un lavoro che sembra violare i principi fondamentali del giornalismo occidentale”.

Per fare degli esempi, in questi giorni 8 giornaliste irachene stanno partecipando al seminario “Il ruolo della stampa in una società democratica”. Nel 2005, decine di giornalisti hanno potuto partecipare a corsi simili. E il prossimo anno il programma proseguirà: in primavera sono previsti corsi sul ruolo dei media e sul giornalismo investigativo.

“Eticamente è indifendibile”. A parlare con il NY Times è Patrick Butler, vice presidente del Centro Internazionale per Giornalisti a Washington. Butler fa corsi di etica del giornalismo a reporter di paesi senza una storia di media indipendenti. “Così si dimostra al mondo che non si vive secondo i principi in cui si dice di credere, e si perde tutta la propria credibilità”.

Sconsolata la chiosa di Faleh Assam, giornalista di Al Mutamar, al LA Times: “Questa storia riflette le pessime condizioni in cui si trova il giornalismo in Iraq”.

E ora? A oggi, non risulta che alcuno stop ufficiale sia arrivato al Pentagono o al Lincoln Group per fermare queste pratiche.

 

I burattinai dell'opinione pubblica
(07/12/2005)

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Giornalismo di stato: scandalo o prassi
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Guarda:

Le vignette comparse sui giornali Usa

 

GUIDA ALLA RETE

New York Times

Los Angeles Times

Il quotidiano Al Mada (in arabo)

Il quotidiano Addustour (in arabo)

Il quotidiano Al Hayat (in arabo)

La Casa Bianca

Il Dipartimento di Stato Usa

Il Dipartimento della Difesa Usa

Lincoln Group