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La stampa finanziaria rischia di perdere credibilità per colpa di giornalsti che amano giocare in borsa
Gli inglesi danno lezione di trasparenza
Dopo due condanne per "insider trading" il Daily Mail pubblica tutte le azioni detenute dai giornalisti

Sul sito internet del quotidiano britannico "Daily Mail" compare l'elenco completo delle azioni detenute dai giornalisti della sua redazione economica. In Italia è l'Ordine dei Giornalisti a garantire un comportamento corretto, ma le sanzioni sono poco credibili

di Lorenzo Luzi [e-mail]

Dimmi che azioni hai e leggerò il tuo articolo.

Il “Daily Mail” è il primo quotidiano britannico a pubblicare sul suo sito l’elenco completo delle azioni detenute in portafoglio dai suoi giornalisti finanziari.. I lettori possono ora controllare gli investimenti azionari scrivendo nel campo di ricerca del sito web del quotidiano "share register". Il direttore del Mail ha preso questa decisione dopo un verdetto di condanna che ha concluso il processo dei “City Slickers” , ovvero degli elegantoni della City, il cuore finanziario londinese.

James Hipwell e Anil Boyrul due giornalisti di un altro quotidiano britannico, il “Daily Mirror”, sono stati prima accusati di "insider trading e poi condannati per aver consigliato di acquistare dei titoli che detenevano in portafoglio senza rivelarlo ai lettori. Da questa sola operazione i due reporter della City hanno gudagnato complessivamente 55mila sterline, circa 80mila euro.

"Abbiamo notato che stava aumentando il livello di sfiducia nei confronti del giornalismo finanziario. Dobbiamo essere più che mai chiari fin dall’inizio in modo che la gente sappia che cosa abbiamo in portafoglio, ma la scelta di pubblicare la lista delle azioni – ha spiegato Alex Brummer caporedattore della redazione economica del “Daily Mail” – è una attività che il Mail portava avanti da tempo. Abbiamo un registro che contiene le azioni dei nostri giornalisti, che può essere ispezionato sia da soggetti interni che esterni alla redazione da circa 6 anni. Pubblicarlo on line non era altro che la logica conseguenza di questa attività nell’era digitale”.

Il giornalismo finanziario in Italia

Ma in Italia cosa succede? Perché i giornalisti italiani del “Sole24ore” o di altri quotidiani che si occupano di mercati finanziari non sentono questo bisogno?

“A me sembra una misura un po’ demagogica” sostiene Riccardo Sabbatini, giornalista de Il Sole24ore che ha collaborato alla stesura della Carta dei doveri dell’informazione economica. “Da noi esiste un codice di comportamento per i giornalisti finanziari oltre che un codice deontologico interno alla redazione del Sole24ore che impedisce di detenere titoli di cui ci stiamo occupando o ci occuperemo in futuro. In generale – chiosa Sabbatini – i giornalisti italiani tendono a non avere titoli”.

La vicenda di Hipwell e Boyrul del “Daily Mirror”, sarebbe stata fuori legge anche in Italia. I due giornalisti sarebbero stati perseguiti dalla Consob e dal magistrato, secondo la disciplina dettata dal decreto di attuazione della direttiva contro il “market abuse”, cioè contro pratiche che tenderebbero a distorcere l’andamento di un titolo azionario per trarne un vantaggio personale.

Insomma parlare di soldi in Italia come nel Regno Unito è un’attività delicata. La differenza è che da noi aumentano le regole ma non la trasparenza.

“Facciamo un mestiere – spiega Sabbatini – che ci espone a un conflitto di interesse. Per questo in primo luogo dobbiamo cercare di ridurlo e in secondo luogo di segnalarlo al pubblico. Per quanto riguarda gli investimenti in borsa abbiamo regole che ci impongono di non acquistare azioni di società di cui ci stiamo occupando o di cui sappiamo che potremmo occuparci in futuro” In aggiunta nel codice del “Sole” si vietano investimenti cosiddetti speculativi, cioè più brevi di 6 mesi”

Il codice quindi c’è, ma lo rispettano tutti? E chi ci assicura che questro avvenga? “Attualmente se ne occupano il direttore e il comitato di redazione, soluzione – continua Sabbatini del sole24ore - che a me non piace”.

Il problema sembra risiedere piuttosto nella struttura stessa della professione giornalistica italiana. “Se si abolisse l’ordine, taglia corto Sabbatini – sarebbe più facile seguire le norme e il giornalista dovrebbe rendere conto direttamente al suo editore. Infatti attualmente il codice deontologico deriva dall’Ordine dei Giornalisti e poi a cascata ogni testata si occupa di applicarlo nella sua redazione. Se capita che un giornalista faccia male il suo lavoro, la segnalazione del direttore o del comitato di redazione arriva all’Ordine dei Giornalisti e poi alla magistratura.”

Come si arriva alla sanzione?

Nel caso di una contestazione specifica i gradi del processo disciplinare nei confronti di un giornalista sono in pratica 5: due quelli dell’ordine, uno locale e uno nazionale e 3 quelli della magistratura.

“Inevitabilmente si finisce in prescrizione e il valore deterrente del codice è di fatto nullo. Si tratta più che altro di una regola di comportamento per i giovani giornalisti che così sanno come fare bene il loro mestiere”.

In effetti nel mondo anglosassone di Ordine professionale non si parla proprio e il rapporto tra giornalista ed editore è molto più diretto e del rapporto del giornale con i suoi lettori è proprio l’editore ad occuparsene, obbligando anche i giornalisti ad una completa trasparenza.

Secondo Sabbatini la soluzione a questo e ad altri problemi del giornalismo italiano è semplice, l’abolizione dell’ Ordine dei Giornalisti.

 

I nuovi doveri dell'informazione economica
(18/02/05)

 

La Carta dei Doveri dell'Informazione Economica