“La
cultura fotogiornalistica non sta nel Dna dei giornali italiani”
afferma Marco Vacca, fotoreporter romano, classe ’56, premiato
nel ’99 al World Press Photo e presidente dell’associazione
milanese "Fotografia&Informazione", nata nel ‘95
per promuovere lo sviluppo della cultura fotogiornalistica in Italia.
Concorda il vicepresidente Marco Capovilla, fotogiornalista milanese,
classe ’54, docente al master di giornalismo dello Iulm.
A sostegno del loro giudizio portano, tra i vari esempi, lo scorretto
uso delle didascalie, spesso trascurate da molti giornalisti. “E’
vero che le immagini parlano da sole - spiega Vacca - ma chi guarda
quelle foto ha diritto alla completezza delle informazioni”.
Il che significa attenersi alla regola delle 5 w: informare sul
come, dove quando, perché, cosa e su chi ha scattato la fotografia,
proprio come avviene nelle redazioni anglosassoni, scrupolosissime
su questo fronte.“Nelle grandi agenzie internazionali, come
l’Associated Press o la Reuters - continua infatti il fotogiornalista
- i corrispondenti devono sempre indicare con precisione la data,
il luogo, cosa è successo, possibilmente il nome della persona
ritratta. Quante più informazioni infili nella foto tanto
più metti il lettore nelle condizioni di capire cosa sta
succedendo”. Importante è poi specificare chi ha scattato
le fotografie e l’agenzia per cui lavora. “Il nome del
fotografo - spiega a sua volta Capovilla - dovrebbe sempre essere
presente se non altro per una assunzione delle responsabilità
da parte del testimone oculare. E’ anche giusto riportare
il nome dell’agenzia perché può essere una garanzia
dell’attendibilità dell’informazione visiva”.
“Spesso nei nostri giornali - continua Capovilla - le didascalie
vengono fatte con un criterio che non rispecchia il testo originario,
soprattutto se viene fornita dalle agenzie internazionali. Ricordo
una fotografia in cui c’era un uomo che trasportava il corpo
di una bambina, accompagnata da una didascalia che drammatizzava
i toni del testo originario, distaccato e obiettivo, per suscitare
emozioni. In generale si travisa quest’ultimo. La didascalia
nel suo complesso viene trascurata perché viene considerata
un’inutile perdita di tempo, mentre all’estero esistono
numerosi manuali di stile ad essa dedicati”.
Per migliorare la sorte del fotogiornalismo italiano ci sarebbe
bisogno di facce nuove e di buona volontà. Di nuove figure
professionali e maggiori risorse economiche.”I settori fotogiornalistici
delle redazioni italiane non sono assolutamente organizzati”
afferma Vacca. In molti quotidiani è sconosciuta la figura
del "photoeditor", introdotta invece in alcuni periodici
a partire dagli anni Novanta. Il redattore iconografico, spiega
Capovilla, teoricamente dovrebbe non solo fare da interfaccia tra
la redazione e i fornitori di immagini ma anche essere in grado
di sapere qual è il fotografo o l’agenzia che potrebbe
meglio ricoprire un incarico assegnato, oltre a selezionare le immagini
prodotte. Dovrebbe contribuire in maniera determinante alla linea
visiva del giornale, ma nella pratica le cose sono ben diverse in
Italia . “Spesso viene inteso nelle gerarchie redazionali
come un 'smista figurine', una persona che ha a che fare con agenzie,
riceve immagini, le protocolla, in parte le seleziona e infine le
archivia. Poco ha a che fare - precisa Capovilla - con la scelta
della linea visiva del giornale”.
In una redazione fotogiornalistica ideale troverebbero inoltre
posto i ricercatori iconografici – incaricati di cercare le
foto necessarie alla pubblicazione – e il direttore della
fotografia. “In alcuni periodici italiani questa figura viene
al momento ricoperta dall’ 'art director' - spiega Capovilla
- ma le competenze andrebbero invece separate perché quest’ultimo
non ha necessariamente una formazione fotografica”.
“Se i grafici di uno dei principali quotidiani italiani -
aggiunge Vacca - pubblicano un reportage con un titolo dedicato
a Gaza , che si affaccia sul mare, e l’ 80 per cento delle
foto ritraggono la West Bank, collinosa, dove pensate possiamo andare?
Ci sono giornali che tengono a freno chi potrebbe fare degli splendidi
lavori, fior fiori di fotoreporter vanno a lavorare all’estero.
La qualità del reportage è altissima ma questa è
una ricchezza che il giornalismo italiano non apprezza”. L’anno
scorso quattro fotografi italiani hanno vinto il World Press Photo:
tre di questi lavoravano per agenzie straniere.
“Credo che non esista più una redazione con propri
fotogiornalisti almeno dagli anni ’70, mentre il principale
giornale sloveno ha, per esempio, uno staff di 17 fotografi”.
Per Vacca la cultura fotografica “non sta nel Dna dei giornali.
Le fotografie - spiega - sono come dei pedalini: le prendi, le misuri,
te li metti, se ti va bene le sistemi così, altrimenti le
accorci. Francamente sui quotidiani italiani non ho nessun tipo
di speranza di cambiamento”.
Più ottimista si dimostra invece Marco Capovilla. Per lui
uno spiraglio è stato aperto dalle scuole di giornalismo
riconosciute negli ultimi anni dall’Ordine perché,
per essere tali, devono prevedere, tra i vari insegnamenti, lezioni
di semiotica e composizione non solo del testo scritto, ma anche
di quello visivo. “Un po’ alla volta - spiega il fotogiornalista
- ai giovani giornalisti si insegnerà ad apprezzare anche
l’importanza dell’informazione visiva. Per vedere qualche
risultato pratico dovremo, quindi, aspettare almeno un ricambio
generazionale.”
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(16/01/2006)
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(16 gennaio 2006)
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