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Le Forze Armate hanno cambiato approccio nei confronti dei media

"Adesso non siamo più quelli di Ustica"

L'organizzazione rimane piramidale nonostante legge sia quella degli uffici stampa

Come funziona la comunicazione pubblica all'interno delle Forze Armate nelle parole di un formatore, di un giornalista embedded, e di un'aspirante reporter di guerra. I perchè del cambiamento delle strategie comunicative nei militari italiani nell'era di internet, del'informazione in tempo reale, ma soprattutto nell'era delle missioni all'estero.

“Quello che eravamo è Ustica quello che siamo è Torino 2006”. Una battuta raccolta negli uffici stampa delle forze armate che riassume com’è cambiata la comunicazione, anche in un ramo particolarmente delicato come quello della Difesa. L’obiettivo, dicono i vertici degli uffici stampa di Aeronautica, Carabinieri, Esercito e Marina è quello di “non nascondere niente, fornire un’informazione corretta , nella maniera più veloce possibile e nel minor tempo possibile”. Se del Dc9 caduto su Ustica non si sa ancora la verità, del piano di sicurezza per le olimpiadi invernali si sa quasi tutto: dal numero di forze impiegate, al tipo di mezzi militari e aerei utilizzati. Certo è più facile, trattandosi di una situazione di allerta e non di crisi.

Le missioni all'estero. Il modo con cui le forze armate trattano con i giornalisti è davvero cambiato. L’inizio della rivoluzione parte probabilmente negli anni Ottanta, ma sono gli anni Novanta e l’inizio delle missioni all’estero a segnare la svolta: “Questa novità ha impresso una necessaria riarticolazione delle strutture, anche perché dovendo agire lontano dal territorio italiano, ogni pedina deve essere in grado di interagire e cooperare”, spiega Giancarlo Rossi, capo del servizio di pubblica informazione del ministero della Difesa.

Balcani, Somalia, Iraq: i soldati italiani sono stati impegnati in difficili operazioni, cosiddette di peacekeeping. Non sono mancate le difficoltà. Ad esempio in Somalia: le violenze sui cittadini somali, la morte di alcuni soldati, l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Vicende drammatiche, ancora di più per chi fa comunicazione. “Obbedir tacendo”, si diceva un tempo dei militari. Un’etichetta che adesso farebbe inorridire. Adesso c’è la legge 150 del 2000. Le forze armate sono equiparate a qualsiasi pubblica amministrazione: l’ufficio comunicazione delle forze armate come l’ufficio stampa del comune di Urbino, o quasi. La differenza è la materia che viene trattata, ma gli unici limiti imposti dalla legge sono quelli “del rispetto delle norme vigenti in materia di segreto di stato, di segreto d’ufficio, di tutela della riservatezza dei dati personali e in conformità ai comportamenti richiesti dalle carte deontologiche”. Gli obiettivi, quelli stabiliti dalla direttiva del febbraio 2002 dell’allora ministro della Funzione pubblica, Franco Frattini sono: “Garantire un’informazione trasparente ed esauriente”. Niente propaganda, insomma, nessuna omissione. Nella pratica conta quello che nessuna legge e nessun corso potrà mai regolamentare: “E’ l’esperienza che consente di sapere cosa si può dire, cosa si deve dire: la professionalità del militare e quella dell’esperto di comunicazione si fondono”, dicono i militari.

La cautela dei giornalisti. Dall’altro lato – quello dei giornalisti che guardano le forze dell’ordine – c’è la normale riserva che riguarda tutte le fonti. “La fonte primaria sono i nostri occhi”, dice il giornalista Lao Petrilli, che ha trascorso un mese al seguito delle truppe statunitensi nella provincia irachena di Al Ambar, nel triangolo sunnita. “Quando si ha a che fare con le fonti militari bisogna mettersi nei panni di chi fa comunicazione. C’è una sorta di ‘guerra del primo titolo’: vale a dire che la prima notizia su un avvenimento deve uscire dall’ambiente militare e non da altri per non essere costretti a inseguire. Questo fattore comporta che, in certe situazioni, la prima versione sia ridimensionata. Il compito del giornalista è fare la tara e saper disporre anche di altre fonti, nella consapevolezza che queste fonti confidenziali, spesso, hanno un interesse specifico quando scelgono di far trapelare una notizia riservata”. Conferma anche Andrea Angeli che non è un militare, ma da tredici anni ricopre il ruolo di portavoce per l’Onu: “Quando c’è un notizia, anche se sgradita, meglio darla prima piuttosto che attendere di essere chiamati sull’argomento. Sperare che, in epoca di telefonini e internet, nessuno venga a sapere del tal misfatto è pressoché impossibile, meglio quindi essere trasparenti”.

La comunicazione nelle forze armate. Tecnicamente gli uffici di comunicazione delle forze armate si presentano come una piramide. Si scalano i gradini: dalle caserme ai vertici e, risalendo, lo Stato maggiore della singola arma (aeronautica, carabinieri, esercito e marina), lo stato maggiore della difesa fino al ministero della Difesa.
Nel caso di missioni all’estero delle forze armate italiane, poi, vengono create presso ciascun contingente delle cellule dette “Public information office” (Pio). Si tratta di un ambito unificato dove ogni arma fornisce i propri esperti in comunicazione ed è coordinato dallo stato maggiore della difesa. Sopra questa struttura, infine, ci sono i vertici delle forze multinazionali. Cosa a parte sono i “Media combact team”, nati fra qualche polemica per la produzione di immagini sul campo, ma che in realtà servono soprattutto per l’addestramento e l’archivio dei militari e non necessariamente per la pubblica informazione. Un giornalista può entrare a qualsiasi livello della piramide per richiedere le informazioni che gli sono necessarie. A rispondere ci sono 150-200 militari, fra uffici centrali e periferici delle varie forze armate, che gestiscono la sua richiesta. Un esempio? “Se si verifica un incidente in cui muore un militare italiano la notizia risale fino ai vertici dell’ufficio comunicazione della Difesa”, sottolinea Giancarlo Rossi, “in altri casi può fermarsi e venire trattato a livello locale”. “Noi – aggiunge – lavoriamo perché ci sia il massimo feedback verso l’alto”. Cosa si può chiedere a un ufficio comunicazione? “Tutto. Sulla linea di comando, poi, si stabilisce cosa dire. Chiaramente, ad esempio, non si può parlare di atti secretati”.

 

Per offrire il massimo dell’informazione possibile, tenendo comunque conto della difficoltà e della delicatezza della materia che si tratta, le forze armate hanno lavorato anche sulla formazione. Un cambiamento che ha visto un’accelerazione sul finire degli anni Novanta e che continua ancora. Ad esempio, ci sono i master di comunicazione per la pubblica amministrazione. L’aeronautica, fino a qualche anno fa, organizzava anche corsi in collaborazione con la Rai. Altre iniziative, di durata compresa fra le due settimane e i due mesi, vengono programmate periodicamente, anche come aggiornamento. E poi ci sono i corsi internazionali come quelli di Public information officer e Public information officer/Partnership for peace che si svolgono in Svizzera e Germania. E ancora altre esperienze vengono fatte pin ambito Nato.

L'organizzazione delle forze armate. Fatte salvo le forme di cooperazione internazionale e la collaborazione interforze, per quanto riguarda l’organizzazione interna, ogni forza armata è libera di organizzarsi in modo autonomo. I carabinieri, ad esempio, hanno dedicato un comando, il quinto, all’informazione e alla comunicazione istituzionale. Il comando è diviso in vari uffici, fra cui l’ufficio di pubblica informazione che al suo interno presenta quattro sezioni: la prima dedicata a agenzie, quotidiani e periodici, la seconda, a radio e televisione, la terza al web e la quarta all’analisi dell’informazione. Nell’aeronautica e nella marina, l’ufficio di pubblica informazione dipende direttamente dall’ufficio generale del capo di stato maggiore dell’arma. Nell’esercito, infine, c’è un ufficio stampa che coordina l’ufficio di pubblica informazione e l’ufficio risorse organizzative e di comunicazione. Spesso il personale che lavora in queste strutture è un giornalista a tutti gli effetti. Non è possibile per un militare essere iscritto all’ordine dei giornalisti professionisti, ma molti sono pubblicisti. Insomma, colleghi di quegli operatori di stampa e radiotelevisione con cui hanno a che fare quotidianamente. Con un obiettivo importante: “Il nostro rapporto è con il giornalista – sottolinea l’ufficio stampa dell’aeronautica – ma, in realtà, il nostro sforzo punta a comunicare con il cittadino contribuente che ha diritto a sapere cosa facciamo e come impieghiamo i suoi soldi”.

 

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GUIDA ALLA RETE

Disciplina delle attiità di informazione e di comunicazione
delle pubbliche amministrazioni (l. 150/2000)

Direttiva sull’attività di comunicazione delle pubbliche amministrazioni

Libro bianco delle forze armate

Appunti sulla pubblica informazione nelle forze armate

NOMI E NUMERI

Ministero della Difesa
Ufficio di pubblica Informazione:
Giancarlo Rossi (centralino, 06/46.91.1)

Stato maggiore della Difesa
Ufficio pubblica informazione:
Massimo Fogari (06/46.91.27.14)

Aeronautica
Ufficio stampa:
Amedeo Magnani (06/49.86.61.32)

Carabinieri
Ufficio pubblica informazione:
Roberto Riccardi (06/80.98.23.14)

Esercito
Ufficio pubblica informazione:
Claudio Berto (06/47.35.75.30)

Marina
Ufficio pubblica informazione:
Emanuele Bottazzi (06/36.80.53.53)