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Indymedia, il tempio della comunicazione alternativa, ha scoperto
i limiti di un’informazione priva di controllo. L’obiettivo
di questa rete internazionale di siti è dare voce a realtà
ignorate dai media ufficiali, creando un filo diretto con le strade
e le piazze del mondo, senza filtro alcuno. In Italia, però,
questo principio non ha funzionato.
Il
29 novembre 2006, dopo una riunione indetta a Torino dalla comunità,
gli indyani hanno deciso di oscurare il nodo italiano e
chiudere tutte le liste di discussione. La decisione è stata
presa in seguito ai problemi legali causati proprio dalla scelta
di non filtrare in alcun modo i contenuti prodotti dagli utenti:
• Il 4 maggio 2005 Indymedia Italia fu oscurata
per la pubblicazione di un fotomontaggio che ritraeva papa Benedetto
XVI con la divisa nazista; l’accusa era vilipendio alla religione
cattolica.
• Il 9 marzo 2006, nell’area a pubblicazione
libera del sito, apparve un post anonimo: sabato 11 marzo in corso
Buenos Aires a Milano si convocava una manifestazione contro la
sfilata, regolarmente autorizzata, di Fiamma Tricolore. Nella giornata
si verificarono scontri violenti e atti di vandalismo. Vennero fermate
46 persone, 18 delle quali condannate a quattro anni di carcere
per devastazione e saccheggio. Nonostante Indymedia Italia avesse
oscurato il messaggio poco dopo la sua pubblicazione, fu accusata
di avere appoggiato la contromanifestazione.
• A questo si è aggiunto il problema del server: il
9 novembre scorso Jeff Moe, attivista statunitense
che ospitava gratuitamente numerosi Imc nel mondo tra i quali anche
quello italiano, ha deciso di staccare la spina, stanco di essere
coinvolto in processi e denunce da ogni parte del mondo. Acquistare
lo stesso servizio sul mercato costerebbe tra mille e tremila euro
al mese, una somma che la comunità di Indymedia non ha a
disposizione.
Dibattito sulla censura
I fatti del 2005/2006 hanno riaperto la discussione sulla necessità
di filtrare di più l’area newswire (blog pubblico
dove chiunque sia connesso a internet può pubblicare informazioni),
i forum e le mailing list, dove si poteva modificare ogni testo,
liberamente e in forma anonima.
“L’unico sistema per tenere un newsgroup ‘pulito’
è quello di moderarlo”: così l’8 dicembre
2006 Pepsy, uno degli amministratori, nella lista di discussione
“Italy-process” giustificava la necessità di
selezionare i post “a carattere strettamente personale, privi
di contenuto informativo o fuori tema e i messaggi di insulti e
litigi vari (flames)”. Inoltre si editavano foto
e filmati che mostravano visi delle persone o dati personali, esponendo
il sito a nuove denunce.
La comunità non è stata d’accordo con la decisione
degli amministratori, perché ritiene che la forza di Indymedia
sia proprio nella mancanza di controlli. L’informazione è
passata progressivamente in secondo piano e la mancanza di contenuti,
sostituiti dalle polemiche innestate sul newswire e sul forum, ha
portato alla decisione di auto oscurarsi.
Indymedia 2.0
“Una chiusura per la rinascita”,
annuncia il documento redatto dopo il meeting di Torino che ha sancito
la chiusura del sito. Gli indyani non hanno perso tempo
e hanno aperto una lista di discussione a iscrizione
libera per elaborare una nuova linea e metodi di gestione più
validi.
Le principali innovazioni dovrebbero riguardare il newswire e il
forum: si propone l’obbligo di registrazione o
un sistema di punteggi per i post. Il primo permetterà
l'editing solo agli iscritti che condividano i principi di Indy;
con il secondo gli utenti giudicheranno il contenuto dei post. I
più votati saranno maggiormente visibili mentre quelli di
minor "successo" saranno relegati in fondo.
Indymedia 2.0 sarà poi organizzata in nodi
locali, che avranno il compito di gestire i contenuti e inviare
il materiale già ‘pulito’ al sito nazionale,
che fungerà da contenitore. La prima a nascere è stata
la sezione romana, che già ha creato una pagina di prova:
roma.indymedia.org. Il sito riprende la struttura
standard di Indymedia: a sinistra i link agli Indymedia locali nel
mondo e al centro foto e feature. Cambia invece la posizione
del newswire, che è in fondo alla colonna centrale e non
più in alto a destra. Le pubblicazioni sono già cominciate.
Non tutti però condividono le nuove proposte. Sulla lista
“Italy-process”, dove si discute delle modalità
di riapertura, si trovano molti messaggi che vedono nel controllo
del newswire, del forum e della mailing list la morte dell’informazione
veramente indipendente. “Se uno pubblica una cosa che l’admin
giudica da hiddare (nascondere, ndr), chi/come/quando/dove decide?”,
si chiede Maska.
Porre un filtro tra chi crea il contenuto e il fruitore sembra
per molti un passo indietro rispetto agli obiettivi raggiunti con
il primo esperimento. Ancora Maska fa notare che “tra i principi
di Indymedia ci sono la condivisione, l’orizzontalità
e la trasparenza assoluta. La configurazione che sta emergendo mi
sembra che li rispetti molto meno di Indy 1.0”.
Ma gli amministratori si difendono. Ameba, uno di loro, scrive:
“sono successe cose molto gravi secondo me nel network di
indymedia e non abbiamo fatto nulla. Comunque non ho la soluzione,
se non navigare sui newswire e segnalare i post out of policy”.
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Guida alla rete
Il
sito di Indymedia Italia
Forum
di discussione
Conclusioni
e proposte per Indymedia 2.0
Il nuovo sito
di Indymedia Roma
Testo
anonimo della convocazione di Milano (11 marzo 2006)
La
filosofia della pubblicazione aperta (in inglese)
(15 febbraio 2007) |