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Il sito è chiuso dal 29 novembre 2006. Si discute come riaprirlo

Indymedia Italia: più controlli o è finita

Nella community del sito di comunicazione indipendente volano accuse di censura

di Roberta Cifra e Roberta Di Matteo


Indymedia, il tempio della comunicazione alternativa, ha scoperto i limiti di un’informazione priva di controllo. L’obiettivo di questa rete internazionale di siti è dare voce a realtà ignorate dai media ufficiali, creando un filo diretto con le strade e le piazze del mondo, senza filtro alcuno. In Italia, però, questo principio non ha funzionato.

Il 29 novembre 2006, dopo una riunione indetta a Torino dalla comunità, gli indyani hanno deciso di oscurare il nodo italiano e chiudere tutte le liste di discussione. La decisione è stata presa in seguito ai problemi legali causati proprio dalla scelta di non filtrare in alcun modo i contenuti prodotti dagli utenti:

• Il 4 maggio 2005 Indymedia Italia fu oscurata per la pubblicazione di un fotomontaggio che ritraeva papa Benedetto XVI con la divisa nazista; l’accusa era vilipendio alla religione cattolica.
• Il 9 marzo 2006, nell’area a pubblicazione libera del sito, apparve un post anonimo: sabato 11 marzo in corso Buenos Aires a Milano si convocava una manifestazione contro la sfilata, regolarmente autorizzata, di Fiamma Tricolore. Nella giornata si verificarono scontri violenti e atti di vandalismo. Vennero fermate 46 persone, 18 delle quali condannate a quattro anni di carcere per devastazione e saccheggio. Nonostante Indymedia Italia avesse oscurato il messaggio poco dopo la sua pubblicazione, fu accusata di avere appoggiato la contromanifestazione.
• A questo si è aggiunto il problema del server: il 9 novembre scorso Jeff Moe, attivista statunitense che ospitava gratuitamente numerosi Imc nel mondo tra i quali anche quello italiano, ha deciso di staccare la spina, stanco di essere coinvolto in processi e denunce da ogni parte del mondo. Acquistare lo stesso servizio sul mercato costerebbe tra mille e tremila euro al mese, una somma che la comunità di Indymedia non ha a disposizione.


Dibattito sulla censura

I fatti del 2005/2006 hanno riaperto la discussione sulla necessità di filtrare di più l’area newswire (blog pubblico dove chiunque sia connesso a internet può pubblicare informazioni), i forum e le mailing list, dove si poteva modificare ogni testo, liberamente e in forma anonima.

“L’unico sistema per tenere un newsgroup ‘pulito’ è quello di moderarlo”: così l’8 dicembre 2006 Pepsy, uno degli amministratori, nella lista di discussione “Italy-process” giustificava la necessità di selezionare i post “a carattere strettamente personale, privi di contenuto informativo o fuori tema e i messaggi di insulti e litigi vari (flames)”. Inoltre si editavano foto e filmati che mostravano visi delle persone o dati personali, esponendo il sito a nuove denunce.

La comunità non è stata d’accordo con la decisione degli amministratori, perché ritiene che la forza di Indymedia sia proprio nella mancanza di controlli. L’informazione è passata progressivamente in secondo piano e la mancanza di contenuti, sostituiti dalle polemiche innestate sul newswire e sul forum, ha portato alla decisione di auto oscurarsi.

Indymedia 2.0

“Una chiusura per la rinascita”, annuncia il documento redatto dopo il meeting di Torino che ha sancito la chiusura del sito. Gli indyani non hanno perso tempo e hanno aperto una lista di discussione a iscrizione libera per elaborare una nuova linea e metodi di gestione più validi.

Le principali innovazioni dovrebbero riguardare il newswire e il forum: si propone l’obbligo di registrazione o un sistema di punteggi per i post. Il primo permetterà l'editing solo agli iscritti che condividano i principi di Indy; con il secondo gli utenti giudicheranno il contenuto dei post. I più votati saranno maggiormente visibili mentre quelli di minor "successo" saranno relegati in fondo.

Indymedia 2.0 sarà poi organizzata in nodi locali, che avranno il compito di gestire i contenuti e inviare il materiale già ‘pulito’ al sito nazionale, che fungerà da contenitore. La prima a nascere è stata la sezione romana, che già ha creato una pagina di prova: roma.indymedia.org. Il sito riprende la struttura standard di Indymedia: a sinistra i link agli Indymedia locali nel mondo e al centro foto e feature. Cambia invece la posizione del newswire, che è in fondo alla colonna centrale e non più in alto a destra. Le pubblicazioni sono già cominciate.

Non tutti però condividono le nuove proposte. Sulla lista “Italy-process”, dove si discute delle modalità di riapertura, si trovano molti messaggi che vedono nel controllo del newswire, del forum e della mailing list la morte dell’informazione veramente indipendente. “Se uno pubblica una cosa che l’admin giudica da hiddare (nascondere, ndr), chi/come/quando/dove decide?”, si chiede Maska.

Porre un filtro tra chi crea il contenuto e il fruitore sembra per molti un passo indietro rispetto agli obiettivi raggiunti con il primo esperimento. Ancora Maska fa notare che “tra i principi di Indymedia ci sono la condivisione, l’orizzontalità e la trasparenza assoluta. La configurazione che sta emergendo mi sembra che li rispetti molto meno di Indy 1.0”.

Ma gli amministratori si difendono. Ameba, uno di loro, scrive: “sono successe cose molto gravi secondo me nel network di indymedia e non abbiamo fatto nulla. Comunque non ho la soluzione, se non navigare sui newswire e segnalare i post out of policy”.

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