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Tra chi si sente diffamato dalla stampa non ci sono solo politici
e magistrati, ma anche artisti, militari, liberi professionisti,
pubblici dipendenti, professori universitari, poliziotti, sportivi,
medici, avvocati e per fino gli stessi giornalisti. Questo è
il quadro che emerge dall’ultima ricerca condotta dagli avvocati
milanesi Sabrina Peron ed Emilio Galbiati commissionata dall’Ordine
dei giornalisti della Lombardia sulle sentenze in materia di diffamazione
a mezzo stampa nel triennio 2003-2005 dalla Corte d’appello
di Milano.
“Nell’ultimo
triennio – spiega l’avvocato Peron al Ducato on-line
– abbiamo notato un aumento delle categorie professionali
interessate dalla diffamazione. Dai dati rilevati si evidenzia un
tendenziale aumento delle parti offese. Se prima la querela era
circoscritta alle tre macro categorie dei privati, magistrati e
politici, adesso si manifestano più gruppi professionali
che si sentono diffamati”.
Rispetto alla precedente ricerca, condotta sempre sulla Corte d’appello,
crescono in percentuale anche i privati, cioè quei soggetti
che fanno causa ai giornali perché colpiti nella loro sfera
personale. Nel biennio 2001-2002 i privati erano al 17 per cento,
i magistrati al 27 per cento e i politici al 12 per cento, nel triennio
2003-2005, invece, i magistrati sono scesi al 19 per cento mentre
i privati sono saliti al 21 per cento e i politici al 19 per cento.
Dall’estratto dei primi risultati raccolti
dagli avvocati Peron e Galbiati pubblicati sul sito dell’Ordine
dei giornalisti lombardo, i procedimenti penali in materia di diffamazione
per mezzo stampa sono tendenzialmente in crescita, anche se in una
certa misura rimangono stabili. Nel giro di tre anni, infatti, la
Corte d’appello di Milano ha emesso 195 sentenze. “Probabilmente
– sottolinea da parte sua Galbiati – aumentano le querele
perché si è amplificata negli ultimi anni la diffusione
dei media. I giornalisti, quindi, sono più esposti rispetto
a quando i mezzi di diffusione delle notizie erano limitati e controllati.
Meno diffusi erano i media e meno diffusa era la sensibilità
all’argomento diffamazione”. Se da un lato, però,
si espande il fenomeno delle querele contro i giornalisti, soprattutto
perchè sono in aumento le categorie delle persone offese,
dall’altro si nota un certo ridimensionamento degli effetti.
Come sottolineano infatti i due legali: “dalla ricerca emergono
queste due linee di tendenza. In Appello, infatti, si registrano
sanzioni miti e condanne contenute”.
Negli anni passati gli avvocanti Peron e Galbiati avevano esaminato
anche le sentenze delle cause per diffamazione del Tribunale di
Milano, esaminando ora le sentenze d’appello scoprono che
“c’è una tendenziale conferma delle sentenze
di primo grado, siano esse di assoluzione o condanna”. “In
caso di condanna in primo grado – fa notare l’avvocato
Peron – la riforma in appello rende più lieve la condanna
penale e di riflesso diminuisce l’entità della multa,
diminuisce la reclusione o in altri casi spesso tramuta la reclusione
in multa. Sicuramente c’è un miglioramento e un tendenziale
abbandono della pena della reclusione, che viene percepita come
condanna eccessiva, per cui viene inflitta in casi eclatanti o in
casi di recidiva”.
Dalla ricerca emerge, anche, il problema della lentezza della giustizia.
I tempi lunghi dei processi, infatti, favoriscono la prescrizione.
Il lasso di tempo che intercorre tra la data di pubblicazione dell’articolo
incriminato e quella del deposito della sentenza di secondo grado
è di oltre sette anni e mezzo. Questo fa si che nel 25 per
cento delle cause viene dichiarata l’improcedibilità
del giudizio per prescrizione del reato o decesso dell’imputato.
Una causa su quattro, quindi, cade in prescrizione. “L’allungamento
dei processi – sottolinea l’avvocato Galbiati –
favorisce la prescrizione e rende il risarcimento meno interessante.
Non ha molto senso per la parte offesa vedersi risarciti sette o
otto anni dopo aver subito il danno. Inoltre ci sono le spese processuali
che incidono anche sul senso del risarcimento”.
L’improcedibilità del giudizio si ha anche per remissione
di querela (il 6%), cioè quando le parti trovano un accordo
tra loro. Viene, quindi, dichiarata l’improcedibilità
del giudizio nel 31 per cento dei casi, nel rimanente 69 per cento,
invece, la Corte d’Appello provvede nel merito: o rigettando
l’appello e confermando il primo grado (41%) o accogliendo
l’impugnazione con riforma del I grado (28%), riforma che
consiste nella modifica delle statuizioni, che si concretizza nel
loro inasprimento, nella loro riduzione o nella revoca integrale.
Delle 195 sentenze, a parte quelle in cui già c’era
una prescrizione dichiarata, di quelle non prescritte, il 59 per
cento sono state impugnate poi in Cassazione. “C’è
la possibilità che ricorrendo in Cassazione – aggiunge
Galbiati – altre prescrizioni, altre assoluzioni possono essere
concesse. Nel dato complessivo le condanne sono una minoranza dei
casi, perché intervengono queste forme che fanno parte della
logica processuale”.
I più colpiti da querela sono i quotidiani nazionali con
il 72 per cento, seguono i periodici con il 21 e successivamente
le reti televisive (5%) e i quotidiani locali (2%). Per quanto riguarda
la tipologia degli articoli diffamatori, i più colpiti sono
quelli di cronaca (44%), critica (40%) e infine le interviste (16%).
Guida alla rete
La
ricerca dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia
Ducato
Online/Magistrati record di querele
Dossier di Tabloid/Sentenze del Tribunale Civile di Milano 2003-2004
Dossier di Tabloid/Sentenze del Tribunale Penale di Milano 2003-2004
Che cosa è il reato di diffamazione?
Secondo Convegno regionale “Giustizia e Informazione”,
relazione di
Franco Abruzzo sulla diffamazione
(7 marzo 2007) |