|
Giornale online, ma anche agenzia stampa e testata che vende servizi
editoriali: è questo il lavoro dei “reporter di pace”.
Per raccontare la guerra dal punto di vista dei civili, di chi la
subisce. E diffondere la cultura della pace.
“Sono l’unico giornalista straniero nel sud dell’Afghanistan:
io ho la fortuna di poter sfruttare come appoggio l’ospedale
di Emergency, ma tutta la zona è off limits”. Enrico
Piovesana, inviato di Peacereporter a Laskar-gah,
ogni giorno racconta la guerra tra talebani e forze Nato. “Ora
non riesco a muovermi dall’ospedale perché la situazione
fuori è molto critica. Pochi giorni fa una bomba kamikaze
è caduta a pochi metri dall’edificio e sono stato colpito
da calcinacci”.
Come lui, altri dieci inviati in giro per il mondo, tra Africa,
Asia e America. È Peacereporter, quotidiano online,
agenzia di stampa e servizi editoriali, nato nel 2003 sulla base
dell’esperienza di Emergency e in collaborazione con Misna
(agenzia stampa internazionale degli Istituti Missionari), per raccontare
la guerra e la pace nel mondo. È presente in tutti i paesi
tuttora teatro di conflitti, dalla Somalia alla Colombia, dall’Iraq
al Sudan.
“L’idea di Peacereporter - dice il direttore
Maso Notarianni – nasce dall’esigenza
di avere più informazione sulle guerre in corso nel mondo
e anche sugli esteri in generale. Le pagine di Esteri dei giornali
italiani trattano solo Europa o Usa”.
Sempre in prima linea. Il lavoro di Peacereporter, soprattutto
nello scenario mediorientale, è balzato all’attenzione
del grande pubblico negli ultimi mesi. È stata la prima testata
a diramare la notizia e i particolari dei sequestri dei giornalisti
italiani Gabriele Torsello e Daniele Mastrogiacomo,
ostaggio dei talebani nel sud dell’Afghanistan.
Ma già prima era in Iraq, per dare le notizie dei bodyguard
sequestrati: Quattrocchi, Cupertino, Agliana e Stefio.
Il rapimento e la morte di Enzo Baldoni, il cui
cadavere non è stato mai ritrovato.
Nel carcere di Sheberghan, in Afghanistan, Enrico Piovesana
è entrato, primo giornalista a riuscirvi, per testimoniare
le condizioni in cui i prigionieri talebani venivano tenuti. Immersi
nella sporcizia, denutriti, malmenati e torturati. Molti dei reclusi
erano morti, praticamente decimati dalla violenza e dall’assenza
di cure mediche.
“Sono l’unico giornalista straniero nel sud dell’Afghanistan
- dice ancora Enrico Piovesana - io ho la fortuna
di poter sfruttare come appoggio l’ospedale di Emergency,
ma tutta la zona è off limits. Solo la Reuters è
presente in qualche modo, grazie alla protezione delle truppe inglesi.
Ma si appoggia a giornalisti afgani”.
“C’è
stato un anno rodaggio –spiega Notarianni
– in cui abbiamo costruito la rete dei collaboratori.
Ci siamo rivolti a cooperanti, missionari e contatti che avevamo
in giro per il mondo con associazioni umanitarie. Poi abbiamo
stretto legami con giornali locali, free-lance e altri, più
di 100 in totale”.
Alessandro Grandi è inviato per Peacereporter
in America centrale: Venezuela, Bolivia, Haiti e Messico.
“Abbiamo seguito l’Inter in Chiapas – racconta
– per la sfida contro la selezione degli zapatisti.
In quell’occasione abbiamo contattato emissari del subcomandante
Marcos, che ci hanno anche consegnato una lettera di ringraziamento
da parte sua”.
E ancora, nelle zone più pericolose: “Ad Haiti
– continua Grandi – abbiamo visitato le bidonville.
A pochi metri si sentivano colpi di mitra, mi ricordo che
ero al telefono con l’Italia. Io ero tranquillo perché
i capi dei ribelli mi avevano assicurato l’incolumità.
All’altro capo del telefono non tanto invece”.
|
|
Chiunque può collaborare con Peacereporter, scrivendo
articoli e raccontando storie. Il direttore conferma che “ogni
nuova fonte va verificata per bene prima di diventare un collaboratore
fidato. E cerchiamo sempre di avere più voci dallo stesso
posto”.
Peacereporter è una cooperativa editoriale, formata dai
giornalisti e da soci sovventori, e vende i suoi articoli e servizi
a varie testate, grandi e non (tra cui l'Espresso, Diario,
il Venerdì di Repubblica e Rainews24).
Marco Formigoni dell’area stampa spiega che
“gli inviati prima di partire compilano un progetto di viaggio
e di lavoro. Noi in base a queste indicazioni contattiamo le varie
testate per la vendita dei servizi. Spesso la vendita avviene dopo
il ritorno dell’inviato, e riguarda comunque pezzi e foto
inediti”.
Il sito del quotidiano online, www.peacereporter.net,
intende seguire gli avvenimenti nell'ottica della popolazione civile,
cioè di chi la guerra la subisce, non di quella dei governi.
Le sezioni sono diverse e articolate, divise per argomenti generali
(conflitti, reportage, storie, interviste, dossier…) con all’interno
nuove pagine per settori specifici (soprattutto temi sociali come
donne, bambini, ambiente, armi, popoli, religione, sport…).
Dall’ archivio delle guerre in corso, si può accedere
alle schede relative ai singoli conflitti.
Guida alla rete:
Peacereporter
Misna
In stitute for
war and peace reporting
Emergency
(2 aprile 2007) |