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I giornali online arricchiscono le funzionalità interattive per i lettori ma il rischio sta nel "digital devide"

Web 2.0: giornali sempre più aperti,
ma non per tutti

di Maurizio Molinari

Non è solo La Gazzetta dello Sport a puntare molto sul Web 2.0. Tutti i portali dei maggiori quotidiani europei sono ormai infarciti di contenuti generati dai lettori. Campo libero alla partecipazione dal basso. Ma, come per tutte le innovazioni,
c’è sempre chi rischia di restare indietro, tagliato fuori: è il caso dei disabili.

 

Un fenomeno che dovrebbe essere includente rischia di escludere o emarginare una fetta consistente di lettori e navigatori: le persone affette da disabilità motorie o sensoriali per i quali i grandi portali risultano poco fruibili. Abbiamo fatto un giro sui siti dei maggiori quotidiani italiani ed europei per valutare lo stato dell’arte sia per quanto riguarda il web 2.0 che per i problemi di accessibilità accentuati dal suo sempre maggiore utilizzo.

Viva l’interattività

Alcune caratteristiche risultano comuni a tutti i siti analizzati: in particolare la possibilità di sottoscrivere feed rss che permette, a chi sceglie questo servizio, di essere costantemente aggiornati sulle notizie pubblicate online. In secondo luogo la possibilità di navigare i portali in mobilità, utilizzando palmari o cellulari di ultima generazione. Infine molto spazio alle opinioni dei lettori, ai quali viene chiesto di esprimersi attraverso sondaggi e forum.

Le difficoltà dei disabili

Sul versante accessibilità, quel che colpisce immediatamente è l’enorme quantità di link contenuti nelle homepage di tutti i portali: si supera costantemente il centinaio e si arriva a punte di oltre trecento. In questo mare di collegamenti ipertestuali un non vedente, ad esempio, rischia di navigare alla deriva, sebbene la voce del suo screen reader cerchi di fargli da bussola. Per orientarsi un minimo, deve armarsi di una buona dose di pazienza e avere a disposizione un discreto lasso di tempo. Oltretutto diversi link e immagini non sono “parlanti”, cioè non hanno etichette che indichino alle tecnologie assistive, utilizzate dai disabili, cosa succederà nel cliccarli e così, per tornare all’esempio del cieco, egli andrà completamente alla cieca. Inoltre, un altro problema è dato dall’utilizzo di java script che portano le pagine ad aggiornarsi costantemente. Mancano infine, su tutti i portali dei quotidiani, combinazioni di tasti rapidi che guidino nella navigazione quei disabili che, per diversi motivi, non possono utilizzare il mouse, e nessun portale prevede strumenti per adattare il font e le dimensioni dei caratteri o il contrasto dei colori a vantaggio degli ipovedenti.

Il Web 2.0 nel Belpaese

In Italia, La Repubblica e La Stampa battono il Corriere della Sera nell’utilizzo del Web 2.0. Il quotidiano fondato da Scalfari, oltre alle caratteristiche più comuni, garantisce agli utenti la possibilità di chattare in videoforum con personaggi famosi (questa settimana è la volta del ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini) e permette a chiunque lo desideri, attraverso Kataweb, l’apertura gratuita di un blog.

Anche La Stampa offre ai suoi lettori diverse modalità di interazione e partecipazione: discussioni con i giornalisti, forum, sondaggi, blog dei lettori con tre tipologie di prezzo (dalla basic alla pro), possibilità di inviare foto, audio e video. Il quotidiano torinese, inoltre, è l’unico in Italia a fornire gratuitamente, ai non vedenti, una versione accessibile in solo testo che contiene, in digitale, gran parte degli articoli del giornale venduto in edicola.

Sul portale del Corriere della Sera, invece, non c’è l'opportunità di creare blog. Ci sono però sondaggi e forum, anche in video, in cui discutere su argomenti di attualità con i giornalisti della redazione.

E all’estero?

In Spagna El Pais utilizza ampiamente il Web 2.0, con una sezione denominata “participa”, in cui i lettori non solo possono dare opinioni sugli articoli del giornale ma persino suggerire correzioni alla redazione. Nella sezione “yo, periodista” possono anche cimentarsi col giornalismo, raccontando storie e proponendo foto.

In Inghilterra a distinguersi per originalità è The Sun che, nella sezione “got a story?”, chiede ai lettori di vendere al giornale le loro notizie, spiegando chiaramente come muoversi per proporle alla redazione e quanto una storia verrà pagati.

Più sobri e meno interattivi i siti di The Guardian e The Times, anche se il primo offre un servizio di blog e una sezione dedicata a chat e discussioni dei lettori, mentre il secondo ha recentemente fatto il restyling al sito - con la possibilità per i navigatori di commentare gli articoli.

I portali inglesi, comunque, risultano in generale di discreta accessibilità, poco pesanti da caricare e con un buon uso dei livelli di intestazione, delle etichette per link e immagini e di didascalie nella pagina che permettono ai disabili visivi di capire immediatamente dove si trovano.

Poco da aggiungere a quanto già detto, se si naviga nei siti francesi di Le Monde e Le Figaro e in quelli tedeschi della Frankfurt Allgemeine e della Sueddeutsche Zeitung. Degna di nota solo la discreta accessibilità del sito di Le Figaro, che attraverso la nidificazione delle tabelle e l’utilizzo di menù ben progettati permette ai disabili di muoversi con relativa efficienza e rapidità nel portale. La Sueddeutsche Zeitung, invece, si contraddistingue per la sezione Suedcafé, una comunità in cui i lettori possono conoscersi meglio scambiarsi opinioni e aprire un loro libro degli ospiti.

Portali più accessibili, che fare?

Infine torniamo al futuro dell’accessibilità col Web 2.0. Steven Sintini, del Cnipa (Centro Nazionale per Informatica nella Pubblica Amministrazione) è convinto che “per costruire siti accessibili, anche utilizzando il web 2.0, sia necessario innanzitutto usare dei buoni content management system (i programmi che si usano per la pubblicazione online di contenuti, N.d.r.). Poi – aggiunge – va fatto un discorso di cultura dell’accessibilità. Molti web manager non si pongono nemmeno il problema, ma non perché non siano interessati. E’ che spesso ne ignorano l’esistenza e la portata. Anche il realizzare doppie versioni dei siti, una solo testo e una grafica, crea diversi problemi, fra cui il più ostico è quello di tenerle entrambe aggiornate. In Italia – conclude – c’è la legge Stanca che obbliga sia la pubblica amministrazione che le aziende private a rendere accessibili i loro siti ma, con il privato, l’obbligo resta puramente teorico perché non sono previste sanzioni né organi di controllo”.


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