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Un confronto tra le diverse linee editoriali dalle parole di due
giornalisti che hanno seguito il caso da vicino. Prudenza e pochi
dettagli alla base della scelta del Giornale. Molto più decisa
la linea de la Repubblica: pubblicati i racconti dei bambini e i
particolari dei giochi erotici presenti nell'ordinanza.
“Abusi sui bimbi della materna: sei in manette”.
E’ il titolo apparso a pagina 15 del Giornale il 25 aprile,
giorno in cui lo scandalo di Rignano Flaminia è venuto a
galla su tutti i quotidiani nazionali. Del caso si è occupato
Massimo Malpica, cronista di Roma.
Il Giornale si è mostrato cauto: pochi dettagli,
nessun virgolettato con le dichiarazioni dei bambini, nessuna allusione
ai video nel titolo. E neanche un richiamo in prima pagina.
La linea del nostro giornale è orientata verso una decisa
prudenza, anche se poi molto dipende dalla coscienza del cronista
che scrive. Ci sono troppi elementi che suggeriscono cautela e il
caso è troppo clamoroso. Se non ci sono certezze di innocenza
o colpevolezza la prudenza deve essere d’obbligo. Sulla questione
dei video destinati al mercato pedopornografico gli inquirenti non
si sono sbottonati: ci sono delle ipotesi, ma nessuna prova.
Sul trattamento dei dati sensibili come vi siete comportati?
I nomi degli indagati sono stati resi pubblici dalle agenzie, per
cui la questione della tutela della privacy era già saltata
in partenza. E si tratta comunque di maggiorenni. La normativa per
la tutela dei minori è invece molto chiara, ci si basa su
quanto riportato nella Carta di Treviso. Su questo credo non ci
siano dubbi e nessun giornale ha pubblicato i nomi dei bambini,
che erano noti dagli atti giudiziari.
Altri giornali hanno riportato più dettagli, citando
quanto riportato nell’ordinanza di custodia cautelare. Come
ha trovato queste decisioni?
Trovo che molti quotidiani abbiano esagerato con i dettagli dei
giochi erotici: è il classico danno collaterale generato
da vicende di questo tipo. Quando ci sono scandali così grandi,
e per di più ci sono di mezzo dei bambini, ci si lascia prendere
dalla morbosità. Personalmente mi sembrava superfluo sottolineare
il tipo di “gioco”, una volta che si era fatto capire
l’entità delle molestie. C’è un limite
naturale da non varcare: inutile entrare nei dettagli, si finisce
per sottolineare cose superflue.
Anna Maria Liguori ha seguito la vicenda per
la Repubblica. “Droga e stupri sui bimbi a scuola. Sei arresti,
fra loro tre maestre”, il titolo comparso a pagina 18 il 25
aprile. L’articolo principale è accompagnato da un
pezzo in cui ci sono i racconti dei bambini (“Quel giorno
mia figlia mi disse: mamma, ho visto l’uomo nero”, il
titolo).
La Repubblica è stato uno dei giornali più
prodighi di dettagli. Chi ha deciso la linea da seguire? C’è
stata una riunione di redazione?
No, non c’è stata nessuna discussione. Il caso era
passato dalla magistratura, c’erano degli atti e i fatti erano
ormai molto avanti, visto erano emersi già a ottobre dello
scorso anno. C’era poco da discutere: gli atti giudiziari
sono emblematici.
Non avete avuto alcun dubbio a pubblicare quanto riportato
nell’Ordinanza?
La linea del giornale è stata chiara: il direttore
ha dato l’ok per la pubblicazione di tutto quanto fosse presente
negli atti giudiziari. Tra le altre cose c’erano le testimonianze
dei bambini e le abbiamo riportate.
Sul trattamento dei dati sensibili come vi siete comportati?
Gli arrestati sono tutti maggiorenni, quindi non c’era nessun
tipo di problema. Tra l’altro i loro nomi erano presenti nelle
agenzie. Il taglio degli articoli era focalizzato sulla questione
dell’arresto, i bambini invece non erano più in causa.
Nell’occhiello in prima pagina si legge: “la
banda filmava i piccoli e vendeva i video”. Non è un’affermazione
imprudente?
Non c’è nessun riscontro certo sulla questione, ma
dalle dichiarazioni dei bambini e da quanto emerso nei loro colloqui
con la psicologa è emerso questo.
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Media: giusto raccontare. Sì, ma come?
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(4 maggio 2007) |