| Nei
giornali, nei telegiornali e specialmente nelle agenzie di stampa,
cresce il numero dei giornalisti che parlano o studiano lingue orientali.
Ma il più delle volte senza l'aiuto della testata.
(Nell'immagine la scritta araba
"sahafah italyah" che significa "stampa italiana")
C’è un prima e un dopo. In mezzo una data: l’11
Settembre. Termini come Al Qaeda, mujahiddin,
mullah, sono entrati da quel giorno a far parte del nostro
vocabolario e le maggiori redazioni hanno cominciato a cercare arabisti,
esperti ed interpreti.
L’arabo è una delle lingue più difficili da
imparare. Eppure sta crescendo il numero di giornalisti che decidono
di studiarlo. Nelle principali testate lavora in media un redattore
che ha studiato o sta studiando l’arabo o un’altra lingua
orientale (cinese, giapponese).
Per quanto riguarda la carta stampata, a Repubblica lavorano
due redattori a tempo pieno che hanno studiato o stanno studiando
l’arabo: Francesca Caferri ed Elena
Dusi. Al Corriere della Sera, oltre al Vicedirettore
Magdi Allam conosce l’arabo Cecilia
Zecchinelli mentre Paolo Salom parla cinese.
Anche al Messaggero, due giornalisti si stanno cimentando
con lo studio della lingua araba: Angela Padrone,
Vicecaporedattore centrale e Pietro Piovani della
redazione economica.
Il Sole 24 ore, la Stampa, il Giornale
e il Manifesto, invece, si affidano solo a corrispondenti
e a interpreti. “Alla gente interessa più la cronaca
che la politica estera. E poi c’è internet che ha rafforzato
il ruolo dell’inglese eliminando la necessità di studiare
queste lingue”, spiega Marcello Foa, caporedattore
Esteri del Giornale.
Radio e tv confermano il trend positivo. Radio Popolare
ha due giornalisti che conoscono l’arabo e uno il cinese.
A Radio 24 c’è un’arabista, Cristina
Balotelli, mentre al Gr Rai lavora Maria
Teresa Gianniti, giornalista degli Esteri appassionata
di arabo.
Discorso simile per la televisione. Al Tg1 Rai Paolo
Di Giannantonio studia arabo da un paio d’anni. A
La7 uno conosce il cinese e una l’arabo. In controtendenza
il Tg5 dove non ci sono redattori esperti di lingue orientali.
Il numero dei giornalisti che studiano queste lingue è destinato
a crescere in futuro. Un’indagine del Ducato online,
presso le principali scuole di giornalismo riconosciute dall'Ordine,
ha rilevato che negli ultimi bienni c’è stata una media
di due praticanti studiosi di arabo, cinese o giapponese.
Questo andamento rispecchia la crescita generalizzata del numero
di ragazzi che decidono di studiare l’arabo. All’Orientale
di Napoli, per esempio, gli studenti di lingue orientali sono
passati dalle dieci unità del 1999 alle 300 attuali.
La tendenza è ancora più chiara nelle agenzie di
stampa. Alla redazione Esteri dell’Ansa lavorano
22 giornalisti. Tra loro uno parla arabo e un altro giapponese e
cinese. L’Agi, che ha nel suo organico un redattore
che sa l’arabo, aprirà presto una redazione cinese
composta da soli giornalisti madrelingua. Nella redazione Esteri
dell’Apcom c’è un arabista e un redattore
che conosce il giapponese. “Lavoriamo sul minuto. Avere giornalisti
che conoscono l’arabo ci è utile tutte le volte che
c’è una notizia in evoluzione: un attentato, un rapimento.
Solo così possiamo essere sicuri di anticipare la concorrenza”,
afferma Antonio Moscatello della redazione Esteri
dell’Apcom.
Un caso particolare è quello dell’Adnkronos
International. Nel 2003 l’agenzia ha deciso di investire
su un canale arabo d’informazione, dividendolo in tre flussi
linguistici: italiano, inglese e appunto arabo. Flussi costituiti
da quattro madrelingua e da italiani che hanno studiato la lingua
di Maometto.
Elisa Pierandrei è una dei tre giornalisti
del flusso italiano. Ha studiato arabo all’Università
di Venezia e ha fatto un master di giornalismo al Cairo: “Tutti
studiavano inglese e francese. Io volevo dedicarmi ad una lingua
più rara. Così ho optato per l’arabo. Ma sono
ancora pochi i laureati in questo ramo. È una lingua difficile.
Per questo i pochi arabisti trovano lavoro nelle agenzie, bacini
d’utenza dei quotidiani”.
In redazione è la passione a giustificare la tendenza verso
le lingue orientali. I giornali, infatti, non incentivano la scelta
di chi, con una professione già avviata, decida di dedicarsi
allo studio di cinese e arabo. Manca una mentalità formativa
e una sensibilità aziendale allo studio di lingue che non
siano l’inglese.
Cristina Balotelli lamenta: “Sono poche
le redazioni che pagano corsi di lingua ai propri redattori. Da
un anno studio arabo a mie spese. Ho richiesto che mi venisse pagato
il corso, ma la domanda è caduta nel vuoto. Radio 24
quest’anno ha finanziato 13 corsi, tutti d’inglese,
siamo ancora a questo punto!”.
I soldi per organizzare corsi di lingua in alcuni casi ci sono,
ma non bastano. Francesca Caferri: “Studio
arabo da un anno ma il giornale non paga. O meglio c’è
una dotazione generale di fondi per lo studio delle lingue da dividere
tra quanti ne fanno richiesta. Ma è un budget che non copre
tutte le spese”.
Difficile poi conciliare lavoro e studio. “Il nostro lavoro
ha ritmi massacranti quindi l’apprendimento procede a fatica,
dice Angela Padrone che da tre anni studia arabo
per interesse personale. Frequento lezioni private, invece ci sarebbe
bisogno di una buona scuola di arabo. Nel nostro paese non c’è
una tradizione d’insegnamento di questa lingua”.
Nonostante la relativa diffusione delle lingue orientali tra i
giornalisti, nelle redazioni italiane è ancora viva l’invidia
verso i colleghi di altri Paesi. “Le grandi testate straniere
hanno programmi e strutture più efficienti, spiega Paolo
Salom. L’inviato spesso conosce per tempo la sua
destinazione ed è in grado di prepararsi adeguatamente anche
dal punto di vista linguistico. In questo noi corriamo dietro loro”.
Guida alla rete:
Il mondo arabo in Italia
Centro
studi del vicino Oriente di Milano
L'Accademia di cultura araba
Istituto
italiano per l'Africa e l'Oriente
"L'Orientale"
di Napoli
( 16 maggio 2007) |