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Ridere da musulmani?
Su Yalla Italia si può

di Cristiana Salvagni


Nasce il primo giornale pensato e scritto da giovani italo-arabi di seconda generazione. Un mensile per parlare con leggerezza del mondo e della loro cultura d’origine. Partendo dall’umorismo.

 

«È fatta! - esclama un uomo barbuto vestito di una lunga tunica bianca - Ho finalmente ripudiato le mie tre bambole gonfiabili!», e fregandosi le mani si allontana da una pattumiera da cui spuntano tre paia di gambe femminili. «No caro, non è un velo – spiega una ragazza egiziana indicando una hijab, il copricapo con cui le donne musulmane coprono la testa, fatta di capelli – È una nuova acconciatura che si chiama “tradizione e modernità”».

Sono solo due delle vignette pubblicate sul primo numero di Yalla Italia (“Vai Italia”), supplemento mensile del settimanale non profit Vita, uscito sabato 26 maggio. Barzellette, racconti di vita quotidiana, caricature e sfottò, tutti sul mondo e sulla cultura araba: “Ridere da Musulmani” è, questo mese, il tema portante.

A fare il giornale, infatti, sono loro: musulmani – più o meno praticanti – che vivono in Italia. Otto pagine per sei redattori: Buthaina, Karim, Hassan, Lubna, Rassmea e Sarah. Quattro ragazze e due ragazzi, studenti universitari e liceali, nati e cresciuti in Italia da genitori egiziani, marocchini e tunisini. Arabi di seconda generazione che desideravano uno strumento per raccontarsi, parlare di integrazione e dialogare con i coetanei e con la società in cui vivono. Sotto la guida di Paolo Branca, docente di Letteratura araba all’Università Cattolica di Milano, e Martino Pillitteri, responsabile della comunicazione dell’Associazione Italo-egiziana, hanno pensato e scritto il nuovo inserto. Cominciando con lo humor.

Scherzi interculturali tra gli amici. Metti una sera a cena, o in giro, una giovane italiana musulmana e una giovane italiana pugliese con il voto del 4 nelle materie scientifiche: «Perché non torni in Puglia?!», «E tu perché non torni in Africa dai cammelli e i beduini?!», «Hai qualcosa contro? Gli antichi egizi ti hanno portato la matematica e la scienza!», «Grazie, se lo potevano risparmiare!».
In famiglia: tra mamma e papà è come stare a Zelig. Da una parola storpiata dai genitori, da ogni frase di italiano arabizzato, esce uno spettacolo di carabet: “pollo” scambiato per “bollo”, “pasta” con “basta”. Oppure al mercato: la mamma non ha ancora capito che non è a un suq arabo, dove può contrattare il prezzo della merce. Le mani gesticolano e la voce si alza: «Brendo tre paghi dua, dài dài», poi se si gira si ritrova i figli tre o quattro bancarelle più in là.
Gag e sfottò a scuola. Per i compagni di classe si diventa l’Infedele. Quando? Quando la prof di italiano spiega, un po’ imbarazzata, che Dante vedeva così i musulmani delle crociate.

Eccoli i racconti dei giovani italiani musulmani: scene di vita quotidiana, dove l’incontro tra due culture non dà vita a scontri, ma a siparietti buffi. A casa, a scuola, per strada e nei locali. Perché narrare questi episodi usando la chiave dell’ironia? Alla base ci sono l’esigenza e l’obiettivo di integrazione. Si ride sui propri difetti e così si sfatano un po’ gli stereotipi.

«Quello che fa fatica a questi ragazzi – spiega il professor Branca – è fare parte di una comunità considerata problematica dalle persone intorno: non possono bere, né mangiare carne di maiale né andare in spiaggia. Questa è l’occasione per dare loro l’idea di appartenere a una collettività che non è di sfigati». E dal punto di vista della società in cui vivono? «Si è diffuso il parere che nel mondo musulmano non si può fare niente né parlare di niente. In realtà non è vero: al lettore italiano si vuole far capire che non è una cultura in cui tutto è proibito, ma anche leggera, in cui si può scherzare».

Proprio la leggerezza rimarrà il registro dei prossimi numeri di Yalla Italia. «Questi giovani – continua Branca – si sentono italiani: finalmente hanno la possibilità di parlare del loro lato arabo in modo tranquillo, senza cadere nei pregiudizi».
Così di mese in mese affronteranno gli argomenti che più hanno a cuore: le differenze generazionali tra i genitori immigrati e i figli nati in Italia, il velo, i matrimoni misti, il rispetto del ramadan e la libertà di critica ai precetti religiosi.

Yalla Italia è un giornale monografico che non vuole trattare opinioni e idee generali, ma affrontare di volta in volta casi e problemi concreti, a partire dal vissuto e dalle esperienze un po’ paradossali dei redattori.

«Lo scopo – racconta Paolo Branca – era dare voce a questi ragazzi». Per circa un anno si è discusso su che forma scegliere per questo progetto. Poi il settimanale Vita – che ha una diffusione media di 45 mila copie, tra cui 15 mila abbonati – ha creduto all’idea e ha deciso di dedicare loro spazio.

Realizzato il sogno, se ne fa subito avanti un altro: diventare una testata autonoma.

 

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