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Guerra di mafia e terrorismo:
i giornalisti caduti sul fronte italiano

di Pasquale Filippone

 

Undici uccisi e sette feriti dal '60 a oggi. Il picco negli anni 70-80. Sono più dei colleghi morti all'estero nelle guerre "vere".
A maggio una giornata per ricordarli.
Il Ducato online ha parlato con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso.

(nella foto: locandina del World Press Freedom Day)

Erano da poco passate le 23 quando nel viale principale di Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese, il rumore di tre spari attirò una folla di persone intorno a una Renault 5 posteggiata sul lato destro della strada. Era l’8 gennaio del 1993 quando tre pallottole uccisero Giuseppe Alfano, giornalista della Sicilia e ultimo cronista italiano ammazzato in Italia per il suo mestiere.

Negli ultimi quarant’anni i giornalisti uccisi o gravemente feriti in Italia, perché svolgevano il loro dovere di informare, sono stati 18, 15 dei quali colpiti tra il 1970 e la fine degli anni ’80. Anni di terrorismo, di stragi, dell’esplosione del fenomeno mafioso. Anni in cui anche i giornalisti erano sotto tiro, come in guerra. Basti pensare che dal ‘45 ad oggi sono stati uccisi più giornalisti sul “fronte italiano” che nei conflitti all’estero: 11 contro dieci, nove dalla mafia e due dal terrorismo. Di questi, cinque avevano tra i 24 e i 33 anni.

Adesso l’Unione cronisti italiani (Unci) vuole ricordare tutti i colleghi caduti, “nell’esercizio del proprio dovere di informare”, con una manifestazione in programma il 3 maggio a Roma in concomitanza con la Giornata mondiale della libertà dell’informazione indetta da Onu e Unesco. “Ci sono colleghi – spiega il presidente Guido Columba – che sono ricordati con premi giornalistici, altri con singole manifestazioni, la giornata in Campidoglio renderà omaggio a tutti loro, rendendo più evidente il tributo pagato dai giornalisti italiani alla democrazia”.

Alcuni non erano neanche giornalisti professionisti, ma collaboratori, pubblicisti. Come Giancarlo Siani, l’unico ad essere assassinato dalla Camorra. Stava tornando a casa dalla redazione del Mattino dove collaborava. Prima di uscire dal giornale aveva ricevuto la notizia che sarebbe diventato praticante. Morì qualche ora dopo, colpito da due killer nel quartiere Vomero di Napoli.

Dei nove giornalisti uccisi dalla criminalità organizzata otto sono stati ammazzati in Sicilia: Cosimo Cristina (il primo giornalista vittima della mafia), Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Giuseppe Impastato, Mario Francese, Giuseppe “Pippo” Fava, Mauro Rostagno e Beppe Alfano.

“In Sicilia la mafia uccide anche chi, attraverso la propria attività di informazione, cerca di contrastarla”, spiega Pietro Grasso, Procuratore nazionale antimafia. “E’ un’organizzazione criminale che si preoccupa dell’opinione pubblica e di come questa può essere influenzata. Questa è una caratteristica abbastanza singolare. La mafia cerca di catturare il consenso della gente, per questo motivo, come avviene nei regimi totalitari, elimina fisicamente chi tenta di contrastarla, anche con la parola”.

Francesco Viviano, storico inviato di Repubblica a Palermo ricorda che “negli anni 80 Cosa Nostra non ammazzava solo i giornalisti, ma anche magistrati, investigatori, politici. Non consentivano interferenze di alcun tipo”.

Gli anni della guerra di mafia corrispondono in gran parte con gli anni del terrorismo, durante i quali i bersagli delle Br non erano soltanto giudici, politici, poliziotti, ma anche esponenti del mondo dell’informazione. Due i giornalisti assassinati: Walter Tobagi, inviato del Corriere della Sera e Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa. Ma potevano essere molti di più. Sette furono i feriti, alcuni gravemente. Uno fu Emilio Rossi, all’epoca direttore del Tg1. “Fui centrato ad entrambe le gambe vicino a piazzale Clodio, mentre stavo andando in redazione. Mi soccorse un funzionario del Centro di produzione. Il mio fu il terzo attentato nel giro di tre giorni, dopo quello di Vittorio Bruno a Genova e Indro Montanelli a Milano. Un pentito durante il processo ha riferito che la prima decisione era di uccidermi, poi degradata in gambizzazione”.

Mario Francese, del Giornale di Sicilia, fu assassinato da Cosa nostra nel ’79, per aver analizzato in profondità l'organizzazione mafiosa di Corleone, con le sue spaccature e il potere delle famiglie e dei boss. “Ho conosciuto Francese – ricorda Pietro Grasso – quando ero un giovane Sostituto procuratore a Palermo. Fu uno dei primi giornalisti a fare vere e proprie inchieste sulla mafia e a parlare di Totò Riina. Era un cronista coraggioso, che scelse di denunciare Cosa nostra”.

“All’epoca collaboravo con Il Giornale di Sicilia – racconta Viviano – ero agli inizi della mia carriera e con Francese una sera andammo a Corleone, perché avevano ammazzato un vice pretore onorario. Andammo con la mia macchina, ma guidava lui, dato che conosceva bene le strade del paese. Ricordo che l’indomani pubblicammo tre pagine. Due settimane dopo lo ammazzarono”.

Secondo uno studio sulla libertà di stampa realizzato dall’organizzazione umanitaria “Reporter senza frontiere” i giornalisti italiani continuano ad essere minacciati da gruppi mafiosi. “Adesso – spiega Pietro Grasso – non si arriva più all’omicidio. La mafia tenta di bloccare queste voci dissonanti attraverso le intimidazioni. Evidentemente ritengono che questo può bastare. Almeno, nella valutazione di certe organizzazioni, quando si raggiunge l’effetto non c’è bisogno di usare un mezzo che può produrre danni e reazioni come l’omicidio”.

“Hanno sempre cercato di intimidirci sin dagli anni ’80”, racconta Viviano. “Oggi continuano a farlo, a volte in maniera subdola, altre in modo più esplicito, tentando sempre di condizionarci. Ci sono casi di persone mandate da mafiosi che ti avvicinano e ti inviano messaggi chiari ed espliciti. Una volta dei tizi mi hanno chiesto dove abitasse mia madre. Questo era un messaggio chiaro. Anni fa, invece, mi hanno bruciato la macchina”. Viviano, però, di una cosa è fiducioso “se tu stai sempre in mezzo, se fai il tuo lavoro, in maniera precisa ed onesta difficilmente potrà capitarti qualcosa”. Ma, dice, rispetto agli anni ’80 è una situazione da acqua minerale: “Tra il ‘70 e il ‘90 c’era la guerra. Miglia di morti, lupare bianche, omicidi eccellenti. Adesso questo non si verifica più. Adesso la Calabria è diventata come la Sicilia anni 70-80. C’è una pressione terrificante. Ci sono giornalisti che cercano di uscire fuori, ma fanno fatica perché tutto è controllato”.

Proprio in Calabria, è stata spedita una busta contenente un proiettile, insieme ad una lettera minatoria, ai direttori del Quotidiano della Calabria, e del quotidiano Calabria Ora. A Leonardo Rizzo, direttore di Radio Centrale Cariati, del ponte-online.it e corrispondente della Gazzetta del Sud, hanno dato fuoco al portone di casa. Un esempio della scia di minacce ed intimidazioni contro i cronisti che continua: la lettera con dentro proiettili inviata al direttore del Sole24ore, Ferruccio De Bortoli, al direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli e a Ezio Mauro, direttore di Repubblica, il danneggiamento dell’auto di Nino Amadore, giornalista del Sole24ore-Palermo, o i cavi tranciati, per la terza volta in cinque mesi, all’emittente televisiva Tele 8 di Mazzara del Vallo.

E poi c’è la storia di Lirio Abbate dell’Ansa Palermo e corrispondente della Stampa. L'unico giornalista presente al momento della cattura di Bernardo Provenzano e il primo a darne la notizia con tutti i particolari. Adesso Abbate è oggetto di intimidazioni. Solo grazie alla scorta, che lo segue dal maggio del 2007, è riuscito a scampare lo scorso settembre un attentato.