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"Giusto processo" e media
scontro Italia - Gran Bretagna

di Massimo Morici

 

L’omicidio di Meredith Kercher a Perugia ha portato gli usi della cronaca nera e giudiziaria italiana fino in Inghilterra. Suscitando scandalo. Polemiche sul Times. Che cosa sarebbe successo se una ragazza italiana fosse stata uccisa in Gran Bretagna?

(Nella foto: Meredith Kercher)

Se Meredith Kercher fosse stata uccisa a Leeds invece che a Perugia non avremmo letto che "la sua porta era aperta quando è stata trovata morta e che un suo piede era fuori dalle coperte". Non avremmo saputo che "la stanza era in disordine con il sangue sparso dappertutto", che Raffaele Sollecito aveva fumato cannabis e possedeva un’ampia collezione di coltelli e che Rudy Guede, il ragazzo ivoriano catturato in Germania, aveva precedenti per spaccio di droga.

I cronisti, anche quelli dei tabloid più popolari come The Sun, Daily Mail e Daily Express, nel nostro delitto immaginario a Leeds, non si sarebbero azzardati a scrivere questi dettagli contenuti negli atti delle indagini preliminari. Tanto meno avrebbero ipotizzato quanti e chi fossero i colpevoli prima della conclusione del processo. Le regole per i cronisti di nera nel Regno Unito sono molto restrittive e severe: gli articoli non debbono turbare il giusto processo.

Invece, i cronisti italiani, ma anche i corrispondenti britannici in Italia - che non lavorando in Gran Bretagna non sono soggetti alle regole del loro Paese - tutte queste cose le hanno scritte, tant’è che Magnus Linklater, editorialista scozzese del The Times, ha lanciato un allarme sull’imparzialità del processo in tribunale, turbato da articoli dove "fatti e speculazioni si intrecciano liberamente". Quanti dei tre sospetti arrestati a Perugia "possono aspettarsi un giusto processo, se ce ne sarà mai uno", chiedeva il giornalista scozzese, aggiungendo che "un processo sui media non è il miglior modo per garantire che la giustizia sia fatta".

Il giusto processo penale, caro alla giurisprudenza anglosassone, è garantito dal 1999 anche in Italia (riforma dell’articolo 111 della Costituzione): la persona accusata di un reato, sino a quando non vi sarà una sentenza definitiva, deve essere considerata innocente e ha il diritto a difendersi compiutamente. Ma la corsa "per riempire le pagine ad ogni costo" e la competizione tra i vari media, come ha scritto nel suo commento all’articolo del Times Catherine Wolthuizen (numero uno dell’ong Fair Trials International), "non si curano dell’impatto che certe notizie possono avere sugli imputati e sulla garanzia di essere processati equamente".

In Gran Bretagna, invece, ci sono delle restrizioni che temperano l'attitudine del cronista di anticipare i verdetti del giudice. "Quando inizia un processo – spiega Peter Popham, corrispondente a Roma per il quotidiano inglese The Independent – i cronisti devono essere molto cauti, perché se uno scrive che 'Amanda Knox è colpevole dell’uccisione di Meredith' prima della fine del processo, commette un reato che si chiama Contempt of Court (inosservanza di un provvedimento del tribunale) e rischia di finire in carcere".

Non è solo una questione di usare l'indicativo o il condizionale. Nel delitto di Perugia i più autorevoli quotidiani italiani hanno riportato non solo i contenuti delle conferenze stampa delle forze dell'ordine, ma anche tutte le indiscrezioni provenienti da fonti vicine alle indagini. Nel caso immaginario in cui Meredith fosse stata uccisa a Leeds, i cronisti britannici sarebbero stati molto cauti a scrivere una frase tipo: "dovrebbe essere stato il 'barone' (ossia Rudy Guede) a violentare Meredith" (La Stampa 19/11/2007); o domande come: "se davvero è stato Patrick ad uccidere Meredith, che cosa hanno fatto dopo? Qualcuno ha certamente tentato di pulire il sangue. Qualcuno ha rotto il vetro di una finestra nel tentativo di simulare un furto commesso da estranei. Ma chi? Possibile che nessuno di loro si sia sporcato? Che fine hanno fatto i vestiti?" (Corriere della sera 08/11/2007); o riportare referti come questo: "Meredith Kercher non fu violentata prima di essere uccisa. Luca Lalli, il medico legale che ha effettuato l'autopsia sul corpo della studentessa inglese uccisa a Perugia la sera del 1 novembre scorso, lo aveva già scritto nelle anticipazioni del suo rapporto e dopo i nuovi esami non ha dubbi" (La Repubblica 13/02/2008)

"I giornalisti da noi devono stare molto attenti – aggiunge Popham - a non scrivere queste cose prima del verdetto del giudice. Invece, qui in Italia, dall’inizio quasi dicono chiaramente chi è il colpevole: 'Questo rom ha ucciso quella donna', hanno scritto il giorno dopo molti quotidiani a proposito del delitto successo a Tor di Quinto a Roma", in cui Giovanna Reggiani venne trovata morta e con il corpo seviziato in un fosso nei pressi di una baraccopoli vicina alla stazione ferroviaria del quartiere periferico.

La differenza è nelle leggi, ma non solo. I giornalisti inglesi sono tenuti a non pubblicare tutto ciò che è in grado di disturbare l'integrità e l'equità dei processi in corso, a tutela dei quali è previsto il reato di Contempt of Court: "The greatest risk to the reporter is by publishing material which might sway a juror and thereby prejudice a fair trial" (Il più grande rischio per il reporter viene dalla pubblicazione di materiale che potrebbe sviare un giudice popolare e pregiudicare un giusto processo), si legge su media-solicitors.co.uk, un sito inglese di avvocati e consulenti specializzati nei media.

In Italia, invece, "gli atti di un procedimento penale non si possono pubblicare, ma si può parlare del loro contenuto nel momento in cui sono messi a disposizione dell’indagato – spiega l’avvocato Carlo Melzi D'Eril – e buona parte degli atti delle indagini preliminari, che sono segreti, sono messi a disposizione dell'indagato quando vi sono delle ordinanze di custodia cautelare". Questa è la regola, ma la prassi dei cronisti italiani è un po' più estesa: "Non soltanto se ne parla, ma molti riescono ad averne copia – dice Melzi d'Eril - e quindi pubblicano integralmente gli atti. Qui siamo un po' nella terra di nessuno nel senso che ogni tanto i giornalisti ne vengono addirittura a conoscenza prima dei diretti interessati".

In Gran Bretagna, invece, "è molto raro che i magistrati diano indiscrezioni ai giornalisti, cosa in Italia ritenuta normale. La nostra cultura da giornalisti – conclude Popham - dice che di queste cose se ne deve parlare solo in aula durante il processo e mai prima".

Servizio collegato:

Che cos'è il "giusto processo" in Gran Bretagna

 

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