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Diffamazione e talk show
la Cassazione detta le regole

di Valerio Mingarelli e Roberta Cifra

 

La sentenza 3597 della Corte Suprema vuole fare ordine nel caos del mondo televisivo. Ritanna Armeni di Otto e mezzo: "È solo un richiamo".

(Nella foto: Cinque giornalisti conduttoi di talk show di successo: Michele Santoro di Anno Zero, Enrico Mentana di Matrix, Giovanni Floris di Ballarò e Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni di Otto e Mezzo)

Nessuno poteva immaginare che da un piccolo processo per diffamazione del tribunale dell’Aquila, sarebbe nato un caso nazionale. Nemmeno chi è stato denunciato e poi assolto dalla Corte di Cassazione. «Sono rimasto di stucco – dice Gianfranco Colacito, responsabile della rete locale Btv chiamato in causa - quando ho visto l'eco che ha avuto il mio processo». Il motivo del contendere è un servizio andato in onda sulla Tv abruzzese della quale Colacito era direttore responsabile. Tra le persone intervistate c’era il direttore dell’areoclub dell’Aquila, che accusò il proprietario di un terreno confinante con l'aeroporto di avere fatto della zona una discarica a cielo aperto. La persona chiamata in causa ha dimostrato che l'accusa era falsa e ha deciso di intentare una causa per diffamazione. Giornalisti e direttore sono stati assolti in primo grado ma il querelante è giunto fino in Cassazione.

Fino a qui si tratta di un processo di routine, se non fosse per alcune indicazioni che la Corte esprime nella sentenza, la numero 3597 del 20 dicembre 2007. “Quando si tratta di notizie date “in diretta” – si legge sull’atto - e provenienti da una fonte “non filtrata, non si può chiedere di eseguire un controllo o di verificare la fondatezza di una notizia che al tempo steso viene fornita e diffusa”. Tuttavia il giornalista è obbligato a scegliere con cura gli intervistati e, nel caso di conduttori di talk show, anche gli invitati, “per evitare di dare la parola a persone che prevedibilmente ne approfitteranno per commettere reati, non rispettando i limiti del diritto di cronaca o di critica”.

Insomma, finché la diffamazione avviene in diretta, il problema non sussiste: il giornalista non può sapere quello che l’invitato o l’intervistato sta per dire. D’altro canto un conduttore dovrebbe evitare di invitare o intervistare noti diffamatori o personaggi che spesso rilasciano dichiarazioni offensive e infondate. Niente più liti, insulti o risse in TV dunque? Non sarà così facile visto che quello della Corte è un obiter dictum, ovvero un indirizzo, e non un'imposizione.

«La Corte – ci spiega l’avvocato Carlo Melzi D’Eril, esperto di diritto dell’informazione – ponendo estrema attenzione su questo genere di questioni, offre delle semplici indicazioni. Il criterio cardine è la verità del fatto: in alcuni casi, il giornalista può esimersi dalla verifica qualora il fatto sia di interesse per la comunità pubblica o, come in questa situazione, se si trova a raccogliere un’intervista in diretta. Il principio è evitare di mettere in piedi provocazioni e rimanere terzo e imparziale, evitando di andare in coda alle dichiarazioni di chi intervista qualora questi abbia atteggiamenti verbali poco opportuni. E’normale che il giornalista televisivo è più a rischio in tal senso».

In merito alla sentenza 3597, è ancora presto per dire se potrà portare a reali cambiamenti nelle arene televisive italiane, o meno.«Se si tratta di una raccomandazione da parte de giudici, la trovo piuttosto inutile», è il commento di Ritanna Armeni, conduttrice assieme a Giuliano Ferrara di “Otto e mezzo”, talk show di politica, attualità e cultura dell’emittente La7. «Il nostro è uno dei programmi meno rissosi, ma cautelarsi evitando di invitare soggetti che possano dire qualcosa di scomodo lo trovo ingiusto nei confronti del pubblico e, francamente, impossibile. A mio giudizio quello della sentenza è più un richiamo, visto che oggi nei salotti della tv italiana si imbastiscono spesso processi in diretta del tutto inopportuni».

Anche la conduttrice di “Otto e mezzo” nutre dei dubbi sulle conseguenze che la professione potrà subire da questo tipo di provvedimenti: «Io sono dell’idea che non ci siano intenzioni censorie da parte della Cassazione: prova a sollevare dei problemi, poi sta alla coscienza di noi giornalisti riuscire a trovare il modo di affrontarli e, se realmente ci sono, risolverli».

L a Armeni, comunque, sembra essere una delle poche a conoscere la sentenza. Alcuni giornalisti di Primo Piano, Ballarò, Anno zero e dello stesso Otto e mezzo, non ne hanno sentito parlare.