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Quando il giornalista
diventa rifugiato

di Laura Ponziani e Mariangela Modafferi

 

Sono 27 mila i rifugiati politici in Italia. Molti sono giornalisti, in fuga dal loro paese perchè non gli è garantita la libertà di stampa.


Era direttore di un quotidiano in Guinea, ora gestisce un internet point di Firenze. Aladji Cellou Camara, 32 anni, sotto le minacce del regime di Lansana Contè, ha dovuto rinunciare alla professione di giornalista. “Nel 2005 ho scritto un editoriale in cui parlavo dell’operato del governo, al potere da 22 anni. Poi sono cominciate le minacce”. Per questo Camara, dopo essere arrivato in Belgio, è stato mandato in Italia dove ha ottenuto l’asilo politico.

Il fenomeno dei profughi-giornalisti è in crescita in tutto il mondo e anche in Italia, anche se nessuno sa dire esattamente quanti, perché non esistono statistiche precise. Il Ducato online ne ha contati almeno quattro: oltre a Camara, ci sono certamente un sudanese a Trento, un afgano e un iracheno.

Sono diecimila le persone che hanno chiesto lo stato di rifugiato nel nostro Paese nel 2006. Secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni unite, i rifugiati politici in Italia sono più di 27 mila (27.761 al 31 dicembre 2005). Negli ultimi tre anni la delegazione italiana di Reporters Sans Frontières ha ricevuto tre richieste di aiuto: erano stranieri che dicevano di essere cronisti e per questo perseguitati nel proprio paese. L’associazione, impegnata nella protezione dei giornalisti in nazioni dove la libertà di stampa è repressa o nei regimi autoritari, prima di agire deve sempre verificare la verità delle storie. Delle tre richieste, solo una, quella di Camara, era autentica.
Fra le difficoltà di stabilire quanti sono i giornalisti che chiedono asilo, anche il rischio che alcuni, convinti di ottenere maggiore protezione, si dichiarino tali o inventino le minacce.

Un’esperienza, per il momento unica, di accoglienza di giornalisti rifugiati, è quella della Francia. Nella banlieue parigina di Bobigny, dal 6 maggio del 2002, esiste la Maison des Journalistes, la casa dei giornalisti in esilio. Una struttura che ogni anno ospita 30 professionisti nell’arco di sei mesi. A garantire i finanziamenti sono i media francesi, il Fondo europeo per i rifugiati e la città di Parigi. Da giugno 2002 ad oggi ha accolto un’ottantina di giornalisti provenienti da numerosi paesi: dall’Algeria a Cuba, dalla Birmania alla Bielorussia, dalla Cina al Pakistan, allo Yemen. Gli ospiti della Maison partecipano alla redazione di un trimestrale L’Oeil de l’exilé. Quest’anno il centro parigino ha vinto il Premio Nonino, assegnato dalla giuria con la speranza che esperienze del genere sorgano presto in tutto il mondo. La Germania e la Spagna hanno già avviato progetti simili e presto la Haus der journalisten e la Casa de los periodistas apriranno i battenti.

In Italia non esiste una struttura di riferimento che accoglie i giornalisti rifugiati. “Chi arriva da noi – spiega Mimmo Candito, presidente di Reporters Sans Frontières per l’Italia e inviato di guerra per La Stampa - può prendere contatti con l’associazione stampa estera a Roma, che cura la presenza di tutti i giornalisti stranieri in Italia e ha un’ampia rete di collegamenti e contatti. Può essere utile anche rivolgersi alla Federazione nazionale della stampa italiana e alle autorità di polizia”.
Ma i giornalisti vengono spesso aiutati dai normali centri di accoglienza. L’Astalli di Roma ha ospitato un cronista del Sudan, Abdelazim Adam Koko, 41 anni, che oggi vive a Trento dove è il responsabile della sede locale dell’associazione.

Succede anche che, giornalisti in pericolo, arrivino in Italia attraverso altri canali. Spesso a dar loro protezione sono i grandi giornali. È il caso degli stringer, collaboratori locali che fanno da guida agli inviati nei paesi di guerra. Due gli esempi negli ultimi mesi: un iracheno ospitato con tutta la sua famiglia, con l’aiuto di giornalisti di diverse testate, fra cui Panorama e un afgano che ha ottenuto una borsa di studio nel nostro paese grazie al quotidiano La Repubblica.

Un problema che accomuna i giornalisti rifugiati in Italia è la lingua e quindi la possibilità di continuare il proprio mestiere. “Ho fatto dei tirocini nelle radio locali per poter imparare la dizione – racconta Aladji Cellou Camara – però nessuno mi ha chiesto di scrivere un articolo perché ho ancora difficoltà con l’italiano”. Ma il lavoro gli manca, come gli manca la famiglia: “Ho sempre fatto il giornalista e ora, per colpa di un dittatore non posso più fare il mio mestiere”.

Al presidente Contè non erano piaciute le parole che Camara aveva usato nel suo editoriale, per raccontare il regime. “Ho scritto l’articolo perché è assurdo che un presidente non riesca a dare l’acqua potabile ai suoi cittadini e, nonostante questo, vincere in ogni elezione con il 99 per cento dei voti, come accadeva nell’ex Unione Sovietica”. Non era la prima volta che Camara si opponeva al governo. Nel 1999, per un suo articolo su uno scandalo finanziario che coinvolgeva un ministro, il giornale era stato chiuso e lui era finito in prigione per qualche mese.

Fra i paesi dell’Unione europea, l’Italia è quello che riceve meno richieste di asilo. Contro le diecimila domande del 2006, paesi come Francia, Regno Unito, Svezia e Germania, ne contano tra le 24 mila e le 30 mila ognuno. Ma non è solo un problema di lingua, mancano le strutture adeguate. “Ci piacerebbe fare un progetto simile alla Maison anche qui, ma non c’è la possibilità economica – sottolinea Mimmo Candito - il problema fondamentale è ottenere i finanziamenti. A Reporters Sans Frontières in Italia non abbiamo una capacità finanziaria autonoma e il progetto finirebbe per essere velleitario. In Francia è diverso: l’associazione è una grossa entità istituzionale che riceve aiuti anche dallo Stato”.

Anche il bagaglio storico e culturale è differente: “La Francia era una potenza coloniale – conclude il presidente per l’Italia di Reporters Sans Frontières - e in sostanza la Maison parigina nasce come casa di accoglienza dei giornalisti che vengono dalle sue ex colonie. L’Italia non ha una storia simile e manca una forte cultura del rapporto con i colleghi stranieri”.

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Audiogalleria: direttore in Guinea, impiegato a Firenze

 

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