|
La voglia di verità del pubblico
dà nuova vita
al documentario, da sempre cenerentola delle sale.
Il cinema scopre nuovi generi ibridi. Ma gli esperti avvertono:
"Non è giornalismo"
(Nella foto: la locandina di Fuga dal
call-center, la docufiction che sarà nelle sale a settembre
2008)
|
|
Lo stile è innovativo: 80% fiction, il resto documentario.
Federico Rizzo, giovane regista pugliese, ha scelto
di raccontare il lavoro precario nei call-center, unendo finzione
e realtà, in un prodotto che è lui stesso a definire
“docu-fiction”. Spiegando i suo film Fuga dal call-center,
in uscita la prossima estate, ne parla come di un genere misto,
in cui narrazione classica e documentario puro si uniscono in rapporto
dialettico. “La docu-fiction meglio di altri riesce a stimolare
il pubblico e aprire un dibattito propositivo su temi sociali”,
spiega Rizzo.
Una tecnica simile è utilizzata anche da Alina Marrazzi,
nelle sale il 7 marzo con Vogliamo anche le Rose, in cui
descrive il profondo cambiamento portato dalla liberazione sessuale
e dal movimento femminista in Italia a cavallo tra gli anni sessanta
e settanta.
La docu-fiction è modo diverso di fare cinema, che negli
ultimi anni sta prendendo piede in Italia e all’estero, richiamando
pubblico nelle sale. Rizzo, ad esempio, già
nel 2001 aveva sperimentato il genere con Whisky di via Nikolajewka
, in cui racconta la storia di un ragazzo che dalla Puglia va a
vivere nella periferia di Milano. Successivamente tanti altri giovani
talenti hanno scommesso sulla docu-fiction, tra cui:
• Primo amore, di Matteo Garronte nel
2004
• Vedi Napoli e poi muori, di Enrico Caria
nel 2006
Ma anche artisti affermati come Mimmo Calopresti,
sul set in questi giorni per Possibile che sia successo,
pellicola sulla tragedia dei sette operai morti nell’incendio
della Thyssen Krupp alla fine del 2007.
Per gli esperti però la docu-fiction è da considerare
una moda del momento più che un vero genere.
Secondo Paolo Mereghetti, giornalista e critico
cinematografico è necessario considerare come il messaggio
viene interpretato dal pubblico. “Il rischio è che
lo spettatore non riesca a capire cos’è realtà
e cos’è finzione”.
Luca Franco, tra i fondatori del Romadocfest,
rassegna dedicata al documentario, è addirittura scettico
sulla definizione stessa di docu-fiction.“Oggi con la tv e
i nuovi media i generi diventano ibridi e difficilmente definibili”.
Per Franco, questo nuovo tipo di produzione si
potrebbe accostare al “Drama documentary”, un genere
diffuso da tempo nel mondo anglosassone e che riproduce in maniera
rigorosa storie realmente accadute. Un esempio eccellente è
Shindler’s List di Steven Spielberg.
“Negli ultimi anni in Italia è stata la fiction tv
ad ispirarsi a questo modello, seppur semplificato e drammatizzato”.
Pur con tutti i dubbi degli esperti, il successo della docu-fiction
e di altri generi e forme ibride è una conseguenza di un
ritrovato interesse per l'informazione documentaristica in senso
proprio, un genere che è sempre stato la cenerentola del
mondo del cinema e del mondo dell’informazione. “Lo
spettatore cerca qualcosa di più autentico – spiega
Mereghetti – anche per questo hanno avuto
molto successo i documentari di Michael Moore e
di Al Gore, raggiungono una vasta platea ma non
si possono considerare informazione giornalistica”.
Con l’interesse del pubblico cresce anche la voglia di sperimentare
dei giovani registi. Anche i festival dedicati al documentario si
sono moltiplicati o sono stati riscoperti negli ultimi anni. In
Italia ci sono almeno sei importanti manifestazioni che si dedicano
interamente, o con sezioni dedicate, a questo genere. Primo fra
tutti il Festival dei Popoli di Firenze, arrivato alla
49/ma edizione. Ma anche il Genova Film Festival, il Mediterraneo
Video Festival, il Festival Eco Video di Palermo,
il Trento Film Festival e il RomadocFest. “Anche
noi abbiamo notato una crescita di interesse verso questo genere
– spiega Francesca Cantarutti del RomadocFest
– mancano però i finanziamenti e ancora non sappiamo
se riusciremo a mettere in piedi la settima edizione”.
“E’ molto difficile raccogliere il budget per realizzare
un film – conferma Rizzo – e anche
per questo cerchiamo forme e generi alternativi, a costi contenuti”.
Che il mercato italiano sia ancora un problema lo sottolinea anche
Stefano Massenzi, responsabile dell’acquisizione
della casa di distribuzione Lucky Red: l’uscita dei
documentari nelle sale – dice - deve essere dosata con cura
perché lo spettatore italiano non è abituato al genere
. Il mercato rispetto all’estero non è molto sviluppato
ed è legato alle grandi produzioni straniere come la Marcia
dei Pinguini e Farenheit 9/11. “Si rivelano vincenti uno o
due film del genere all’anno, non di più”.
Servizi collegati:
Breve storia del documentario,
intervista a Mirco Melanco
La galleria multimediale
con i trailer delle docufiction
Guida alla rete:
Il
sito del Romadocfest
Il
sito del festival dei Popoli di Firenze
Il
sito della casa di distribuzione Lucky Red
Il
sito della fondazione Roberto Rossellini
Il
portale del documentario, con le news sui festival dedicati al genere
"Freedocumenatries",
il sito dove vedere gratuitamente i documentari
(29 febbraio 2008)
|