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Olimpiadi e libertà di stampa
la Cina smentisce se stessa

di Federico Formica e Luca Santocchia

 


 

In vista dei giochi di Pechino il regolamento permissivo pubblicato 16 mesi fa è violato ogni giorno. E dalla rivolta in Tibet i casi si moltiplicano. Durante i giochi, 600.000 volontari del Partito Comunista sorveglieranno i giornalisti ad ogni angolo


Il disegno, ripreso dall'agenzia russa Prima News, è stato aggiunto al logo di Pechino 2008 con un fotomontaggio

Durante le olimpiadi di Pechino i giornalisti stranieri potranno circolare per tutto il territorio cinese non solo per parlare di sport ma anche per realizzare reportage politici, economici, sociali e culturali. Potranno intervistare chi vogliono, senza autorizzazioni preventive. Utopia? A giudicare dall'impegno con cui il regime sta oscurando la rivolta tibetana, verrebbe da rispondere di sì. Eppure queste parole sono state scritte proprio dal governo e dal comitato olimpico cinese. Il Service Guide for Foreign Media Coverage è una guida che fissa le regole per i giornalisti stranieri durante le Olimpiadi e tutto il periodo preparatorio. È in vigore da 16 mesi. Ma non è mai stata applicata.

L'articolo 3 e l'articolo 6 sono i più promettenti. Il primo recita: "I giornalisti in possesso di accredito olimpico possono accedere in tutti i territori della Repubblica Popolare"; mentre il secondo garantisce che "per intervistare organizzazioni o individui in Cina, i giornalisti stranieri hanno bisogno solo del loro consenso preventivo". Sottinteso: senza aspettare il sì delle autorità. Nessuno dei due è rispettato. "Sarò in Cina da metà giugno a metà luglio per una serie di servizi in vista delle Olimpiadi – dice Gianluca Pasini della Gazzetta dello Sport – e ho dovuto comunicare tutto l'itinerario che intendo seguire: per ogni città serve un visto di transito e di passaggio e dovrò motivare qualsiasi spostamento".

I viaggi più complicati sono quelli verso le zone “calde”, dove le tensioni e i disagi sociali sono più accentuati. Per andare nella regione di Hennan, ad esempio, bisogna chiedere l’autorizzazione del ministero degli Esteri. Ma la trafila non finisce qui: il ministero, a sua volta, si rivolge all’Ufficio informazioni di provincia che mette alle calcagna del giornalista un funzionario. Questi dovrà “accoglierlo” e “guidarlo” passo per passo. Dal momento in cui scende dall’aereo fino a quando non riparte. I giornalisti che realizzano reportage di denuncia in queste zone corrono rischi concreti.

”Stavo lavorando a un servizio su un’industria che ha provocato diverse morti per le sue emissioni inquinanti nella regione del Sichuan” racconta Laura Daverio, corrispondente de La7. “Mentre realizzavamo delle riprese è intervenuta la polizia: mi ha aggredito verbalmente e ha minacciato di morte il mio interprete cinese”.

Laura Daverio vive in Cina da 11 anni ed è vicepresidente dell’associazione dei corrispondenti stranieri nella Repubblica Popolare. Il club ha pubblicato un elenco dettagliato delle violazioni al regolamento da parte delle autorità cinesi. In tutto il 2007 ne sono state riscontate 180. Ma è nel marzo 2008 che i numeri diventano impressionanti: 50 violazioni dovute, in gran parte, al tentativo di nascondere il Tibet agli occhi del mondo. Dopo i recenti disordini infatti, solo una decina di giornalisti, rigorosamente selezionati dal governo, ha potuto raggiungere Lhasa. Ma è stata una visita con un itinerario prestabilito: ai giornalisti non è stata lasciata alcuna libertà di movimento.

Ma un po’ ovunque si continua a rendere difficile la vita del reporter. Alcuni esempi, tratti dall’elenco dell’associazione corrispondenti stranieri:

  • nella città-monastero di Xiahe, la troupe di una tv finlandese è stata fermata dalla polizia. Di fronte ai ripetuti tentativi e alle minacce, i giornalisti hanno dovuto mostrare il materiale girato. Alla fine, la troupe ha potuto andarsene con in mano tutte le video-cassette
  • una troupe della televisione pubblica belga è stata fermata ad un posto di blocco mentre si dirigeva a Xiahe. I poliziotti gli hanno chiesto i documenti e fatto diverse domande, poi gli hanno intimato di tornare indietro. I reporter hanno mostrato loro il nuovo regolamento, ma la risposta è stata: “Non è valido se nell'area sono in corso operazioni di polizia”
  • la corrispondente della Tv svizzera Barbara Luthi e il cameraman stavano intervistando alcuni contadini del villaggio di Shengyou quando dei poliziotti in borghese li hanno picchiati e portati in prigione, dove li hanno tenuti per sette ore. Tutto il materiale girato è stato cancellato
  • la troupe della televisione britannica Sky News è stata detenuta due volte in due giorni. I reporter stavano filmando la frontiera tra Cina e Corea del Nord. Le autorità hanno spiegato che “ancora non avevano recepito il nuovo regolamento sui media stranieri”. Era il gennaio 2007.

Nel complesso, un quarto del territorio cinese continua a essere inaccessibile. Ma anche muoversi nelle grandi città, in genere più permissive, può nascondere dei rischi.

“Stavo assistendo a una conferenza di Reporters Sans Frontières a Pechino – racconta Fabio Cavalera, corrispondente del Corriere della Sera – proprio davanti alla sede del comitato olimpico cinese. La polizia mi ha fermato assieme a una decina di colleghi: ci hanno chiesto i documenti, fatto delle fotografie e poi siamo stati tenuti per tre ore in un cortile. Volevano sapere chi ci avesse informato della conferenza ma nessuno di noi ha parlato. Ci hanno rilasciato dopo che un collega spagnolo è riuscito a contattare il ministero degli Esteri cinese”. A complicare le cose, infatti, è anche la scarsa collaborazione tra il ministero della Sicurezza e quello degli Esteri, strutturati come compartimenti stagni. Spesso, l’uno non sa quello che fa l’altro. "In genere intervistiamo chi vogliamo, ma a nostro rischio e pericolo", dice Cavalera, secondo il quale anche l'articolo 6 è rimasto lettera morta: per parlare con i funzionari di governo serve ancora l'autorizzazione delle autorità.

"Ad avere più problemi sono i colleghi in Cina da poco tempo, perché hanno poche fonti cui affidarsi - dice Francesco Sisci, corrispondente de La Stampa da vent'anni – ma per me non è cambiato niente: conosco molte persone, ho già i miei canali consolidati con il tempo. Attenzione però: neanche in Giappone e Corea del Sud è facile ottenere interviste, è una questione di mentalità, anche laddove la libertà di stampa è consolidata c'è una certa diffidenza nei confronti degli stranieri".

Il timore generale è che le prossime Olimpiadi possano essere ricordate come quelle della censura e del bavaglio. L'apparato di sicurezza è molto forte. Ai volontari del comitato organizzatore, che caratterizzano ogni Olimpiade, bisognerà aggiungerne altri 600.000 del partito comunista cinese. Venti per ogni giornalista. Avranno il compito di fornire assistenza a turisti e addetti ai lavori. "Sorrideranno e saranno gentili – spiega Cavalera – ma se uno di noi cercherà di avvicinarsi a un luogo ritenuto sensibile, non si faranno problemi a impedirci l'accesso. Dovremo trovare il giusto equilibrio tra i nostri doveri professionali e le limitazioni che il regime ci imporrà".

Mancano ormai pochi mesi alla partenza delle Olimpiadi di Pechino. In che condizioni lavoreranno i 400 reporter italiani e i 20.000 operatori della comunicazione da tutto il mondo durante il mese di gare? Laura Daverio: “Le premesse non fanno ben sperare. Già il viaggio della fiaccola in tutto il mondo è strettamente legato ai giochi, eppure quando farà tappa in Tibet noi non potremo essere lì a documentarlo”.


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