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In vista dei
giochi di Pechino il regolamento permissivo pubblicato 16
mesi fa è violato ogni giorno. E dalla rivolta in Tibet
i casi si moltiplicano. Durante i giochi, 600.000 volontari
del Partito Comunista sorveglieranno i giornalisti ad
ogni angolo
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Il disegno, ripreso dall'agenzia russa
Prima News, è stato aggiunto al logo di Pechino
2008 con un fotomontaggio
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Durante le olimpiadi di Pechino i giornalisti stranieri potranno
circolare per tutto il territorio cinese non solo per parlare di
sport ma anche per realizzare reportage politici, economici, sociali
e culturali. Potranno intervistare chi vogliono, senza autorizzazioni
preventive. Utopia? A giudicare dall'impegno con cui il regime sta
oscurando la rivolta tibetana, verrebbe da rispondere di sì.
Eppure queste parole sono state scritte proprio dal governo e dal
comitato olimpico cinese. Il Service Guide for Foreign Media
Coverage è una guida che fissa le regole per i giornalisti
stranieri durante le Olimpiadi e tutto il periodo preparatorio.
È in vigore da 16 mesi. Ma non è mai stata applicata.
L'articolo 3 e l'articolo 6 sono i più promettenti. Il primo
recita: "I giornalisti in possesso di accredito olimpico possono
accedere in tutti i territori della Repubblica Popolare"; mentre
il secondo garantisce che "per intervistare organizzazioni
o individui in Cina, i giornalisti stranieri hanno bisogno solo
del loro consenso preventivo". Sottinteso: senza aspettare
il sì delle autorità. Nessuno dei due è rispettato.
"Sarò in Cina da metà giugno a metà luglio
per una serie di servizi in vista delle Olimpiadi – dice Gianluca
Pasini della Gazzetta dello Sport – e ho
dovuto comunicare tutto l'itinerario che intendo seguire: per ogni
città serve un visto di transito e di passaggio e dovrò
motivare qualsiasi spostamento".
I viaggi più complicati sono quelli verso le zone “calde”,
dove le tensioni e i disagi sociali sono più accentuati.
Per andare nella regione di Hennan, ad esempio, bisogna chiedere
l’autorizzazione del ministero degli Esteri. Ma la trafila
non finisce qui: il ministero, a sua volta, si rivolge all’Ufficio
informazioni di provincia che mette alle calcagna del giornalista
un funzionario. Questi dovrà “accoglierlo” e
“guidarlo” passo per passo. Dal momento in cui scende
dall’aereo fino a quando non riparte. I giornalisti che realizzano
reportage di denuncia in queste zone corrono rischi concreti.
”Stavo lavorando a un servizio su un’industria che
ha provocato diverse morti per le sue emissioni inquinanti nella
regione del Sichuan” racconta Laura Daverio,
corrispondente de La7. “Mentre realizzavamo delle
riprese è intervenuta la polizia: mi ha aggredito verbalmente
e ha minacciato di morte il mio interprete cinese”.
Laura Daverio vive in Cina da 11 anni ed è
vicepresidente dell’associazione dei corrispondenti stranieri
nella Repubblica Popolare. Il club ha pubblicato un elenco dettagliato
delle violazioni al regolamento da parte delle autorità cinesi.
In tutto il 2007 ne sono state riscontate 180. Ma è nel marzo
2008 che i numeri diventano impressionanti: 50 violazioni dovute,
in gran parte, al tentativo di nascondere il Tibet agli occhi del
mondo. Dopo i recenti disordini infatti, solo una decina di giornalisti,
rigorosamente selezionati dal governo, ha potuto raggiungere Lhasa.
Ma è stata una visita con un itinerario prestabilito: ai
giornalisti non è stata lasciata alcuna libertà di
movimento.
Ma un po’ ovunque si continua a rendere difficile la vita
del reporter. Alcuni esempi, tratti dall’elenco dell’associazione
corrispondenti stranieri:
- nella città-monastero di Xiahe, la troupe di una tv finlandese
è stata fermata dalla polizia. Di fronte ai ripetuti tentativi
e alle minacce, i giornalisti hanno dovuto mostrare il materiale
girato. Alla fine, la troupe ha potuto andarsene con in mano tutte
le video-cassette
- una troupe della televisione pubblica belga è stata
fermata ad un posto di blocco mentre si dirigeva a Xiahe. I poliziotti
gli hanno chiesto i documenti e fatto diverse domande, poi gli
hanno intimato di tornare indietro. I reporter hanno mostrato
loro il nuovo regolamento, ma la risposta è stata: “Non
è valido se nell'area sono in corso operazioni di polizia”
- la corrispondente della Tv svizzera Barbara Luthi
e il cameraman stavano intervistando alcuni contadini del villaggio
di Shengyou quando dei poliziotti in borghese li hanno picchiati
e portati in prigione, dove li hanno tenuti per sette ore. Tutto
il materiale girato è stato cancellato
- la troupe della televisione britannica Sky News è
stata detenuta due volte in due giorni. I reporter stavano filmando
la frontiera tra Cina e Corea del Nord. Le autorità hanno
spiegato che “ancora non avevano recepito il nuovo regolamento
sui media stranieri”. Era il gennaio 2007.
Nel complesso, un quarto del territorio cinese continua a essere
inaccessibile. Ma anche muoversi nelle grandi città, in genere
più permissive, può nascondere dei rischi.
“Stavo assistendo a una conferenza di Reporters Sans
Frontières a Pechino – racconta Fabio
Cavalera, corrispondente del Corriere della Sera
– proprio davanti alla sede del comitato olimpico cinese.
La polizia mi ha fermato assieme a una decina di colleghi: ci hanno
chiesto i documenti, fatto delle fotografie e poi siamo stati tenuti
per tre ore in un cortile. Volevano sapere chi ci avesse informato
della conferenza ma nessuno di noi ha parlato. Ci hanno rilasciato
dopo che un collega spagnolo è riuscito a contattare il ministero
degli Esteri cinese”. A complicare le cose, infatti, è
anche la scarsa collaborazione tra il ministero della Sicurezza
e quello degli Esteri, strutturati come compartimenti stagni. Spesso,
l’uno non sa quello che fa l’altro. "In genere
intervistiamo chi vogliamo, ma a nostro rischio e pericolo",
dice Cavalera, secondo il quale anche l'articolo
6 è rimasto lettera morta: per parlare con i funzionari di
governo serve ancora l'autorizzazione delle autorità.
"Ad avere più problemi sono i colleghi in Cina da poco
tempo, perché hanno poche fonti cui affidarsi - dice Francesco
Sisci, corrispondente de La Stampa da vent'anni
– ma per me non è cambiato niente: conosco molte persone,
ho già i miei canali consolidati con il tempo. Attenzione
però: neanche in Giappone e Corea del Sud è facile
ottenere interviste, è una questione di mentalità,
anche laddove la libertà di stampa è consolidata c'è
una certa diffidenza nei confronti degli stranieri".
Il timore generale è che le prossime Olimpiadi possano essere
ricordate come quelle della censura e del bavaglio. L'apparato di
sicurezza è molto forte. Ai volontari del comitato organizzatore,
che caratterizzano ogni Olimpiade, bisognerà aggiungerne
altri 600.000 del partito comunista cinese. Venti per ogni giornalista.
Avranno il compito di fornire assistenza a turisti e addetti ai
lavori. "Sorrideranno e saranno gentili – spiega Cavalera
– ma se uno di noi cercherà di avvicinarsi a un luogo
ritenuto sensibile, non si faranno problemi a impedirci l'accesso.
Dovremo trovare il giusto equilibrio tra i nostri doveri professionali
e le limitazioni che il regime ci imporrà".
Mancano ormai pochi mesi alla partenza delle Olimpiadi di Pechino.
In che condizioni lavoreranno i 400 reporter italiani e i 20.000
operatori della comunicazione da tutto il mondo durante il mese
di gare? Laura Daverio: “Le premesse non
fanno ben sperare. Già il viaggio della fiaccola in tutto
il mondo è strettamente legato ai giochi, eppure quando farà
tappa in Tibet noi non potremo essere lì a documentarlo”.
Servizi collegati:
In 20.000 a Pechino per raccontare i Giochi
Guida alla rete:
Il
regolamento pubblicato dal governo cinese per i media stranieri
(Pdf)
Il sito ufficiale di Pechino
2008
Il sito dell'associazione dei corrispondenti
in Cina
Informazioni
per giornalisti dall'ambasciata italiana a Pechino
La pagina del Coni dedicata
ai giochi olimpici
L'articolo
di Federico Rampini sul regolamento
La
proposta di Vittorio Zambardino ai giornalisti inviati alle Olimpiadi
(10 aprile 2008) |