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| La
schiena dritta non basta
Un Freedom of Information
Act
in Italia può essere una svolta formidabile, come lo
è stato Google per la circolazione
delle informazioni
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In una scuola di lunga e forte tradizione, dove
trenta allievi, dopo la laurea, imparano anche sul campo il mestiere,
è più facile vedere come e perché in Italia
il giornalismo non faccia la sua parte.
Nel marzo scorso, nelle aule dell’università di Urbino,
cinque tornate di discussione hanno impiantato il Progetto
Einaudi-Albertini per l’indipendenza dei media. Autorevoli
studiosi e testimoni hanno individuato nella mancanza di autonomia
del giornalismo la debolezza, forse addirittura l’assenza
dell’opinione pubblica. Un paese fermo, dunque, per il giornalismo
che non c’è. Una caduta conseguente nell’informazione
schierata alimenta così le due Italie contrapposte. Una libertà
di stampa manchevole nella sua missione principale che sta nel mettere
i cittadini in condizione di sapere per decidere.
Giorgio Napolitano invocò
la responsabilità dei giornalisti nel raccontare compiutamente
la realtà e Carlo Azeglio Ciampi individuò,
con un termine singolare, il primo antidoto per sventare i pericoli
ai quali l’indipendenza è esposta: la "resilienza"
della coscienza di chi nell’informazione opera. Resilienza
è "la capacità di un materiale di resistere ad
urti improvvisi senza spezzarsi" (Zingarelli). Più ancora
della "schiena dritta" che, dal Quirinale Ciampi aveva
chiesto ai giornalisti.
Tre settimane dopo, il 6 aprile non molto lontano
da Urbino, 308 persone hanno perso la vita nel terremoto dell’Aquila.
Tra questi i ragazzi della Casa dello studente: non sapevano, nemmeno
loro, che dormivano in uno stabile che mancava addirittura di un
pilastro portante. Un terremoto che a San Francisco o in Giappone
avrebbe al massimo ucciso qualcuno per infarto qui ha fatto una
strage. I cittadini non sapevano, non conoscevano gli atti che li
riguardava in questioni vitali. Non avevano conoscenza di nessuno
degli atti pubblici che gli potevano salvare la vita.
Purtroppo la schiena dritta e la resilienza non bastano. Nelle democrazie,
dove la libertà dà ampi spazi anche a speculatori
senza scrupoli, non si può non avere il pieno dispiegamento
dell’informazione, oltre che, ovviamente, una magistratura
indipendente per punirli quando sono conniventi con la politica.
In questi giorni vengono pubblicati in italiano
(ad opera dei siti Giornalismoedemocrazia
e Lsdi)
i documenti sulle torture che Obama ha reso pubblici.
In seguito all’azione legale intentata dall’ACLU, l’
American Civil Liberties Union, attraverso il Freedom
of Information Act
(il Foia) che permette a ogni cittadino, americano
o straniero, di ottenere abbastanza velocemente gli atti della pubblica
amministrazione pagando solo le spese per le fotocopie. (I giornalisti
e le università non devono pagare nemmeno quelle).
Il Foia è nato in Svezia e Finlandia dopo
la Seconda guerra mondiale, è stato introdotto negli Stati
Uniti nel 1966 e ora è diffuso in oltre settanta Paesi di
tutto il mondo, compresa l’India (che ha in vigore una delle
versioni più ampie).
In Italia il Foia non c’è. Permane
in sostanza, nel nostro Paese, la vecchia regola restrittiva, in
base alla quale può chiedere un atto amministrativo soltanto
chi ha un "interesse legittimo" ad averlo. Un diritto
di accesso ai documenti pubblici venti anni fa è stato introdotto
nel nostro ordinamento. Ma questa famosa legge
241 del 1990 è pensata per il singolo alle prese, per
i casi suoi, con la pubblica amministrazione. Non nasce come diritto
della comunità dei cittadini a sapere. E una serie di leggine
successive ha chiuso totalmente il discorso.
Una eccezione importante in verità ci sarebbe:
in materia ambientale, dal 25 giugno 1998, una convenzione internazionale
firmata ad Aarhus in Danimarca anche dall’Italia, dà
a tutti il diritto di accedere alle informazioni che riguardano
l’ambiente. Norma poco conosciuta e poco praticata dai giornalisti.
La ragione c’è: è previsto il termine di un
mese (allungabile dagli enti a due mesi per il volume e la complessità
dei documenti richiesti) entro il quale devono essere rilasciate
le carte. Questo termine è abbastanza paralizzante per gli
usi giornalistici: pensiamo agli atti relativi ai morti di Messina
travolti dal fango.
In realtà la situazione italiana è
pessima. Non solo sui grandi drammi, le stragi e il segreto di Stato.
(Su questo terreno un disegno di legge del 2006 è rimasto
lettera morta). Da una parte la pubblica amministrazione è,
quasi per natura, poco trasparente e non ottempera a questi obblighi
nemmeno quando ci sono. Provate a visionare o a farvi dare qualsiasi
documento di qualsiasi ufficio pubblico, dai ministeri ai Comuni,
alle Province, alle Regioni. E poi le scuole, le asl. Non parliamo
di polizia, carabinieri, guardia di finanza. Se faticosamente si
stabilisce che gli uffici stampa pubblici debbono essere coperti
da giornalisti neppure allora ciò si traduce immediatamente
in un lavoro volto alla conoscenza da parte dei cittadini. La vocazione
al ruolo di portavoce è assai forte. È un dato di
fatto. Non una opinione.
Molti anni fa, dovevo fare per un settimanale una
inchiesta sui treni sporchi. Chiesi invano di avere una copia dei
capitolati di appalto con gli specifici obblighi delle imprese di
pulizia. Un muro, anche se erano ovviamente strapubblici. Finii
per prenderne una copia da un cassetto della Stazione Termini. Scoprii
così che ogni treno doveva essere pulito da cima a fondo,
compresa la lucidatura degli ottoni, prima di ogni partenza. Nella
realtà, riscontrata con i miei occhi, le cose funzionavano
così: un signore, all’uscita della stazione accanto
ai binari, contava le vetture dei treni che passavano in partenza
e tutti venivano dati per puliti e lucidati con relativo pagamento
milionario. (Questa storia, ahimè, finì miseramente
perché l’inchiesta di dodici pagine fu ridotta a tre
in tipografia per intervento del proprietario-direttore su richiesta
delle Ferrovie). Non si tratta di vicende solo del passato. Un mese
fa su un vagone letto di prima classe in arrivo a Milano da Parigi
sono state trovate molte zecche. Oggi sarebbe possibile avere i
capitolati di appalto per le pulizie dei treni. Formalmente forse
sì. In realtà no.
Il giornalismo italiano nasce aristocratico, molto
di scrittura e opinione. Poco di fatti, anche se nel suo primo numero
(il 5-6 marzo 1876) il Corriere della Sera scriveva "un
fatto è un fatto e una parola non è che una parola".
La ritrovata libertà dopo il fascismo, con le garanzie costituzionali
dell’articolo 21, hanno dovuto fare i conti con strutture
proprietarie dei media poco favorevoli allo sviluppo dell’impresa
giornalistica. Tuttora le proprietà nella carta stampata
sono quasi tutte industriali, finanziarie, bancarie. La televisione
pubblica risponde principalmente al governo e ai partiti. Le stagioni
delle inchieste sono state poche. La capacità di spiegare
e mettere ordine nel sovraccarico delle notizie è scarsa.
Le eccezioni rare. Con la grande trasformazione tecnologica e lo
smarrimento di stampa e tv davanti a internet, il giornalismo annaspa.
Nel campo di forze dei media pesa di più la pubblicità,
anche se cala di brutto per la crisi economica. Il marketing aggressivo
occupa quel che rimane per mettere qualche pezza alle imprese.
Eppure il giornalismo ci salverà, sempre
che riusciamo a praticarlo. Per questo l’idea di introdurre
con urgenza il Freedom of Information Act, il Foia, in Italia può
essere un motore formidabile, come Google.
Guida alla
rete:
Progetto
Einaudi-Albertini per l'indipendenza dei media
Giornalismoedemocrazia
Lsdi
(26
gennaio 2010)
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