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Le interviste
agli esperti

 

Abbiamo parlato della situazione italiana e degli scenari possibili con quattro esperti: Valerio Onida, Roberto Natale, Massimo Gaggi ed Elena Aga Rossi

 

ROBERTO NATALE
Un team di lavoro per portare il Foia in Italia

Il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana Roberto Natale ha annunciato al Ducato Online che il sindacato dei giornalisti ha dato il via a un gruppo di lavoro con l’obiettivo di promuovere un’iniziativa pubblica sul tema del Freedom of Information Act (Foia), la legge statunitense che consente a tutti i cittadini l’accesso ai documenti della pubblica amministrazione. La Fnsi lavorerà affinché una normativa di questo genere venga introdotta anche nel nostro paese.

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ELENA AGA ROSSI
Ogni tentativo di cambiare rimbalza contro un muro di gomma

“A parole ci danno tutti ragione”, spiega Elena Aga Rossi, “ma di fatto poi resta tutto sulla carta e ogni proposito rimbalza contro un muro di gomma”. Per la docente di Storia alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione e coordinatrice nel 2008 di uno studio sulle possibilità di accesso ai documenti pubblici, in Italia il principale problema è l’accesso differenziato all’informazione. Solo "singoli individui con interessi specifici" possono ottenere risposte. Per gli altri non esiste il diritto di conoscere. Altro aspetto fondamentale, per Elena Aga Rossi, è quello dell'ignoranza: i cittadini non conoscono i propri diritti in materia di informazione, non sanno cosa possono e cosa non possono sapere.

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VALERIO ONIDA
Al giornalismo italiano non manca solo il Foia

Confrontare il sistema americano e quello italiano per arricchire la nostra legislazione in merito all'accesso ai documenti pubblici. Il giurista Valerio Onida è convinto che, nonostante la bontà della legge 241, il criterio dell' "interesse personale" (che sta alla base della possibilità del cittadino di accedere agli archivi della pubblica amministrazione) potrebbe essere modificato.Anche se i difetti del giornalismo italiano non sono ascrivibili solo alla mancanza del Freedom of information act: è spesso il malcostume e la ricerca della dichiarazione ad effetto, anziché la narrazione del fatto, a rappresentare il malcostume del giornalismo nostrano.

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MASSIMO GAGGI
Il Caso Bnl-Iraq

Estate 1992. Massimo Gaggi, uno dei più autorevoli corrispondenti italiani a New York, era "poco più che un giovane giornalista". Negli States da pochissimi mesi, si trovò a dover raccontare uno dei scandali politico-finanziari più grandi del secolo scorso: il caso Bnl-Atalanta. La filiale americana della banca italiana aveva finanziato per oltre quattro miliardi di dollari il governo iracheno.

I fatti risalivano al 1986, ma lo scoppio dello scandalo era avvenuto in piena guerra del Golfo, mentre l’amministrazione Bush fronteggiava per la prima volta Saddam Hussein. "Non sapevo bene come agire per cercare riscontri documentali. Ero inesperto – ha spiegato Gaggi – ma in quei giorni ebbi la fortuna di avere a che fare con un collega americano che risultò decisivo per la svolta nelle nostre ricerche. Si trattava di un giornalista free lance che faceva inchieste per grandi giornali. Fu lui a consigliarmi la strada del Freedom of Information act. Così – ha spiegato Gaggi – preparammo insieme la domanda al governo americano ed ottenemmo una serie di informazioni altrimenti impossibili da reperire".

Nel corso dell’inchiesta Gaggi riuscì a portare alla luce anche responsabilità di alcuni funzionari dell’amministrazione americana. "Dalle carte emerse che la responsabilità principale era del direttore della filiale: probabilmente il presidente della Bnl non sapeva nulla. Anche se è passato molto tempo – ha concluso Gaggi – rimane il ricordo di una grande lezione di trasparenza dei meccanismi della pubblica amministrazione americana".

(26 gennaio 2010)