| È
come se avessero una taglia sulla propria testa, ma non sono
delinquenti, bensì giornalisti. Il 2003 ha sancito
la caccia all’uomo che purtroppo spesso è finita
con la morte del reporter. La crescita della violenza è
il dato più allarmante dell’anno appena trascorso,
ma dove non sono arrivate le armi ha colpito la forbice. La
censura in Asia, ma anche nella ridente Europa, è tornata
a minare la libertà di espressione.
Reporters sans frontières
“Non aspettare di essere privato della libertà
di stampa per difenderla”. È il motto di Reporter
senza frontiere, l’associazione che difende la libertà
di stampa nel mondo. Ogni anno, durante la prima settimana
di gennaio, viene pubblicato il Barometro
della libertà di stampa che informa sullo stato
dei media. Ma non dal punto di vista dell’audience o
della qualità dei programmi – di cui in Italia
sappiamo tutto - bensì presenta e analizza le drammatiche
situazioni in cui devono operare, spesso a costo della vita,
i giornalisti dei cinque continenti. Dall’Asia all’Africa,
passando per l’Europa e la Cina è un lungo elenco
di violazioni, censure e sangue.
Le fonti
Come spiega la dottoressa Flora Cappelluti, responsabile
dell’ufficio di corrispondenza italiana, Reporter
senza frontiere si serve di 100
corrispondenti.
Il 2003
È l’anno più funesto dal 1995, soprattutto
in Iraq e Medio Oriente, paesi devastati dalla guerra. Semplice,
quanto amara deduzione: i conflitti ancora attivi nel mondo
sono la prima causa di morte e di violenza sui giornalisti.
42 giornalisti uccisi contro i 22 del 2002, il doppio. L’enorme
spiegamento militare e la copertura mediatica senza precedenti
della guerra in Iraq hanno influito. Ma una considerazione
generale s’impone. I belligeranti non vogliono vincere
solo il conflitto, m anche la battaglia delle immagini,
mettendo a repentaglio la vita dei giornalisti, già
peggiorata dagli attentati non preventivati e dalle armi sempre
più sofisticate.
Le cifre
42 giornalisti uccisi, 766 sotto inchiesta, 1460 aggrediti
o minacciati, 123 prigionieri nel mondo, 491 media censurati.
Ogni dato è aumentato rispetto l’anno recedente,
in misura minore le aggressioni, in forte aumento i media
censurati, che erano “solo” 389 nel 2002.
Le zone di guerra
Prima causa del peggioramento della libertà di stampa
sono stati i conflitti. Quello iracheno ha monopolizzato la
grande informazione, quella televisiva per intenderci, ma
non è stato il solo conflitto del 2003. La copertura
della guerra in Cecenia è divenuta
impossibile per i media, sia russi che stranieri, per il forte
impedimento dell’esercito russo e dei continui rapimenti.
In Liberia, la ripresa della guerra civile,
ha provocato numerose aggressioni e sequestri. In Pakistan
e in Indonesia due quotidiani sono stati
chiusi e alcuni giornalisti arrestati per avere realizzato
dei reportage da regioni proibite. Considerando lo stato di
guerra permanente instaurato dagli Stati Uniti, le previsioni
per il 2004 non sono confortanti.
I casi eclatanti
Cina
e Cuba sono le due facce dell’antilibertà,
il Medio
Oriente quella del terrore. Cuba per gli arresti immotivati
di giornalisti dissidenti, la Cina per la censura e la lotta
contro il giornalismo online; l’Iraq per il numero di
reporter uccisi.
L’isola felice e disinteressata
L’Europa continua a primeggiare fra tutti i Paesi.
Nessun giornalista ucciso, pochi gli incarcerati, rari i fatti
di sangue. Sono solo due le voci fuori dal coro: la Serbia-Montenegro
in cui Reporter denuncia la ripresa della censura
e l’Italia, a causa del dirompente
conflitto d’interessi del primo ministro Silvio Berlusconi,
che minaccia il pluralismo dell’informazione. Ma se
la libertà non è a rischio permane una cortina
di silenzio sulle zone del mondo in cui i problemi crescono.
L’Africa è assente dai telegiornali
e dai quotidiani. Il continente nero apre il 2004 con la speranza
di rivedere almeno la luce della libertà.
(15 gennaio 2004)
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