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I dati sui giornalisti uccisi o imprigionati in tutto il mondo nel 1998

Guerra contro l'informazione

Colombia e Turchia i paesi più repressivi

di Marika Gervasio


L'informazione ha bisogno di libertà. La guerra in Jugoslavia ha rivelato l'esistenza di una forte repressione della libera espressione di pensiero. E' quanto emerge da un'indagine dell'Osservatorio internazionale sulla libertà d'informazione (Oil) che da un anno ha concentrato l'attenzione sulle violazioni registrate nel bacino del Mediterraneo.

L'informazione è un diritto sia per chi la fa che per chi la riceve, ma si sono registrati casi tragici di giornalisti che hanno perso la vita o che sono stati imprigionati e torturati da governi che volevano ostacolare il loro lavoro.

Ventiquattro giornalisti sono stati uccisi in diciassette Paesi nel 1998, secondo i dati forniti dal Committee to protect journalists (Cpj, un'organizzazione in difesa dei giornalisti) in un rapporto pubblicato dall'Oil e da Informazione senza frontiere (Isf) con il titolo "Attacchi all'informazione nel 1998". Tutti assassinati a causa della loro professione, ammazzati per aver rivelato verità scottanti su corruzione, traffici di droga e scandali ambientali. Eliminati da killer professionisti o, come è successo nelle Filippine, bruciati nella cabina di registrazione di una radio, durante una trasmissione in diretta.

La Colombia si è rivelata il Paese che ha visto più omicidi nel 1998: quattro giornalisti sono stati assassinati per la strada, come monito per chiunque volesse denunciare la corruzione del paese. Questi morti portano a trenta il numero dei giornalisti assassinati in Colombia dal 1996.

Centodiciotto sono stati imprigionati in venticinque Paesi di tutto il mondo. La Turchia, con ventisette in galera, è in testa. Seguono Cina ed Etiopia, con dodici, mentre in Sierra Leone, dove non si era registrato nessun arresto nel 1997, contava nel 1998 undici giornalisti in stato di detenzione, nel periodo della guerra civile.

[inizio]

(25 maggio 1999)

   

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