| La rivendicazione
principale dello sciopero è di natura economica: il
rinnovo del contratto, più o meno 80mila lire da
aggiungere nella busta paga. Ma nell'elenco delle
proteste dei giornalisti ci sono anche altre due
questioni intorno a cui ruota la trasformazione della
professione: l'uso distorto, da parte degli editori, dei
services, cooperative e società a cui viene demandato
una parte sempre maggiore del lavoro delle redazioni. E
l'assoluta mancanza di tutele e garanzie per la categoria
dei lavori autonomi del settore, i free-lance. Il quadro
è aggravato dalla profonda crisi dell'industria
dell'informazione. E il clima dell'opinione pubblica non
aiuta: nella migliore delle ipotesi i giornalisti vengono
dipinti come "una casta". "Magari fosse
vero che siamo una casta di privilegiati" risponde
Paolo Serventi Longhi, segretario della Federazione
nazionale della stampa italiana, il sindacato della
categoria, intervistato da Radio Ducato.
Qual è allora la verità?
"Siamo una categoria come tutte le altre di
dipendenti e lavoratori autonomi che chiede il rinnovo
del contratto. E chiediamo agli editori e agli
imprenditori soluzioni che consentano di difendere
l'unità delle redazioni contro il lavoro nero, lo
sfruttamento degli abusivi, il lavoro in appalto".
Voi sostenete che la nascita dei services
abbia avuto conseguenze negative sull'occupazione.
Qualcuno invece sostiene che proprio i services abbiano
rappresentato un argine alla disoccupazione.
"Noi non demonizziamo i services in maniera
generica. Ci battiamo contro quelli che non applicano il
contratto di la voro giornalistico e producono materiale
giornalistico in sostituzione del materiale prodotto
dalle redazioni".
Tanti disoccupati fuori dai giornali e
redazioni piene di raccomandati. Esiste un legame fra le
due cose? E il sindacato ha avuto delle responsabilità?
"Il sindacato non ha mai raccomandato
nessuno".
Okay, ma le raccomandazioni possono essere,
anche indirettamente, una delle cause della crisi?
"Pratiche come la raccomandazione o, soprattutto,
la lottizzazione, sono un retaggio del passato. Ma sono
fenomeni che avvengono in tutti i settori produttivi. Il
problema del giornalismo è un altro: quello di fare
un'informazione pluralista, corretta, completa".
Chi entra nella professione oggi deve saper
fare di tutto. Anche cose che non sono di stretta
competenza giornalistica, dal lavoro grafico al montaggio
televisivo...
"Il grafico è un giornalista, è colui che idea
una pagina. Il montatore no. Noi siamo contro la
commistione delle professionalità. La federazione delle
emittenti locali, al contrario, pensa che un giornalista
possa fare l'operatore e insieme raccogliere
informazioni. E invece va detto che la figura del
telereporter, introdotta in molte aziende, è un ibrido
che non aiuta la qualità dell'informazione".
La parola free-lance evoca una professione
affascinante, creativa, ben remunerata. In realtà, in
Italia il free-lance è più che altro un precario.
Qualcuno ha usato l'espressione "bracciante della
cultura".
"Non solo i free-lance, anche tanti lavori
dipendenti e giornalisti con contratti di lavoro
dipendente sono sottopagati. Quanto ai free-lance la
tendenza a sviluppare lavoro autonomo è mondiale. Ma le
aziende italiane sfruttano i colleghi non dando loro
alcuna tutela. E' uno scandalo che il lavoro dei
free-lance in Italia sia a differenza del lavoro dei
medici, degli avvocati, degli ingegneri, privo di
riconoscimenti. Non c'è nemmeno un tariffario minimo che
abbia valore di legge".
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