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Dall'Afghanistan a Urbino, passando per la Cambogia, il
Libano, l'Iran, la Guerra del Golfo e poco tempo fa, per la
terza volta, l'Afghanistan: Ettore Mo, 69 anni, cronista di
guerra del Corriere
della Sera, venerdì scorso è stato ospite dell'Ifg di
Urbino per un seminario. Con lui c'era anche il suo fotografo,
Luigi Baldelli, con cui lavora (e viaggia) da otto anni.
Il racconto dell'inviato - piccolo di statura, ma grande
professionista - parte dal 1962, quando aveva 29 anni ed entrò
al quotidiano di via Solferino. Per sua stessa ammissione
la sua carriera "non è stata rapida né fulminante": "All'inizio
- racconta - facevo il vice del vice del vice a Londra: avrò
siglato due volte, anche se sarei stato orgoglioso se i miei
genitori avessero visto il loro figlio scapestrato arrivato
al Corriere della Sera". Dopo Londra, Mo torna in Italia:
"Ero l'inviato del Corriere al Messaggero, per la copertura
serale: raccoglievo le notizie di cronaca e le trasmettevo
al mio giornale."
"Poi - continua - sono tornato a Milano, agli spettacoli,
e qui ho firmato, finalmente". Ma c'erano anche le sigle:
"La mia era E.Mo., perché c'era un collega che si chiamava
Eugenio Montale. Il vicedirettore Mottola mi diceva: "Nessuno
può chiamarsi Mo". E poi l'inizio della sua carriera, da inviato
di guerra: "Era il 1979 - racconta Mo - e in febbraio Khomeini
era tornato a Teheran da Parigi. Il direttore Di Bella viene
da me e mi dice "Vai laggiù, perché sei un buon cronista".
Ci vollero tre settimane per arrivare a Tabriz. Arrivo e telefono
in redazione: lo stesso direttore mi dice "Tra mezz'ora voglio
il pezzo". Così è cominciata la mia carriera da inviato di
guerra, dalla Scala all'Iran". Che continua: Mo è stato in
Afghanistan anche quest'anno, per cinquanta giorni, sempre
con Baldelli: da pochi giorni è nelle librerie un nuovo volume
del giornalista, intitolato semplicemente "Kabul".
Mo racconta, come un lungo viaggio, i suoi 40 anni di giornalismo.
E riparte da quel 1979: "Ero terrorizzato. Non si arrivava
mai, e io affrontavo un nuovo tipo di lavoro. All'Hotel Continental
c'era il team di Newsweek,
tre persone in tutto guidate da Tony Clifton, e io li avvicinai
a cena spiegando che fra noi non c'era concorrenza e chiedendo
un aiuto. In Iran mi muovevo con loro. Poi, per tornare in
Europa, io e Tony Clifton prendiamo lo stesso aereo verso
Roma e lui mi spiega che il prossimo servizio da fare era
l'Afghanistan: "Sarà il servizio anche per gli anni a venire"
mi dice. Poco tempo dopo lui era laggiù, mi telefona e mi
dice: Vieni. E io parto, sei mesi prima dell'invasione sovietica".
Le domande dei trenta praticanti di Urbino incalzano: "Cosa
spinge un giornalista ad andare dove potrebbe trovare la morte?"
E Mo, più che disponibile, risponde: "E' una droga: quando
inizi, non la smetti più. Ogni volta dici "Non ci voglio tornare",
ma poi si riparte". Qualcun altro gli chiede: "Cosa significa
scrivere?". E il piccolo inviato ammette: "Una fatica tremenda,
perché non ho la penna facile: vorrei capire le cose e poi
spiegarle bene. Mi interessa essere semplice senza rinunciare
agli effetti legittimi. Ad esempio, la morte: è qualcosa di
angoscioso. Bisogna raccontarla senza personalizzarla. L'ideale
sarebbe il distacco anglosassone e la passionalità italiana".
Il giornalismo è cambiato? "Non invidio molto voi che iniziate.
Le nuove tecnologie vi costringono ai tempi reali. E' cambiato
tutto: ci si muove, ma in modo diverso rispetto al passato.
E questo non permette più di andare a raccontare. Si è più
agevolati dalla tecnologie, ma si perde la fantasia".
Mo parla di colleghi come Egisto Corradi del Corriere ("In
Afghanistan mi chiedeva consigli, ma il maestro era lui"),
Bernardo Valli di Repubblica ("Riesce a raccontare e a dare
giudizi perfettamente inseriti nel racconto"), Valerio Pellizzari
del Messaggero, ("un mastino"), Oriana Fallaci ("mi venne
a bussare in albergo alle 8,30, dicendomi "raccontami tutto
quello che sai del contingente italiano" e poi si innamorò
del vice di Franco Angioni, il comandante del nostro contingente")
e Indro Montanelli, di cui dice: "Gli ho chiesto quale fosse
il suo rimpianto: mi ha risposto che avrebbe voluto incontrare
Stalin e Mao Tze Tung". Racconta anche di quando, quattro
anni fa, andò in pensione: "Con il Corriere siamo stati d'accordo
che avrei continuato a scrivere anche dopo. Ho detto al direttore:
"Ferruccio, non credere che mi metterò a tavolino a scrivere
commenti. Non voglio fare l'editorialista: io voglio vedere
e raccontare la storia. E De Bortoli:"Ma chi ti ha mai chiesto
il contrario?". A giugno per Mo saranno quaranta gli anni
di servizio al Corriere della Sera: "Ho avuto la fortuna -
dice - di lavorare per un giornale con forti mezzi. Oggi solo
Corriere e Repubblica
fanno muovere la gente. Già la Stampa
li fa muovere un po' meno. E poi all'estero conoscono soltanto
due o tre testate italiane: per uno bassetto come me il Corriere
della Sera è un bel piedistallo".
Baldelli racconta otto anni di lavoro con Mo: "Con Ettore
- spiega - non ci intralciamo mai. Se c'è da aspettare un
fatto per raccontarlo con foto o con parole, attendiamo assieme".
E il fotografo racconta qualche curiosità: "Mo scrive da sempre
con la macchina da scrivere, proprio come io non ho la macchina
digitale".
Dal racconto dei due ospiti vengono fuori anche alcuni pareri
a sorpresa: "La faccenda del burqa - dice Mo - è stata enfatizzata
dalla ridondanza dei media". E Gino Strada, fondatore di Emergency?
"In Afghanistan è stato bravo, e ha costruito un ospedale
modello. Però è un po' egocentrico. Io preferisco Alberto
Cairo, che da dodici anni in Afghanistan, applica protesi
alle gambe degli afghani che ne hanno bisogno. Però l'organizzazione
di Strada è grande, e laggiù è più efficace della Croce
Rossa". Dalle parole di Mo emergono anche le rinunce:
"Ho moglie e tre figli. E' un po' doloroso partire sotto le
feste, ma io sono sempre così contento di ricominciare un
nuovo viaggio". E poi i rimpianti: "Avrei voluto intervistare
Pol Pot, ma non ci sono mai riuscito. Un paio di volte ci
sono andato vicino. Con una giornalista allora poco nota ho
incontrato il suo vice. Lei era Christiane Amanpour".
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