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I lavori di fine corso
  degli allievi dell'Ifg

 

Con lui venerdì scorso c'era anche il suo fotografo, Luigi Baldelli

Ettore Mo all'Ifg: quarant'anni di giornalismo

"Il mio rimpianto più grande: non essere riuscito a intervistare Pol Pot"

di Gabriele Isman

Dall'Afghanistan a Urbino, passando per la Cambogia, il Libano, l'Iran, la Guerra del Golfo e poco tempo fa, per la terza volta, l'Afghanistan: Ettore Mo, 69 anni, cronista di guerra del Corriere della Sera, venerdì scorso è stato ospite dell'Ifg di Urbino per un seminario. Con lui c'era anche il suo fotografo, Luigi Baldelli, con cui lavora (e viaggia) da otto anni.

Il racconto dell'inviato - piccolo di statura, ma grande professionista - parte dal 1962, quando aveva 29 anni ed entrò al quotidiano di via Solferino. Per sua stessa ammissione la sua carriera "non è stata rapida né fulminante": "All'inizio - racconta - facevo il vice del vice del vice a Londra: avrò siglato due volte, anche se sarei stato orgoglioso se i miei genitori avessero visto il loro figlio scapestrato arrivato al Corriere della Sera". Dopo Londra, Mo torna in Italia: "Ero l'inviato del Corriere al Messaggero, per la copertura serale: raccoglievo le notizie di cronaca e le trasmettevo al mio giornale."

"Poi - continua - sono tornato a Milano, agli spettacoli, e qui ho firmato, finalmente". Ma c'erano anche le sigle: "La mia era E.Mo., perché c'era un collega che si chiamava Eugenio Montale. Il vicedirettore Mottola mi diceva: "Nessuno può chiamarsi Mo". E poi l'inizio della sua carriera, da inviato di guerra: "Era il 1979 - racconta Mo - e in febbraio Khomeini era tornato a Teheran da Parigi. Il direttore Di Bella viene da me e mi dice "Vai laggiù, perché sei un buon cronista". Ci vollero tre settimane per arrivare a Tabriz. Arrivo e telefono in redazione: lo stesso direttore mi dice "Tra mezz'ora voglio il pezzo". Così è cominciata la mia carriera da inviato di guerra, dalla Scala all'Iran". Che continua: Mo è stato in Afghanistan anche quest'anno, per cinquanta giorni, sempre con Baldelli: da pochi giorni è nelle librerie un nuovo volume del giornalista, intitolato semplicemente "Kabul".

Mo racconta, come un lungo viaggio, i suoi 40 anni di giornalismo. E riparte da quel 1979: "Ero terrorizzato. Non si arrivava mai, e io affrontavo un nuovo tipo di lavoro. All'Hotel Continental c'era il team di Newsweek, tre persone in tutto guidate da Tony Clifton, e io li avvicinai a cena spiegando che fra noi non c'era concorrenza e chiedendo un aiuto. In Iran mi muovevo con loro. Poi, per tornare in Europa, io e Tony Clifton prendiamo lo stesso aereo verso Roma e lui mi spiega che il prossimo servizio da fare era l'Afghanistan: "Sarà il servizio anche per gli anni a venire" mi dice. Poco tempo dopo lui era laggiù, mi telefona e mi dice: Vieni. E io parto, sei mesi prima dell'invasione sovietica".

Le domande dei trenta praticanti di Urbino incalzano: "Cosa spinge un giornalista ad andare dove potrebbe trovare la morte?" E Mo, più che disponibile, risponde: "E' una droga: quando inizi, non la smetti più. Ogni volta dici "Non ci voglio tornare", ma poi si riparte". Qualcun altro gli chiede: "Cosa significa scrivere?". E il piccolo inviato ammette: "Una fatica tremenda, perché non ho la penna facile: vorrei capire le cose e poi spiegarle bene. Mi interessa essere semplice senza rinunciare agli effetti legittimi. Ad esempio, la morte: è qualcosa di angoscioso. Bisogna raccontarla senza personalizzarla. L'ideale sarebbe il distacco anglosassone e la passionalità italiana". Il giornalismo è cambiato? "Non invidio molto voi che iniziate. Le nuove tecnologie vi costringono ai tempi reali. E' cambiato tutto: ci si muove, ma in modo diverso rispetto al passato. E questo non permette più di andare a raccontare. Si è più agevolati dalla tecnologie, ma si perde la fantasia".

Mo parla di colleghi come Egisto Corradi del Corriere ("In Afghanistan mi chiedeva consigli, ma il maestro era lui"), Bernardo Valli di Repubblica ("Riesce a raccontare e a dare giudizi perfettamente inseriti nel racconto"), Valerio Pellizzari del Messaggero, ("un mastino"), Oriana Fallaci ("mi venne a bussare in albergo alle 8,30, dicendomi "raccontami tutto quello che sai del contingente italiano" e poi si innamorò del vice di Franco Angioni, il comandante del nostro contingente") e Indro Montanelli, di cui dice: "Gli ho chiesto quale fosse il suo rimpianto: mi ha risposto che avrebbe voluto incontrare Stalin e Mao Tze Tung". Racconta anche di quando, quattro anni fa, andò in pensione: "Con il Corriere siamo stati d'accordo che avrei continuato a scrivere anche dopo. Ho detto al direttore: "Ferruccio, non credere che mi metterò a tavolino a scrivere commenti. Non voglio fare l'editorialista: io voglio vedere e raccontare la storia. E De Bortoli:"Ma chi ti ha mai chiesto il contrario?". A giugno per Mo saranno quaranta gli anni di servizio al Corriere della Sera: "Ho avuto la fortuna - dice - di lavorare per un giornale con forti mezzi. Oggi solo Corriere e Repubblica fanno muovere la gente. Già la Stampa li fa muovere un po' meno. E poi all'estero conoscono soltanto due o tre testate italiane: per uno bassetto come me il Corriere della Sera è un bel piedistallo".

Baldelli racconta otto anni di lavoro con Mo: "Con Ettore - spiega - non ci intralciamo mai. Se c'è da aspettare un fatto per raccontarlo con foto o con parole, attendiamo assieme". E il fotografo racconta qualche curiosità: "Mo scrive da sempre con la macchina da scrivere, proprio come io non ho la macchina digitale".

Dal racconto dei due ospiti vengono fuori anche alcuni pareri a sorpresa: "La faccenda del burqa - dice Mo - è stata enfatizzata dalla ridondanza dei media". E Gino Strada, fondatore di Emergency? "In Afghanistan è stato bravo, e ha costruito un ospedale modello. Però è un po' egocentrico. Io preferisco Alberto Cairo, che da dodici anni in Afghanistan, applica protesi alle gambe degli afghani che ne hanno bisogno. Però l'organizzazione di Strada è grande, e laggiù è più efficace della Croce Rossa". Dalle parole di Mo emergono anche le rinunce: "Ho moglie e tre figli. E' un po' doloroso partire sotto le feste, ma io sono sempre così contento di ricominciare un nuovo viaggio". E poi i rimpianti: "Avrei voluto intervistare Pol Pot, ma non ci sono mai riuscito. Un paio di volte ci sono andato vicino. Con una giornalista allora poco nota ho incontrato il suo vice. Lei era Christiane Amanpour".

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