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Passa
alla Camera una norma che blinda il segreto istruttorio Pene più severe per i giornalisti Ma la stampa non ci sta Di Annalisa Cuzzocrea e Irene Fioretti |
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| Un mese di galera o 50 milioni di
multa: tanto rischia "chiunque pubblichi, in tutto o
in parte, anche per riassunto o a guisa di informazione,
atti o documenti di un procedimento penale di cui sia
vietata per legge la pubblicazione". La Camera ha
cambiato così il complesso sistema dei rapporti tra
stampa e processo approvando l'articolo17, interno alla
legge sul giudice unico con un vero e proprio plebiscito:
343 sì, 5 no: Augusto Battaglia, Giovanni di Fonzo (ds),
Domenico Izzo (ppi), Gianfranco Saraca(Ri), Edo Rossi
(Prc), e un astenuto: Elio Veltri, di Rinnovamento
italiano. Sono tre i principali articoli modificati. Riguardo al 329 del Codice di procedura penale si estende il segreto istruttorio agli atti delle indagini del pm e della polizia giudiziaria fino al termine delle indagini preliminari, mentre attualmente possono essere considerati pubblici dopo essere stati comunicati alla difesa . La modifica al 684 del codice penale conferma invece l'arresto fino a 30 giorni di carcere e aumenta la multa alternativa. La cifra massima, oggi di 500 mila lire, potrebbe arrivare ad un massimo di 50 milioni. In più si interviene sull'articolo 114 del codice di procedura vietando la pubblicazione degli atti del Pm " se non dopo la pronuncia della sentenza di primo grado". Ma nonostante la quasi unanimità dei deputati, questa norma "a sorpresa" ha suscitato critiche da più parti .Il presidente dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti, Mario Petrina, ha reso pubblica una dichiarazione in cui afferma che "per i giornalisti stanno sommandosi troppe ed eccessive restrizioni rispetto all'intero panorama europeo" e che durante l'ultimo anno la categoria ha potenziato le sue regole di autoregolamentazione, grazie anche al concorso del garante per la privacy. E mentre la Federazione nazionale della stampa convoca la giunta e fissa incontri con i presidenti di Camera e Senato e con il presidente della Repubblica, l'Unione Cronisti parla di un preoccupante e sinistro tintinnar di manette contro la libertà di stampa. (21 gennaio 1999) Pro e contro un processo penale più segreto Giuliano Pisapia, autore dell'articolo 17 sul Ddl, non ci sta a sentirsi un attentatore alla libertà di stampa: "E' gravissimo che autorevoli esponenti del giornalismo non conoscano le leggi. Si tratta di ignoranza o di malafede. L'attuale codice prevede il divieto di pubblicazione degli atti fino alla sentenza di secondo grado. Così si limita al minimo il divieto di pubblicazione e si elevano le sanzioni pecuniarie, che come tutti sanno, non vengono pagate dai giornalisti personalmente". Il presidente dei penalisti Giuseppe Frigo: "Interventi come questo non servono a nulla. La difficilissima problematica della segretezza in materia giudiziaria deve essere rivista tutta insieme, magari aprendo un tavolo di concertazione tra giornalisti, avvocati e magistrati". A nome dell'Associazione nazionale dei magistrati parla Elena Paciotti: "è sacrosanto che si vieti di pubblicare notizie riservate, tuttavia in questi casi non sono efficaci le sanzioni penali". Per il segretario della Federazione Nazionale della Stampa Paolo Serventi Longhi il provvedimento non deve essere approvato: "Nel malaugurato caso il Senato dica il sì definitivo la Fnsi chiederà al Capo dello Stato di valutare l'opportunità di non firmarlo". "E' una legge che limita fortemente il diritto d'informazione ". Ad affermarlo è Antonio di Rosa, vicedirettore del Corriere della Sera: "Ci sono stati eccessi nel diritto alla pubblicazione ma se per scrivere bisognerà aspettare la fine delle indagini sarà un grave vulnus per l'informazione". Diritto all'informazione: le leggi
Sanzioni penali per gli organi di stampa
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